Storie

✍️ambarabà ciccì coccò

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Oltre duemila email, duecento fax (e una manciata di lettere), mi hanno comunicato il successo dell’articolo pubblicato una settimana fa sul giornale (sotto effetto amfetaminico). non pochi lettori (maschi), sulla scia dei social-ammiratori dell’attempata signora convinta di essere la donna più bella del mondo e, pertanto, centro di gravità permanente (a dispetto del tempo e dell’intelligenza), mi hanno implorato di rendere noto il suo indirizzo elettronico, naturalmente senza alcuna risposta. non consento, né lo farò mai, che la mia rubrica diventi una sorta di crocevia di cuori solitari o, meglio, di indomite pudenda.

sotto effetto adrenalinico, quindi, decisi che il protagonista del secondo articolo non poteva non essere che lo scorbutico medico in pensione. di cui avevo, oltretutto, un tangibile ricordo per uno o due suoi interventi nel passato.
chi meglio di lui per avventurarsi nel pianeta della sanità pubblica e tentare di capirne l’agonia.

stavo quasi per andare via, dopo aver ripetutamente pigiato il campanello, quando l’uscio s’aprì cigolando lasciando spazio all’esile figura del dottore. lo ricordavo più alto e in carne, invece era davvero mingherlino, piccolo. e incanutito nei capelli e nella folta barba che, un tempo, non aveva. per un attimo, infatti, pensai di aver sbagliato porta. 

mi fece accomodare su una vecchia e lisa poltrona di velluto, distrutta dagli artigli dei gatti, per la verità molto belli, che ciondolavano tranquilli ovunque. finiti i convenevoli, e dopo avermi scrutata per bene non senza un ombra di malizia, si dispose all’intervista.

più che intervista, però, fu un monologo disarticolato e caotico che susseguì come una fiume in piena alla mia sola e unica domanda. figlio di un impiegato aveva studiato come un pazzo, con frenesia, senza perder mai terreno in modo da risparmiare sulle tasse e ridurre al  minimo i disagi di una famiglia dalle modeste risorse. non ancora consapevole di come andasse la vita, pieno d’entusiasmo e illusioni, solo dopo aver preso una caterva di cazzotti cominciò a intravedere la verità. e, con colpevole ritardo, capì di essersi messo in un contesto storicamente e tradizionalmente aristocratico, familista. ardore, gioventù e speranze di cambiamento lo sostennero per anni, fino a quando cioè, la stanchezza e l’avvilimento cominciarono a farsi sempre più spazio. si rese conto, a un certo punto, di essere un corpo estraneo in un sistema ostile e non scalfibile, tetragono. reso compatto e omogeneo dagli interessi economici e di carriera. dalla massiccia politicizzazione, nel senso più negativo del termine. mai e poi mai gli avrebbero riconosciuto meriti e anzianità. al contrario, tappeti rossi (con qualunque artifizio) venivano stesi ai piedi di figli e nipoti di, a parenti e amici di, all’amante di, ai pretoriani dei sindacati fantoccio, sorta di sette del peggior stampo mafioso. schiere di ignoranti collusi, arroganti e presuntuosi, sistemati nei punti nevralgici a rovinare, devastare. per aumentare il loro potere. e i loro patrimoni.

insomma, esausto e svenato da qualsiasi residua passione, dopo essersi ritagliato un cantuccio nella divisione meno ambita, e non senza essere comunque periodicamente oggetto di attenzioni negative(perché il cane sciolto desta sempre preoccupazione), attese con ansia che la pensione gli ridesse la libertà. e poter così fare tutto ciò che l’abnegazione gli aveva negato per oltre 37 anni. la musica, la lettura, i libri, i viaggi, la fotografia ma soprattutto il tempo per la figlia. sempre trascurata sull’altare del dovere.

la partecipazione a quella grande bellezza che solo i bambini sanno esprimere. comunque stava cercando di recuperare. già dagli ultimi anni di lavoro, con le scarpe ormai appese idealmente al chiodo, si era dato anima e corpo al suo virgulto. e i frutti cominciavano a vedersi. il loro rapporto si era incanalato in un’armonia e una gioia per lui inusuali. 

si commosse fin quasi alle lacrime quando ripensò ai sacrifici e agli ideali andati a puttane. alla vita che è al rovescio, truccata e truffaldina. e all’aver colpevolmente trascurato se stesso, preso com’era a imparare  e studiare. tormenti, dubbi e insicurezze di stampo giovanile, così come l’amore inespresso, erano tornati alla luce, tutti insieme, dissolto il tappeto della scienza e delle illusioni perdute. e bisognava assecondarli nel modo giusto, acciocché non guastassero l’equilibrio. e non sempre ne era in grado: all’amore inespresso, ad esempio,  non sapeva più dare una collocazione. nel senso che ormai era fuori da sé, e non sapeva dov’era finito.

insomma si sentiva incompiuto come uomo. come medico non gli interessava più, nella misura in cui era consapevole di aver fatto sempre tutto secondo scienza e coscienza. di essersi costruito da solo senza aver dovuto leccare alcun culo. di essere stato capace di diventare capace.

il nostro commiato fu siglato da una forte e lunga stretta di mano, e da uno sguardo penetrante come se dovesse dirmi ancora tante cose. o desiderasse solo trattenermi per allentare la morsa della sua solitudine.

tornata in redazione per trascrivere i  miei appunti più volte, mentre digitavo,  mi venne in mente la sua figura: forte ma fragile, intelligente ma rigido, cocciuto e illuso. perdente, quindi. e aveva perso. 

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