Storie

✍️al settimo piano

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L’ascensore va su e giù, ininterrottamente. Ogni tanto emana qualche scoreggia metallica e trema, come scosso da epilessia. Chissà se per paura di se stesso, consapevole della imprevedibile fragilità dei suoi ingranaggi o, invece, semplice espressione di alienazione meccanica nel suo perpetuo e monotono andirivieni, costipato da ogni sorta di esemplare umano.

L’edificio, un enorme parallelepipedo grigio, sovrasta un importante incrocio alla periferia ovest della città e ospita centinaia di schiavi, costretti dalla sopravvivenza a trascorrervi le ore migliori della loro fugace esistenza terrena. Ad ogni piano corrisponde un ufficio, sino al 9°. Il decimo, invece, è riservato alla cupola, agli incravattati che, girandosi i pollici, controllano e aspettano che il flusso produttivo dei piani inferiori produca sempre più danaro.

Nessuno fiata, nel breve ma interminabile tragitto tra un piano e l’altro. Nessuno saluta, quando scende o sale. Nessuno si rivolge la parola, a parte qualche esternazione sul tempo. Qualcuno, per allentare il disagio, tossisce tra orecchie che, drizzandosi, esprimono fastidio o preoccupazione di contagi.
Gli occhi puntano il tettuccio o la pedana della cabina, oppure rimangono sospesi nel vuoto. Pur tuttavia la loro coda è attenta come il periscopio di un sottomarino. Pronta a carpire e giudicare. Per affidare alla bocca, pochi istanti dopo, il compito della divulgazione, della calunnia.

Di solito lui si piazza in fondo, dietro a tutti. Perché così almeno alle spalle è libero da contatti carnali, e perché il suo girone è il 9°. Lei, invece, ritardataria incallita è sempre a ridosso delle porte. Pigiata da ogni dove, e non senza malizia. Lei è graziosa, anzi bella nella sua semplicità. Su di lei corrono voci, malignità. Come per tutti. Lui è anonimo, discreto, invisibile.
Ogni volta che la vede, e non vede l’ora di vederla, il suo cuore s’accende e sobbalza e la giornata passa tra mille fantasie. Allentando il peso della fatica. Lasciando al solo corpo di svolgerne l’ingrato compito. Il caporale di controllo al piano ha notato questo aspetto trasognato, assente e già è pronto per una ramanzina se non per un rapporto ai superiori, non fosse altro per farsi bello ai loro occhi.

L’ascensore sobbalza, si scuote e si ferma. Tra il 6° e il 7° piano, con solo due persone a bordo. Istintivamente lei si gira e lui alza lo sguardo. E avvampa. Nessuno mai, in quel parallelepipedo oppresso dal cielo suburbano, l’aveva guardata così, senza spogliarla. Quando l’ascensore si rianima e riparte i loro sguardi indugiano, complici. Il 7° piano riagguanta la donna ponendo fine a quell’attimo di felicità, di promessa.

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