Storie

✍né luna né stelle

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Sarebbe stato uno degli ultimi a lasciare il velivolo. Perciò, con calma, mentre la fila si sbriciolava verso l’uscita, si tolse le scarpe. 

Aveva atteso quel momento da trent’anni. 

Calpestò con voluttà il suolo natio, cadenzando i passi affinché le radici potessero, avvinghiandosi  ai suoi piedi nudi, riprenderlo immediatamente. Odori e colori riemersero, come d’incanto, da uno scrigno che la memoria aveva custodito con morbosa gelosia. E gli sguardi che incrociarono il suo non erano più quelli insipidi o ostili che aveva imparato a tollerare. 

Girovagò in lungo e in largo, fino a sfiancarsi. E così avrebbe fatto ancora, prima di rientrare nella terra che sì, gli aveva dato da mangiare, ma solo dopo avergli presentato un conto salatissimo,  fatto di umiliazioni, diffidenza e emarginazione. 

Le prime ombre del crepuscolo lo trascinarono, non senza malizia, davanti al palazzo dove aveva vissuto il periodo più bello della sua vita. Il cancello era aperto, come allora, e nel viale che portava al casamento un gatto, dal mantello pezzato bianco e nero, avanzava lemme e sinuoso. Identico al grasso e ingordo Bubbà. Gli piacque pensare ne fosse un nipote.

Non si tirò indietro al suo avanzare. E dopo essersi strusciato, alitando buffi e monchi brontolii, si adagiò a pancia all’aria, mendicando carezze. Il suo pelo era soffice, delicato e la mano indugiò a lungo, su e  giù, sedotta come allora. L’abbaino, piccolo com’era, lasciava entrare una sera la luna, un’altra le stelle e lui, disteso sul letto in trepidante attesa, non poteva non volare sospinto dalla magica complicità di Chet Baker. Chissà se lei viveva ancora lì, al primo piano. Da dove, appena poteva, scappava con una scusa all’ultimo, da lui. Un’epifania continua che, come sempre accade, svanì quando sembrava imperitura. L’ostracismo della patria, ingrata  quanto amata, non poteva non sortire, prima o poi, il sovvertimento della vita dei suoi, e la sua di conseguenza.

Col cuore che sembrava voler esplodere da un momento all’altro lesse sul citofono quel nome che non era mai stato dismesso dalla sua celestialità. Stette lì immobile per un tempo sospeso dall’incertezza, dal turbamento, finché decise di pigiare quel pulsantino dorato col dito tremulo d’emozione.  La voce arrochita era rimasta la stessa, inconfondibile e seducente. Riascoltarla fu squassante, tanto che gli si bloccò il respiro, si sentì male, di svenire e balbettò, confuso e in preda al panico. Poi stramazzò sulle ginocchia, sotto i colpi implacabili delle sue emissioni: ” Ma chi sei, chi ti conosce, ma vattene idiota”.

 

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