✍ Squarci nel cielo

Un vento impetuoso spazzava via ogni cosa, senza alcuna pietà e rispetto. Cartacce, foglie, barattoli e cappelli sospinti in ogni dove, animavano una danza surreale.

 

Alberto avanzava a stento rasente gli edifici, poggiandosi a essi, e imbrattato di calcinacci che vecchi cornicioni sbriciolavano sferzati dalle folate.

 

L’immenso prato verdeggiava al sole. E le montagne sullo sfondo, ricoperte di neve, completavano un paesaggio bellissimo, da cartolina. Lì in mezzo, proprio nel bel mezzo, una donna ballava. Mi appoggiai alla staccionata per osservarla meglio. Non riuscivo a distinguerne il volto ma la sua figura mi era familiare. Il silenzio assoluto rendeva quella danza alquanto surreale.

 

Nella piazzetta c’era un piccolo capannello. Di cui sentivo il vociare. Lasciai la staccionata e mi avvicinai al gruppo intento nella conversazione. Sorrisi, contento, perché erano tutte persone a me care, e alle quali ero caro. Ma non era così, sbagliavo. La ragazza bruna, piccola e dagli occhi neri, che avevo visto nascere, si staccò dal gruppo e, fatti pochi passi, con l’indice puntato mi ammonì a non avvicinarmi oltre. La mia presenza non era per niente gradita, a tutti, e più di tutti a lei. Che sottolineò il suo disprezzo esplodendo offese ed ingiurie. Poi, dopo avermi sputato addosso rientrò nel capannello intento a cianciare. Ritornai sui miei passi piuttosto avvilito. Mi sembrava tutto così irreale. Impossibile. Raggiunsi nuovamente la recinzione, lo steccato. Il prato frusciava silenzioso, due gheppi innamorati volavano alti e della donna non v’era più traccia.

 

Il vento s’era calmato. Alberto ora procedeva spedito, senza esitazioni. Sembrava contento, se non allegro. Al semaforo si fermò in attesa del verde e ne approfittò per pulirsi la giacca.

 

Il sole stava tramontando e l’aria era diventata frizzante. Decisi che era ora di tornare indietro. Diedi uno sguardo alla piazzetta. Il capannello era svanito. Sostituito da solo due donne. Che mi guardavano torve. Entrambe erano piccole, ma una era quasi nana. La meno bassa aveva le mani appoggiate ai fianchi e rideva. Ma di un riso sprezzante, non certo di allegria. I suoi lunghi capelli erano raccolti in una crocchia appariscente e il vestito era talmente fasciato da mostrare anche gli inestetismi del grasso in eccesso. La nana era la bruna che mi aveva fatto dono della sua ptialina. I suoi capelli erano molti corti, neri come la pece, e portava dei jeans attillati dai quali straripava un deretano enorme che si appoggiava ai talloni. Per dimostrare la loro alleanza, la loro complicità sororale, si presero per mano, girarono le spalle e si allontanarono ridendo con grande enfasi.

Rimasi un attimo impalato, giusto il tempo di riconoscere Rosa che faceva capolino da un vicoletto. Mi osservava con occhi curiosi. Forse per capire se l’oltraggio aveva colpito nel segno. Poi sparì nel buio della vinella.

 

Sulle strisce pedonali i due s’incrociarono. Una Abbey Road riveduta e corretta. Alberto evitò con sprezzo lo sguardo dell’uomo che, invece, sembrava contento di vederlo e ansioso di parlargli. Così mentre il primo tirò dritto, senza indugi e senza voltarsi, il secondo rimase sulle strisce rischiando di essere investito. Mogio ritornò sul suo percorso con la croce, che s’era scelta, sulle spalle.

Arrivai a notte fonda. Stanchissimo. Quando riaprii gli occhi, dopo un sonno profondissimo e ristoratore, trovai il cielo aperto dal vento che mi attendeva con amore.

 

 

✭ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale

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