Storie

✍️ il reduce

 

Hans era a Parigi da oltre due mesi. E ne era entusiasta. Non si era mai sentito meglio in vita sua. La serenità che aveva riacquistato lo aveva proiettato in uno stato di grazia che pensava di non poter più provare.

Aveva lasciato Berlino provato ma sollevato, come se quella partenza fosse capitata al momento giusto. Nonostante il pericolo cui andava incontro era contento di partire, devastato com’era dai sensi di colpa e dalla tristezza. Consapevole del fallimento della sua vita, condizionata dalle scelte dettate da quelle che all’epoca sembravano le necessità più impellenti: il bisogno di indipendenza e autodeterminazione, e il sottrarsi dalla morsa di genitori inflessibili. L’idillio con Gerda era durato poco, giusto il tempo della prima gravidanza. Poi vennero a galla tutte le incomprensioni e le insoddisfazioni di entrambi, intrappolati nelle banalità quotidiane, nelle responsabilità e nelle rinunce che si moltiplicarono con l’arrivo del secondo figlio. L’intolleranza reciproca aveva ormai raggiunto il culmine, tanto che nemmeno si salutarono malgrado l’eccezionalità dell’evento. Lei rimase sulla porta, a braccia conserte e il volto inciprignito, quasi a percepirne la via di fuga. Lui tirò dritto, verso la stazione, senza più voltarsi e a passo sempre più svelto, riespandendo i polmoni a lungo asfissiati.

Se chiudeva gli occhi, e lo stava facendo spesso e volentieri quella mattina, sentiva distintamente il profumo di lei. Michelle l’aveva travolto sin dalla prima settimana in cui era arrivato. Insieme a lei, grazie a lei, al suo amore senza cappi né regole, aveva ritrovato il coraggio e la determinazione che credeva perduti per sempre.  Con lei al fianco si sentiva di nuovo forte e padrone delle sue azioni e dei suoi pensieri. Con lei al fianco le prospettive, represse e mortificate, avevano ripreso a pulsare, a vivere con maggior vigore, ridefinendo sin da subito i confini del suo futuro, riassestandoli alla vastità iniziale.

 

Seduto in quella brasserie di Rue de la Roquette stava rileggendo la lettera che avrebbe spedito di lì a poco e con la quale avrebbe sancito il suo divorzio, dalla moglie e dai figli e dal grigiore deprimente di quel che era stato il suo galleggiare al mondo. Da Parigi non si sarebbe più mosso, poiché sentiva che solo lì,  insieme a  Michelle, sarebbe stato felice, senza più intralci e sensi di colpa. Ormai aveva deciso, e niente e nessuno poteva fermarlo. Anche i ragazzi, dopo tutto, avrebbero capito e  avrebbero trovato un nuovo equilibrio, una nuova dimensione, finalmente liberati da un rapporto inesistente quanto nocivo, triste. Del quale, da grandi, non avrebbero avuto che brutti ricordi e astio, se non livore. Meglio stare senza che avere un padre scadente. Il tempo, poi, avrebbe fatto il resto e l’oblio avrebbe sanato ogni cosa, cancellando l’assenza.

Non poteva essere considerato un crimine tagliare i lacci per far  spiegare le ali e raggiungere i cieli che sapeva di meritare. Non poteva essere considerato un crimine rimediare pur col male inevitabile che si sarebbe prodotto. Non poteva essere considerato un crimine opporsi alla morte. Non poteva essere considerato un crimine aprire la gabbia di una famiglia inesistente nella speranza seguissero il suo esempio.

Le consuetudini, erano state le consuetudini a farlo sbagliare, a farli sbagliare: sposarsi e, soprattutto, avere figli, trascurando se stessi e i loro obiettivi. Mettendosi costantemente in secondo piano, di rinuncia  in rinuncia. Si augurava che Gerda potesse comprendere, acciocché anch’ella potesse riprendersi, anche se con certezza sapeva che sarebbe stato il rancore ad avere la meglio. Si sarebbe arrovellata per anni prima di farsene una ragione, distruggendosi nel vano tentativo di vendicarsi in qualche modo, per essere risarcita del tempo che aveva loro dedicato, per riprendersi quel che riteneva le fosse stato sottratto più che per il tradimento in sé. 

Guillaume aveva il tedesco nel mirino già da un bel pezzo. Quando finalmente decise di sparare, lo fece con la presunzione della sua infallibilità.

Per il resto dei suoi giorni il reduce si spense a poco a poco sulla sedia a rotelle, in silenzio, sotto i colpi delle asprezze che Gerda gli somministrò  incessantemente, senza pietà. Piegandosi al suo volere anche più di quanto la donna potesse desiderare e sperare. 

 

 

 

 

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✍️ prospettiva nevskij

Piotr Ivanovic Rokaminsky a 7 anni era un ometto. Obbediente, disciplinato e studioso. Negli anni a venire, mentre il Neva fluiva indifferente, crebbe assimilando ed esprimendo sempre meglio ciò che il saggio Ivan Ivanovic e la fedele compagna Natal’ja Petrovna gli avevano insegnato. E, quando fu il momento, si trovò pronto per l’immissione nella società che conta. Districandosi agevolmente tra inganni, ipocrisie e camarille, divenne in breve ricco e potente, così come era nelle attese dei suoi pigmalioni. 

Venne così, in questo disegno già ben tracciato, il momento cruciale del matrimonio. Passo fondamentale per consentire alla stella in ascesa una consacrazione sociale. La scelta, dopo severe selezioni, circoscritte esclusivamente nella cerchia dell’alta borghesia, cadde su Amalia, primogenita del generale Nikolai Krylenko, della guardia imperiale dello zar. Una ragazzona acqua e sapone, quasi mai uscita di casa, i cui sogni indotti stavano per essere esauditi. Ella, infatti, scalpitava da tempo per poter dimostrare a qualcuno l’abnegazione di cui era capace. 

Non si stupirà, quindi, il lettore se allo scoccare esatto dei canonici 9 mesi, diede alla luce un bel maschietto cui  fu imposto il nome di Nikolai Ivan.  E se, negli anni a venire, sfornò altri quattro eredi.

Nikita Kravcenko stette male per diversi giorni quando seppe. Steso sul letto a fissare il soffitto, non fece altro che fumare e ubriacarsi fino a tramortirsi ripetutamente. Non metteva assolutamente in dubbio il sentimento che provava né il suo frutto. Seppur   figlio di una casualità destabilizzante, inedita per la ferrea razionalità del sottocapo di terza classe della marina imperiale. Da sempre sostenitore convinto della dissennatezza del genere umano e del suo mondo corrotto, di certo non bisognevole di altre vittime. Innocenti da addomesticare nel e per il circo degli orrori. Se non avesse avuto tentennamenti suo figlio sarebbe cresciuto liberamente, senza imposizioni e condizionamenti, nell’assoluta autodeterminazione. Lo attendeva un compito molto arduo e aveva paura, nonostante la fermezza dei propositi, di non essere in grado di concretizzarli. Di non essere all’altezza di riuscire a formare un uomo libero e pulito. Un uomo nuovo.

Fu con queste premesse, in buona parte condivise, che Olga Denisova partorì, nove mesi dopo, una femminuccia di oltre 4 chili che fu chiamata Sofija, in onore alla divina Parnok. Nikita, presente all’evento, rimase sconcertato poiché, pensò, il suo compito sarebbe stato ancor più impegnativo.

Il lettore non sarà affatto sorpreso nell’apprendere che Sofija e Nikolai Ivan, chissà perché e quando, trovarono il modo di innamorarsi e scompaginare, così, le carte accuratamente disposte dalle loro famiglie. Sarà però di certo sorpreso nel constatare che di questa storia non vi è una fine, poiché  l’incapace scriba trovandosi di fronte diversi scenari troppo complicati ancorché inquinati dal fortunale bolscevico, ha pensato bene di deporre, affranto ,la penna.

 

 

 

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✍️ appaloosa

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La prima volta che l’incontrai fu dopo il primo o secondo vagito, o terzo non ricordo bene. Il mio è un ricordo ricostruito, elaborato e sostenuto dai successivi incontri, quando ormai era maturata a dovere la mia memoria, la capacità del mio cervello di poter resuscitare a suo piacimento le tracce del passato. Emerse all’improvviso tra i fumi di vapore e sudore che ammorbavano il teepee e, dopo essersi avvicinata quasi sino a toccarmi, si allontanò immediatamente sorridendo appena e salutandomi con la mano. 

Il secondo incontro, registrato da una memoria ormai efficace,  avvenne quando caddi da un albero, frugando tra i rami nella vana speranza di catturare uno scoiattolo. Mi apparve ancor prima che qualcuno potesse accorrere e, con parole semplici, mi raccontò di quel che mi sarei dovuto aspettare. Era sorridente e, pur smunta e esangue, dai tratti spigolosi e irregolari, mi fu simpatica. All’arrivo di mia madre si dileguò salutandomi con la solita mano oscillante.

Mia madre era una Yaqui, e io un mezzosangue. Frutto di una scorribanda di soldati a cavallo. Perciò inviso a entrambe le parti, sporco indiano per le giacche blu e viso pallido per la tribù che, a stento, mi tollerava. Vivemmo emarginati nell’accampamento fino a quando non fu raso al suolo in una delle tante incursioni con cui si divertiva l’esercito. Anche in quell’occasione la vidi, quantunque fu un incontro fugace rimarcato dal suo volto inespressivo in uno con la mano svolazzante.

Scampato allo sterminio grazie alla mia pelle pressoché bianca, dovetti in fretta adattarmi in una realtà a me sconosciuta quanto ostile. Imparai, in fretta, ciò che di bello c’era e quello di brutto che, ai mie occhi, sembrava preponderante e smisurato, ingiusto. Cercai anche di avvicinarmi al Dio dei vincitori ma, più passava il tempo, e più mi appariva come una entità fasulla, una sorta di diversivo o appiglio per illusi e disperati. E, di certo, pur volendone ammettere l’esistenza, una entità alquanto bislacca se non francamente crudele, visti i crimini e i soprusi cui dava il beneplacito. Ciononostante ebbi una crisi mistica, di breve durata per fortuna, in cui cercai di credere con tutte le mie forze, dibattendomi ferocemente con la mia ombra dissidente e recalcitrante, infaticabile. 

Altri incontri avvennero quando mi sposai, con una altra mezzosangue conosciuta in un bordello, quando mi amputai una mano mentre posavo una rotaia che avrebbe condotto il progresso e quando mi ammalai di tifo. E una altra volta ancora, che pensavo davvero fosse quella giusta, quando Frank Griffin, un rinomato e ricercato bandito, mi sparò reo di averlo fissato troppo a lungo. Finita la convalescenza decisi che ne avevo abbastanza. Mi ritirai così nella riserva, tra la mia vera gente, per riprendere quella vita che avevo smarrito e vilipeso tra le strade fangose di Tombstone. 

Era una bellissima notte stellata quando con la sua mano stretta nella mia ci avviammo, a cavallo, verso l’immensità del deserto di Sonora.

 

 

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✍️ souvenir d’Italie

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Il viaggio in Italia rappresentò per Vernon un punto di svolta. Una sorta di presa di coscienza dopo essersi dannato per anni. L’evento, per la verità, non fu voluto ma esplose d’improvviso in modo del tutto inaspettato sorprendendo l’attore che, così, si affrancò per sempre dalla nutrita schiera dei tormentati, di coloro che si pongono domande di continuo, che annaspano disperati nei dubbi.

Quando realizzò, così da un momento all’altro e nel bel mezzo di una piazza affollata di gente sconosciuta e di sole, provò a resistere, ad opporsi a se stesso. Ma era tardi e dovette soccombere sotto l’evidenza dei fatti, che gli piombarono addosso come una miriade di asteroidi incandescenti.

Il sorriso di una dolce e graziosa fanciulla dagli occhi a mandorla catturò la sua attenzione interrompendo solo per un attimo quello che sarebbe stato un lungo e sfiancante almanaccare. Per qualche frazione di secondo si illuse di aver fatto breccia ma, in breve, fu chiaro che la soave apparizione non voleva nient’altro che farsi scattare una foto ricordo, un souvenir d’Italie. Si pose così al centro dell’ampio e storico spazio soleggiato e lì rimase per un tempo indefinito, di certo lungo abbastanza da spazientire più volte la bellezza accovacciata in posa.

Chissà se la causa scatenante fu il lampo del flash, ma fu proprio in quell’istante che un fiotto di calore lo pervase dallo stomaco alla testa, e il cuore iniziò a galoppare, battendo tanto forte da piegare lo sterno. A 57 anni , per la prima volta, si rese conto di aver  perso una quantità considerevole di vita senza mai viverla. Nell’inseguire il miraggio che, prima o poi, gli ideali calpestati e vilipesi si sarebbero riappropriati della loro funzione vitale, anche grazie al suo impegno. Nello sperare che la fiducia nel prossimo e il rispetto  delle regole potessero, prima o poi, trovare un riscontro.  E, invece, non aveva fatto altro che sperperare dissennatamente  minuti e secondi, nonostante l’evidenza ingravescente e irreversibile di un sovvertimento totale e folle. L’impostura regnava sovrana e nulla e nessuno mai avrebbero potuto scalfirla, scalzarla dai troni sparsi ovunque.

Era ormai ora di rimediare. Prima dell’ineluttabile fine era necessario, impellente, fondamentale vivere appieno, senza perdere più nemmeno un millesimo di secondo. Assecondando solo se stesso, le sue esigenze, i suoi desideri e le tante curiosità accantonate. Non fu facile, timido quale era,  ma la magia di quell’attimo fuggente, in uno con l’istinto di sopravvivenza, riuscirono a compiere il miracolo. 

Quella sera, tra sushi e chianti, festeggiò con inedita gioia la sua rinascita, non certo casuale come la prima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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✍️ si muore solo due volte

Il professore, ormai prossimo alla pensione, decise che era da troppo che non onorava la memoria dei suoi defunti genitori. E così, cappotto e cappello, si diresse a passo svelto verso il non lontano cimitero.

Mentre arrancava sul ripido pendio che portava alla cappella gentilizia non potè fare a meno di soffermarsi sulle lapidi che a destra e a manca si affastellavano senza soluzione di continuità. E così fece anche per tutte quelle che ornavano le cappelle, le fosse, i sepolcri e gli avelli sparsi. Giunto in cima, su una panchina, si fermò a riposare e riflettere.

Come manifestamente attestavano, le epigrafi non solo dichiaravano la totale assenza di cattivi o  malvagi, ma esaltavano in modo enfatico le vite passate di tutti gli abitanti dell’immensa sconfinata metropoli dei morti. Insomma tutte le salme si erano distinte  per la loro pregressa condotta esemplare (ben rimarcata anche dagli innumerevoli titoli anteposti al patronimico) e nessuno, proprio nessuno, aveva commesso nefandezze.

La cosa non gli tornava. Nella sua non breve esistenza aveva avuto un riscontro diametralmente opposto. E, dunque, se non lì dove erano finiti tutti i pezzi di merda che avevano scombinato la sua vita? Ovvero che fine aveva fatto la maggioranza attiva della popolazione?  Quella la cui ragione di vita era stata fare del male al resto?

Di certo, pur volendo, non poteva essere  stata spedita negli altri sette pianeti del sistema solare a esportare una singolare civiltà.  L’aldilà, dunque, non era che l’ennesima truffa, la più colossale e cinica, la più spietata e crudele. Una nuova esistenza non dissimile dalla prima (nella più rosea  delle ipotesi e delle speranze ).  Insomma altro che eterno riposo.

 



 

 

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