Storie

✍️ si muore solo due volte

Il professore, ormai prossimo alla pensione, decise che era da troppo che non onorava la memoria dei suoi defunti genitori. E così, cappotto e cappello, si diresse a passo svelto verso il non lontano cimitero.

Mentre arrancava sul ripido pendio che portava alla cappella gentilizia non potè fare a meno di soffermarsi sulle lapidi che a destra e a manca si affastellavano senza soluzione di continuità. E così fece anche per tutte quelle che ornavano le cappelle, le fosse, i sepolcri e gli avelli sparsi. Giunto in cima, su una panchina, si fermò a riposare e riflettere.

Come manifestamente attestavano, le epigrafi non solo dichiaravano la totale assenza di cattivi o  malvagi, ma esaltavano in modo enfatico le vite passate di tutti gli abitanti dell’immensa sconfinata metropoli dei morti. Insomma tutte le salme si erano distinte  per la loro pregressa condotta esemplare (ben rimarcata anche dagli innumerevoli titoli anteposti al patronimico) e nessuno, proprio nessuno, aveva commesso nefandezze.

La cosa non gli tornava. Nella sua non breve esistenza aveva avuto un riscontro diametralmente opposto. E, dunque, se non lì dove erano finiti tutti i pezzi di merda che avevano scombinato la sua vita? Ovvero che fine aveva fatto la maggioranza attiva della popolazione?  Quella la cui ragione di vita era stata fare del male al resto?

Di certo, pur volendo, non poteva essere  stata spedita negli altri sette pianeti del sistema solare a esportare una singolare civiltà.  L’aldilà, dunque, non era che l’ennesima truffa, la più colossale e cinica, la più spietata e crudele. Una nuova esistenza non dissimile dalla prima (nella più rosea  delle ipotesi e delle speranze ).  Insomma altro che eterno riposo.

 



 

 

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✍️ tempo scaduto

Chissà perché due persone s’ignorano per mesi o anni, pur condividendo strettamente la stessa esperienza, lo stesso tratto di strada e poi, improvvisamente, senza un’apparente ragione, si accorgono l’uno dell’altra, prendono finalmente consapevolezza reciproca. Di certo le Moire non devono essere estranee all’arcano, preda qual sono di improvvise mattane.

Gomito a gomito, sommersi e rapiti dallo scibile che aleggia lieve nell’aula, i due non si sono scambiati né uno sguardo,  e men che mai una parola, per l’intero anno accademico. Solo ai suoi sgoccioli, pervasi da uno strano incoercibile impulso, i giovani riescono a recuperare e in fretta quasi tutte le parole non dette e le emozioni assopite, gli sguardi sprecati.  Il tumulto è tale che, in pochi attimi, dal totale disinteresse di un anno si passa al completo coinvolgimento in tre giorni, con un amore che sboccia impetuoso quanto ignaro.

Che nulla sia durevole è un dato incontrovertibile, così come è incontrovertibile che alla caducità non corrisponda necessariamente un beneficio. Resta tuttavia un mistero perché solo alcune delle tante fini sono preannunciate, la gran parte occorrendo senza una ragione apparente e, spesso, in tempi imprevedibili. Una sorta di bomba a orologeria il cui disinnesco è precluso.  Infinitesimali sfilacciamenti dovuti alla eccessiva sollecitazione cui le Moire spazientite, di tanto in tanto, sottopongono i fragili fili del destino.

Con grande riluttanza il giovane  sale i gradini di basalto che stanno per scaraventarlo nuovamente all’inferno. Rivive per un attimo l’eccitazione, l’ebbrezza di felicità con cui avevano scelto quell’antico appartamento. Un nido magico e romantico in cui far risplendere e risuonare il loro grande amore per il resto dei loro giorni. Ma la felicità si era estinta in un battibaleno, malgrado le buone intenzioni e le energie che aveva profuso. Così il nido era diventato un carcere di massima sicurezza senza un provvidenziale isolamento.

Il dito trema titubante al cospetto del pulsante d’avorio del campanello che una testa di leone tiene stretto tra le fauci. É fortemente tentato di darsi alla fuga, ma la porta a vetri si spalanca, annullando di fatto qualsiasi altra opzione. Nell’atrio in penombra si staglia il suo volto, ormai maschera di livore e disprezzo.

Quando la porta si richiude, i due di nuovo gomito a gomito e senza parole, come ai vecchi tempi, si dirigono verso l’ampio terrazzo che dà sul mare. E dopo essersi scambiato un fugace ma intenso sguardo, d’intesa come ai bei tempi, si lanciano senza ulteriori indugi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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✍️ 2 litri al giorno

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Il vecchio magistrato di una città di provincia decise che, dopo anni e anni di lavoro ininterrotto, era giunto il momento di prendersi una vacanza. Attanagliato dalla paura dell’ignoto evocata dalle mete straniere, optò per il Grand Hotel di una famosa località termale. Insomma uno spostamento breve, che lo faceva sentire al sicuro e pronto a affrontare qualsiasi imprevisto. 

Massimo fu il suo disappunto nel constatare che quel posto, come era prevedibile, era l’ideale rifugio gerontologico, il passaggio premio prima dell’aldilà. Non che fosse giovane, anzi. Ma dentro si sentiva fresco e scattante come un ventenne e detestava la compagnia degli anziani come e più di lui. Comunque ormai la frittata era fatta e, così, si diede a lunghe passeggiate, a qualche bracciata in piscina e soggiacque ai tempi cadenzati dai pasti dell’albergo a pensione completa. 

Una sera a cena, come sempre solo soletto, fu incuriosito dalla bandella di carta che cingeva la bottiglia di plastica dell’acqua minerale servita, e di quel che riportava con caratteri minuscoli, inintelligibili. Un pezzo di carta che chiunque avrebbe potuto stampare infarcendolo di dati qualitativi inventati di sana pianta. In altre parole stava bevendo, aveva sempre bevuto, un liquido privo di sostanziali controlli. Facendo, inoltre un rapido calcolo della serva, supponendo un consumo medio giornaliero di 2 litri a persona e 40 milioni su 60 di consumatori, stabilì con grande stupore che ogni giorno si ingurgitavano almeno 80 milioni di litri di acque minerali. Una cifra mostruosa, impossibile da giustificare. Ovvero un grande maledetto imbroglio. 

Al rientro in procura, alle sue amate abitudini, informò il suo superiore della scoperta. Sensibilizzando, al contempo, altri colleghi affinché potessero aiutarlo nel sollecitare l’apertura di una indagine, nonostante sui loro volti l’indifferenza o la commiserazione fossero eloquenti.

Non si sorprese, il vecchio giudice, per il trasferimento ad horas in una sede notoriamente  asfissiata dalla grande criminalità organizzata.  Dove, come scritto nell’ordine di servizio, erano richieste le sue altissime competenze per rimettere in sesto la giustizia. 

 

 

 

 

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✍️ il cecchino

 

Dopo una notte insonne prende finalmente posizione sul balcone, stendendosi completamente e imbracciando il fucile di precisione. Registra accuratamente il mirino e sistema un paio di cuscini sotto la pancia e il torace. Poi inizia a fumare, una sigaretta dopo l’altra, in attesa dell’attimo fuggente.

Alle dieci in punto, ne è sicuro, lei farà il suo ingresso in piazza e aspetterà il compare sotto la prima statua equestre. Lui, come sempre, arriverà in ritardo, ma comunque in tempo per la messa delle dieci e mezza, alla quale assisteranno mano nella mano. Come due ragazzini.

Non gli è stato difficile scoprire la tresca. Una settimana di appostamenti, uno zoom potente e tanto sangue freddo. Per constatare e digerire la verità, per non irrompere nell’albergo a ore, in quella squallida camera impregnata di sesso, e farli a pezzi. Finendo così dritto in galera.

Ha preparato tutto nei minimi particolari. Documenti  falsi e  connotati contraffatti hanno creato un uomo nuovo. Pronto a iniziare lontano, oltreoceano, una nuova vita. 

Ed eccola, finalmente. Arriva ancheggiando con studiata postura, consapevole del suo fascino, della sua giunonica bellezza. E, come previsto, si sistema ai piedi della statua, girandosi di tanto in tanto per scorgere tra la folla il suo bell’Antonio. Potrebbe già farla secca, la tentazione è forte. Ma l’opera deve essere completa: 2 colpi e la faccenda chiusa radicalmente e definitivamente. 

Gocce di sudore imperlano la sua fronte che scotta. Di febbre e passione. Sì, non può nasconderlo a se stesso: la ama, l’ha sempre amata e l’amerà sempre. Ne è attratto, la desidera, gli scorre nelle vene sin dal primo incontro. Cosa, cos’è successo! Perché s’è messa con  quell’individuo grigio e smunto. Anonimo. Non certo bravo a letto, di sicuro.  E allora? Perché? Non si dà pace su quel balcone dove il sole stenta ad arrivare, intrappolato com’è dalla nebbia all’orizzonte. 

Il macilento appare dal nulla, tra la gente. Sempre più numerosa e infarcita di turisti. Avanza sorridendo e agitando la mano. Sembra felice, è felice. Gli occhi di lei brillano come diamanti: è felice. Com’è che non s’è accorto che i diamanti erano diventati zirconio e che poi anche questo era scomparso? Come aveva potuto non accorgersi del buio e del freddo? Perché s’era distratto così tanto? Perché non era stato presente? Perché non aveva cercato di infrangere quei silenzi disperati ? Perché non aveva lasciato ogni cosa per poterla riportare a sé ? Perché non aveva dato peso a tutti quei piccoli ma enormi segni inequivocabilmente prodromici? Perché  era scappato? E dove e per cosa? E se invece si sbaglia? Si colpevolizza e si tortura per giustificare un tradimento che invece comunque sarebbe occorso, anche se l’avesse piantonata ricoprendola d’oro? Le colpe sono sue, deve essere così. Lei chissà come, quando e perché si è stufata e ha cercato altrove nuove emozioni e sensazioni. E se fosse malata, una ninfomane? Prima dello sdutto, in effetti, ce ne sono stati altri tre, almeno accertati, che hanno potuto godere di quel ben di Dio.

I due parlottano scambiandosi effusioni spinte. Lei è troppo truccata, e ha messo sù troppi chili. E il vestito è troppo stretto, corto e trasparente, inadeguato. Sembra stia lì li per  lacerarsi, sotto la spinta prepotente di quel seno immenso che impegna audacemente il décolleté, e di quelle natiche marmoree che si agitano frementi e provocanti sotto un sottile velo di organza, che le ricopre solo in parte. E che di certo spingono quella mano anonima a palpeggiarle con insistenza, senza che lei fiati, anzi. Sembra che ne provi piacere, che ne sia lusingata, se non eccitata. Tant’è che alla mano segue il resto del corpo di un uomo corpulento e rubizzo, attempato ma determinato e per nulla intimorito dalla presenza dello sdutto. Visto che, invece, ed è evidente, partecipa volentieri al gioco, con lei in mezzo ad equilibrare con maestria quel sandwich piccante.

Il fucile, un vecchio ma solido carcano, esplode con voluttà i proiettili. Uno dopo l’altro, in rapida successione. E il sandwich si sbriciola nella folla indifferente. 

 

 

 

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✍️ vie d’uscita

 

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Rannicchiato nel suo letto, piange. Non tanto per le offese e le umiliazioni, ormai. Piange perchè convinto, consapevole di meritarle. Vorrebbe sparire sottoterra o dissolversi nell’aria, e maledice i suoi genitori. Per averlo messo al mondo nonostante fossero consci che, con matematica certezza, sarebbe stato identico a uno dei due o, peggio, il risultato di una mostruosa commistione. Il che si era puntualmente avverato.
Grasso e balbuziente e con la pelle butterata come il padre, e basso, con gli occhi a palla e i capelli stopposi di incerto colore, come la madre. Un vero obbrobrio. Anche se (mera consolazione) meno orripilante della sorella: obesa, coi denti sporgenti e affollati, cogli occhi storti, praticamente nana e pelosa all’inverosimile. Non a caso ritirata dalla scuola per evitarle continue molestie di ogni sorta e pericolose aggressioni, tra cui anche un tentativo di stupro. Insomma sua sorella stava peggio di lui, ormai reclusa a divorare popcorn davanti al televisore. E basta. Proscritti tutti gli altri dispositivi: pericolosissimi vettori di fango e merda.

È deciso a non andare a scuola. Almeno per quella mattina. Non se la sente proprio di affrontare gli scherni e gli schiaffi, i calci nel culo e le uova spiaccicate sul cranio. Quegli occhi malvagi penetranti. E le urla d’ingiurie, quelle maledette urla che lo investono, lo travolgono col loro carico di livore e disprezzo. Sono tutti d’accordo, coalizzati contro di lui. Persino i professori, con le loro risatine sotto i baffi e gli sguardi rivolti altrove, trasognati. A fingere di non accorgersi di nulla. Insomma non se la sente proprio di scendere nell’arena per essere sbranato dalle fiere.

Disteso e con le braccia dietro la testa, almanacca come risolvere il problema. E, dopo ore, non intravede nessuna via d’uscita. Anzi solo una,  forse.

Da quando è diventato lo schiavo del capo branco, cui obbedisce in tutto e per tutto, le attenzioni della classe, della scuola si sono concentrate altrove. Su altri disgraziati.

 

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