Storie

✍ Sospinti dal vento

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Mai vico Figurari è stato così pulito, lindo. Il vento, impetuoso e gelido, da giorni scorrazza a suo piacimento nel vecchio e angusto budello un tempo opificio di oggetti sacri.

Precedute dalla pioggia, dall’acqua che ha iniziato l’opera, le folate incessanti e impetuose hanno portato a termine una bonifica eccezionale. Anche se temporanea. Cessato il vento, infatti, il lerciume si riapproprierà repentinamente, e con solerzia, del suo territorio. Nessun netturbino ha mai osato varcarne i confini, ossequioso della sua importanza vitale, della sua forza propulsiva e vivificante. Consapevolezza, geneticamente trasmessa di generazione in generazione, che ha sollecitato l’etnia autoctona a produrne in quantità sempre maggiori, per non restarne mai senza, per usufruire sempre, e a pieno, di quella linfa, salubre quanto e più di un prato fiorito, di un giardino ubertoso, dell’aria fine di montagna.

Le avverse condizioni climatiche sono state capaci di far calare anche il silenzio. Sempre transitoriamente, s’intende. Il vortice che avvolge il vicolo, infatti, è talmente forte che ne sconsiglia il transito, e gli ululati e le grida angosciate delle fessure e delle intercapedini violate, dei risucchi, intimoriscono anche i più audaci. Rintanati nei loro bassi, con i nasi schiacciati sui vetri e l’umore nero, gli indigeni soffrono indicibilmente. Concepiti per stare per strada e nel fracasso e nel caos, reggono malvolentieri questa, pur transitoria, inibizione alla loro innata inclinazione. Fremono e scalpitano nelle loro tane, pronti a sgusciar fuori e riportare il vicolo alla sua dimensione. Con il fracasso, il vociare, le urla dei televisori, le litanie degli ambulanti, il clangore dei clacson, i rombi dei motori, le scorribande degli scugnizzi, i litigi pubblici.

Nel suo bugigattolo, col capo chino e gli occhialini sulla punta del naso, il ciabattino pesta con accanimento un chiodino in una suola, mentre coi denti ne tiene altri pronti all’uso. L’ambiente esiguo e la chiusura delle due piccole imposte hanno reso il piccolo basso una sorta di camera a gas, zeppo com’è di esalazioni di collante. L’uomo, però, vi è abituato. Fa questo mestiere da quando aveva i calzoni corti. Ed è molto suscettibile, permaloso. Soprattutto con chi è sgarbato, pretenzioso. Con chi non è mai contento del lavoro fatto e, soprattutto, con chi lo considera un solachianiello. Cioè con chi  sminuisce, in modo superficiale o, peggio, denigratorio, la sua maestria. Gennaro Rippa è uno scarparo finito, un artigiano in grado sì di riparare le scarpe ma, soprattutto, di poterle fare, d inventare forme nuove o particolari, di creare. Insomma un’artista. E non certo un modesto sagomatore di suole qual’è il solachianiello, al massimo capace di riappiccicare un tacco .

Quattro bassi più avanti, in prossimità di via del Grande Archivio, la consorte del calzolaio si dimena instancabile sotto le lenzuola con il ragioniere del secondo piano del palazzo al civico 8. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Ed il ragioniere non è il solo ad essersi immerso sotto le coltri dell’accogliente letto a due piazze che troneggia al centro del soppalco, al riparo da occhi indiscreti. È una donnina piccola, piacente. Dallo sguardo malizioso ed indolente assai. Il basso d’o scarparo, infatti, è noto in tutto il vicolo per essere il più trascurato, il più sporco, al pari della sua dimora. Carmelina Capece se ne frega. Della casa, della pulizia, del marito che non ha mai amato e di quel che dice la gente. Sa solo che prima o poi, trovato l’uomo giusto, ricco e invaghito, scapperà da quella fogna. Vuole emergere, scrollarsi dalla povertà, dai bassi e dalla puzza di colla. Sono anni che soffre in silenzio e trotta nel suo letto alla ricerca del futuro. Trascurando casa , figli e marito. Certe volte in preda alla disperazione si chiude nel bagno e piange giornate intere. Consapevole, forse, che il suo sogno non si realizzerà mai. E che la sua fama, in espansione nel rione e in quelli limitrofi, non la porterà da nessuna parte. Nessuno mai la porterà da nessuna parte.

Gennaro ha finito. L’orologio segna le otto e il buio ha scacciato la luce e ammansito il vento. Indossa il vecchio e liso giaccone, chiude bottega e, lentamente, torna a casa. Sperando, almeno per quella sera, in un pasto caldo.

Non crede ai suoi occhi quando varca la soglia del suo basso. La moglie, sorridente, lo aspetta seduta a tavola. Il pavimento, le finestre, tutto è stato lavato e lucidato. C’è persino un buon odore, di pulizia. Una insalatiera fuma e lascia pensare che nasconda qualcosa di succulento. L’uomo rimane sulla soglia a lungo, incerto e perplesso. Carmela, elegante e truccata con sobrietà, è più deliziosa del solito. Sembra un’altra. Il suo sguardo è strano, intenso e malizioso. Dal vicolo risuonano i primi rumori tornati in libertà. Gennaro si siede e, senza dire una parola, comincia a mangiare. La pasta e fagioli è squisita. Non ne mangiava così da secoli.

E’ imbarazzato, non sa da dove cominciare. Vorrebbe parlare, dire qualcosa. Chiedere. Ma il silenzio di Carmelina lo inibisce. Il suo sguardo fermo, fisso lo intimorisce. Sbocconcella un pò di pane. Il vino è già versato nel bicchiere. Un rosso di Gragnano, leggero e frizzante. La donna, con un gesto, lo invita a bere. Nel mentre si alza in piedi e, in un secondo, si disfa del vestito rimanendo nuda. I suoi occhi scintillano di lussuria. I suoi capezzoli sono ritti come punte di lancia. Il cespuglio pubico è rigogliosissimo e nero come il carbone. Gennaro tracanna in fretta il vino e si alza in preda all’eccitazione. Sono molti mesi che non tocca la moglie, che non hanno rapporti.

Un gallo, chissà dove, canta a squarciagola. Il calzolaio si ridesta, solo, nel grande letto a due piazze abituato a ben altro. Il vento soffia di nuovo violento riempendo il basso di cigolii e spifferi.

Il martello pesta senza posa. I chiodi passano in fretta dalla bocca nelle suola. La scarpa, di buona fattura, sarà presto in condizioni di riprendere il suo cammino. Carmelina è sparita da un anno. Non s’è mai saputo nulla di lei, svanita nel nulla. I ragazzi, per fortuna, sono cresciuti anche senza di lei. Gennaro si ferma un momento e ripensa a quella notte. A quel meraviglioso regalo d’addio. I suoi occhi diventano lucidi e un groppo gli attanaglia la gola. Poi ritorna in se e si immerge nel lavoro. Sono quasi le otto, manca qualche minuto. Un forte vento s’è alzato dal pomeriggio. Ed è anche freddo nonostante sia primavera inoltrata. La porta si spalanca all’improvviso, sospinta dal vento. L’uomo continua il suo lavoro, vuole chiudere con quel tacco a spillo. La luce ondeggia alla mercé dalle folate. Un colpo di tosse lo riporta alla realtà. Il martello e i chiodi cadono sulle mattonelle sbrecciate e ingrommate di colla. Carmelina è lì davanti, più graziosa che mai. E piange, d’un pianto irrefrenabile. Gennaro rimane impalato qualche minuto. Poi prende il suo vecchio e liso giaccone, lo indossa e si avvia in strada. Il vento soffia e sbuffa. Dopo essersi alzato il bavero fa cenno alla moglie di chiudere bottega. Poi, mano nella mano, ritornano a casa sospinti dal vento.

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale
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