Storie

✍️ dopo quattro femmine

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non c’è dubbio, sono proprio brutta. non mi piaccio, non mi sono mai piaciuta. lo specchio mi rimanda, ogni volta che lo consulto, cioè sempre, un’immagine che detesto, praticamente ripugnante. un ammasso di carne flaccida tempestato di imperfezioni, che ragione e estetista non riescono a scalfire. pensieri e soldi sprecati nel vano tentativo di dare all’insieme un aspetto almeno decente, dignitoso. odio ogni centimetro di me: dall’incarnato scuro agli occhi talmente a palla che sembrano scoppiare da un momento all’altro, dai capelli crespi e perennemente unti ai fianchi troppo stretti, dal petto appena abbozzato  al culo moscio, dallo sguardo vacuo, liquido alla distesa di quei maledetti peli che spuntano in ogni dove, tenaci e resistenti a qualsiasi tosatura. sono stata anche dal chirurgo plastico ma per ottenere i risultati desiderati  dovrei fare un finanziamento mostruoso. mostruoso come me, appunto. 

stranamente, però, in certi momenti mi vedo graziosa e affascinante. un tipino. non capita spesso, ma capita. più per aver saputo accostare indumenti, profumi e ritocchi che per effimera indulgenza. insomma la mia autostima viaggia costantemente e abbondantemente sotto lo zero. nonostante le attenzioni, talora anche sfacciate o volgari, di molti maschi. pronti, come sempre, a infilarlo ovunque, pur di soddisfare la loro perenne  fregola e il loro puerile narcisismo.  e, di conseguenza, prive di reale significato.

se debbo essere sincera le poche storie importanti della mia vita, sino ad ora, sono finite per contrasti caratteriali e divergenze di vedute. nessuno dei miei ex ha mai trovato da ridire sulle mie fattezze. anzi, per la verità, ho avuto anche elogi e apprezzamenti. talvolta anche pesanti, piacevolmente pesanti. che gratificavano e vivificavano ogni singola cellula del mio essere, ogni anfratto della mia anima. con la stessa sincerità, però, devo ammettere che la possibilità che mentissero fosse alquanto alta. che, cioè, quelle storie fossero sorrette solo dal sesso, dalla lascivia. e che le motivazioni diciamo “intellettuali”  non fossero che pretesti o commedie per chiudere. per dare un taglio a una esperienza a orologeria. già finita, in fondo, ancor prima di iniziare.

questa ipotesi, affatto inverosimile, quando riaffiora è devastante. e per settimane mi abbrutisco rintanata nel letto a piangere, e a ingurgitare sedativi per soffocare i sensi di colpa. per aver dato a chi non meritava, per non essermi accorta dell’inganno o, peggio, di aver fatto finta di non accorgermene. di essermi accontentata per disperazione o libidine. insomma di aver usato io loro.  poi, molto lentamente, riprendo il controllo e cerco di rimettermi in sesto. riprendo contatti sociali nella speranza che qualcuno si accorga di me, senza infingimenti. e possa nascere una storia se non d’amore o di affetto, almeno di pulita condivisione.

cara mamma ora, però, sono costretta a lasciarti. ho un appuntamento di lavoro importante cui non posso mancare, e debbo essere puntuale come un orologio svizzero, sennò mi licenziano. ti raggiungerò a metà mese, quando le ferie mi consentiranno di stare da te per qualche giorno. stai serena e tranquilla, perché non ho alcuna intenzione di metterti in imbarazzo. arriveró in pieno giorno, dopo aver attraversato tutto il paese, e dall’auto scenderà il corpo, convenientemente vestito , dell’unico figlio maschio della farmacista. l’inurbato e leggendario stallone che torna a casa per un meritato riposo.

 

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