✍️ quando gira il vento

 

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Spronati senza posa i cavalli schiumavano, con gli occhi talmente fuori dalle orbite che sembrava dovessero esplodere da un momento all’altro. Questione di minuti e sarebbero crollati, abbandonando il loro fustigatore al proprio destino. Perciò, suo malgrado, dovette rallentare sino a fermarsi in una radura, nella speranza potessero recuperare in fretta le energie. Ovvero continuare a piedi se fossero invece stramazzati. Nell’attesa non potè far altro che stendersi all’ombra di una quercia senza perdere di vista la strada, sforzandosi di tenere le palpebre sollevate. Da quando era scappato, tre giorni, non aveva chiuso occhio né mangiato nulla. Ma la testa era ancora al suo posto. 

L’afa di quell’estate era stata pregna di segnali inequivocabili. Ma in tanti, se non tutti, li avevano sottovalutati, irridendoli persino.  Lasciando così che i fermenti producessero sempre più tumulti e sommosse. Così, prima dell’inevitabile, nottetempo, si era dato alla fuga benché sapesse che, presto o tardi, li avrebbe avuti alle calcagna. Palafrenieri e servi, nei cui sguardi già da giorni  aveva intravisto il bagliore dell’orgoglio ritrovato, della vendetta, lo avrebbero inseguito anche all’inferno pur di vederne la testa ruzzolare dal patibolo. 

Il confine, la salvezza, non erano lontani. Ancora alcune miglia e l’incubo sarebbe finito. Il destino gabbato. Nonostante il terrore, si arrese, stranamente,  al fascino dei colori e ai profumi del bosco, della terra, a prestare ascolto al festoso cinguettio degli uccelli e al frinire ininterrotto delle cicale. Seguendo con grande interesse  il lento procedere di un bruco, l’operosità di un grosso bombo, il volo di una farfalla variopinta  e la cocciutaggine di un picchio. Il cui frenetico tambureggiare lo fece sorridere. Anche il futuro, a pensarci bene, era alquanto terrifico: se lo avessero respinto o, peggio, consegnato ai suoi inseguitori, avrebbe perso la testa immantinente. Se invece gli avessero dato asilo non avrebbe saputo sbarcare il lunario, non avendo mai fatto nulla e non avendo nemmeno un soldo: sarebbe diventato un’accattone! Decise d’impulso, perciò,  di mescolare ancora le carte. Di ingannare di nuovo il destino. 

Alle Halles quella mattina c’era più confusione del solito, una confusione gioiosa quanto contagiosa. Il popolo s’era ripreso il suo destino e le esecuzioni che si susseguivano senza sosta, le teste coronate e imparruccate che rotolavano una dietro l’altra, aumentavano l’euforia e la nuova consapevolezza. Tutti uguali, liberi e fratelli, dopo secoli di ingiustizie e vessazioni.

Una pattuglia di giacobini gironzolava pigramente fra i banchi più per perder tempo che fare controlli, scrutare, stanare. A capo v’era un’uomo silenzioso, dal portamento austero, regale, a dispetto dei suoi indumenti stazzonati e lisi.  Il cui sguardo, intenso, immerso fra i banchi del mercato, non lasciava trapelare l’amarezza e la nostalgia di cui era pervaso. In pochi attimi risentì l’afrore delle alcove infuocate, riassaporò l’estasi del potere, fu preso dal fascino degli intrighi, si crogiolò nei piaceri del lusso e delle frivolezze, dell’ozio e dei vizi. Perdendosi nei sontuosi meandri di Versailles e Fontainebleau, riuscì a percepire persino il muliebre fruscio delle sete e dei broccati, e gli scricchiolii delle criadi e dei panier, sollecitati dal turbinio delle danze.

Malgrado ciò, e nonostante il disprezzo per quei pezzenti, non cedette. Addentando una mela gentilmente offerta dal cittadino marchand de légumes, si compiacque per aver saputo mantenere la testa a posto. Priorità assoluta in quella tempesta. Poi di certo le cose si sarebbero aggiustate, il vento sarebbe cambiato sospinto, come sempre, dall’immutabilità delle umane debolezze. E di nuovo ciascuno avrebbe avuto il suo.

 

 

 

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