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Tigre bianca, Giardino zoologico di Napoli, luglio 2018

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ma che parlamme a fa’

 

 

dalla prima di laRepubblica di oggi

 

l’avvilente quadro di totale condizionamento della sanità pubblica da parte degli interessi privatistici e di vile asservimento a logiche clientelari politiche E’ IN ESSERE NOTORIAMENTE DALLA NOTTE DEI TEMPI IN TUTTE LE REGIONI

con CONSEGUENZE sino ad ora ampiamente accettate e condivise  dai CITTADINI TUTTI. Altrimenti ci sarebbe stata la rivoluzione, giusto?

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Storie

✍️ gli angeli del focolare

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Se fu davvero un grande amore, nessuno potrà mai affermarlo in tutta onestà. Poiché mai ne diedero prova tangibile, nemmeno ai più intimi. Nessuno, invece, potrà negare l’amore immenso che concessero senza riserve. Anche chi lo osteggiò o non ne condivise il disegno.

Etienne lasciò le Baumettes dopo esservi marcito per oltre dieci anni. Smunto, scorato e avvizzito dopo aver vagato senza meta, come uno sconosciuto in  una città sconosciuta, si diresse, sperando fosse ancora in vita, a casa della madre. Se la città aveva messo un altro vestito di certo era corto poiché le strade, le maestre della sua giovinezza, erano rimaste nude, come lo erano prima. Anzi, forse proprio a ragione del bel vestito nuovo, apparivano ancora più brutte e lerce di quando le aveva lasciate, suo malgrado, sorretto dai gendarmi, e ammanettato. 

Dauphine lasciò il suo carceriere esanime, riverso sul letto in un lago di sangue. Sette anni di abusi di ogni sorta da colui cui era stata data in affitto per 3000 vecchi franchi al mese appena quindicenne, ne avevano devastato spirito e corpo. Fino a indurla a quell’atto estremo pur di potersi liberare per sempre da quell’orrendo giogo. 

Quando bussarono alla porta Dauphine stava cincischiando con una tazzina di caffè dopo la solita notte invasa dagli incubi del passato. Lo scheletro dagli occhi spiritati e dalla barba lunga che si trovò davanti ne risveglio la pietà sepolta, a tal punto che decise di farlo entrare. Etienne constatò, così, e non senza nostalgia, che quella che un tempo era stata casa sua ormai era occupata da quella donna dal volto duro e dallo sguardo di ghiaccio. A tal punto da incutergli timore. 

Da quell’istante, tuttavia, non si lasciarono mai più. Pur senza mai carezze o dolcezze, o intimità. Da due disgraziati nacque un sodalizio capace di rivisitare i confini del singolo e della coppia per aprirsi completamente all’esterno, al tutto. Emarginati, discriminati, oppressi e sfruttati divennero la loro famiglia, la loro ragione di vita. E le dinamiche sottese, quelle che li avevano generati e continuavano a farlo, stravolte, acciocché tutti i figli fossero uguali per davvero. La loro azione fu così incisiva che l’autorità, percependo il pericolo incombente, tentò con ogni mezzo di avversarla. Superarono, indenni, quintali e quintali di fango e aggressioni, anche fisiche. Ma non demorsero mai, fino a quando gli ignoranti, e persino gli ignavi, non divennero consapevoli. Non divennero  un insieme. Una vera famiglia.

Quella famiglia però, ebbe vita breve. Tradita proprio dai quei figliastri per cui si erano tanto prodigati. La somministrazione, a dosi crescenti, di amenità e facezie da parte degli scaltri affabulatori consanguinei condizionò, infatti, il ripudio di quel piccolo sforzo di partecipazione, d’impegno, evidentemente troppo faticoso per essere sostenuto più a lungo. E il rientro alle antiche regole della casa, tra cui la chiusura di porte e finestre. 

Di Etienne e Dauphine, del loro amore e delle loro lotte, non rimase che una lapide commemorativa di marmo sbrecciata a sormontare una vicolo di periferia di uno sperduto paese. Poi anche la toponomastica soggiacque all’oblio e la divelse.

 

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Villa Ebe (Lamont Young) (in alto a destra), collina di Pizzofalcone, Napoli oggi

 

 

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Storie

✍️ l’assoluzione

 

IMG_0032.jpgEvidentemente quella era stata una giornata virtuosa. Una giornata in cui il demonio , prostrato dalla sua stessa malvagità, aveva consentito alle metà buone delle persone di potersi esprimere liberamente, arrestando così l’incessante susseguirsi di peccati, di perfidie. Sedotto, dunque, dal silenzio e dal palpabile profumo d’incenso padre McKenzie, senza nemmeno accorgersene, s’addormentò nel confessionale, dove invano per ore e ore aveva atteso qualche pecora smarrita. Col capo chino sul petto, le mani conserte in grembo, russava in modo sommesso e melodioso. Chi fosse entrato in chiesa in quel momento sarebbe di certo rimasto colpito, preso da quell’atmosfera magica, sacra. E non avrebbe potuto che sedersi su una panca o inginocchiarsi e, avidamente, diventar parte del tutto, conscio della transeunte circostanza. 

Fu l’avvicendarsi rapido delle delusioni che lo aveva allontanato dalla fede, dando per scontato che ne fosse adeguatamente fornito in partenza. Strumento del Cristo redentore, giusto e magnanimo, attraversò in lungo e in largo le periferie degradate di mezzo mondo, convinto che le sue gesta, e quelle di quelli come lui, avrebbero prima o poi trionfato. Riportando il bene e il sorriso ovunque. Cioè il volere di Dio.

Bene e sorrisi, però, nonostante gli sforzi, non si moltiplicarono mai. Anzi, impotente e confuso, ne constatò l’inesorabile estinzione. Si fermò, allora, a riflettere. Roso dai tormenti e dai dubbi. Finché, tornato in patria, non ebbe conferma che gli equilibri erano nelle sole mani di Lucifero. Lui e lui soltanto gestiva il fato. In maniera magari discontinua e talora capricciosa, ma era lui il vero Signore. L’altro, invece, o non era mai esistito o aveva desistito. 

Ad ogni buon conto, pur mollando alquanto gli ormeggi non lasciò la via vecchia per la nuova. Anche se la bazzicò spesso e volentieri, quasi una sfida, in attesa di un segno che potesse illuminarlo. 

Se interpretò come tale l’assoluzione di massa a durata illimitata estorta da un folla esagitata di penitenti irrotta dal nulla, nessuno lo seppe mai. Giacché, da quell’evento, non fu più visto in circolazione. 

 

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