✍️ chi vivrà vedrà

Con quegli occhietti piccoli e impudenti fissa insistentemente la sua dirimpettaia, nel mentre a bella posta disdegna la fumante specialità della casa. Lei, lusingata, sostiene maliziosa lo sguardo senza invece trascurarla affatto. Infilando, però, ogni volta, il cucchiaio tra le labbra carnose e roride con studiata e sensuale gestualità. Il gioco è in piena evoluzione.

Il vecchio, seduto in fondo alla sala, non alza lo sguardo dal piatto. Come se avesse vergogna di stare solo, e di essere vecchio. Sembra assorto nei suoi pensieri, sicuramente vecchi, e infarciti di rimpianti, anch’essi.

L’osteria, una di quelle in cui si mangia bene e si spende poco, è zeppa e l’atmosfera è pregna di aromi pungenti  e parole. Evanescenti o pietre o menzogne che siano. Tranne il vecchio, lì in fondo, parlano tutti, tra un boccone a l’altro. E le loro voci, che tentano di sopraffarsi a vicenda, si fondono ben presto a comporre quel mormorio di fondo necessario per la buona riuscita dell’eterogeneo convivio.  L’oste, con l’occhio vigile e avido del padrone, gongola per l’incasso senza mai perdere di vista i servi, impegnati nel viavai tra i tavoli.

Eleganza ricercata, capelli impomatati ed eloquio esondante quanto approssimativo, denunciano l’affabulatore nel pieno del suo esercizio. Già proteso al successo, alla notte ardente che lo attende a coronamento di un lavoro dimostratosi un po’ più arduo del previsto. E non sbaglia, a dispetto dell’aria imberbe. Quegli occhietti piccoli e impudenti, penetranti e tenaci, alla fine hanno fatto breccia nelle remore, nelle resistenze della matura quanto fragile donna alle prese con l’angoscia del declino. Perciò ben disposta (o esposta) al cedimento. Il suo sorriso stampato, le risate che scoppiano fragorose di tanto in tanto e quel continuo lisciarsi i capelli, manifestamente attestano la sua capitolazione (o realizzazione).

D’improvviso una folata di vento gelido e umido irrompe a guastare quell’atmosfera impregnata di chiacchiere e odori. Sulla soglia appare un’imponente figura femminile, imbacuccata e accigliata che, inquadrato il bersaglio, avanza decisa. Il rumore dei suoi tacchi rimbomba sull’impiantito di legno e sovrasta il brusio, talchè desta attenzione tra gli avventori. E nell’oste, già a presagire guai e piatti rotti.

Due bambini scorrazzanti ne intralciano il passo di carica, giusto il tempo acciocché tutti riescano a focalizzare il tavolo dell’affabulatore e della sua stagionata ma, tutto sommato, ancora piacente compagna. Meta ormai certa del donnone.

Quivi, dunque, ella arresta la sua marcia trionfale. E si piazza, a braccia conserte, a  sovrastare con la stazza possente e  lo sguardo torvo e assassino i due, in palese stato catatonico. Il silenzio, in cui affonda la sala, pare aver scosso il vecchio che, ora, appare attento ed orientato, ed inquadra con volto sornione e occhi scintillanti la scena madre. Per poi dirigervisi determinato, con inaspettata agilità.

Il brusio riprende pian piano vigore al rapido mutare degli eventi. Sul palcoscenico, infatti, Il donnone si assesta a gambe divaricate e pugni chiusi , pronta ad affrontare l’imprevisto. L’affabulatore, nel mentre, attonito e pallido come un cencio, si guarda intorno con fare circospetto alla ricerca di una via di fuga. Abbandonando al suo destino la compagna che, testa fra le mani, singhiozza sommessamente.

La grandine che, d’incanto, martella furiosamente il lucernario congela solo per qualche istante lo spettacolo, poi si scatena la tempesta

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