Storie

✍️ vie d’uscita

 

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Rannicchiato nel suo letto, piange. Non tanto per le offese e le umiliazioni, ormai. Piange perchè convinto, consapevole di meritarle. Vorrebbe sparire sottoterra o dissolversi nell’aria, e maledice i suoi genitori. Per averlo messo al mondo nonostante fossero consci che, con matematica certezza, sarebbe stato identico a uno dei due o, peggio, il risultato di una mostruosa commistione. Il che si era puntualmente avverato.
Grasso e balbuziente e con la pelle butterata come il padre, e basso, con gli occhi a palla e i capelli stopposi di incerto colore, come la madre. Un vero obbrobrio. Anche se (mera consolazione) meno orripilante della sorella: obesa, coi denti sporgenti e affollati, cogli occhi storti, praticamente nana e pelosa all’inverosimile. Non a caso ritirata dalla scuola per evitarle continue molestie di ogni sorta e pericolose aggressioni, tra cui anche un tentativo di stupro. Insomma sua sorella stava peggio di lui, ormai reclusa a divorare popcorn davanti al televisore. E basta. Proscritti tutti gli altri dispositivi: pericolosissimi vettori di fango e merda.

È deciso a non andare a scuola. Almeno per quella mattina. Non se la sente proprio di affrontare gli scherni e gli schiaffi, i calci nel culo e le uova spiaccicate sul cranio. Quegli occhi malvagi penetranti. E le urla d’ingiurie, quelle maledette urla che lo investono, lo travolgono col loro carico di livore e disprezzo. Sono tutti d’accordo, coalizzati contro di lui. Persino i professori, con le loro risatine sotto i baffi e gli sguardi rivolti altrove, trasognati. A fingere di non accorgersi di nulla. Insomma non se la sente proprio di scendere nell’arena per essere sbranato dalle fiere.

Disteso e con le braccia dietro la testa, almanacca come risolvere il problema. E, dopo ore, non intravede nessuna via d’uscita. Anzi solo una,  forse.

Da quando è diventato lo schiavo del capo branco, cui obbedisce in tutto e per tutto, le attenzioni della classe, della scuola si sono concentrate altrove. Su altri disgraziati.

 

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Napoli, settembre 2017

Fotografia & Arti visive

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Napoli, Cripta della Chiesa dei SS. Filippo e Giacomo, luglio 2017

 

Nell’arco temporale compreso fra il 1580 e il 1630 l’arte della seta napoletana (dal baco al manufatto finito) raggiunse eccellenza internazionale. Tessitori e mercanti, uniti nella Corporazione dell’arte della Seta, fecero della Chiesa dei SS. Filippo e Giacomo la loro sede privilegiata.  Le orfane dei consociati (” e figgliole da seta”), acciocché non si perdessero nella strada, venivano accolte in tale struttura, in regime di clausura fino alla maggiore età. Quando, cioè, illibate e istruite nell’arte sartoriale, erano pronte al matrimonio (naturalmente combinato e, di solito, con membri dell’aristocrazia). L’illibatezza era requisito fondamentale per l’accoglienza, tant’è che pur decenni o dodicenni, le ragazze dovevano superare l’esame ginecologico per essere ammesse. La cripta di cui in foto raccoglie le loro spoglie.

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∞ Le figliole della seta

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Napoli, Cimitero delle Fontanelle, luglio 2017: Donna Concetta

 

 

Il cimitero delle Fontanelle accoglie circa 40.000 resti di persone, vittime della peste del 1656 e del colera del 1836. Tra questi, pare, anche quelli di Giacomo Leopardi (morto agli inizi del 1837). Tuttavia al riguardo le tesi sono contrastanti e dibattute e ancora oggi non è certo che le spoglie conservate al Parco Virgiliano, sempre a Napoli, appartengano appunto al poeta.

Quasi ogni teschio (detto anche “capuzzella”) conservato religiosamente in questa  immensa caverna tufacea incuneata nel quartiere Sanità, è oggetto di rispetto e devozione. Sino alla adozione, acciocché l’estinto (o l’estinta) possa vegliare e proteggere, così, la vita e i sogni di chi ne ha cura. Soprattutto nei momenti critici o per eventi negativi quali, ad esempio, una malattia o un dissesto finanziario.

Le numerosissime testimonianze di gratitudine manifestamente attestano la prodigiosa magnanimità di Donna Concetta, nota anche come la “capa che suda” (poiché il cranio appare lucido per l’umidità). Alla quale è stata destinata anche una collocazione privilegiata, al riparo in quella teca aperta nota come scarabattola.

 

 

 

 

 

Fotografia & Arti visive

∞ Donna Concetta

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Storie

✍️ presto o tardi

34 gradini.

17 per due rampe. Separate da un piccolo spiazzo in piano

I gradini sono di marmo, screziati e graffitati qua e la. Sbrecciati per la gran parte.

Io giù, in procinto di salire. Lei su, braccia conserte, gambe divaricate, capelli al vento e sguardo impenetrabile

Il primo che affronto, mi dice “era ora”

Il secondo sbuffando aggiunge “muoviti”

“Mettici impegno, e dai” mi dice il terzo

Il quarto osservandomi sottecchi mi sussurra “forza e coraggio”

Il quinto e il sesto non mi rivolgono la parola

Il settimo, ridendo, “e jamme, jà”

L’ottavo, serio, “guarda che se non ti sbrighi rischi di perdere tutto”

Il nono aiuta il piede a sollevarsi verso il decimo

Il decimo, truce, “che aspetti a salire a due a due, forza!!”

L’undicesimo e il dodicesimo battono le mani, come a incoraggiare

Il tredicesimo, lo sfortunato per antonomasia, tace per evitare fraintesi

Il quattordicesimo urla “mamma mia, e che ci vuole, muovi quelle chiappe flosce”

Il quindicesimo, il più rovinato, trova il fiato per avvisarmi “se non affretti il passo, mi sa che resterai con un pugno di mosche”

“Giusto” dice il sedicesimo

“Finalmente..e che c’è voluto!” aggiunge il diciassettesimo “ora corri, vola e non indugiare più..è una occasione più unica che rara !!”

Nel piccolo spazio che separa le rampe sollevo lo sguardo. Lei è sempre lì, sfinge inintelligibile. La fragranza dei suoi capelli mi inonda, trasportata dalla brezza. Con immutato fascino.

Affronto con piglio deciso il diciottesimo scalino, l’unico integro. “attento a quel fai” mi dice all’orecchio

“Verissimo” aggiunge il diciannovesimo

Il ventesimo volge lo sguardo altrove e, mentre lo supero, sento che dice “questo o è o ci fa”

“Piano, rifletti, è una cosa seria” mi dice il ventunesimo strattonandomi i pantaloni

“Può cambiarti la vita, attenzione” soggiunge il ventiduesimo

Il ventitreesimo  non parla, ma mi afferra le scarpe nel tentativo di fermarmi

Il ventiquattresimo è muto dallo sdegno

Il 25 e il 26 , muti anch’essi, esprimono chiaro disprezzo, nel dissenso

Il ventisettesimo, spaventatissimo, mi esorta a fermarmi e tornare indietro senza se o ma

Il ventottesimo grida minaccioso “guarda che devi pensarci bene..tu stai agendo in modo avventato, te ne pentirai…sarà un disastro”

Il 29, con la sua sbrecciatura, mi fa inciampare e sghignazza, contento di aver rallentato la mia scalata

Il trentesimo mi ingiunge di tralasciare la mia solita e incorreggibile impetuosità, il mio istinto e di ascoltare una volta tanto la ragione, il buon senso

31 e 32 discutono animatamente fra loro: il 32 è del parere di non intromettersi

Il trentatreesimo, mi blocca la scarpa e in tono tragico tuona “torna indietro, ascoltami, la tua vita sarà rovinata irreparabilmente”

Il 34 tace, in lacrime, mentre ansante rialzo lo sguardo. E trovo la strada deserta: lei non c’è più.

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