✍🏾vico del fico al purgatorio

 

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Arrancando sui logori gradini di basalto, donna Armida parlava da sola. Il palazzo, un edificio fatiscente e umido in vico del Fico al Purgatorio, era deserto e impregnato dall’ acre, inconfondibile, puzzo di piscio di gatto. Nel quale gli odori di cipolla, o cavolo a seconda del giorno, e di detersivo s’infilavano ogni tanto a dar sollievo al naso sofferente. L’orecchio, invece, s’era da tempo adattato ad un silenzio fatto di tintinnii di stoviglie, voci di televisori e cicalecci quasi mai sommessi 

Di rado erano discussioni, disquisizioni sul caro vita e sul degrado della società. Il più delle volte era un borbottio, un flusso di parole senza senso, o incomprensibili, che saliva lungo le scale per esaurirsi, al pubblico ascolto, al varcare della soglia. Una vecchia porta di legno, sbrecciata qua e là, oltre la quale la aspettavano impazienti i suoi ventuno gatti. Con ognuno dei quali aveva qualcosa da dire, nel mentre ne curava l’alimentazione. Merluzzo lesso, di solito, o pastoni di riso e pan bagnato. 

Benché, periodicamente, e di solito per qualche marachella  escrementizia felina, taluni ne chiedevano l’allontanamento, la gran parte dei condomini e della gente del rione la difendeva a spada tratta. Non certo per i gatti, a tutti invisi solo per la loro indole indomabile, ma per le capacità divinatorie e medianiche della trasandata inquilina senza età del terzo piano. Luogo, dunque, di sedute spiritiche e vaticinii. Viavai di massaie, stupidi e disperati.

L’idraulico, un’individuo sdutto e di poche parole, e capelli, s’infilò nel palazzo a testa bassa. Non vedeva l’ora di finire l’ultima fatica e tornare a casa. Ormai troppe le voci che lo davano per cornuto. S’inerpicò velocemente sino al terzo piano e picchio con violenza all’uscio della veggente. Quello scarico intasato era caduto come il cacio sui maccheroni. Al faccia a faccia sarebbe andato con la verità in tasca. La moglie, intanto, stemperava la sua foia tra le braccia del carrozziere in fondo al vicolo. Uomo  esuberante e focoso, ricchissimo, che le aveva fatto presto dimenticare il ragioniere della banca in piazza, rivelatosi  un pezzente che viveva di stipendio, ed il dentista, belloccio sì, ma nulla al confronto in quanto a soldi. Fondamentale, comunque, pensava mentre scopava, era tenere i nervi saldi e continuare a sostenere, come sempre, finzioni e menzogne acciocché quel babbeo del marito non sospettasse mai. L’immenso patrimonio accumulato dallo stagnaro senza mai dare nell’occhio, mantenendo un profilo basso, le apparteneva di diritto. Come, del resto, apparteneva alla moglie il tesoro dello stallone in azione. Donna assolutamente impossibile da spodestare. Ma, al più, alla quale sottrarre qualche prezioso presente.

Con le mammelle ballonzolanti e ben esposte, poiché di ottima fattura artificiale, la consorte del battilamiere  tornava a casa giuliva, appagata dallo shopping ad libitum. Degnò, perciò, di uno sguardo di maliziosa commiserazione l’insegnante di matematica del quinto piano che stava scendendo. Le era sempre piaciuto, ne era attratta. Pur tuttavia il gioco non valeva la candela. Per uno spiantato morto di fame, e sia anche per una botta e via, non poteva certo mettere a repentaglio la montagna di danaro di cui poteva disporre a piacimento.

Lui, il colto professore dalle belle speranze, letto il messaggio che disvelava impietosamente il suo fallimento, sgattaiolò via sprofondato dalla vergogna.