Storie

✍ 10 settimane

thL’abate sonnecchia mentre il Boeing vola a diecimila metri. Il convegno panamericano ne ha sanciti definitivamente ruolo e poteri. Roma deve solo ratificare, una mera formalità. Il collegio cardinalizio è tutto dalla sua parte. E lui è in loro pugno. Come dev’essere. Quel che conta è raggiungere e mantenere il potere, il prestigio, il denaro. E sesso ad libitum. La fede, il misticismo, il sacrificio, la moralità, la povertà, l’astinenza le lasciava tranquillamente ai pretucoli idealisti e sinistrorsi delle periferie degradate e a quelli affaccendati nel misericordioso aiuto dei derelitti del terzo mondo.

Le idee sono ben chiare sin dal noviziato. Tre mesi di noia, di abbrutimento in uno sperduto monastero sull’appennino gli chiariscono subito la mente. Poi, con tatto, diplomazia, servilismo e oculate scelte di campo, il gran salto nel Vaticano. A salire tutte le scale possibili ma senza arrivare in cima. Troppe responsabilità, troppe limitazioni, troppa poca libertà.

L’hostess lo risveglia dal torpore annunciandogli l’imminente arrivo. L’abate annuisce non senza aver lanciato gli occhi nel dècolleté, generoso, dell’avvenente assistente di volo. Ha fretta altrimenti avrebbe tentato sicuramente un approccio. Poi sbircia dall’oblò. Roma appare in tutto il suo splendore.

Nel più remoto eremo dell’ordine, su un alto colle basilisco, il monastero è travolto da una tempesta d’acqua e vento. Il cielo è più nero del carbone e la pioggia scende giù a valanga, sferzata da folate violentissime. Il cuore di suor Ermelinda è più cupo del cielo. Da ore è inginocchiata a pregare il Santissimo. E le lacrime non cessano di bagnarle il volto. Non mangia da giorni ed evita accuratamente le consorelle. Chiusa nella sua cella, nella clausura del convento. La madre superiora è preoccupata. Sfoglia distrattamente le carte sulla sua scrivania. Si alza e rimane in piedi, davanti all’antico bovindo, ipnotizzata dalla pioggia incessante. Suor Ermelinda si comporta in modo strano, sospetto. Ormai da quattro mesi non mette piede fuori dalla sua stanza, mangia pochissimo e non nel refettorio. Ed evita accuratamente qualsiasi contatto umano, persino con lei. Improvvisamente spalanca gli occhi e porta la mano sulla bocca aperta. Tutto è cominciato dopo dieci settimane dal soggiorno dell’abate.

Sotto la doccia l’abate si ritempra dal lungo viaggio e dalla tensione degli incontri, delle trattative. È sereno, euforico. La nomina a Patriarca è cosa fatta. Ancora pochi mesi e tante pietruzze nelle scarpe saranno tolte definitivamente, spazzate via. Sorseggia un poderoso margarita indeciso su cosa fare. Trastullarsi con qualche DVD porno o convocare l’affezionata e devota portinaia alla quale impartire la solita periodica penitenza. Il trillo del telefono, imperioso, interrompe i suoi pensieri e un lampo di malinconia lo attraversa squassandolo. Alza la cornetta con molto timore. L’abbassa pochi secondi dopo in preda ad angoscia, paura se non terrore. Deve sistemare ogni cosa.

La superiora irrompe nella cella in piena notte. Afferra la giovane suora e le fa sputare il rospo. La giovane piange, è pentita, vuole confessare al priore, abbandonare il convento, spogliarsi e tornare al secolo. La superiora tenta la strada della persuasione, con dolcezza. E le racconta di come spirito e materia siano inscindibili. E che lei stessa, fino a pochi anni prima, quando il corpo era sodo e appetitoso e voglioso, aveva ceduto e più volte al richiamo della carne. Nella gioia del Signore. Suor Ermelinda ascolta, in lacrime, ma non recede di un passo. La badessa è costretta , allora, alle maniere forti. Quella notte stessa il frutto che cresce nel ventre di quella novizia deve essere estirpato e occultato per sempre.

L’abate è sconvolto. La sua auto sfreccia nella notte a folle velocità. Deve rimettere, e presto, le carte a posto. Se la notizia trapela dal patriarcato si troverà a fare il missionario nel fango e nella miseria di qualche buco del culo africano.

Quattro braccia arcigne e forti tengono ben serrate quelle della monachella peccatrice. Altre quattro le sue gambe divaricate. China sul suo pube la superiora armeggia con vecchi ferri da inquisizione. Nell’isolata, fredda e tetra foresteria le urla della meschina non raggiungono nessun orecchio, né dentro né fuori. Alle quattro e dieci del mattino tutto è finito. Ermelinda giace immobile, catatonica sul tavolaccio della foresteria, guardata a vista. Il suo feto in fondo al pozzo, in buona compagnia. Con altri suoi consimili.

Sono le quattro e tre quarti quando l’auto dell’abate frena rumorosamente sulla ghiaia dell’abbazia. La madre superiora è emozionata. La sua passione per quell’uomo è rimasta inalterata nel tempo. Una vampa arrossa il volto della donna quando l’uomo appare sulla soglia del suo ufficio. Chiusa la porta, la donna si getta tra le sue braccia e lo rassicura. L’abate accarezza d’istinto il capo pezzato di quella che fu una calda amante. Non è tranquillo per niente. Il frutto è stato cancellato. Ma la pianta è viva e vegeta e deve essere istruita o estirpata. Quella notte stessa. La badessa e l’abate raggiungono la malcapitata nella sua cella. I suoi occhi sono lucidi, la sua mente delira sommersa dai rimorsi . Guarda quei due, ascolta le loro voci suadenti, avverte il pericolo, mortale, ma non riesce a parlare. Il suo silenzio firma la sua condanna.

Senza forze, sanguinante e pronta alla punizione per il suo peccato, la novizia si lascia facilmente condurre al patibolo. Dai due carnefici. La vecchia e grossa botte nello scantinato delle provviste non contiene vino. Solo davanti alla morte Ermelinda ritrova la voce e implora pietà. Promette silenzio, omertà. La badessa tentenna e tenta l’ultima mediazione, senza alcun esito. In pochi istanti il corpo e l’anima di suor Ermelinda si sciolgono come neve al sole. Non è però finita. Tocca alle testimoni, alle complici. La botte le inghiottisce con voracità.

Il sole sorge annunciato dal canto del gallo. L’abbazia riprende ad animarsi, ignara dei misfatti che l’hanno devastata nella notte. Caffè bollente e croissant rallegrano gli stomaci dei due assassini. L’abate sa che la badessa non lo tradirà mai, marcia com’è di passione e lussuria. Ma non può rischiare di lasciarla al suo destino. Una mina vagante capace di esplodere in qualsiasi momento. Né vuole spargere altro sangue. La porterà con sé. Ne farà la sua assistente, segretaria, amante, puttana , perpetua, sorella, serva.

✭ ogni riferimento a persone o fatti, o cose o animali è puramente casuale

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