Storie

✍️ gli angeli del focolare

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Se fu davvero un grande amore, nessuno potrà mai affermarlo in tutta onestà. Poiché mai ne diedero prova tangibile, nemmeno ai più intimi. Nessuno, invece, potrà negare l’amore immenso che concessero senza riserve. Anche chi lo osteggiò o non ne condivise il disegno.

Etienne lasciò le Baumettes dopo esservi marcito per oltre dieci anni. Smunto, scorato e avvizzito dopo aver vagato senza meta, come uno sconosciuto in  una città sconosciuta, si diresse, sperando fosse ancora in vita, a casa della madre. Se la città aveva messo un altro vestito di certo era corto poiché le strade, le maestre della sua giovinezza, erano rimaste nude, come lo erano prima. Anzi, forse proprio a ragione del bel vestito nuovo, apparivano ancora più brutte e lerce di quando le aveva lasciate, suo malgrado, sorretto dai gendarmi, e ammanettato. 

Dauphine lasciò il suo carceriere esanime, riverso sul letto in un lago di sangue. Sette anni di abusi di ogni sorta da colui cui era stata data in affitto per 3000 vecchi franchi al mese appena quindicenne, ne avevano devastato spirito e corpo. Fino a indurla a quell’atto estremo pur di potersi liberare per sempre da quell’orrendo giogo. 

Quando bussarono alla porta Dauphine stava cincischiando con una tazzina di caffè dopo la solita notte invasa dagli incubi del passato. Lo scheletro dagli occhi spiritati e dalla barba lunga che si trovò davanti ne risveglio la pietà sepolta, a tal punto che decise di farlo entrare. Etienne constatò, così, e non senza nostalgia, che quella che un tempo era stata casa sua ormai era occupata da quella donna dal volto duro e dallo sguardo di ghiaccio. A tal punto da incutergli timore. 

Da quell’istante, tuttavia, non si lasciarono mai più. Pur senza mai carezze o dolcezze, o intimità. Da due disgraziati nacque un sodalizio capace di rivisitare i confini del singolo e della coppia per aprirsi completamente all’esterno, al tutto. Emarginati, discriminati, oppressi e sfruttati divennero la loro famiglia, la loro ragione di vita. E le dinamiche sottese, quelle che li avevano generati e continuavano a farlo, stravolte, acciocché tutti i figli fossero uguali per davvero. La loro azione fu così incisiva che l’autorità, percependo il pericolo incombente, tentò con ogni mezzo di avversarla. Superarono, indenni, quintali e quintali di fango e aggressioni, anche fisiche. Ma non demorsero mai, fino a quando gli ignoranti, e persino gli ignavi, non divennero consapevoli. Non divennero  un insieme. Una vera famiglia.

Quella famiglia però, ebbe vita breve. Tradita proprio dai quei figliastri per cui si erano tanto prodigati. La somministrazione, a dosi crescenti, di amenità e facezie da parte degli scaltri affabulatori consanguinei condizionò, infatti, il ripudio di quel piccolo sforzo di partecipazione, d’impegno, evidentemente troppo faticoso per essere sostenuto più a lungo. E il rientro alle antiche regole della casa, tra cui la chiusura di porte e finestre. 

Di Etienne e Dauphine, del loro amore e delle loro lotte, non rimase che una lapide commemorativa di marmo sbrecciata a sormontare una vicolo di periferia di uno sperduto paese. Poi anche la toponomastica soggiacque all’oblio e la divelse.

 

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✍️ l’assoluzione

 

IMG_0032.jpgEvidentemente quella era stata una giornata virtuosa. Una giornata in cui il demonio , prostrato dalla sua stessa malvagità, aveva consentito alle metà buone delle persone di potersi esprimere liberamente, arrestando così l’incessante susseguirsi di peccati, di perfidie. Sedotto, dunque, dal silenzio e dal palpabile profumo d’incenso padre McKenzie, senza nemmeno accorgersene, s’addormentò nel confessionale, dove invano per ore e ore aveva atteso qualche pecora smarrita. Col capo chino sul petto, le mani conserte in grembo, russava in modo sommesso e melodioso. Chi fosse entrato in chiesa in quel momento sarebbe di certo rimasto colpito, preso da quell’atmosfera magica, sacra. E non avrebbe potuto che sedersi su una panca o inginocchiarsi e, avidamente, diventar parte del tutto, conscio della transeunte circostanza. 

Fu l’avvicendarsi rapido delle delusioni che lo aveva allontanato dalla fede, dando per scontato che ne fosse adeguatamente fornito in partenza. Strumento del Cristo redentore, giusto e magnanimo, attraversò in lungo e in largo le periferie degradate di mezzo mondo, convinto che le sue gesta, e quelle di quelli come lui, avrebbero prima o poi trionfato. Riportando il bene e il sorriso ovunque. Cioè il volere di Dio.

Bene e sorrisi, però, nonostante gli sforzi, non si moltiplicarono mai. Anzi, impotente e confuso, ne constatò l’inesorabile estinzione. Si fermò, allora, a riflettere. Roso dai tormenti e dai dubbi. Finché, tornato in patria, non ebbe conferma che gli equilibri erano nelle sole mani di Lucifero. Lui e lui soltanto gestiva il fato. In maniera magari discontinua e talora capricciosa, ma era lui il vero Signore. L’altro, invece, o non era mai esistito o aveva desistito. 

Ad ogni buon conto, pur mollando alquanto gli ormeggi non lasciò la via vecchia per la nuova. Anche se la bazzicò spesso e volentieri, quasi una sfida, in attesa di un segno che potesse illuminarlo. 

Se interpretò come tale l’assoluzione di massa a durata illimitata estorta da un folla esagitata di penitenti irrotta dal nulla, nessuno lo seppe mai. Giacché, da quell’evento, non fu più visto in circolazione. 

 

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✍️ faccia a faccia

Apsej era il peggiore dei tre. Tubercolosi, malaria e dissenteria riuscivano, ogni giorno, a sfoltire i ranghi. Lasciando alle torture il compito di provvedere alle eccedenze contingenti ovvero di rendere il decorso clinico più articolato ed eccitante per gli aguzzini. Il cui comandante, sia pure con metodi diversi, sperava di eguagliare la fama di suo cugino, il plenipotenziario del Re che, con determinata e lucida ferocia, stava diserbando l’intero meridione appena annesso.

Il campo, un conglomerato di baracche marce affondate nel fango e perennemente avviluppato dalla nebbia e da miliardi di zanzare fameliche, serviva dunque, come gli altri due, per sterminare coloro che, per motivi ignoti quanto incomprensibili, erano riusciti a scansare la baionetta o la forca del plenipotenziario e del suo socio, altrettanto spietato, con la camicia rossa. Uomini e donne le cui teste non avrebbero trovato nemmeno il giusto riposo poiché destinate ai tavoli anatomici, a subire ulteriore oltraggio nel nome dell’inoppugnabile principio che i lineamenti dei volti  esprimessero in modo inequivocabile la loro indole criminale e riottosa. 

Il vero amore è assai raro e colpisce a suo insindacabile giudizio solo pochissimi eletti. Lasciando alla massa, al resto, briciole rafferme e insipidi surrogati, acciocché possa cullarsi in illusioni speculative ovvero accontentarsi di una compagnia, spesso nemmeno buona. 

Vincenzo fu catturato all’alba, mentre stava curando il suo campo di cardi. Sorpreso da una pattuglia di camicie rosse che, in quell’omone corvino, barbuto e poderoso, intravidero un indomabile ribelle. Un brigante. Mentre lo trascinavano al vicino accampamento regio, non senza insulti e percosse, Vincenzo constatò, attonito, che quell’accozzaglia eterogenea di avanzi di galera manifestamente attestava che la sua terra stava passando solo di mano, e di male in peggio. 

La prigionia fu lunga quanto dura. Più di quanto aveva immaginato. E più e più volte credette di essere giunto alla fine. Se non avesse avuto la sua Melina nel cuore e nella mente di certo non avrebbe mai trovato la forza per reagire, per rialzarsi, per resistere. Per continuare a sperare. 

L’irrazionale emerge impetuoso nelle grandi difficoltà, nei momenti più bui e tempestosi. Sommergendo cultura e convinzioni che sembravano solide come roccia. Ovvero prende il sopravvento a dispetto di ogni ineluttabilità derivante dalla vita. Cristo, dunque, con sua madre e coi suoi santi, e ogni altro succedaneo possibile e immaginabile, dai tarocchi alle stelle passando per l’amore, divengono appiglio fondamentale per i naufraghi. Salvagenti.

La dismissione di tutti i campi di concentramento, per esaurimento scorte a 5 anni anni dalla fagocitosi, condizionò la liberazione dei pochi e malridotti superstiti. Cadaveri ambulanti che presto, di certo, sarebbero diventati concime occasionale. Vincenzo, la cui fibra continuava a reggere, vagò per mesi fra terre ignote e occhi sconosciuti. Non tutti ostili, per sua fortuna. Cosicché, riemerso dalla fossa, risorto per miracolo e per amore, si rimise pimpante in cammino verso casa. Impaziente e raggiante.

Giusto per un mero capriccio del caso, bussola della vita, fu proprio a pochi chilometri da Apsej, sulle rive del grande fiume, che Melina si sistemò con un affabulatore graduato della regia guardia. Convinta di aver finalmente trovato il grande amore, grazie a Dio.

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✍️ la busta verde

L’ingordigia dell’erario, già maligna nella misura in cui è poderosa solo con chi non può difendersi, addiviene a perfidia nella fase di esazione. Laddove una miriade di inezie e cavilli, perlopiù formali, diventano ostacoli insormontabili. Sadici trastulli per ottusi burocrati acciocché i malcapitati abbiano a sputare sangue, oltre che soldi.

Reduce, dunque, da una mattinata infernale passata nei meandri di polverosi e puzzolenti uffici dislocati in ogni dove, rimpallato da una sfinge all’altra, vagò ramengo nella speranza di stemperare le tensioni accumulate.  Sino a ritrovarsi, all’improvviso, sulla litoranea, nel tratto che inizia a inerpicarsi sulla collina residenziale convertendosi in panoramica. 

Nonostante i molti chilometri percorsi, a lento passo e godendo della vista del mare e del frizzante libecciolo, si sentiva ancora sconvolto e privo di forze per la dura battaglia che l’aveva coinvolto suo malgrado, e per le pretestuose ammende che avevano fatto esorbitare la dazione. 

Fu così, mentre ancora stentava a digerire i rospi ingoiati, che s’imbatté in sua moglie. Sulla spiaggia proprio sotto di lui, a venti metri dal muretto da cui si era appena sporto per rimirare la scena balneare. Distesa e in estasi, coperta da un uomo e da un asciugamano. Incredibilmente impegnata a fare sesso, a dispetto del luogo pubblico, dei bambini vocianti tutt’attorno, e della sua età attempata.

Il primo impulso fu omicida. Divelta la gamba di una sedia sgangherata dal vicino cumulo di spazzatura, si diresse spedito verso l’ingresso del lido anche se, in quei pochi metri, s’accorse d’aver già perso spinta. Determinazione. Perciò non si meravigliò affatto se, una volta ivi giunto, non l’oltrepassò. 

Liberatosi del pezzo di legno, lanciandolo laddove l’aveva raccolto, si piazzò sul muretto di contenimento e rimase per un bel po’ a osservare le gesta degli amanti. Meditando sul da farsi e sull’identità dello stallone, per quel poteva importare.

L’improvvisa e inattesa irruzione di un plotone di nuvole nerastre, rabbuiò una giornata già nata amara. Una giornata che stava per spalancare le porte alla legge, le cui mille e più facce sarebbero state oggetto di congetture, interpretazioni e concioni per legulei e giusdicenti. Plastilina da modellare e rimodellare a loro esclusivo uso e consumo, per anni e anni. Un’odissea infinita da cui sarebbe uscito prostrato, perdente e povero.

Meglio calpestare dignità e orgoglio, pensò rientrando a casa, che finire sotto i ponti della tangenziale. Si preparò, pertanto, a un bel sorriso di convenienza e a un bacio di bentornato. Coi groppi in gola che andavano su e giù, senza posa nel  mentre evaporava il romitorio dell’arcipelago delle Andamane.

La sua signora ebbe modo di ripensare molte volte a quella sera, anche sulla spiaggia e sotto coperta. Al profluvio di lacrime che sgorgò impetuoso quanto inconsolabile sul volto del marito alla consegna di quella busta verde che aveva trovato nella cassetta delle lettere rincasando. Evidentemente, concluse, era stata fin troppo generosa nel considerarlo solo un povero fallito. E seppellì il rovello nella sabbia ardente. 

 

 

 

 

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✍️ uno di famiglia

Steve Bannister, sceriffo di Monterey, s’era svegliato tardi quella mattina. Quando il sole aveva già fatto metà del suo lavoro. Non perse, dunque, altro tempo e, dopo aver trangugiato un caffè, saltò sul cavallo e decise di prendere la strada nel bosco che, sebbene scoscesa, lo avrebbe portato in città molto più in fretta rispetto a quella maestra, e gli avrebbe consentito di godere della compagnia dell’oceano che, a mano manca, la lambiva per tutto il tragitto.

La litoranea, nonostante l’ora avanzata era deserta e l’oceano, in livrea verde smeraldo, alitava nell’aria una fragranza salmastra ammaliante. L’aria era così tersa che si riusciva a distinguere il promontorio dall’altra parte della baia. E nel cielo un gheppio volteggiava muto, inebriato anche lui evidentemente da quell’incanto.

Bannister, dunque, si fermò più volte durante il viaggio, offrendosi alla brezza acciocché potesse percepirne appieno la delicatezza del tocco. E gli piacque pensare che quella sensazione di estasi potesse in qualche modo compensarlo per quell’amore che aveva sempre bramato. Un dono della natura per un reietto alle passioni terrene.

Dieci anni di brefotrofio a Fresno, il disprezzo di due donne e l’inferno della guerra civile erano stati devastanti nella misura in cui avevano prodotto un altro uomo, disilluso e disperato, arroccato nel suo orgoglio. La solitudine era diventata, da un certo momento in poi, la vera compagna della sua vita. Fidata e sincera, discreta e illuminante. Tanto da porlo a distanza di sicurezza dai suoi consimili. In un minuscolo ranch a oltre 30 miglia dalla città, immerso nella quiete del bosco e popolato da soli animali.

Anche Monterey non lo aveva mai amato. Troppo trasandato, trasognato e irriverente, fuori dagli schemi. Troppo taciturno, chiuso e poco o punto propenso a derogare. Troppo serio e superbo. Meglio di lui avrebbe fatto di certo il vice, sempre impeccabile nella sua eleganza e nell’eterno sorriso accomodante, sornione. Amico di tutti, e sempre disponibile a tutto. Uno di famiglia.  

Il trapestio alle sue spalle non sorprese Steve Bannister. Senza fiatare consegnò la stella e la pistola  nelle mani del nuovo sceriffo alla testa della delegazione  e s’avviò verso il suo ranch sereno, e leggero per essere stato liberato da un peso. 

Chissà perché, si chiese,  aveva aspettato che lo facessero loro. 

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