‚úćūüŹĺvico del fico al purgatorio

 

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Arrancando sui logori gradini di basalto, donna Armida parlava da sola. Il palazzo, un edificio fatiscente e umido in vico del Fico al Purgatorio, era deserto e impregnato dall’ acre, inconfondibile, puzzo di piscio di gatto. Nel quale gli odori di cipolla, o cavolo a seconda del giorno, e di detersivo s’infilavano ogni tanto a dar sollievo al naso sofferente. L’orecchio, invece, s’era da tempo adattato ad un silenzio fatto di tintinnii di stoviglie, voci di televisori e cicalecci quasi mai sommessi 

Di rado erano discussioni, disquisizioni sul caro vita e sul degrado della societ√†. Il pi√Ļ delle volte era un borbottio, un flusso di parole senza senso, o incomprensibili, che saliva lungo le scale per esaurirsi, al pubblico ascolto, al varcare della soglia. Una vecchia porta di legno, sbrecciata qua e l√†, oltre la quale la aspettavano impazienti i suoi ventuno gatti. Con ognuno dei quali aveva qualcosa da dire, nel mentre ne curava l‚Äôalimentazione. Merluzzo lesso, di solito, o pastoni di riso e pan bagnato.¬†

Benché, periodicamente, e di solito per qualche marachella  escrementizia felina, taluni ne chiedevano l’allontanamento, la gran parte dei condomini e della gente del rione la difendeva a spada tratta. Non certo per i gatti, a tutti invisi solo per la loro indole indomabile, ma per le capacità divinatorie e medianiche della trasandata inquilina senza età del terzo piano. Luogo, dunque, di sedute spiritiche e vaticinii. Viavai di massaie, stupidi e disperati.

L’idraulico, un’individuo sdutto e di poche parole, e capelli, s’infil√≤ nel palazzo a testa bassa. Non vedeva l’ora di finire l’ultima fatica e tornare a¬†casa. Ormai troppe le voci che lo davano per cornuto. S’inerpic√≤ velocemente sino al terzo piano e¬†picchio con violenza all’uscio della veggente. Quello scarico intasato era caduto come il cacio sui maccheroni. Al faccia a faccia sarebbe andato con la verit√† in tasca. La moglie, intanto, stemperava la sua foia tra le braccia del carrozziere in fondo al vicolo. Uomo ¬†esuberante e focoso, ricchissimo, che le aveva fatto presto dimenticare il ragioniere della banca in piazza, rivelatosi ¬†un pezzente che viveva di¬†stipendio, ed il dentista, belloccio s√¨, ma nulla al confronto in quanto a soldi. Fondamentale, comunque, pensava¬†mentre scopava, era tenere i nervi saldi e continuare a sostenere, come sempre, finzioni e menzogne acciocch√©¬†quel babbeo del marito non sospettasse mai.¬†L’immenso patrimonio accumulato dallo stagnaro senza mai dare nell’occhio,¬†mantenendo un¬†profilo basso, le apparteneva di diritto. Come, del resto, apparteneva alla moglie il tesoro dello stallone in azione. Donna assolutamente impossibile da spodestare. Ma, al pi√Ļ, alla quale sottrarre¬†qualche prezioso presente.

Con le mammelle ballonzolanti e ben esposte,¬†poich√© di ottima fattura artificiale, la consorte del battilamiere ¬†tornava a casa giuliva, appagata dallo shopping ad libitum. Degn√≤, perci√≤, di uno sguardo di maliziosa commiserazione l’insegnante di matematica del quinto piano che stava scendendo. Le era sempre piaciuto, ne era attratta. Pur tuttavia il gioco non valeva la candela. Per uno spiantato morto di fame, e sia anche per una botta e via, non poteva certo mettere a repentaglio la montagna di danaro di cui poteva disporre a piacimento.

Lui, il colto professore dalle belle speranze, letto il messaggio che disvelava impietosamente il suo fallimento, sgattaiolò via sprofondato dalla vergogna.

 

 

 

‚úćūüŹĺ passione indomabile

 

 

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Non si era mai illuso che il nome che gli era stato imposto potesse effettivamente fungere da promotore di gioia, di fulgido futuro. Ma che non facesse sempre cilecca almeno ci contava un po’. Il ragioniere Capece, dunque, speriment√≤ duramente¬†quanto menzognera, e beffarda, fosse la promessa implicita nel Felice che precedeva il suo cognome.

Tranne la¬†genialit√† nel manipolare, nell’addomesticare i numeri, arte ¬†da tutti riconosciuta, per il resto non v’era che da stendere un velo pietoso. Tanto anonimo e insignificante fosse nel fisico e nello spirito. Un omino invisibile che, per non soffrire ulteriormente, aveva abolito tutti gli specchi dalla modesta dimora di periferia che i genitori gli avevano lasciato in eredit√†. Sicuri di renderlo felice.

Ma anche la genialit√†, ad un certo punto, divenne controproducente. Da unica fonte di sollievo, fiammella di piacere, si tramut√≤ in un macigno di angoscia che¬†rese, cos√¨, la sua infelicit√† nera¬†come la pece. Un buco nero senza fine e senza vie d’uscita. ¬†Sotto il diretto comando del boss Acampora, suo antico compagno di banco, il povero Capece fu cooptato, con la forza e senza retribuzione,¬†acciocch√© organizzasse e diversificasse il riciclaggio del denaro sporco.

Pass√≤, dunque, anni curvo e afflitto a far quadrare i bilanci e creare holding, prigioniero nella villa-bunker del boss. Dalla quale poteva allontanarsi, sotto sorveglianza, solo per le corse dei cani. Tuttavia quegli anni,¬†bench√© parecchi, servirono a preparare il terreno, senza nulla tralasciare, laddove si fosse presentata l’occasione. Tutto fu¬†magistralmente quanto audacemente calcolato.

Con pochi e sapienti ritocchi, della vecchia carcassa non rimase nulla di riconoscibile. N√® poteva essere riconosciuta la sua compagna, il cerbero delle ore d’aria, sfrondata di tutti i pesanti orpelli cosmetici e plastici. Per le strade di Asuncion, quindi, nemmeno il pi√Ļ scaltro e accanito cacciatore avrebbe potuto identificare i fuggiaschi in quel distinto e atticciato signore, e in quella graziosa e fine accompagnatrice al suo braccio.

Il ragioniere, gi√† felice di non essere pi√Ļ Felice, credette per√≤ che la felicit√† inopinatamente agguantata con la nuova identit√† potesse durare sino alla fine dei suoi giorni. Una ricompensa per la vita grama passata. Perci√≤, passati alcuni mesi, e sentendosi al sicuro, riprese a¬†presenziare assiduamente i cinodromi.¬†A scommettere come un tempo, anche sul destino.¬†

 

 

 

 

 

‚úćūüŹĺ la spia venuta dal basso

La bomba che sventr√≤ il vascio¬†di Carmela Esposito, in vico Concordia, fu sganciata per errore dal capitano John Leroy la mattina del 15 settembre del 1943.¬†Quella bomba, dunque, destinata al porto, piovve sui quartieri spagnoli, come se dal cielo non vi fosse alcuna piet√† per quell’umanit√† gi√† sconvolta dalla miseria e dalla fame.

Carmela Esposito era nubile, orfana e povera. I genitori, per i quali si era immolata sino alla loro fine, non gli avevano lasciato che gli occhi per piangere. Per sopravvivere, perci√≤, vendeva caramelle, sciosciammosche e pizze fritte. Mai aveva ceduto alle lusinghe dei papponi che le proponevano un’avvenire, un mestiere sicuro. Mai aveva ceduto alle menzogne di uomini attratti solo dal suo corpo, dalla sua avvenenza.¬†Nei quartieri spagnoli donna Carmela era rispettata e riverita, e non solo per la sua irreprensibilit√†. Nel suo basso, infatti, il flusso costante degli umori e degli odori dei quartieri spagnoli trovava rifugio e nuova linfa, riprendendo a circolare con maggior corposit√† dopo quella tappa fondamentale. Non si muoveva foglia, in altre parole, che donna Carmela non sapesse.

Lo squarcio nell’impiantito prodotto dall’ordigno esalava ancora un fumo acre e denso quando¬†Carmela irruppe, al rientro dal rifugio, in quel che rimaneva del suo confessionale.¬†Ciononostante riusc√¨ a ¬†intravederlo posato, e indenne, al sottosuolo, come se stesse riposando. Stremato a tal punto, nello¬†sfondare ¬†i solai uno dopo l’altro, da non aver pi√Ļ forze per esplodere e devastare, cos√¨, ogni cosa nel raggio di qualche chilometro. Ovvero impietositosi strada facendo.

L’ultimo rapporto in Villa Spera si¬†rivel√≤ una mera formalit√† prima del rimpatrio. Nulla le fu rimproverato, nulla ebbe da dire. Part√¨, dunque, col primo convoglio mentre all’orizzonte echeggiava l’artiglieria nemica, e il suo stomaco digeriva la lista degli ebrei nascosti.

Nessuno, nei quartieri spagnoli, la cercò o si chiese che fine avesse fatto. Benché tutti avessero trovato ascolto tra quelle quattro mura, tutti avessero ricevuto una buona parola, tutti avessero lasciato un segreto da qualche parte. Nemmeno nei ricordi sopravvisse, di nessuno. Fu come se non fosse mai esistita. 

Lei, invece, non li scordò mai. 

‚úćūüŹĺ accanto a te

 

foto da web

Seduto al bar, aspettava tranquillo l’arrivo dell’amico. Si sentiva cos√¨ bene che aveva la sensazione di fluttuare leggero,¬†privo di pensieri, fra le piccole nuvole veloci che solcavano il cielo blu e gli effluvi inebrianti del gelsomino nel pieno del suo sboccio.

Non era un’incontro abituale, tutt’altro. Fuori dagli uffici non si erano mai frequentati. N√® lo avrebbero mai fatto. La loro era solo un’ipocrita comunanza fondata sulla cinica reciprocit√† di convenienze e tornaconti nell’attraversare lo spazio del travaglio condiviso. In quel coacervo di miserie e cattiverie, proprie dell’animo umano, che il miraggio di un premio, piccolissimo o grande che sia, esaspera ed espande, generando competizioni stupide quanto spietate. Se non guerre di trincea, senza prigionieri.¬†

Bench√© consolidata dal tempo, e dai nemici, la loro restava comunque un’alleanza fragile, ad orologeria. Se le circostanze fossero¬†state favorevoli, o fossero¬†sopraggiunti¬†sollecitazioni frutto di accordi extraconiugali, nessuno dei due avrebbe esitato a far fuori l’altro,¬†con ogni mezzo, pur di agguantare la medaglietta.

Quell’incontro, orbene, fuori dal contesto nutrizionale, non aveva assolutamente valenza dissimile.¬†Non era che un’evento eccezionale per fronteggiare una contingenza particolare. Un’evitare¬†occhi e orecchie indiscrete per strategie d’emergenza. Un faccia a faccia a sondare affidabilit√†, rinverdire patti e ricatti, stanare sospetti e tarli. Somministrare, o fortificare, illusioni e inganni.¬†

L’impulso dell’ammutinamento dur√≤ lo spazio di un caff√®, amaro. Poi cedette rapidamente il passo al buon senso, all’astuzia appresa. La sedizione, alla fine, si sarebbe ripercossa solo su se stesso, proiettandolo nell’isolamento e nell’emarginazione pi√Ļ bieca.¬†

Nulla, dunque, emerse di buono in quel bar, tranne l’aspetto. Poich√©, sorprendentemente, non si parl√≤ che del pi√Ļ e del meno, come tra due vecchi amici.

 

 

 

 

 

‚úćūüŹĺquasi quasi le rid√≤ il saluto

 

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Giancarlo √® in pensione da poco, meno di un mese. E se da un lato apprezza l’ebbrezza della libert√†, del dolce far nulla, dall’altro accusa d’un botto il peso degli anni. Come se, tenuti a bada dal¬†lavoro, si fossero vendicati piombandogli addosso d’un colpo. Cos√¨,¬†dunque, al trentunesimo giorno si¬†sente immalinconito e sfinito,¬†dacch√© anche lo specchio gli restituisce un’immagine imbiancata e¬†raggrinzita che, fino a poco tempo prima, era invece arzilla e tonica.¬†

Preso atto, dunque, dell’inizio della fine si siede sulla poltrona da lettura, gi√† improntata dal suo corpo, e riflette sul da farsi, su come andare avanti. Bench√© sbagli, ¬†rimpianti ¬†e rimorsi si siano anch’essi dati immediatamente da fare per fiaccarne le energie, lo spirito. La¬†mente,¬†impegnata in allucinanti viaggi a ritroso sembra rifiutarsi di fare altro, obbligandolo a fare i conti¬†col passato, continuamente. Scaricandogli addosso, ad ogni tappa, quintali di sensi di colpa.¬†

Di certo non √® stato un buon marito. Sposatosi¬†perch√© cos√¨ fan tutti, ha elargito ascolto e¬†attenzioni al minimo sindacale, forse per carattere. Probabilmente¬†perch√© senza amore. Commettendo, cos√¨, anche il delitto di mettere al mondo due nuovi esseri¬†umani. Giulia nonostante tutto, nonostante fosse consapevole della sua sostanziale indifferenza, l’ha lasciato solo quando il Padreterno ha deciso per lei. Forse impietositosi dei suoi sforzi, vani, e della sua rassegnazione.¬†

Come padre, non è stato da meno. Assente, o distante, ha lasciato le redini sciolte, cosicché i ragazzi, in pratica, si sono sollevati da soli e grazie alla madre, con tutti i risvolti negativi di una educazione sbilanciata. Anche ora, da grandi e alle prese coi loro di errori, non mancano occasioni per rammentargli come  si  sentissero  invisibili ai suoi occhi. 

Pigro e incostante, ha sperperato la sua intelligenza, il suo ¬†bagaglio, enorme, culturale, utilizzandoli poco e male. A tratti, a fiammate sino a che non si sono atrofizzati. Negli ultimi anni, campava praticamente di rendita, di mestiere. Sempre con la testa altrove, ma dove? Sempre in attesa di qualcosa, ma cosa? Sempre a inseguire sogni, ma quali? Sempre a sperare di fuggire via senza mai aver avuto il coraggio di andare oltre le quattro mura di casa, o di¬†affrontare se stesso. Sempre concentrato sul¬†proprio corpo,¬†attanagliato dai capricci dell’intestino e della prostata. Sempre a ripetere¬†le stesse impulsive idiozie, a dispetto dell’esperienza.¬†Sempre controllato, misurato, attento a non sgarrare, nelle emozioni come nello stile di vita. Per¬†dimostrare cosa? Nell’attesa di cosa? Di tempi e manne miracolosi? Di unanimi consensi? Della principessa azzurra? Del bussare alla porta dei sogni senza invito? Una malinconica insoddisfazione latente che gli aveva impedito di apprezzare ci√≤ che era, cosa aveva fatto e chi gli stava intorno.¬†

Se tutto ciò significava egoismo, allora anche come egoista aveva fallito. Poiché di certo non aveva perseguito alcun benessere, men che mai era stato felice.

Lo scroscio della pip√¨, e a seguire, quello pi√Ļ imponente dello sciacquone della zitella del piano di sopra, gli rammentano che √® la controra. Momento in cui¬†puntualmente la povera donna vuota la sua vescica, ignara della spessore non isolante delle pareti moderne. Divisorio, per√≤, quanto basta per mantenere distanti solitudini e silenzi diversi ma uguali.¬†

Di tempo, dunque, ancora ce ne sarebbe. Deve, dunque, abbandonare l’isolamento in cui si √® rinchiuso, non senza vantaggi, e d’istinto, solo d’istinto, riprendere a salutare la vita. Sempre che sia ancora disposta a ricambiarlo, il saluto.