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Teatro di Corte, Reggia di Caserta, febbraio 2019

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Fotografia & Arti visive

∞ O198

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Fotografia & Arti visive, Storie

✍️avanti e indietro (∞ O205)

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Discussero per ore e ore, andando avanti e indietro sul pontile accarezzato dalla brezza e dal sole, e ad un certo punto sembrava riuscissero a convenire. Quando però si accomiatarono, le loro opinioni riaffiorarono indenni.

Pontile di Bagnoli, marzo 2019

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       Appartamento e letto di Gioacchino Murat, Reggia di Caserta, febbraio 2019

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∞ O199

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Storie

✍️ amici miei

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Agganciato che ebbe il telefono, si compiacque per la particolare sagacia con le quale aveva rapidamente risolto: un vero colpo di genio.

Fiotti d’adrenalina gli fecero piacevolmente sussultare il cuore e stringere lo stomaco, effetti  della sensazione di onnipotenza divina che lo pervadeva ogni qual volta sentiva di aver ben orchestrato il tutto. Ormai il suo prestigio, la sua fama erano indiscussi e premio tangibile alla intelligenza scaltra e funambolica di cui era dotato.  In quattro minuti aveva sbrigato brillantemente le questue mattutine, senza colpo ferire, incamerando così altri crediti da riscuotere. Più avanti nella giornata ne avrebbe riscosso degli altri, alcuni anche senza muovere nemmeno un dito, semplicemente millantando o scippando il merito alla fortuna. Ovvero mettendo il cappello su quelle circostanze già orientate alla risoluzione spontanea.

Tilde si sentì sollevata quando chiuse la conversazione col suo vecchio amico, e al settimo cielo quando il giorno dopo il pargolo fu spostato dalla sezione C alla sezione A della scuola elementare Piccole Ancelle del Sacro Cuore, come da lei desiderato. Le suore, fino ad allora, non avevano voluto sentir ragioni, pure a fronte della salata retta. Poteva, dunque, riposare tranquilla sapendo  l’erede al riparo da eccessive quanto incomprensibili, per luogo e costi, incongruenze etniche. Ma ancor più per essersi liberata di quella maestra, esigente e intransigente, dispensatrice di esaurimenti nervosi infantili e materni.

Mario lo benedì mille e più volte. Era stremato e sofferente, abbandonato da ore su una barella del pronto soccorso in mezzo a cento altri derelitti, quando gli si accese la lampadina. La telefonata si era conclusa da pochissimi minuti quando lo svagato dottore, fino ad allora sfinge impenetrabile, gli si fiondò al capezzale sorridente e con fare mellifluo, con profluvio di parole, gli comunicò l’ immantinente trasferimento in osservazione, in un letto. Rassicurandolo che avrebbe personalmente seguito quel caso complesso e severo, sino a quando la sua vita non sarebbe stata salvata dalle sue mani. Il sorriso a 32 denti del dottore e la sua scorta sino a destinazione, manifestamente attestavano un tentativo di furto, ovvero una duplicazione. Che, ad ogni buon conto, non guastando affatto, andavano assecondati. 

L’ultimo tassello prima della sospirata laurea si era rivelato un’ostacolo insormontabile: l’intransigenza dell’esaminatore lo aveva gettato nel panico, prostrato sino a proiettarlo in una franca depressione. Il babbo di Alfonso, di fronte a cotanto scempio, si rese conto che per quell’interlocutore doveva ricorrere a ben altro che alle aderenze spicciole e alle mance messe in campo per tutti gli esami precedenti. Era necessario un intervento straordinario, nella speranza che quell’uomo non fosse una stupida mosca bianca. La lode che coronò il superamento dell’esame manifestamente attestò che la mosca era ancor più nera delle altre.

I membri della commissione , riunitasi alla fine delle prove, s’intrattennero sino a notte inoltrata per valutare e manipolare gli elaborati del concorso. Giusto per fare le cose per bene, per la soddisfazione di aver prodotto dei falsi d’autore. Poiché certi che nessuno degli esclusi avrebbe mai osato fare ricorso, ben consapevoli che quello non era il giro di giostra a loro destinato. Ovvero che avrebbero dovuto attendere il loro turno, al momento opportuno. Il presidente, a seduta conclusa, si congratulò con gli altri commissari per la proficua collaborazione di cui sarebbe rimasta memoria a buon rendere. Poi, una volta a rapporto, comunicò lo scontato esito raggiunto, non senza enfatizzare la sua fondamentale opera mediatrice. 

Il volto sornione del suo Maestro faceva capolino tra i riflessi del vetro colpito da una fetta di sole corpuscolata. Soffermandosi su quell’immagine sacra, degnamente fregiata a troneggiare sulla sua scrivania disadorna , non riusciva a capacitarsi come, da ragazzo, lo avesse potuto tanto disprezzare. Come avesse potuto considerarlo un losco mercante di favori e compiacenze, di anime e traffici; uno schifoso ragno sempre indaffarato a secernere dal centro della sua (sempre più immensa) tela. Non ricordava esattamente quando, invece, all’uomo privo di scrupoli e con le mani perennemente in pasta subentrò il padre, l’imprescindibile modello da cui attingere con ingordigia le virtù di cui era capace. Quando, cioè, ebbe piena consapevolezza della sua immensa, incomparabile arte di vivere.

Sebbene avesse tanto desiderato poter circoscrivere con esattezza l’epoca del suo risveglio, ormai quel che importava era raggiungere la perfezione, eguagliare se non superare l’archetipo. Non fosse altro per esserne degno.

Si alzò, lasciando che il telefono si sfiancasse da solo, e si diresse tronfio e ieratico tra le maestranze, a sollecitare adulazione e piccole elemosine estemporanee. Bazzecole, ma pur sempre fieno in cascina.

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Monastero di S. Antonio in Polesine, Ferrara marzo 2019

Fotografia & Arti visive

∞ O203

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