Storie

✍ oltre il ponte

imagesIl frustino fendette con imperio l’aria, bassa e pesante d’umidità. E il suo schiocco fece lo stesso con i timpani del cavallo. La bestia si arrestò battendo più volte uno zoccolo sull’acciottolato, sbuffando nuvole di vapore dalle grosse nari frementi. Il tremulo fiammeggiare del sole all’orizzonte stava per dare inizio a un nuovo giorno, mentre il fiume, verde cupo, frusciava impavido e impetuoso verso il mare, verso la fine.

Il centurione osservava il borgo e la valle ai suoi piedi, ancora addormentati. Roma ormai era lontana e non vi sarebbe più tornato. E quel paese sconosciuto sarebbe stato la sua dimora, fino alla fine dei suoi giorni. Un groppo in gola l’attanagliò e a stento trattenne le lacrime. Alle sue spalle il manipolo era pervaso dall’identica tristezza. Guerrieri di mille battaglie, corpi tempestati di cicatrici di ogni sorta che, attraversato quel ponte, sarebbero diventati bifolchi. Mani che avevano impugnato il gladio e la lancia, sarebbero a breve incallite impugnando la vanga. E non avrebbero ammazzato altri che il tempo.

L’imperatore era stato generoso. Ma non era quello il premio che avrebbero desiderato per il loro congedo giunto inaspettato, anzitempo. Sapevano di essere ancora pregni di entusiasmo e forza, ancora desiderosi d’azione e sangue. A capo chino e in silenzio avevano preso tra le mani la pergamena che ricompensava fedeltà e coraggio con un pezzo di terra in una colonia e, dopo aver teso per l’ultima volta il braccio per salutare il messo di Cesare, non trovarono di meglio che saltare in groppa ai loro compagni e raggiungere in fretta la destinazione assegnata. Nessuno aveva addii da lasciare.

Il gallo strillava come impazzito, forse preoccupato dagli odori sconosciuti impregnati nella bruma. Ma non furono le sua urla a svegliare la donna. Stremata dai pensieri, dall’angoscia, non aveva che delirato per qualche ora in un torpore sciropposo, che aveva invischiato per bene realtà e immaginazione, facce e suoni, odori e parole. Deformandoli in una visione orrida quanto vivida.
Lasciato il pagliericcio madido, col chitone stazzonato che sapeva di sudore, prese la gerla in cui aveva riposto le sue poche cose, e si allontanò non senza aver rivolto un ultimo doloroso sguardo alla casa di adobe in cui era nata e alle bestie che aveva accudito con amore, e che l’avevano aiutata a vivere.

Nella grotta di tufo sulla collina appena fuori le mura, gli sfollati si accalcavano in preda all’ira e alla disperazione. Grida, urla e pianti rimbombavano in un frastuono che impediva alla ragione di potersi sprigionare. Il marito della donna, stanco e avvilito, giaceva appoggiato su un macigno e accolse la moglie con un lieve aggrottamento della fronte. Lei gli si sedette accanto e restarono muti e fermi per ore. Tranne qualche occhiata al bimbo dormiente, non fecero nulla sino al calar della tenebra.

Deposte armi e corazza alla guarnigione di stanza, il centurione si avviò al passo per prender possesso di quel che gli spettava. Quella spoglia casa di adobe e quell’aia disseminata di sterco con galline e capre in libera uscita sortirono l’effetto di una stilettata nello stomaco. Il groppo, che non era mai scomparso, gli serrò la gola da fargli mancare il fiato, e le lacrime sgorgarono impetuose, irrefrenabili. Per la prima volta nella sua coriacea vita. Si gettò sul giaciglio dal pesante odore femminile e lasciò che il sonno prendesse il sopravvento, sperando potesse trasformare quella dimensione in un brutto sogno. Nei giorni a seguire esplorò meticolosamente ogni cosa, penetrò nell’intimo di ogni cosa, sino a sentire il respiro di chi vi aveva vissuto, i suoi pensieri, persino le voci. Quella che per lui era una bicocca deprimente e fetida, per qualcuno era stata una reggia. E più volte ebbe la tentazione di andarsene, e restituire quel che non sentiva suo. E che non avrebbe mai amato. 

La pioggia, battente di sbieco, aveva trasformato in acquitrini e fango strade e aie, e il vento aveva collaborato con veemenza nello squassare i tuguri di adobe. Il fiume in piena, sempre più cupo e impetuoso, presto avrebbe esondato sommergendo la valle, trascinando con sé gli avanzi. Il romano restò tranquillo seduto sul pagliericcio, grondante d’acqua. Fissando immobile la pioggia, inebriato dal suo scrosciare. Aspirava con voluttà l’odore dell’erba bagnata e, per la prima volta da quando era arrivato, da un anno, sentì di nuovo il sangue circolare, il cuore battere e gli occhi ridere. Si alzò di scatto, volò tra le pozzanghere e, balzato in groppa al cavallo impastoiato, si lanciò al galoppo verso il ponte, per raggiungere le linee nemiche attestate a ovest.

Una pacca sul collo ordinò all’animale di arrestarsi. Il cavallo, un roano rossiccio logoro e avanti con gli anni, rispose senza proteste, bloccandosi all’istante, immobile come una statua. Il sole rosso e ardente era già sopra l’orizzonte, mentre il fiume, verde cupo, continuava imperterrito a suicidarsi. I nitriti dei cavalli impazienti e il vociare della truppa spinsero il comandante a rompere gli indugi e attraversare il ponte alla presa del borgo. La legione romana, vinta e umiliata, muta, attendeva  al di là il suo destino.

Il ragazzino rideva divertendosi ad inseguire un’oca starnazzante che scappava col suo goffo incedere, mentre il gallo, forse in vena di schiarirsi la gola o di partecipare, cantava beato. L’uomo trascinava con sudore il vomere e la donna seminava i solchi. Sembravano felici. Anzi lo erano, il gallo manifestamente lo attestava. Sul terrapieno che dominava la fattoria diversi occhi osservavano la scena, occhi stranieri e lascivi pronti allo scempio, al sopruso. Non meno dei loro predecessori.

Il frustino fendette rabbiosamente l’aria profumata di primavera. Il vecchio roano assorbì il suo schiocco battendo piano, e una sola volta, il solito zoccolo sul terreno, e senza sbruffare. Finalmente orgoglioso del cavaliere cui aveva sempre obbedito più per timore che per rispetto. La ciurmaglia desistette, non senza mugugni, dai suoi infami intenti, e indietreggiò fino a ridiscendere la valle, con urla animalesche, per affogare nel vino della taverna la violenza repressa e sfiancarsi nelle abusate carni delle meretrici.

Milioni di stelle e una bella luna piena avevano dipinto d’argento il fiume stranamente fermo, come se volesse opporsi all’ineluttabile, finalmente consapevole di dover vivere. 

✡ orapcfoaèpc
Annunci
Standard

3 thoughts on “✍ oltre il ponte

  1. Foto molto bella così come il racconto. Sembrava di esser li, a passar sopra il ponte: vedere il centurione guardare la città addormentata.
    Con quello sguardo perso, quasi…triste

    Aria di altri tempi, qui. Di vita semplice.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...