Storie

✍ Il profumo del passato

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 Si conoscevano sin dal liceo, ma fu solo in una piazza, tanto tempo dopo, per pura fatalità, che s’incontrarono veramente. Cinque anni, fianco a fianco, non erano serviti a nulla, se non a scambiare distratti saluti rituali, e qualche suggerimento.

Lui, smilzo e piccoletto, aveva sempre i capelli arruffati, il volto squadrato ricoperto di brufoli in eruzione e un caratteristico odore di spigo. I suoi occhi, tagliati quasi a mandorla, erano neri, limpidi e profondi. A volte incutevano soggezione.
Taciturno e introverso, con la testa incassata nelle spalle, con quel suo sguardo trasognato, sembrava assorto, lontano chissà dove. Eppure il suo rendimento non fu mai scarso, anzi.


Lei era davvero bella, indiscutibilmente. Di una bellezza fine, eterea. I lunghi capelli color delle castagne mature incorniciavano un ovale quasi perfetto, completato da labbra carnose, rosse e occhi grigi, dolci e arguti. Il personale, poi, era di tutto rispetto, considerando anche l’età. Non c’era una sola testa maschile che non girasse al suo passaggio. Pari alla sue bellezza era la sua intelligenza, così vivace e curiosa, che la sospinse nell’empireo degli migliori della scuola. E senza invidie o antipatie. Tutti ne ammiravano la superiorità. 

Dopo l’università e numerosi corsi di perfezionamento, lei trovò lavoro in una grande azienda farmaceutica. Al nord. E, in breve, scalò i vertici. In modo pulito, senza aver mai soggiaciuto a proposte o ricatti. Sebbene in molti fossero convinti del contrario. Si sposò ed ebbe una figlio. Nonostante gli impegni pressanti, gli orari impossibili cercò di essere presente, di dare una senso a quella convivenza. Sino a che, come spesso accade, e senza reali manchevolezze, il connubio crollò sotto il peso dell’evanescenza dell’amore. Subito dopo crollò anche l’impiego, fra lo stupore generale dei colleghi che l’avevano sempre vista come una spietata arrivista in carriera, pronta a calpestare e tagliare teste. Lasciò di punto in bianco quel lavoro che aveva fatto solo per necessità, non avendone mai condiviso l’etica e gli obiettivi e, dopo un periodo sabbatico in cui viaggiò molto in lungo e i largo, si stabilì in campagna. Seguendo ciò che il suo cuore le dettava. Passava le giornate a leggere, dipingere e ascoltare musica. E, tra un dipinto e un ouverture di Britten, trovò il tempo di allevare api e produrre miele. Il migliore della penisola.

Il piccoletto si spostò poco, solo per qualche master e per curiosità turistiche. Figlio d’arte, non ebbe problemi ad inserirsi, e poi subentrare, nello studio di suo padre, avvocato di grido. Non facendolo quasi mai rimpiangere. Sposò, dopo tante titubanze, la sua segretaria. Non che non le volesse bene, ma non aveva mai sentito quel quid, quel trasporto che avrebbe voluto, invece, sentire in modo possente, coinvolgente. L’unione portò una figlia che, per un disgraziato incidente, morì senza aver raggiunto nemmeno i sette anni. Anch’egli fu molto prodigo per la famiglia finché resse. Poi, la morte della bambina e l’evanescenza del bene, già fievole di per se, schiacciarono facilmente quell’unione tiepida e incolore. Solo e stufo di leggi di carta, cavilli, pastoie e norme di plastilina, chiuse lo studio e visse praticamente di rendita. Coltivando lo spirito che aveva trascurato per anni.

La piazza era gremita di gente di ogni colore ed età, ed il sole opprimeva sospinto da un’estate torrida, infuocata. Ai piedi dell’obelisco, assiepati sotto ombrelli variopinti, gli sfortunati che non avevano trovato riparo nei bar, nelle osterie e nei portoni, tentavano o s’illudevano di farla franca. Anche l’attempata e arzilla signora dal vaporoso cappello di paglia e dallo sgargiante ventaglio spagnolo. E quell’anziano sdutto dai pochi capelli, col cranio lucido di sudore, ritto e fermo in piedi come una mazza da scopa. Pur con movimenti calibrati, lenti i due tentarono con molta delicatezza di allontanarsi, anche di poco, dalla calca per ritagliarsi un po’ di spazio attorno. Nella mera illusione che ciò riducesse la sensazione di oppressione che li aveva attanagliati sin da quando avevano messo piede in quella piazza infernale. E fu così, in questi andirivieni, che l’odore di spigo aprì lo scrigno della memoria della signora dal cappello di paglia. Seguì d’istinto la traccia, fiutandola come un segugio, finché non si trovò di fronte un ometto con gli occhialini tondi che, asfittico, asciugava la sua testa con un fazzoletto di lino. Allo sguardo di lei, dolce e sorridente, rispose quello profondo e a mandorla di lui. Prima sorpreso, poi gioioso. Buono e profondo, come allora.

Parlarono per ore, seduti sul marciapiede ormai preda dell’ombra. Finché non giunse il crepuscolo, la sera. E il momento di separarsi di nuovo.

Il treno sfrecciava velocissimo, bucando l’aria e le campagne. Ubertose e profumate. La mano in tasca stringeva quei rametti che non aveva mai smesso di portare con se’. Era stata la madre a ficcarglieli nei pantaloni, prima che andasse a scuola, il primo giorno. Quasi a bassa voce gli raccomandò di non esserne mai sprovvisto, gli avrebbero portato fortuna, soprattutto con le ragazze, che non avrebbero resistito a quell’aroma delicato e intrigante.

Quando si posò delicatamente sui quei rametti odorosi e seducenti, finalmente fuori dal loro nascondiglio, ad offrirsi come avevano sempre voluto, l’ape rimase inebriata, in estasi. E il pentimento per essersi persi , per non aver ascoltato la natura, durò solo un istante.

✡ orapfcoaèpc

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9 thoughts on “✍ Il profumo del passato

  1. Bellissimo…anche io voglio andare a vivere in una piccolissima casetta vicino alla spiaggia a coltivare i miei hobby e nulla più!
    Ah sarebbe una meraviglia
    Ci pensi?
    Senza tv…rumori….ahhhh

    • Solo un attimo. Se avessero osato prima, assecondando ciò che sentivano, la produzione del miele , forse,sarebbe salita alle stelle. Comunque talvolta meglio tardi, senza pensare troppo ai se e ai ma. E il miele, poco, ma unico.

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