Storie

✍️il bistrot di antoine

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La guerra finì, come prevedibile, dopo anni di cruente battaglie e inutili carneficine. E con il fiume di sangue innocente il conto in banca e il potere dei politici e dei traffichini che l’avevano scatenata lievitarono in modo esponenziale. Senza nemmeno che dovessero muovere il culo dalle loro comode poltrone. Blaterando  demagogiche quanto logore puttanate, buone solo per i gonzi e i complici.

 

Antoine dormì per tutta la durata del viaggio che lo riportava a casa. Il rollio del treno agevolò facilmente la spossatezza accumulata, vincendone le resistenze adrenaliniche di cui era ancora impregnata. E il sonno esplose improvviso quanto profondo, insensibile persino alle lunghe fermate nelle stazioni intermedie, e agli spintoni dei suoi compagni di viaggio. Stipati come sardine.

 

Il suo comandante, una divisa immacolata crudele quanto ottusa a rivestire un fallito imbecille, lo redarguiva con il volto deformato dalla rabbia, con gli occhi che pareva dovessero esplodere fuori dalle orbite da un momento all’altro. Minacciando la corte marziale se non fosse tornato immediatamente al fronte, se non fosse sceso, da vile qual era sempre stato, da quello sporco treno ricolmo di traditori e disertori. Estrasse persino la pistola, puntandogliela contro pronto a sparare se non avesse obbedito al suo ordine. Tra uno scossone e lo zefiro sgradevole di un peto, il tenente Junod, per fortuna, fu inghiottito nel nulla e al suo posto comparve Alain, il piccolo e timoroso Alain. Morto quasi subito, ai primi fuochi, ai primi assalti. Sorrideva, sembrava contento ma, sul suo volto smunto, traspariva una vena di tristezza. Alain gli dava una busta, una lettera da consegnare alla sua amata Louise, di cui conservava una foto gualcita dalla quale non si separava mai. Il boato di una granata interruppe la consegna e Alain sarebbe ruzzolato se non fosse stato prontamente sorretto da Eugène, il gradasso. Anche lui era caduto sotto i colpi del nemico sin dalle prime scaramucce, con spavaldo coraggio. Quello tipico dell’incoscienza della gioventù contaminata da insidiose quanto criminose falsità: il coraggio, la patria, la bandiera, l’onore e un nemico da odiare. Con il ciuffo biondo sugli occhi Eugène gli ricordò l’appuntamento al bistrot. Per annaffiare col beaujolais il loro ritorno in patria. Circondati dall’allegria di qualche avvenente donnina. La madre, però, s’intromise nell’accordo, sgomitando tra le divise, e zittendo il prestante Eugène, con finto cipiglio, gli inibì ogni accordo: la famiglia e la tenera Madeleine avevano aspettato già troppo, macerate dalla paura, tormentate da anni di cattivi pensieri. Quando vide Madeleine, appena dietro la madre, il cuore di Antoine sobbalzò: era più bella di quando era partito, e le sue guance appena arrossate dalla timidezza le davano un tocco di innocente malizia. Avrebbe voluto alzarsi e stringerla a sé, ma non ebbe la forza di farlo. Era come incollato al sedile. Madeleine, invece, si mosse. Avanzò verso di lui, gli tese le braccia e stava per raggiungerlo quando uno scossone e uno stridio la sospinsero lontano, chissà dove, sepolta tra un mucchio di divise in fondo al vagone. Il padre, invecchiato assai, incurvato sotto il peso dei travagli, lo osservava in silenzio, cogli occhi che luccicavano di felicità. E non si mosse più, rimase lì fermo impalato, in silenzio anche quando arrivarono, urlando e schiamazzando, i suoi commilitoni Pierre, Auguste e Victor. Tutti caduti in una bellissima notte stellata, una notte fatta per apprezzare la vita e non per morire a comando.  

 

Lo scrollone deciso di una mano ferma e forte lo ridestò. Il treno era vuoto e fermo, il viaggio era finito. Camminò con passo svelto riassaporando l’aria e gli umori natii, anche se sembrava nessuno facesse caso a lui. Raggiunse l’angolo del boulevard col cuore che batteva all’impazzata, impaziente ormai di riabbracciare i suoi e Madeleine. Appena giratolo, però, trovò Eugène davanti al bistrot che lo attendeva sorridente. 

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