Storie

✍️ sotto effetto amfetaminico

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ogni casa ha il suo odore, unico e particolare. una sorta di marchio contraddistintivo. quella della vecchia non faceva eccezione alla regola, impregnato com’era da uno sgradevole miscuglio  di chanel e sudore, impreziosito da inconfondibili tracce di piscio. l‘appartamentino, in un edificio signorile del centro storico, era piccolo ma di ottima fattura, quasi lussuoso per la ricercatezza delle rifiniture. tuttavia appariva maltrattato dal disordine, dalla sporcizia e da una greve penombra. per quante volte fui in quel luogo mai vidi finestra aperta. e mai mi trattenni più a lungo del necessario, oppressa da quell’ambiente insano quanto angosciante. ci tenne molto a ribadire più volte che vivendo con lo scarno assegno di divorzio (poco più di mille euro) non se la sarebbe potuta permettere ma che, per sua fortuna, una insperata donazione familiare le aveva evitato deprimenti camere d’affitto o l’addiaccio sotto i ponti.

la vecchia, nonostante si sforzasse di apparire genio irregolare e imprevedibile, estrosa ed eclettica, era in fondo un’abitudinaria come tanti comuni mortali. e in quanto a genio, anche meno, come facilmente e in breve appurai. usciva poco, solo in alcuni giorni, e sempre incollata nella automobilina nera sfasciata dalla sua imperizia, fosse anche per andare dal tabaccaio all’angolo. il lunedì e il mercoledì  comprava qualche stecca di sigarette, dolci e gelato. il sabato andava in chiesa, a salmodiare e cercare di sentirsi in pace con Dio. in quei momenti, chi l’avesse osservata senza conoscerla come avevo imparato a  conoscerla io, avrebbe di certo ammirato e invidiato la profonda spiritualità che trasudava dalla sua figura prostrata sui gradini dell’altare maggiore. senza mai, nemmeno lontanamente, pensare che non era che una rappresentazione teatrale e melodrammatica, anche ben riuscita, di una beghina di talento.

perlopiù, quindi, stava rintanata a casa, assopita dall’oppio televisivo quando non eccitata dalle amfetamine dei social. immenso palcoscenico ove, con l’astuzia della mistificazione,  poteva facilmente raccogliere consensi e applausi dai suoi seguaci. naturalmente maschi, attempati e sbavanti. la gratificazione dei salaci commenti alle sue immagini profondamente (e abilmente) restaurate, sia all’origine che alla riproduzione, esaltavano il suo umore e confermavano, senza se e senza ma, la sua incomparabile bellezza senza età. in quei momenti avrebbe spiccato balzi di gioia e, se non avesse temuto di perdere l’appannaggio mensile, le avrebbe spiattellate in faccia a quello scarabeo (usò proprio questo termine) del suo fu marito. inspiegabilmente mai soggiogato dalle sue virtù muliebri. dalla sua eccezionale unicità. quando toccava quest’argomento, il furore le attizzava il volto e ne deformava i lineamenti, e dalla sua boccuccia raggrinzita l’astio sturava maledizioni e improperi di ogni sorta. 

come ebbe a confidarmi, non senza ostentazione e compiacimento, gli incontri d’amore, così lei li definiva, avvenivano di solito la domenica, col favore delle tenebre. e, raccontando, sorrideva sorniona fissandomi con i suoi occhi penetranti quanto inquietanti, rimarcati com’erano da eye liner, mascara e kajal applicati senza parsimonia. eventuali imprevisti, comunque, non erano disdegnati. anzi, come si poteva facilmente intuire dall’enfasi con cui lo raccontava, dal particolare lucore dei suoi occhi maliziosi, la sorpresa dava all’incontro un fascino particolare, un certo non so che capace di rendere magico l’evento. volle precisare che, da quando s’era separata (otto anni prima), aveva raggranellato almeno cinquanta incontri e ne aveva tenuti a bada altrettanti. uomini non affidabili, pronti ad approfittare di una donna sola e matura. convinti che l’età non più verde potesse essere sinonimo d’esperienza e facile disponibilità. 

negli ultimi due incontri si concesse al naturale. più per sciatteria che per onestà. mi apparve, così, non più il mascherone caricaturale cui ero abituata, ma una decadente sessantenne sfatta e grassa che, con ogni mezzo, si aggrappava al giudizio maschile, alle avance anche virtuali, alla lascivia di ogni sorta pur di soddisfare il suo immenso bisogno di conferme. il suo mostruoso ego. la sua incomprensibile e singolare egolatria. 

l’ultima domanda la stizzì alquanto. dei figli che non vedeva più non volle parlarne. mi congedò, così, con una stretta di mano molle e umida. e nel raccomandarmi di non tradire l’anonimato mi chiese cinque euro per le sigarette.

in redazione stetti per ore a riflettere se pubblicare o meno la prima delle mie interviste di costume che l’editore mi aveva affidato. avevo seri dubbi che l’articolo potesse suscitare interesse. convinta che quella figura squallida e patetica era da tenere ben celata nell’indifferenza. nell’inesistenza. poi, pensai, dati i tempi chissà. forse sarebbe anche piaciuta e non poco. 

l'immagine è tratta dal film profondo rosso di dario argento
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2 thoughts on “✍️ sotto effetto amfetaminico

    • Clara Calamai era perfetta nel ruolo. Anche io mi spaventai ma, ora, a distanza di tempo, ne colgo gli aspetti grotteschi e ridicoli, infantili :)..anche se la pellicola, per l’epoca, era sostanzialmente ben fatta

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