✍ Posso dormire

È una giornata bellissima. Il sole splende, ha campo libero. I piccoli cirri sparsi qua e la non gli arrecano alcun fastidio.

Seduto sulla spiaggia, ascolto il silenzio nel vento e scruto, ipnotizzato, il mare, l’orizzonte. Sono assolutamente solo. Ormai vivo talmente isolato che gli altri, forzosi contatti per obbligo, mi sembrano una specie a parte. E, non lo nego, mi arrecano fastidio. Estranei in tutti i sensi. Di sangue, di pensiero, di costume. Per loro sarò sicuramente un alieno fuori di testa. Da evitare. Da compatire. Non me ne può fregare di meno.

Lo stridere di un gheppio e il gorgheggio di un usignolo non disturbano il dolce suono del silenzio.

Mia madre cuce, ingobbita, sul promontorio. La seggiola su cui è seduta ha il sedile di paglia sfilacciato. E qualche filo penzola al vento. Gli occhiali, come sempre, sono scesi sulla punta del naso e canticchia un vecchio motivetto. Il suo volto è sereno, concentrato sul lavoro. Non ha mai saputo fare altro, lavorare.  Lavoro e sacrificio. Senza posa e senza lamenti. Una vita spesa per la famiglia, i figli. Rinunce senza rinfacci e senza rimpianti. Senza esitazioni o dubbi. Senza se o ma.

A ovest, sull’altro promontorio, mio padre, a torso nudo e con la sigaretta incollata tra le labbra, la osserva, la fissa. Riesco a intravedere un sorriso sul suo volto.  Nessuno di loro sembra essersi accorto della mia presenza. Né faccio qualcosa per attirare la loro attenzione. Non voglio interferire. Tutto deve rimanere com’è.

Sento un impercettibile fruscio alle mie spalle.  Penso non sia nulla d’importante. Sabbia smossa dalla brezza o qualche granchietto che sgambetta felice. E faccio male. Mi ritrovo attaccato e invischiato da una frotta di serpenti velenosi. Crotali, coralli, mamba, cobra, bungari e mocassini, viscidi, freddi e spietati infieriscono indisturbati. Sento i loro aguzzi  denti penetrare più volte le mie carni e i fiotti di veleno che si mescolano col mio sangue. Mia madre scatta come un centometrista. La seggiola finisce in mare, così come il suo cucito. Non l’avevo mai vista correre così. Mio padre è già da presso. Non so come ci sia riuscito. Comunque s’impegna in un combattimento con quei luridi assassini. Tenta il tutto per tutto.

Pigio il campanello. In casa non c’è nessuno. Infilo le chiavi nella toppa e ritrovo, contento, le mie cose, il mio spirito.  Sono molto stanco. Mi accascio sulla lisa poltrona di velluto. Il gatto si accuccia sul mio grembo e ronfa. Lo accarezzo. E ciò mi distende, mi rilassa. Vorrei addormentarmi. Sento un rumore di chiavi. Sono tornate, sane e salve. Ora posso dormire.

Gliel’hanno fatta. Ancora una volta non si sono tirati indietro. Rischiando per salvarmi la pelle. Gli ofidi sono scappati. Qualcuno c’è rimasto secco. Sono tramortito, intravedo i loro volti,  sento i loro fiati. Mi sono vicini. Non ho forze, mi sento male. Mi sento morire. La barca è pronta a salpare. L’uomo ai remi ha preso dei soldi. Mio padre s’è raccomandato e ha insistito per pagarlo. Non riesco a stare in piedi. Le braccia forti e decise  dei vecchi mi sorreggono e mi sospingono, fino a scaraventarmi nell’imbarcazione. Il viaggio deve continuare. L’uomo rema senza fiatare. Il rumore dell’acqua smossa è piacevole. Il calore mi ritempra. Mi sollevo sulle braccia. Spero di vederli ancora. Sono fortunato. Sono ancora lì, sulla spiaggia, mi salutano sbracciandosi. Rassicurato e sfinito mi rannicchio sul fondo della vecchia barca. Ora posso dormire.

✮ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale

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