Storie

✍️ che posso fare per lei Maestà?

IMG_0767C’era una volta,

miei cari cinque lettori, un reame. Un regno senza confini e senza tempo, mai uguale ma sempre lo stesso, e pieno zeppo di re e regine. Capace, magicamente, di annientare i fortunali tramutandoli in aliti e stille, e così preservare la sua  immutabilità. 

Tanti ma tanti anni fa, per la prima volta nella storia di questo reame, nella stessa classe della più prestigiosa delle scuole, i figli di un panettiere, di due maniscalchi, di un merciaio e di un contadino, furono ammessi a condividere i banchi con diciassette rampolli di teste coronate. L’evento, grandemente ostentato, non fu che un espediente escogitato per imbonire la plebe, di tanto in tanto rispettosamente vociante, nella certezza che non avrebbe di certo nuociuto, né al regno né tantomeno ai principini, poiché fine a se stesso. Un atto di astuta apparente magnanimità che sarebbe stata ricompensata da una ritemprata accondiscendenza dei villani tutto sommato già contenti per l’illusoria chance concessa ai loro figli. 

I paria, furono accettati di buon grado dalla gran parte dei principini,  in quanto considerati un allegro diversivo a interrompere il pesante protocollo di corte. Un intrigante passatempo, in qualche caso anche piacevolmente trasgressivo. I paria, d’altro canto, convinti del loro sicuro affrancamento, parteciparono di buon grado ai ludi, spensieratamente, senza mai rendersi conto che loro sorte era già segnata. Senza mai rendersi conto che, nonostante impegno e intelligenza, non avrebbero avuto scampo, da grandi. Paria erano e paria sarebbero rimasti, al massimo con qualche fiorino in più e un bell’abito per fingere (o per illudersi) di stare dall’altra parte. 

Per tutta la durata degli studi non ci furono imprevisti o screzi, anzi i legami  tra i gruppi si saldarono vieppiù, tanto che i cinque meschini ritennero di aver acquisito, ormai, gli stessi diritti dei loro blasonati compagni. Pronti, quindi, per il gran salto.

Con la consegna dei titoli di studi la combriccola si sciolse e ognuno s’incamminò per la propria strada. Per gli eredi ai troni si spalancarono immediatamente portoni di palazzi e corti, senza nemmeno bussare. Fino a completare il rimpiazzo generazionale. Per i paria, invece, non ci furono che porte di servizio, retrobotteghe e scantinati. Ovvero contentini  di carità o convenienza. Solo uno di loro, grazie alla feroce lotta intestina fra due contendenti di pari lignaggio, riuscì a trovare un varco nella villa sulla piazza principale. E fu additato, nonostante la stizza per l’onta, quale concreto esempio delle pari opportunità consentite nell’illuminatissimo regno. 

Sappiate, mie fedeli cinque lettori, che la fortuna si rese conto di aver esagerato, pur con l’alibi della cecità, e così di buon grado cedette il passo ai colpi incalzanti della reazione, al giusto riequilibrio della normalità turbata. Accerchiato e isolato, al figlio del contadino non restò che arrendersi e accontentarsi di servire a corte.

 

 

Annunci
Standard
Storie

✍️ cucina nostrana

 

 

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl caso, nella sua  imperscrutabilità, mi ha concesso lunga vita, e anche una buona salute se si esclude un modesto e incostante indebolimento nelle gambe che mi costringe, ogni tanto, a trovare sostegni anche improvvisati. Per un ottantenne qual sono è un miracolo. Tenendo conto anche della sostanziale tenuta della mia virilità, e dell’amore donatomi da una splendida cinquantenne.

Parenti, amici, conoscenti e paesani trovano assai deplorevole e ridicola la mia situazione, poiché sostengono che la presenza della giovane nasconde solo meschini quanto palesi interessi. Solo con un vecchio rincoglionito come me avrebbe potuto trovare un tetto, da mangiare e vestirsi come una signora una negra semiclandestina venuta chissà da quale lurido villaggio africano. Una scimmia antropomorfa fortunata quanto scaltra che, con un rottame nel letto, si è messa al riparo anche da sgradevoli sacrifici.

Confesso che, negli ultimi tempi, le loro beffarde parole, i loro lazzi, le risatine di scherno hanno minato le mie certezze e la fiducia riposta nella mia compagna. Più la guardo, soprattutto di notte quando dorme e posso osservarla con attenzione, e più mi chiedo come abbia fatto a perdere la testa per lei. Come non mi sia mai vergognato  per avere una negra al fianco, in casa. Sì è vero sono decrepito e repellente e di meglio non avrei potuto pretendere o avere. Però non le ho fatto mancare nulla e nemmeno a letto credo di aver sfigurato senza, al contempo, averle mai mancato di rispetto, aver preteso sconcezze a compenso. Sconcezze che potrebbe invece aver fatto con uno o tutti i miei detrattori, con chi mi ride alle spalle e in faccia, mettendo a frutto la lussuria che è innata in tutte le negre. In fondo, a ripensarci bene, l’ho incontrata e raccolta in un bar di periferia, sordido e puzzolente, equivoco. E nulla  so del suo passato, né glielo ho mai chiesto. Poiché l’ho amata sin dal primo sguardo. E quando, dopo qualche tempo, mi è sembrato che anche lei mi amasse, con sincerità, mi sono sentito al settimo cielo, sfrondato di cinquant’anni.

L’altra notte, mentre la testa ribolliva sul cuscino, ho preso la decisione di mandarla via, e mettere la parola fine a una scellerata illusione durata già abbastanza, a una frode perpetrata da una negra commediante di prim’ordine, di certo fedifraga, e riacquistare la dignità e il rispetto dissolti in un momento di follia senile.

La donna, dunque, si trova a vagare per strada senza sapere dove andare. Con la stessa valigia usata quando è partita da Massawa. Allora pesante di belle speranze, ora di amarezze e delusioni. Ha amato quell’uomo a dispetto della sua età avanzata, della sua decrepitezza. L’unico, nella sua nuova realtà, a non averla disprezzata né umiliata, l’unico ad averla accolta con tenerezza e comprensione, senza tener conto dell’involucro. L’unico, nella sua vita passata e presente, che non l’ha mai fatta sentire un oggetto, ma un essere umano con cui condividere un cammino pregno di emozioni e sentimenti. Sapeva che avrebbe trovato diffidenza e pregiudizi, affrontando l’ignoto in un nuovo mondo, ma una franca ostilità non l’aveva proprio prevista. Fidando nella civiltà in cui credeva di poter vivere una vita migliore, ben diversa  di quella che aveva abbandonato, miserrima e violenta.

Seduta su una panca, con le lacrime a dar sfogo alla disperazione, ha già deciso di lasciare quel posto, quel paese e ritornarsene a casa. Dove dovrà difendersi solo dall’essere una donna. 

 

Standard
Storie

✍️ giorgio e marisa

IMG_1015 (1)Conosco Giorgio sin dai banchi delle elementari. Spudorato, volitivo e ribelle, non poteva non conquistare il suo esatto contrario, e viceversa. L’uno a tentare di emulare e osare, l’altro evidentemente a tentare di proteggere ed esortare, diventammo in breve coppia inseparabile e inossidabile all’usura del tempo e delle avversità. Persino al mio matrimonio. 

Non so proprio come trovai, un bel giorno, il coraggio di invitare a cena la mia graziosa e discreta collega d’ufficio. Così come non so spiegare come non ebbe alcuna esitazione ad accettare e, in seguito, a unire la sua vita con quella di un anonimo burocrate, di un essere insignificante quale sono. Per la verità nemmeno lei brillava in personalità, ma almeno aveva un fisico degno di nota. In ogni caso non avrei potuto pretendere di meglio. Dopo il doveroso cattolico si, ci sistemammo in un trivani accessoriato a ridosso del centro storico. E, un anno dopo, lei si dimise per dedicarsi a me, proteso verso l’apice della carriera: archivista capo. Bambini non ne vennero, con grande cruccio di lei. Non approfondimmo mai chi fosse il responsabile né ci fasciammo la testa per la carenza, salvo una breve depressione che l’afflisse per alcuni mesi, prima che sopraggiungesse una mesta rassegnazione.

Giorgio riapparve dopo una misteriosa quanto inaspettata eclissi. E, pian piano, sera dopo sera, divenne ospite fisso di tutti i nostri convivi. All’inizio la sua presenza fu accolta con piacere, una folata di vento a scuotere il torpore incombente. Poi, non ricordo esattamente quando, divenne invece un vero fortunale di feroce sarcasmo che si rovesciava senza soste su Marisa. Rimestando senza alcuna pietà nei suoi angoli più reconditi e sbeffeggiando le sue cristallizzate consuetudini borghesi, la sua bigotta ipocrisia infarcita di luoghi comuni e inconfutabili certezze, i suoi meschini pregiudizi con relative  inappellabili sentenze. Solo a tratti Marisa riusciva ad arginare, poi crollava avvilita rifugiandosi nel silenzio o in camera da letto. Dove, dopo, mi aggrediva in lacrime accusandomi di viltà. Inerte e inerme di fronte al costante disprezzo che il mio amico ostentava  nei nostri confronti, senza alcun rispetto. Considerato che nel bersaglio c’ero anche io, burattino senza fili del tutto estraneo a slanci, eccessi o disordini, e pensieri controcorrente.  E il mio silenzio, il mio capo chino, la stizzivano fino all’isteria, senza riuscire mai a comprendere che la mia era sì vigliaccheria, ma per non essere capace di tramutare i sonori ceffoni di Giorgio in tumulti di rivolta. 

 

Per impedire alla tormenta di continuare a devastare l’ambiente, decisi che era giunto il momento di soffocarla, acciocché non potesse più nuocere.

Marisa sparì d’improvviso e non la rividi mai più. Solo molti anni dopo, sfogliando una rivista, comparve la sua foto mentre, splendente come mai prima, ritirava un premio per delle ricerche su alcuni insetti (suo vecchio pallino) dell’africa centrale. Assieme al suo compagno, un noto entomologo vietnamita, e a un nugolo di bambini festanti. Un’immagine che mi lasciò di stucco, confesso, nella misura in cui la considerazione di mia moglie non aveva mai raggiunto la sufficienza. 

E che mi ha perseguitato fino alla pensione, mentre continuavo imperterrito a archiviare carte. Solo allora, pur con mille perplessità e fidando sul non è mai troppo tardi, mi sono imbarcato senza bagaglio per Zihuatanejo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Standard
Storie

✍️ divina provvidenza

 

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERACiò che non può essere sfruttato, non serve. Ciò che è stato spremuto, non serve più. Bisogna, dunque, mio Illustrissimo amico, trovare il sistema, radicale e definitivo, per eliminare questo materiale inutile. Ciarpame che sottrae tempo e danaro a noi, ai nostri amici e ai nostri cari sodali. Ai nostri affari. Ne converrà, quindi, che quanto prima si fa meglio è per tutti. Pertanto suggerirei un incontro a breve onde poter porre sul tappeto la questione e risolverla in tempi altrettanto brevi.  Questo scempio deve finire, una volta e per sempre. Così come deve finire la programmazione troppo approssimativa e aleatoria di quel che invece serve, di quel che ci può e deve servire. Ho l’impressione che gli elementi atti a distogliere e imbonire abbiano perso un po’ di smalto e incisività. E’ necessario fare ogni sforzo, se mi è consentito, affinché si riesca a rastrellare il meglio, a raccogliere il più possibile, il massimo possibile se non tutto, spazzando via i brutti pensieri che ancora vedo in giro. Attendo con ansia Sue in merito.

Carissimo e preziosissimo amico, le Sue osservazioni sfondano una porta aperta. Le posso assicurare che, insieme al Gran Consiglio, stiamo elaborando una soluzione finale per cancellare così le impostazioni dei nostri predecessori che, forse per incuria, incapacità o eccessiva prudenza per blandire l’opinione pubblica (come se avesse mai contato qualcosa), hanno sì permesso uno sfoltimento dei ranghi ma di fatto hanno trasformato in cogente lo smaltimento cui Lei accennava. Come del resto sul reclutamento: troppo poco persuasivo per sperare in una produttività significativa e spensierata, di un certo livello, come a  Noi conviene. Le posso, dunque, fin da ora assicurare che in capo a dieci giorni tutto sarà risolto. 

Lei è stato a dir poco eccezionale! Al finire dei dieci giorni promessi ho potuto constatare di persona l’efficienza della Sua azione. Lo zyklon B è stata veramente una trovata geniale, il classico uovo di colombo cui solo una mente eccelsa come la Sua poteva attingere. Per strada, nei negozi e negli uffici non vedo che, ed era ora, pischelli. Solo ed esclusivamente pischelli sorridenti, ben felici grazie a quel piatto in più di lenticchie e a qualche cianfrusaglia in offerta (altra Sua genialata), di ottemperare e collaborare ancor più dei loro progenitori, e senza più averli tra i piedi a intralcio del loro fruttuoso, per noi, procedere. Ben fatto, Potentissimo amico mio. E che ora si prosegua su questa retta via stabilendo sin da subito la soglia più conveniente. Io, se posso permettermi, propenderei per i  40. Ma lascio, naturalmente, a Lei e al Gran Consiglio, definire questo spartiacque, di certo non trascurabile.

Il suo suggerimento sullo “spartiacque” verrà tenuto in debita considerazione. Anzi, direi proprio che può andare bene nella misura in cui il provvedimento ha carattere sperimentale e temporaneo. E’ mia intenzione, al massimo fra un anno, procedere in modo più spedito e vantaggioso, rimestando e rinfocolando le acredini e i rancori già in essere fra i contendenti. La convinzione che uno danneggi l’altro, e viceversa va decisamente agevolata e incarognita. Al punto che, con un ulteriore elemosina travestita da libertà, i primi dovranno sbarazzarsi dei secondi coi loro mezzi, con le loro mani e non solo dopo una certa soglia ma anche se dovessero esprimersi contingenze tipo malattie, gravi infortuni e inabilità di qualsiasi tipo. La manovra sarà completata, infine, dall’erogazione di un incentivo assolutamente ridicolo acciocché i nuovi giunti possano essere allevati nel migliore dei modi, già pronti all’uso sin dai primi passi. Tutto ciò consentirà un totale controllo della situazione, una fidelizzazione senza precedenti, immune da incognite e  variabili imprevedibili.

Non ho parole. Solo Lei poteva essere capace di tanto. La ringrazio a nome mio, personale, e di tutti i consiglieri di tutti i consigli  di tutto il paese per aver asfaltato, definitivamente, qualsiasi residuo di pensiero e  inutili (e pericolosi) vecchi ricordi. 

Che Iddio continui a vegliare e benedire  il Vostro operato.

Standard
Storie

✍️ il reduce

 

Hans era a Parigi da oltre due mesi. E ne era entusiasta. Non si era mai sentito meglio in vita sua. La serenità che aveva riacquistato lo aveva proiettato in uno stato di grazia che pensava di non poter più provare.

Aveva lasciato Berlino provato ma sollevato, come se quella partenza fosse capitata al momento giusto. Nonostante il pericolo cui andava incontro era contento di partire, devastato com’era dai sensi di colpa e dalla tristezza. Consapevole del fallimento della sua vita, condizionata dalle scelte dettate da quelle che all’epoca sembravano le necessità più impellenti: il bisogno di indipendenza e autodeterminazione, e il sottrarsi dalla morsa di genitori inflessibili. L’idillio con Gerda era durato poco, giusto il tempo della prima gravidanza. Poi vennero a galla tutte le incomprensioni e le insoddisfazioni di entrambi, intrappolati nelle banalità quotidiane, nelle responsabilità e nelle rinunce che si moltiplicarono con l’arrivo del secondo figlio. L’intolleranza reciproca aveva ormai raggiunto il culmine, tanto che nemmeno si salutarono malgrado l’eccezionalità dell’evento. Lei rimase sulla porta, a braccia conserte e il volto inciprignito, quasi a percepirne la via di fuga. Lui tirò dritto, verso la stazione, senza più voltarsi e a passo sempre più svelto, riespandendo i polmoni a lungo asfissiati.

Se chiudeva gli occhi, e lo stava facendo spesso e volentieri quella mattina, sentiva distintamente il profumo di lei. Michelle l’aveva travolto sin dalla prima settimana in cui era arrivato. Insieme a lei, grazie a lei, al suo amore senza cappi né regole, aveva ritrovato il coraggio e la determinazione che credeva perduti per sempre.  Con lei al fianco si sentiva di nuovo forte e padrone delle sue azioni e dei suoi pensieri. Con lei al fianco le prospettive, represse e mortificate, avevano ripreso a pulsare, a vivere con maggior vigore, ridefinendo sin da subito i confini del suo futuro, riassestandoli alla vastità iniziale.

 

Seduto in quella brasserie di Rue de la Roquette stava rileggendo la lettera che avrebbe spedito di lì a poco e con la quale avrebbe sancito il suo divorzio, dalla moglie e dai figli e dal grigiore deprimente di quel che era stato il suo galleggiare al mondo. Da Parigi non si sarebbe più mosso, poiché sentiva che solo lì,  insieme a  Michelle, sarebbe stato felice, senza più intralci e sensi di colpa. Ormai aveva deciso, e niente e nessuno poteva fermarlo. Anche i ragazzi, dopo tutto, avrebbero capito e  avrebbero trovato un nuovo equilibrio, una nuova dimensione, finalmente liberati da un rapporto inesistente quanto nocivo, triste. Del quale, da grandi, non avrebbero avuto che brutti ricordi e astio, se non livore. Meglio stare senza che avere un padre scadente. Il tempo, poi, avrebbe fatto il resto e l’oblio avrebbe sanato ogni cosa, cancellando l’assenza.

Non poteva essere considerato un crimine tagliare i lacci per far  spiegare le ali e raggiungere i cieli che sapeva di meritare. Non poteva essere considerato un crimine rimediare pur col male inevitabile che si sarebbe prodotto. Non poteva essere considerato un crimine opporsi alla morte. Non poteva essere considerato un crimine aprire la gabbia di una famiglia inesistente nella speranza seguissero il suo esempio.

Le consuetudini, erano state le consuetudini a farlo sbagliare, a farli sbagliare: sposarsi e, soprattutto, avere figli, trascurando se stessi e i loro obiettivi. Mettendosi costantemente in secondo piano, di rinuncia  in rinuncia. Si augurava che Gerda potesse comprendere, acciocché anch’ella potesse riprendersi, anche se con certezza sapeva che sarebbe stato il rancore ad avere la meglio. Si sarebbe arrovellata per anni prima di farsene una ragione, distruggendosi nel vano tentativo di vendicarsi in qualche modo, per essere risarcita del tempo che aveva loro dedicato, per riprendersi quel che riteneva le fosse stato sottratto più che per il tradimento in sé. 

Guillaume aveva il tedesco nel mirino già da un bel pezzo. Quando finalmente decise di sparare, lo fece con la presunzione della sua infallibilità.

Per il resto dei suoi giorni il reduce si spense a poco a poco sulla sedia a rotelle, in silenzio, sotto i colpi delle asprezze che Gerda gli somministrò  incessantemente, senza pietà. Piegandosi al suo volere anche più di quanto la donna potesse desiderare e sperare. 

 

 

 

 

Standard