Storie

✍ Chiedere la luna

Con la bombetta e la cravatta rossa. Così mi sono abbigliato. E vado per la mia strada. Dritto, senza fermarmi né guardare ai lati.

La strada per ora è deserta. Il semaforo lampeggia. Una sirena strilla lontana.

Sento dolore ai piedi. Mi fermo. Le scarpe sono strane. Grosse, enormi ma strette. Non riesco a toglierle. Mi siedo sul marciapiede e tento in tutti i modi di liberarmi da quelle morse.

Un gatto randagio si avvicina e mi si struscia ronfando. Lo accarezzo e apprezzo il suo affetto. Comincia a piovere. Finalmente riesco a togliere quei maledetti scarponi. In mano sembrano ancora più grossi e tozzi. Li scaravento lontano. Metto il gatto nella tasca del cappotto e riprendo il cammino, anche se scalzo.

La pioggia cade fitta e lemme. Sto per entrare in una grande piazza quando sento gracchiare il mio nome. Il sangue mi si gela nelle vene. Conosco quella voce, quelle voci. Affretto il passo. Non mi giro. Ma loro non mollano, mi stanno alle calcagna. Il gattino miagola reclamando la mia attenzione. È bello, e dolce. I suoi occhi emanano una luce particolare. Gli accarezzo il capo e gli dico di nascondersi nel fondo della tasca.

Fa un caldo bestia. Gemma lascia l’ombrellone e si tuffa in mare. In breve è al largo, verso la boa. Una nave, all’orizzonte, sembra renderle omaggio con la sua inconfondibile sirena. Sulla rotonda in pietra un binocolo scruta le acque. Punta la donna.

Burt Lancaster mi osserva dal manifesto. È un film di Aldrich. Penso che andrò a vederlo, prima o poi. Intanto non piove più. E fa caldo. C’è afa, non si respira. Sono indeciso se togliermi il cappotto e la bombetta.

Nell’autobus ci sono solo io. L’autista pigia l’acceleratore. Ha fretta di terminare il turno e tornare a casa. In men che non si dica sono arrivato. La bombetta, il cappotto e la cravatta rossa li ho lasciati nel pullman. Il gatto no.

Il barista è un uomo rozzo e volgare. Chiedo una birra, lui senza fiatare mi da un chinotto. Protesto, ma lui comincia a urlare, a inveire. Lascio la bevanda sul bancone e mi avvio verso la spiaggia. È deserta. C’è un solo ombrellone, a strisce verdi e bianche, che mi è familiare.

L’acquascooter si è avvicinato silenziosamente alle spalle di Gemma. I suoi minuti sono contati. Una fiocina è puntata su di lei e l’arpione presto la trafiggerà.

Sotto l’ombrellone percepisco il suo odore, il suo spirito. Mi svesto e metto il gatto nel borsone della donna. So che non le dispiacerà. Mi arrivano, sgradevoli quanto improvvise, le urla del barista che reclama i suoi soldi. È cianotico e infurentito. Si avvicina con aria minacciosa. Non ho alcuna intenzione di pagare per qualcosa che non ho preso né chiesto. Perciò son pronto a dar battaglia. La mia fermezza gli fa calmare i bollenti spiriti e, smadonnando, se ne ritorna con le pive nel sacco.

L’acquascooter rientra alla base. I volti di chi ne scende sono sorridenti, esprimono soddisfazione. Ancheggiando disgustosamente raggiungono il bar dove, il loro sodale, il rozzo barista, le accoglie con aria interrogativa, complice.

È notte fonda. Sono seduto sulla bàttima col gattino acciambellato tra le gambe. La luna splende come una gemma.

✸ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale

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