Storie

✍ cinque cravatte e un cappello

untitledHenry John Berk jr. tornava a casa, frastornato e stanco. Toccato dalla felicità, che per avarizia o per destino sparì poi dalla circolazione, per riaffacciarsi solo un altro paio di volte, molto tempo dopo. Quando Henry John era ormai convinto di averne dissipato la dotazione.

 

Nonostante il freddo pungente avanzava inebetito col cappotto aperto e col colletto della camicia spalancato, liberato dalla cravatta che per troppo tempo gli aveva serrato il collo. Non amava quella striscia di stoffa ma gli avevano detto che, per l’occasione, per le grandi occasioni, bisognava metterla. L’avrebbe indossata, nei tanti anni a venire, solo altre 5 volte, ma questo ancora non poteva saperlo. Così come non poteva sapere che la quinta, ed ultima, cravatta sarebbe stata il suo capestro. Tra la folla muta e ignara.

 

La gente, il traffico, i rumori, le luci di Natale erano scomparsi, dissolti in una sorta di nebbia dai colori indistinti, sfumati che lui fendeva in trance, con i piedi che annaspavano nel vuoto. L’adrenalina, che nelle ore precedenti, coi suoi fiotti, aveva deterso per bene la memoria, lo aveva già abbandonato, gettandolo tra le braccia della stanchezza, preludio al meritato e temporaneo riposo. Nei pressi di casa, svuotando le tasche, comprò una bottiglia di spumante dozzinale, il cui tappo esplose poco più tardi davanti agli occhi sbigottiti e ignari del padre, Henry John sr. E con quel botto iniziarono e si conclusero l’euforia e i festeggiamenti per aver aggiunto al signore il titolo di dottore. Non poteva capire, mentre buttava giù sorsi di acqua edulcorata effervescente, quanto fosse importante solo il primo. Non era quello il momento per fare riflessioni.

 

In fondo alla sala, al momento della proclamazione, era rimasto immobile, impassibile. Ma dentro, giù nelle viscere, lo stomaco era diventato un pugno e il cuore, in silenzio, urlava a squarciagola. Non sarebbe mai riuscito a esternare le sue emozioni, né tantomeno a condividerle. Divenne regola di vita, così come gli era stato insegnato.

Era solo, e solo sarebbe rimasto lungo l’ignoto labirinto del futuro. Ma anche questo, naturalmente, non poteva saperlo. Così come non poteva certo immaginare che sogni, aspettative e progetti si sarebbero fracassati uno dopo l’altro. Fu solo quando ne raccolse i cocci, quando gli occhi furono ben aperti, che si rese conto di quel che aveva combinato.

 

Quella notte dormì profondamente. Esausto dopo la furiosa e cieca galoppata che lo aveva portato, nel rispetto dei tempi, a tagliare un traguardo che, in fondo, non era che un bel cappello senza una testa su cui poggiarsi. La ritrovò tanti anni dopo, quando gli fu finalmente chiaro che doveva andare al passo e in altre direzioni. Ma ormai era inutile.

✡ orapcfoaèpc

 

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4 thoughts on “✍ cinque cravatte e un cappello

    • Uhm….nelle storie che scrivo ci metto sempre troppa roba.

      In sostanza Berk prende consapevolezza che aver galoppato per raggiungere un traguardo, pur importante, come la laurea gli ha fatto tralasciare di guardare dentro se stesso.Traguardo assai più importante di qualsiasi pezzo di carta.

      Troppi pezzi di carta sono trafugati, non meritati, mero narciso ornamento di teste vuote. Ovvero meritati ma poggiati su teste immature.
      Non esiste pezzo di carta che affranchi ignoranza o psicosi. Il percorso formativo di un individuo dovrebbe essere concentrato prima di tutto all’interno dello stesso.

      Potere, soprusi e ingiustizie indossano sempre la cravatta.

  1. Ops!

    Hai scritto bene e il testo l’ho capito..
    C’è stato solo un faintendimento chiedo venia.

    Ho risposto così perchè tanti sono convinti che avere sia la soluzione a tutto, che il pezzo di carta renda il loro cammino pieno di stelle dorate…ma non è così e perciò si ritrovano a finire sul “lastrico” in tutti i sensi….

    Scusa ancora…

    buon proseguo
    .marta

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