Storie

✍️ il trionfo della clemenza

Si conobbero come succede solo nei film.

Lui se ne stava per i fatti suoi, appoggiato coi gomiti al tavolino di un bar qualunque, senza pensare a nulla, quando una voce roca e sensuale chiese da accendere.

Trafitto e tramortito da due occhi di cerbiatta, comparsi dal nulla, rimase pietrificato senza riuscire a proferir parola. Lei, invece, sfrontata e consapevole della propria avvenenza, incalzò subito con domande, considerazioni  e moine. In breve, dunque, di lei seppe quasi tutto, tanto che alla fine sembrava la conoscesse da sempre. 

Non poche furono le difficoltà per tentare di distogliere lo sguardo dalle labbra tumide e vermiglie che gli sfioravano il viso, dalla rigogliosità delle mammelle che, angustiate e sprimacciate dal corpetto incapace, prorompevano lambendogli la camicia. Per attenuare l’afrore e, al contempo, ritrovare contegno e parole, ricorse agli alcolici, senza posa, fino a quando l’ebbrezza alcolica ebbe la meglio su quella dell’eccitazione. 

L’abituale loquela, quindi, supportata dall’alcol etilico riprese con vigoria inusitata, e travolse la donna come un fiume in piena. Se non fosse stato per le esortazioni scurrili del barista, stremato dal sonno e dal cicaleccio, sarebbero rimasti tutta la notte a parlare. Così, mano nella mano, appena svoltato l’angolo, si dissolsero nel buio della notte. Scansando, abilmente, il chiarore della luna piena.

Rimasi di stucco, lo confesso. Poiché tra i due c’era evidente stridore: lei bella, opulenta e sfacciata mentre lui, invece, di una bruttezza insignificante. Un ometto anzianotto dal capo brullo e dall’incarnato cereo, il cui ventre prominente e la sgradevole scialorrea facevano ipotizzare una sofferenza epatica . L’ennesima conferma dell’insondabilità del mistero femminile, pensai, scartando istintivamente tutte le altre ipotesi.

Col faccione sornione della luna a farmi compagnia, m’incamminai verso casa in un certo senso rinfrancato. Da molto tempo non sentivo il morale alle stelle: se quell’individuo insulso suscitava interesse non poteva non accadere anche a me, era matematico. Presto o tardi, dunque, sarei stato rapito anch’io da un’incantesimo, dalla voluttà di essere desiderato. Una vocina proveniente dal fondo dello stomaco, però, mi chiedeva su cosa fondassi questa mia sensazione, su come potessi nutrire illusioni di sorta considerato che la clemenza, fino ad allora, non s’era mai vista. Latitante sin da quando la natura aveva predisposto sembianze non dissimili dall’ordinarietà di quell’individuo. Non eccepii ma, piccato, le risposi che da quel momento avrei invertito la rotta per tentare di accattivarmi la benignità. Avrei osato, sempre e comunque, e non più atteso, inerte e avvilito, che la vita continuasse a vivermi a suo piacimento.

Forse fu la delicatezza, forse il benefico tepore del tocco, ma cominciai ad amare  me stesso nel preciso istante in cui mi lambirono le rosee dita di Eos prima che sparissero travolte dal trionfo di Helios.

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