✍🏾 passione indomabile

 

 

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Non si era mai illuso che il nome che gli era stato imposto potesse effettivamente fungere da promotore di gioia, di fulgido futuro. Ma che non facesse sempre cilecca almeno ci contava un po’. Il ragioniere Capece, dunque, sperimentò duramente quanto menzognera, e beffarda, fosse la promessa implicita nel Felice che precedeva il suo cognome.

Tranne la genialità nel manipolare, nell’addomesticare i numeri, arte  da tutti riconosciuta, per il resto non v’era che da stendere un velo pietoso. Tanto anonimo e insignificante fosse nel fisico e nello spirito. Un omino invisibile che, per non soffrire ulteriormente, aveva abolito tutti gli specchi dalla modesta dimora di periferia che i genitori gli avevano lasciato in eredità. Sicuri di renderlo felice.

Ma anche la genialità, ad un certo punto, divenne controproducente. Da unica fonte di sollievo, fiammella di piacere, si tramutò in un macigno di angoscia che rese, così, la sua infelicità nera come la pece. Un buco nero senza fine e senza vie d’uscita.  Sotto il diretto comando del boss Acampora, suo antico compagno di banco, il povero Capece fu cooptato, con la forza e senza retribuzione, acciocché organizzasse e diversificasse il riciclaggio del denaro sporco.

Passò, dunque, anni curvo e afflitto a far quadrare i bilanci e creare holding, prigioniero nella villa-bunker del boss. Dalla quale poteva allontanarsi, sotto sorveglianza, solo per le corse dei cani. Tuttavia quegli anni, benché parecchi, servirono a preparare il terreno, senza nulla tralasciare, laddove si fosse presentata l’occasione. Tutto fu magistralmente quanto audacemente calcolato.

Con pochi e sapienti ritocchi, della vecchia carcassa non rimase nulla di riconoscibile. Nè poteva essere riconosciuta la sua compagna, il cerbero delle ore d’aria, sfrondata di tutti i pesanti orpelli cosmetici e plastici. Per le strade di Asuncion, quindi, nemmeno il più scaltro e accanito cacciatore avrebbe potuto identificare i fuggiaschi in quel distinto e atticciato signore, e in quella graziosa e fine accompagnatrice al suo braccio.

Il ragioniere, già felice di non essere più Felice, credette però che la felicità inopinatamente agguantata con la nuova identità potesse durare sino alla fine dei suoi giorni. Una ricompensa per la vita grama passata. Perciò, passati alcuni mesi, e sentendosi al sicuro, riprese a presenziare assiduamente i cinodromi. A scommettere come un tempo, anche sul destino. 

 

 

 

 

 

✍🏾 la spia venuta dal basso

La bomba che sventrò il vascio di Carmela Esposito, in vico Concordia, fu sganciata per errore dal capitano John Leroy la mattina del 15 settembre del 1943. Quella bomba, dunque, destinata al porto, piovve sui quartieri spagnoli, come se dal cielo non vi fosse alcuna pietà per quell’umanità già sconvolta dalla miseria e dalla fame.

Carmela Esposito era nubile, orfana e povera. I genitori, per i quali si era immolata sino alla loro fine, non gli avevano lasciato che gli occhi per piangere. Per sopravvivere, perciò, vendeva caramelle, sciosciammosche e pizze fritte. Mai aveva ceduto alle lusinghe dei papponi che le proponevano un’avvenire, un mestiere sicuro. Mai aveva ceduto alle menzogne di uomini attratti solo dal suo corpo, dalla sua avvenenza. Nei quartieri spagnoli donna Carmela era rispettata e riverita, e non solo per la sua irreprensibilità. Nel suo basso, infatti, il flusso costante degli umori e degli odori dei quartieri spagnoli trovava rifugio e nuova linfa, riprendendo a circolare con maggior corposità dopo quella tappa fondamentale. Non si muoveva foglia, in altre parole, che donna Carmela non sapesse.

Lo squarcio nell’impiantito prodotto dall’ordigno esalava ancora un fumo acre e denso quando Carmela irruppe, al rientro dal rifugio, in quel che rimaneva del suo confessionale. Ciononostante riuscì a  intravederlo posato, e indenne, al sottosuolo, come se stesse riposando. Stremato a tal punto, nello sfondare  i solai uno dopo l’altro, da non aver più forze per esplodere e devastare, così, ogni cosa nel raggio di qualche chilometro. Ovvero impietositosi strada facendo.

L’ultimo rapporto in Villa Spera si rivelò una mera formalità prima del rimpatrio. Nulla le fu rimproverato, nulla ebbe da dire. Partì, dunque, col primo convoglio mentre all’orizzonte echeggiava l’artiglieria nemica, e il suo stomaco digeriva la lista degli ebrei nascosti.

Nessuno, nei quartieri spagnoli, la cercò o si chiese che fine avesse fatto. Benché tutti avessero trovato ascolto tra quelle quattro mura, tutti avessero ricevuto una buona parola, tutti avessero lasciato un segreto da qualche parte. Nemmeno nei ricordi sopravvisse, di nessuno. Fu come se non fosse mai esistita. 

Lei, invece, non li scordò mai.