∞ D0

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Firenze, 1938

I figli di quello a sinistra sono riusciti a portare a compimento l’opera paterna. con astuta compattezza e grande senso di appartenenza hanno piegato l’Europa al loro volere

I figli di quello a destra, invece,  sono riusciti a portare avanti solo rappresentazioni farsesche e tragi-comiche. da cialtroni e guitti d’avanspettacolo non ci si poteva aspettare altro, persino che riuscissero a spezzare le reni a loro stessi

A noi

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✍️u pilu

unknownil direttore mi ha fatto una tirata d’orecchi, poiché il mio secondo articolo ambarabà ciccì coccò è andato malissimo. tre-quattro mail di riscontro e basta a confermarlo. naturalmente al successo di quello precedente, sotto effetto anfetaminico, non è seguita alcuna gratificazione di sorta. come se non fosse mai stato pubblicato. 

tralasciando la forma, sulla quale ammetto di aver ancora molto da imparare, e sui risvolti personali, sul vissuto del protagonista dell’intervista, il vecchio medico perdente e disincantato, non riesco però a comprendere come lo spirito dell’articolo non sia stato compreso.

dalla bocca del dottore sono uscite chiare e inequivocabili testimonianze sullo sfascio completo della sanità, e non solo per motivi strettamente politici (storno di risorse economiche, lottizzazioni, nepotismi, sprechi e quant’altro) ma anche, e forse soprattutto, per il degrado degli uomini comuni. partecipi e collusi col potere politico. operatori inquinati e corrotti dal “sistema” che, pur di coltivare il loro misero (si fa per dire) orticello, sono pronti a vendersi la madre. gente cioè che per una promozione, un gallone, un posticino al sole piccona un edificio già marcio sin dalle fondamenta. con forza tanto maggiore quanto maggiore è la loro ignoranza, arroganza e presunzione. e la cui cultura di stampo mafioso impone ai pochi ancora indenni dal contagio, emarginazione e vessazioni. anche attraverso istituzioni che, sulla carta, dovrebbero tutelarne la dignità: i sindacati, infatti, non sono altro che templi di malaffare. sette nemmeno segrete a tutela dei più forti, dei più corrotti. dei più ignoranti. pesci pilota degli squali di palazzo.

ma se dietro le quinte, dunque, si svolge una battaglia continua senza regole e senza prigionieri, ove vige la legge del più furbo, del più astuto, del più forte, del più incapace. in altre parole un puro distillato di camorra (o mafia, fate voi), sul proscenio nessuno si ribella: i pazienti si accontentano degli scarti, del caos, dell’approssimazione. evidentemente consci del loro fondamentale contributo allo stato delle cose, mediato dai loro inutili voti che, periodicamente, e farsescamente,  proteggono lo statu quo. ovvero illusi che qualcosa o qualcuno prima o poi. magari dal cielo, possa magicamente cambiare le cose. 

detto ciò, mi rimetto al lavoro (di cui ho bisogno per sopravvivere) con in mente il prossimo articolo, e chi intervistare: di certo mai più nell’impegnato, foriero solo di guai e di assoluto disinteresse, piuttosto nel frivolo, nel gossip, nel pecoreccio, nel morboso. nei bassifondi dell’animo. settori dove la speranza umana pone serie aspettative. 

✍️u pilu

∞ O116

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Abbazia di S.Angelo in Formis (CE), febbraio 2017

di stile longobardo-romanico, fu edificata nel VI secolo ai piedi del monte Tifata (anti-appennino campano). e domina la valle che ospita l’insediamento urbano di Capua

2 curiosità:

nella lingua degli antichi Osci (poi inglobati nei Sanniti) Tifata è il nome dato al leccio, tipico albero cespuglioso della macchia mediterranea

in formis= senza forma, cioè spirituale

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✍️ambarabà ciccì coccò

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oltre duemila email, duecento fax (e una manciata di lettere), mi hanno comunicato il successo dell’articolo pubblicato una settimana fa sul giornale (sotto effetto anfetaminico). non pochi lettori (maschi), sulla scia dei social-ammiratori dell’attempata signora convinta di essere la donna più bella del mondo e, pertanto, centro di gravità permanente (a dispetto del tempo e dell’intelligenza), mi hanno implorato di rendere noto il suo indirizzo elettronico, naturalmente senza alcuna risposta. non consento, né lo farò mai, che la mia rubrica diventi una sorta di crocevia di cuori solitari o, meglio, di indomite pudenda.

sotto effetto adrenalinico, quindi, decisi che il protagonista del secondo articolo non poteva non essere che lo scorbutico medico in pensione. di cui avevo, oltretutto, un tangibile ricordo per uno o due suoi interventi nel passato.
chi meglio di lui per avventurarsi nel pianeta della sanità pubblica e tentare di capirne l’agonia.

stavo quasi per andare via, dopo aver ripetutamente pigiato il campanello, quando l’uscio s’aprì cigolando lasciando spazio all’esile figura del dottore. lo ricordavo più alto e in carne, invece era davvero mingherlino, piccolo. e incanutito nei capelli e nella folta barba che, un tempo, non aveva. per un attimo, infatti, pensai di aver sbagliato porta. 

mi fece accomodare su una vecchia e lisa poltrona di velluto, distrutta dagli artigli dei gatti, per la verità molto belli, che ciondolavano tranquilli ovunque. finiti i convenevoli, e dopo avermi scrutata per bene non senza un ombra di malizia, si dispose all’intervista.

più che intervista, però, fu un monologo disarticolato e caotico che susseguì come una fiume in piena alla mia sola e unica domanda. figlio di un impiegato aveva studiato come un pazzo, con frenesia, senza perder mai terreno in modo da risparmiare sulle tasse e ridurre al  minimo i disagi di una famiglia dalle modeste risorse. non ancora consapevole di come andasse la vita, pieno d’entusiasmo e illusioni, solo dopo aver preso una caterva di cazzotti cominciò a intravedere la verità. e, con colpevole ritardo, capì di essersi messo in un contesto storicamente e tradizionalmente aristocratico, familista. ardore, gioventù e speranze di cambiamento lo sostennero per anni, fino a quando cioè, la stanchezza e l’avvilimento cominciarono a farsi sempre più spazio. si rese conto, a un certo punto, di essere un corpo estraneo in un sistema ostile e non scalfibile, tetragono. reso compatto e omogeneo dagli interessi economici e di carriera. dalla massiccia politicizzazione, nel senso più negativo del termine. mai e poi mai gli avrebbero riconosciuto meriti e anzianità. al contrario, tappeti rossi (con qualunque artifizio) venivano stesi ai piedi di figli e nipoti di, a parenti e amici di, all’amante di, ai pretoriani dei sindacati fantoccio, sorta di sette del peggior stampo mafioso. schiere di ignoranti collusi, arroganti e presuntuosi, sistemati nei punti nevralgici a rovinare, devastare. per aumentare il loro potere. e i loro patrimoni.

insomma, esausto e svenato da qualsiasi residua passione, dopo essersi ritagliato un cantuccio nella divisione meno ambita, e non senza essere comunque periodicamente oggetto di attenzioni negative(perché il cane sciolto desta sempre preoccupazione), attese con ansia che la pensione gli ridesse la libertà. e poter così fare tutto ciò che l’abnegazione gli aveva negato per oltre 37 anni. la musica, la lettura, i libri, i viaggi, la fotografia ma soprattutto il tempo per la figlia. sempre trascurata sull’altare del dovere.

la partecipazione a quella grande bellezza che solo i bambini sanno esprimere. comunque stava cercando di recuperare. già dagli ultimi anni di lavoro, con le scarpe ormai appese idealmente al chiodo, si era dato anima e corpo al suo virgulto. e i frutti cominciavano a vedersi. il loro rapporto si era incanalato in un’armonia e una gioia per lui inusuali. 

si commosse fin quasi alle lacrime quando ripensò ai sacrifici e agli ideali andati a puttane. alla vita che è al rovescio, truccata e truffaldina. e all’aver colpevolmente trascurato se stesso, preso com’era a imparare  e studiare. tormenti, dubbi e insicurezze di stampo giovanile, così come l’amore inespresso, erano tornati alla luce, tutti insieme, dissolto il tappeto della scienza e delle illusioni perdute. e bisognava assecondarli nel modo giusto, acciocché non guastassero l’equilibrio. e non sempre ne era in grado: all’amore inespresso, ad esempio,  non sapeva più dare una collocazione. nel senso che ormai era fuori da sé, e non sapeva dov’era finito.

insomma si sentiva incompiuto come uomo. come medico non gli interessava più, nella misura in cui era consapevole di aver fatto sempre tutto secondo scienza e coscienza. di essersi costruito da solo senza aver dovuto leccare alcun culo. di essere stato capace di diventare capace.

il nostro commiato fu siglato da una forte e lunga stretta di mano, e da uno sguardo penetrante come se dovesse dirmi ancora tante cose. o desiderasse solo trattenermi per allentare la morsa della sua solitudine.

tornata in redazione per trascrivere i  miei appunti più volte, mentre digitavo,  mi venne in mente la sua figura: forte ma fragile, intelligente ma rigido, cocciuto e illuso. perdente, quindi. e aveva perso. 

✍️ambarabà ciccì coccò

✍️ sotto effetto anfetaminico

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ogni casa ha il suo odore, unico e particolare. una sorta di marchio contraddistintivo. quella della vecchia non faceva eccezione alla regola, impregnato com’era da uno sgradevole miscuglio  di chanel e sudore, impreziosito da inconfondibili tracce di piscio. l‘appartamentino, in un edificio signorile del centro storico, era piccolo ma di ottima fattura, quasi lussuoso per la ricercatezza delle rifiniture. tuttavia appariva maltrattato dal disordine, dalla sporcizia e da una greve penombra. per quante volte fui in quel luogo mai vidi finestra aperta. e mai mi trattenni più a lungo del necessario, oppressa da quell’ambiente insano quanto angosciante. ci tenne molto a ribadire più volte che vivendo con lo scarno assegno di divorzio (poco più di mille euro) non se la sarebbe potuta permettere ma che, per sua fortuna, una insperata donazione familiare le aveva evitato deprimenti camere d’affitto o l’addiaccio sotto i ponti.

la vecchia, nonostante si sforzasse di apparire genio irregolare e imprevedibile, estrosa ed eclettica, era in fondo un’abitudinaria come tanti comuni mortali. e in quanto a genio, anche meno, come facilmente e in breve appurai. usciva poco, solo in alcuni giorni, e sempre incollata nella automobilina nera sfasciata dalla sua imperizia, fosse anche per andare dal tabaccaio all’angolo. il lunedì e il mercoledì  comprava qualche stecca di sigarette, dolci e gelato. il sabato andava in chiesa, a salmodiare e cercare di sentirsi in pace con Dio. in quei momenti, chi l’avesse osservata senza conoscerla come avevo imparato a  conoscerla io, avrebbe di certo ammirato e invidiato la profonda spiritualità che trasudava dalla sua figura prostrata sui gradini dell’altare maggiore. senza mai, nemmeno lontanamente, pensare che non era che una rappresentazione teatrale e melodrammatica, anche ben riuscita, di una beghina di talento.

perlopiù, quindi, stava rintanata a casa, assopita dall’oppio televisivo quando non eccitata dalle anfetamine dei social. immenso palcoscenico ove, con l’astuzia della mistificazione,  poteva facilmente raccogliere consensi e applausi dai suoi seguaci. naturalmente maschi, attempati e sbavanti. la gratificazione dei salaci commenti alle sue immagini profondamente (e abilmente) restaurate, sia all’origine che alla riproduzione, esaltavano il suo umore e confermavano, senza se e senza ma, la sua incomparabile bellezza senza età. in quei momenti avrebbe spiccato balzi di gioia e, se non avesse temuto di perdere l’appannaggio mensile, le avrebbe spiattellate in faccia a quello scarabeo (usò proprio questo termine) del suo fu marito. inspiegabilmente mai soggiogato dalle sue virtù muliebri. dalla sua eccezionale unicità. quando toccava quest’argomento, il furore le attizzava il volto e ne deformava i lineamenti, e dalla sua boccuccia raggrinzita l’astio sturava maledizioni e improperi di ogni sorta. 

come ebbe a confidarmi, non senza ostentazione e compiacimento, gli incontri d’amore, così lei li definiva, avvenivano di solito la domenica, col favore delle tenebre. e, raccontando, sorrideva sorniona fissandomi con i suoi occhi penetranti quanto inquietanti, rimarcati com’erano da eye liner, mascara e kajal applicati senza parsimonia. eventuali imprevisti, comunque, non erano disdegnati. anzi, come si poteva facilmente intuire dall’enfasi con cui lo raccontava, dal particolare lucore dei suoi occhi maliziosi, la sorpresa dava all’incontro un fascino particolare, un certo non so che capace di rendere magico l’evento. volle precisare che, da quando s’era separata (otto anni prima), aveva raggranellato almeno cinquanta incontri e ne aveva tenuti a bada altrettanti. uomini non affidabili, pronti ad approfittare di una donna sola e matura. convinti che l’età non più verde potesse essere sinonimo d’esperienza e facile disponibilità. 

negli ultimi due incontri si concesse al naturale. più per sciatteria che per onestà. mi apparve, così, non più il mascherone caricaturale cui ero abituata, ma una decadente sessantenne sfatta e grassa che, con ogni mezzo, si aggrappava al giudizio maschile, alle avance anche virtuali, alla lascivia di ogni sorta pur di soddisfare il suo immenso bisogno di conferme. il suo mostruoso ego. la sua incomprensibile e singolare egolatria. 

l’ultima domanda la stizzì alquanto. dei figli che non vedeva più non volle parlarne. mi congedò, così, con una stretta di mano molle e umida. e nel raccomandarmi di non tradire l’anonimato mi chiese cinque euro per le sigarette.

in redazione stetti per ore a riflettere se pubblicare o meno la prima delle mie interviste di costume che l’editore mi aveva affidato. avevo seri dubbi che l’articolo potesse suscitare interesse. convinta che quella figura squallida e patetica era da tenere ben celata nell’indifferenza. nell’inesistenza. poi, pensai, dati i tempi chissà. forse sarebbe anche piaciuta e non poco. 

l'immagine è tratta dal film profondo rosso di dario argento
✍️ sotto effetto anfetaminico