Il dono

dono

Donare qualcosa a qualcuno non è facile. Ed anche chi riceve ha i suoi problemi.

Innanzi tutto bisogna guardarsi bene dentro e capire se effettivamente  il dono che stiamo per fare non sia in realtà un dono a sé stessi. Molte volte infatti si fa un regalo per avere un ritorno, un rientro. Egoisticamente, magari inconsciamente, ma egoisticamente.

Esempio pratico l’uomo che, attratto sessualmente da una donna , fa di tutto per entrare nelle sue grazie, con doni di ogni genere e costo. Ma alla fine non fa che dei regali al suo cazzo.

Il regalo presuppone la conoscenza della persona a cui è destinato.  Non si fa un regalo che piace a sé stessi, si fa un regalo che si pensa possa piacere al destinatario.

Il dono può anche non essere gradito a chi lo riceve.  In questi casi , è meglio parlar chiaro e senza  timori, in modo da provvedere a cambi o modifiche. Fingere e ostentare gioia per poi gettare nel cesso qualcosa che per qualcuno ha avuto un significato, è una porcheria evitabile. Oppure sopportare, anche per non ferire, un oggetto che non piace alla fine  diventa una tortura.

Esempio pratico la solita terribile, oscena  cravatta regalata dalla moglie o dalla fidanzata che ogni uomo nella sua vita ha dovuto per forza indossare . Oppure il solito  pulloverone sformato e variopinto  fatto con le manine innamorate, ma assolutamente impresentabile in pubblico.

Alcune scelte possono rivelarsi molto ostiche.  Decidere  di regalare una cravatta, ad esempio, è una scelta molto, molto ardua. Veramente tra i regali più difficili che si possa pensare di fare. In tali situazioni è assolutamente consigliato evitare la sorpresa e coinvolgere il soggetto nella scelta attiva del presente.

A parte la proporzione ovvia fra le capacità delle proprie tasche e le potenzialità di spesa, non sempre non necessariamente un regalo deve costare una fortuna. Né tale “fortuna” è necessariamente espressione di più amore o stima. Talora un’inezia fatta con sincerità ha un significato mille volte superiore ad una gemma a quattro o sei zeri, ma infingarda.

Ci sono poi i doni “consumistici”, quelli che il sistema obbliga a fare: la festa della mamma, la festa del papà, san Valentino, Natale, l’ Epifania. Sono proprio queste le ricorrenze che non bisogna onorare. Sono proprio questi i giorni in cui vale la pena risparmiare i soldi. Sono proprio questi i giorni in cui tutto è più caro. Sono proprio queste le occasioni “forzose” che inducono stupidamente a consumare e, nel contempo,  ad ingrassare chi produce ed il sistema.

Il regalo non deve essere mai forzoso. Non deve essere mai obbligato. Non deve essere costoso. Deve essere solo sentito e sincero. E donare, regalare significa donare gioia e affetto sia a chi lo riceve sia a sé stessi. Il regalo dovrebbe essere il simbolo dell’altruismo.

Ogni regola ha la sua eccezione. L’avaro , ad esempio, non farà mai regali oppure farà regali poco costosi, ma assolutamente privi di significato. Perché l’avaro, in fondo, è un egoista che prova gioia solo nell’accumulare, nel non spendere. Insomma ama il proprio danaro più di ogni altra cosa. Non esiste affetto o amore che tenga. Talora nemmeno quello dei figli.

Forse ho detto cose ovvie e scontate, ma oggi questo sentivo di scrivere.

☼ 6 luglio 2008

✔ Il regalo può essere anche capzioso, inducente benevolenza o ricattatorio, più o meno palesemente. Stabilisce un vincolo.

Accettarlo significa quindi essere pronti, in qualsiasi momento, a mettersi a disposizione del vincolante.

Esiste infine il regalo ipocrita, falso. Fatto solo per la forma e, in molti casi, vettore anche della cattiveria e dell’invidia di chi lo fa.

Esempio pratico. Il classico regalo dei colleghi di lavoro per la pensione o per un avanzamento di carriera

✍ La liberazione

alleati

Aniello Porreca aveva un aspetto francamente ripugnante e viscido. Un metro e settanta, grossoccio con pancetta sporgente, capelli neri impomatati, tirati all’indietro e aderenti al cranio, baffetti sottili a delimitare il bordo del labbro superiore,  naso adunco, occhi neri e sporgenti circondati da occhiaie evidenti e chiazzette giallastre agli angoli interni delle palpebre, pelle grassa untuosa e butterata . E tanta forfora che gli ricopriva il colletto e la parte posteriore della giacca.

Non aveva mai lavorato: si era sempre arrampicato sugli specchi vivacchiando  col gioco d’azzardo, col contrabbando delle sigarette e col mercato nero. Bazzicava anche le case chiuse e non solo come assiduo frequentatore, ma anche come protettore di qualche sciagurata. I bordelli dei Quartieri Spagnoli non avevano segreti per lui. E dovunque andasse era sempre ben accolto.

Pur non essendo fascista , aveva la tessera ed era ben introdotto nella milizia. Aveva libero accesso ovunque, anche col coprifuoco e in compenso ai militi , sottobanco, arrivavano cioccolato e sigarette americane  e donnine a piacimento. L’arrivo delle truppe tedesche non fece che incrementare enormemente i suoi già fiorenti affari. Per quei ragazzoni tanto lontani da casa e stanchi per le tante battaglie, si prodigava nel fornire loro ogni ben di Dio. Ma soprattutto donne.  Dopo alcuni mesi era entrato nelle grazie persino del comandante , il colonnello Scholl.  E per non essere da meno anche il federale di Napoli , Fabio Milone lo volle nella sua corte.

Non c’era festa o orgia che non fosse organizzata da Aniello Porreca.  E che lui non presenziasse. Tutto doveva essere perfetto. Ed suoi amici  ne lodavano l’alacre impegno e la fedeltà alla causa.

Poi vennero richieste più esigenti. Alle quali Aniello non si sottrasse.

Aniello Porreca avrebbe dovuto fornire all’alto comando nazista i nomi di tutti gli ebrei e di tutti gli anti-fascisti a lui noti . In cambio avrebbe avuto molto denaro e, alla vittoria, alla fine della guerra, un ruolo di primo piano nel nuovo governo italiano.

L’impegno che il viscido profuse, fu alacre e capillare. Le celle delle caserme Garibaldi, Pastrengo e Ogaden si riempirono fino all’inverosimile. Così da far destinare lo stadio Collana a campo di prigionia e sterminio.

Intanto il vento stava cambiando e gli alleati erano prossimi a sbarcare in Sicilia. Le sorti della guerra stavano delineando il tracollo dell’asse, anche se i più fanatici credevano ancora nella vittoria finale. Aniello non era certamente fra questi. Da astuto marpione doveva prepararsi il terreno prima che gli si bruciasse attorno.  Così riuscì a stabilire dei contatti con la resistenza e a diventare un eccellente doppiogiochista.

L’otto settembre la proclamazione dell’armistizio, in realtà già siglato a Cassibile il tre ,  fece piombare il paese  nella baraonda più totale. Ormai gli italiani, dissociandosi dai tedeschi e cessando le ostilità verso le forze alleate, erano divenuti a tutti gli effetti dei traditori. L’operazione “Achse” , già pronta in previsione della defezione italiana,  fu immediatamente operativa ed orchestrata sotto i diretti ordini del comandante della piazza d’Italia, il feldmaresciallo Kesserling. Tutti i militari italiani dovevano essere disarmati e fatti prigionieri. Ponti, strade, porti e  stazioni minate e fatte saltare, così come  altri centri logistici ritenuti importanti da un punto di vista strategico. Ma la rabbia e il risentimento erano troppi per non sfociare in azioni criminali.  Massacri ed eccidi di massa sconvolsero il paese già prostrato  dalla miseria.

La barbarie nazista fu spietata ed incontrollata anche se non riuscì a piegare l’insurrezione napoletana nei quattro giorni della fine del settembre 1943. Il primo di ottobre Napoli era già libera  quando vi entrarono le truppe alleate.

Aniello Porreca era tra la folla festante che , ai lati della strade, accoglieva con urla di gioia le truppe americane. Ed era fra i più lesti a raccogliere cioccolato e sigarette che i marines gettavano alla folla impazzita. Aniello era veramente felice e non solo per la liberazione dal giogo nazi-fascista.  L’arrivo degli americani rappresentava per lui una vera manna, dollari che stavano per piovere a catinelle nelle sue tasche. Doveva stare solo molto attento, accorto a non essere riconosciuto  da coloro che aveva tradito e fatto arrestare. Ed era proprio per questo che aveva cambiato quanto più possibile il suo aspetto. Adesso era molto più grasso, inforcava un bel paio di pince-nez, aveva una bella e folta barba e i capelli non erano più tirati all’indietro e  impomatati, ma puliti e separati da una riga sul lato destro.

Non fu difficile per l’astuto grassone organizzare vere e proprie gite di piacere nei Quartieri per quei bravi marines americani bianchi e neri, ma anche per polacchi, marocchini, canadesi, inglesi e indiani .  I bordelli rifiorirono e si moltiplicarono all’inverosimile.  Fu un vero periodo d’oro per le puttane e i loro protettori. Ma anche per la sifilide e la gonorrea. Come durante l’occupazione spagnola del XVI secolo.

Il mercato nero divenne fiorentissimo e vi si poteva trovare di tutto ,  anche le cose più rare e bizzarre, come un tank e i suoi pezzi di ricambio, e primizie come la penicillina. Ed Aniello,  con le mani perennemente in pasta,  si arricchiva sempre di più.

Come con i tedeschi ed i fascisti, Porreca riuscì a penetrare nelle alte sfere del comando americano e in quello provvisorio locale. I sistemi per cementare le conoscenze erano sempre gli stessi: donne e lusso, soldi e favori, scheletri negli armadi e ricatti, collusioni e concussioni.

Finita la guerra, lo scaltro Aniello si trovò il portafoglio gonfissimo e amicizie in tutti i settori della vita pubblica.  Dal prefetto al sindaco, dal giudice all’avvocato, dal primario all’infermiere, dal professore al vigile urbano. Insomma era una vera potenza.

Porreca non poteva non aderire alla nascente DC  visto che solo quel partito gli avrebbe consentito di continuare e diversificare  i sui sporchi traffici, e la DC non poteva che accoglierlo a braccia aperte e non solo perché  collettore di voti.

Nel 1956 divenne deputato. Nel 1958 senatore. E ministro della Repubblica nei governi Tambroni, 1961 e Moro, 1964. Morì d’infarto nel 1986 all’età di 70 anni.

Una lapide commemorativa, al Verano,  ne sottolinea l’alto impegno morale e civile profuso al mantenimento della democrazia e della libertà, e  ne elogia la vita intera spesa, con onestà ed abnegazione,  al servizio della Paese

☼ 26 agosto 2009

ogni riferimento a persone o fatti è assolutamente casuale

✍ La quarta giornata

 

speranzella

Vico S. Anna di Palazzo fa parte di quel dedalo di viuzze, che da via Toledo, l’arteria principale del centro storico, raggiunge inerpicandosi ed intricandosi, il corso Vittorio Emanuele.

Ed è uno dei più importanti e conosciuti di questo labirinto meglio noto come “Quartieri Spagnoli”. Visto che nel XVI secolo la guarnigione spagnola vi era di stanza, sotto il supremo comando del Vicerè di Napoli, don Pedro da Toledo.

La presenza di quella soldataglia si mescolò, si fuse con i lazzari autoctoni creando così un grande centro di malaffare, malsano e pericoloso. Che ancora tutt’oggi conserva tali caratteristiche.

Amalia Faticati in Forges, abitava in un sordido basso al civico 11.

I bassi o “vasci” sono delle piccole abitazioni poste a livello della strada. Spesso sono veri tuguri insalubri di uno-due vani, dove vivono talvolta anche più di dieci persone.

Quello di Amalia era un monovano di circa 32 mq occupato per la gran parte dai letti, il matrimoniale e due a castello. Un piccolo spazio era riservato al lavabo, al cucinino e alla tazza del water “isolata” da una sottile tendina appesa al soffitto.

Pur avendo origini lazzare e vivendo in una zona lazzara, Amalia non lo era fino in fondo. Aveva sempre posseduto dignità, decoro ed orgoglio. Ed era riuscita a studiare e conseguire il diploma di scuola media. Una donna forte ed intelligente che stava cercando di migliorare il proprio status e preparava il terreno per un futuro migliore per i propri figli.

I suoi figli avrebbero studiato e sarebbero andati via da quel formicaio da cui lei non era riuscita ad evadere.

Anche Gennaro, suo marito, condivideva i suoi intenti ed aveva contribuito in maniera determinante affinché i 4 figlioli non fossero contaminati dall’ambiente circostante. I ragazzi, infatti, erano venuti sù ben educati e studiavano con un certo profitto gratificando così i sacrifici dei genitori.

Gennaro era calzolaio ed aveva una discreta clientela nella sua botteguccia nella vicina via Speranzella. Ma la guerra aveva portato miseria e anche gli affari del mite Gennaro erano crollati. C’erano giorni in cui  una mela o una patata a testa era il solo pasto possibile.

Dall’otto settembre del 1943 la situazione precipitò drammaticamente.

La gioia per la fine della guerra fu soppressa dalla immediata esecuzione dell’operazione “Achse”.

I tedeschi, infatti, temendo la defezione italiana avevano elaborato un piano che prevedeva l’immediata neutralizzazione del nostro esercito, con deportazioni  dei soldati e  distruzione di armamenti ,depositi militari e gangli logistici nevralgici.

Nella loro rabbia, però, i nazisti andarono ben oltre questo progetto ed iniziarono a massacrare chiunque indiscriminatamente, militari e civili. E a distruggere qualsiasi cosa.

Lo stadio Collana al Vomero, divenne centro di raccolta dei prigionieri e vero campo di sterminio.

Gennaro fu prelevato la sera del 15 settembre, mentre stava per entrare nel suo basso. Era contento, perché era riuscito a raggranellare più del solito ed aveva comprato un cartoccio di “panzarotti” per cena. Le mani che lo afferrarono improvvisamente e con violenza, gli fecero perdere l’equilibrio e i panzarotti si dispersero rotolando per tutto il vicolo. Fu apostrofato con urla incomprensibili: sembrava l’abbaiare di un cane idrofobo, e spintonato a calci di fucile in un camion a poca distanza, dove già erano pigiati decine di derelitti. Amalia non fece in tempo a vederlo. Sebbene si fosse precipitata in strada al rumore dei primi spari e di quelle grida canine, riuscì a malapena a vedere il camion che correva lungo la via Nicotera, diretto verso il corso Vittorio Emanuele.  Accennò ad un inseguimento, ma un soldato tedesco ridendo sguaiatamente, la spinse per terra vomitando offese incomprensibili.

Alcuni giorni dopo, peregrinando da un commissariato all’altro ed affidandosi alla rete del passaparola, seppe che il marito era rinchiuso nello stadio Collana e che forse sarebbe stato deportato in Germania.

I tedeschi, nella loro furia e sicuri della propria potenza, non avevano previsto che l’esasperazione dei napoletani, in seguito alle esecuzioni di massa, ai saccheggi, ai rastrellamenti, alla miseria , potesse far coagulare una insurrezione generale. E dal 27 di settembre dovettero fare i conti con una reazione insolita, imprevista quanto determinata e violenta. Da quel giorno, e per quattro giorni, ogni minuto, ogni ora divenne un incubo per le forze germaniche. Gli insorti risposero colpo su colpo, minarono stazioni e caserme, assaltarono tanks e convogli, con ogni mezzo anche gettando dai balconi oggetti pesanti e contundenti.

L’oberst Scholl che comandava la piazza di Napoli, era letteralmente furioso poiché voleva sedare e col sangue l’insurrezione di quei quattro cialtroni ma nello stesso tempo stava sulle spine. Aveva fretta di lasciare la città e risalire verso Roma. Non poteva rischiare di trovarsi le forze americane addosso. La ragione prevalse sull’istinto e, molto a malincuore, il 30 settembre dette l’ordine di ritirata. Il primo di ottobre gli americani trovarono una città già liberata.

Hans Zimmermann era un caporaletto di Rheda in Westfalia. Un uomo insignificante, ignorante e violento che aveva trovato nella divisa la collocazione idonea al suo essere. La ronda di cui era il capo, passava ogni sera davanti al basso di Amalia e lui, con ogni pretesto, si fermava per parlare con la donna con l’intento, non mascherato, di poterla concupire. Amalia l’aveva capito e pur avendone paura riusciva a tenerlo a bada grazie anche alla presenza dei suoi commilitoni che erano ragazzi incapaci di simili porcate.

Così giocò d’astuzia e, tornato da solo, fece chiaramente capire alla donna che avrebbe potuto salvare il marito se gli si fosse concessa. Altrimenti per lui era prevista la fucilazione. La donna abboccò e successe quel che doveva succedere.

Il 2 ottobre lo stadio Collana fu occupato dagli americani e tutti i prigionieri furono rilasciati tra le urla di una folla in festa. Gennaro, smagrito, pallido ,stanco e affamato, si avviò  verso il Petraio, una lunga e sinuosa straducola che , dal Vomero, scende sino al corso Vittorio Emanule. Da lì poi si sarebbe immesso nel dedalo e raggiunto facilmente il suo basso, ammesso che fosse ancora integro e che la moglie e i figli fossero ancora vivi.

La porta del basso al numero 11 era socchiusa quando Gennaro la sospinse per entrare. Amalia era intenta a rassettare e non si accorse subito della sorpresa. Si abbracciarono e baciarono fino allo sfinimento. Gli preparò in quattro e quattr’otto una minestrina con quel poco che aveva. I ragazzi stavano giocando a pallone con alcuni amici poco distante. Gennaro ingoiò avidamente quella misera brodaglia e si buttò sul letto sopraffatto dalla stanchezza. Ma Amalia, prima che si addormentasse, aveva una domanda da fargli. La rabbia repressa davanti all’uomo, esplose per strada. Urlò come una pazza. Ma nessuno ci fece caso. Erano arrivati gli americani. La città era libera. Tutti erano contenti.

A Rheda in Saarstrasse, poco distante dalla casa dove era nato e dove abitava, Zimmermann aveva aperto una bottega di merciaio. Finita la guerra e congedatosi riportando a casa la pellaccia tutta intera, l’insignificante Hans che non sapeva far nulla, se non uccidere e violentare, aveva rilevato quel vecchio negozietto con una nuova identità, ora si chiamava Rudolph  Muller. E viveva tranquillo e beato dividendosi tra casa e bottega.

L’associazione di Simon Wiesenthal accolse la richiesta di Amalia, pur non essendo ebrea e pur non essendosi macchiato il ricercato di crimini accertati contro civili.

Il telegramma arrivò dopo oltre due mesi dall’incontro che la donna ebbe a Vienna con i “cacciatori di nazisti” . Il testo diceva: “ Hans Zimmermann è ora Rudolph Muller ed è merciaio in Rheda. La sua bottega è in Saarstrasse. Aspettiamo sue disposizioni”.

Il 15 ottobre 1956 la signora Forges prese il treno Milano-Dortmund delle 22:30. E l’indomani alle 17:30 la coincidenza per Rheda.

Al marito disse che andava in Germania per trovare una vecchia zia morente, emigrata da pochi anni. Gennaro non aveva motivo di dubitare delle sue parole, sua moglie era sempre stata una moglie devota e fedele. Inoltre in tanti anni di matrimonio non si era mai mossa dal vicolo. In fondo quell’occasione era buona anche come distrazione. E salutò la moglie, in stazione, augurandole di cuore di poter rilassarsi e godersi, nonostante il lutto, quella breve vacanza.

Come ogni mattina Rudolph apriva il negozio alle 8 e mezza. Faceva già freddo e la sera prima, era caduta anche la neve, poca ma significativa. Come ogni mattina, dopo aver sistemato il negozio, comprava il giornale e lo leggeva dietro al banco sorbendosi un tè molto caldo. In quarta pagina c’era un trafiletto di poche righe, una notizia che lo attrasse. Perchè riportava dei fatti successi in una città italiana che conosceva bene, Napoli. Come per incanto rivisse quel periodo in cui si sentiva onnipotente. Ricordava con orgoglio la  sua bella divisa e la potenza e il timore che emanava , i rastrellamenti in quei vicoli maleodoranti dove si era divertito ad uccidere quei pidocchi di traditori italiani, gli spaghetti che tanto gli mancavano ma anche l’amarezza della sconfitta. Da Napoli in poi era stata solo una grande fuga verso la Germania e la certezza della disfatta. Che peccato, pensò chiudendo il giornale, con un pizzico di fortuna adesso avrebbero potuto dominare il mondo.

Il bisogno di mingere lo condusse al water e, mentre urinava, gli venne in mente quella popolana napoletana con cui si era divertito una notte intera, illudendola che avrebbe fatto liberare il marito. Un sorriso beffardo gli incorniciò il volto: non sapeva nemmeno dove fosse stato rinchiuso quell’individuo.

Lo scampanellio della porta lo riportò alla realtà. Qualcuno era entrato nel negozio. Con calma si chiuse la patta e rientrò al banco. Una bella signora bruna, con un cappellino con la veletta che le nascondeva gli occhi lo aspettava curiosando tra la merce esposta. Aveva un qualcosa di familiare. Stava per aprir bocca e chiedere cosa volesse, quando la donna con molta naturalezza estrasse dalla borsa una pistola e gliela puntò contro. Alzò per istinto le braccia e balbettando dalla paura disse che non aveva soldi in cassa a quell’ora. La donna alzò la veletta e lo fissò a lungo negli occhi, avvicinandosi. L’uomo la osservava con attenzione, quel volto non gli era nuovo. Ma non riusciva a ricordare dove l’avesse visto. Gli istanti che passarono sembrarono secoli. Stava spremendosi le meningi con terrore. Finché una immagine ricomparve limpida e chiara nella sua mente: quello stesso  volto angosciato e distorto dalla rabbia e dalla vergogna era sotto di lui, di fronte a lui, mentre ne abusava con odio. Gli occhi che si spalancarono improvvisamente , quasi come se le orbite volessero esplodere, furono eloquentissimi. E  fecero in tempo a vedere un lampo di fuoco che si sprigionava dalla canna della pistola. Il proiettile lo centrò in piena fronte e fuoriuscì dall’occipite. Qualche pezzetto di materia cerebrale si spiaccicò sui muri. La donna, sempre con molta calma, ripose la pistola nella borsa e si dileguò tra la gente.

La quarta giornata, pensò mentre camminava tranquilla e sorridente,  si era finalmente conclusa


 

☼ 24 agosto 2009

 

 

ogni riferimento a persone o fatti è assolutamente casuale

✍ Sempre a metà strada

nemesi

Joe vagava senza meta ormai da molte ore. La sua mente arrostiva letteralmente dai pensieri che vi si affastellavano. Si sentiva stanco, fiacco incapace anche di alzare un dito.  Non riusciva a capire nemmeno in che zona della città fosse. Il frastuono della vita , tutt’intorno, nebbioso ed indistinto lo avviluppava avvertendo una sensazione strana, come se stesse fuori dal suo corpo.

Le grida di alcuni bambini italiani lo fecero uscire per un attimo dal quel profondo torpore e capì di trovarsi sulla Bowery Street, tra Little Italy e Chinatown. Da Findley Street, dove aveva una lurida bicocca, era quasi ad un altro capo della città.

Joe Ferzetti era un piccolo gangster affiliato al clan emergente dei Taglialatela. Il suo compito era quello di esigere, porta a porta , il “pizzo” nella zona compresa tra la Melrose e la Westchester Avenue. Di tanto in tanto anche trasporto di droga e, qualche volta, su ordine diretto del capozona, un brutto e grosso ceffo sfregiato detto “Cracked”, autista per  qualche boss ospite. Nel suo piccolo, aveva una banda. Suo braccio destro, Mo Breef, compagno di scorribande sin dall’infanzia, e due giovani emergenti, Larry Calderazzo e Frank Graziani. Mo Breef quando ne aveva voglia lo aiutata in tutto, ma spesso poiché pigro e obeso si tirava indietro ripiegando su attività meno stressanti, come far da mangiare alla banda. Frank era molto intelligente, ma sembrava figlio di Mo per quanto fosse pigro ed indolente. Larry Calderazzo era ambizioso e, spesso, in occasione di qualche diverbio esplodeva minacciando di trovarsi una gang più prestigiosa. Entrambi i ragazzi avevano il demone del gioco e quasi ogni sera tiravano sino a tarda notte nelle bische più luride del Bronx.

Joe, in fondo, era un buon diavolo. Aveva anche tentato di sottrarsi alla strada, aveva timidamente fatto capire a Cracked che avrebbe voluto smettere e trovarsi un lavoro onesto. Ma le minacce del capozona avevano sempre sortito un effetto frustrante. Qualche anno prima aveva tentato anche la fuga. Una notte, dopo aver convinto i suoi riluttanti discepoli, erano fuggiti in macchina in California, a Tampa. Ma , dopo nemmeno un mese, grazie anche alla insoddisfazione dei tre accoliti, nostalgici delle loro bische e del loro quartiere, aveva fatto dietrofront spiegando poi  al boss che aveva voluto regalarsi una vacanza.

Da allora, però, i rapporti con i suoi compari, s’era andato via via deteriorando. Mo Breef lo aveva abbandonato già da qualche mese: s’era stufato, aveva detto, di quella vita, voleva qualcosa di più emozionante. Ora stava nella banda di Jack Brandon, che stimava da sempre, ma che in sostanza non era tanto diverso da lui né più importante sullo scacchiere del boss James Taglialatela. Frank e Larry, dopo la partenza di Mo, si erano lasciati andare sempre più. La notte intera nelle bische a giocare ed ubriacarsi o a puttane, il giorno a dormire. Joe, quindi, era costretto a sobbarcarsi il lavoro che prima, bene o male, era ripartito per quattro. Ed ora, dopo mesi di sovraccarico, era veramente al limite della rottura. Da oltre due anni era costretto a lavorare senza alcun aiuto e, per giunta, al rientro a casa doveva accudire anche quei due fannulloni. Mo, inoltre, spuntava ogni tanto dal nulla e chiedeva soldi.

Larry e Frank avevano deciso, dopo tanto tentennare e dopo essersi abbrutiti con alcol, donne e gioco. Di Joe ne avevano le tasche piene, avevano bisogno di capi forti, duri, ambiziosi. Volevano essere dei criminale, non esattori delle tasse.

La notte del 31 dicembre, in occasione, della festa di Capodanno, quando tutte le bande e i loro boss  si ritrovano a far baldoria, avvicinarono il boss Vince Tartaglia, acerrimo nemico dei Taglialatela, e gli si offrirono anima e corpo.

Al mattino del 2 gennaio, Joe trovò due letti e un armadio vuoto e capì. E capì anche che era fottuto. I Taglialatela non gli avrebbero mai creduto. Ed infatti l’ordine di eliminazione era già partito: Joe era  solo un morto che camminava.

Joe imboccò quasi automaticamente la Neptune Avenue diretto verso la Atlantic Avenue. Ormai non aveva scampo.

Gli scagnozzi dei Taglialatela, Cracked in testa, lo stavano braccando ovunque e, prima o poi, l’avrebbero localizzato. Meglio, quindi, fare da solo.

Mentre precorreva i pochi chilometri che lo separavano dalla spiaggia, dal mare  Joe fece l’ultima autoanalisi. Nella vita , ad un certo punto, bisogna avere il coraggio di schierarsi, di decidere cosa fare e chi essere, non si può navigare sempre nel mare dell’indeterminatezza, ondeggiare ora di qua ora di la. Cambiare continuamente  rotta e mete. Ad un certo punto bisogna fare una scelta e poi andare avanti, fino in fondo, anche se magari si rivela sbagliata o ostica. Lui non c’era riuscito, aveva cercato di essere un delinquente “buono”, di accontentarsi del basso crimine, di quello che non nuoce agli altri e non mette in pericolo la propria vita. Insomma piccolo cabotaggio. Non aveva mai osato e le rarissime volte che ne aveva avuto l’impulso lo aveva represso o, naturalmente, l’aveva realizzato a metà. Tutto ciò, questa incertezza, questa mancanza di coraggio, di determinazione e forse anche di ambizione, aveva disilluso e stancato i suoi soci che lo avevano abbandonato, ora addirittura tradito. Eppure a quei ragazzi s’era affezionato, voleva bene, ma forse non abbastanza. Aveva cercato di creare un ambiente familiare, un feeling. Ma loro, evidentemente, non volevano una mezza falsa famiglia, volevano una banda vera, a tutto tondo. Con delle mete precise, ferme, senza tentennamenti e ripensamenti.

Dalla Atlantic Avenue imboccò una piccola discesa che raggiungeva il mare. Gli ultimi metri della sua vita. Si sentiva, ora, tranquillo con la mente serena. Sentiva di star facendo la cosa giusta, ormai la sua esistenza non aveva più nessun senso: era solo, quella che aveva a torto considerato la sua famiglia, si era completamente disgregata, era stato tradito e , soprattutto , stava portando a termine una decisione, una scelta.

La pallottola che gli attraversò il cranio, devastandogli il cervello, fuoriuscì dall’orbita destra andando a rimbalzare su un piccolo scoglio. Il corpo prima dondolante, iniziò ad afflosciarsi lentamente, fino a crollare riverso. Quella pallottola che pure aveva spezzato una delle rare scelte di Joe , gli aveva  comunque donato la tanto agognata pace.

☼ 24 luglio 2008

ogni riferimento a persone o fatti è assolutamente casuale

✍I calzini di Wolfgang

wolfg

L’uomo camminava a passo svelto. Sebbene fosse la fine di settembre faceva molto caldo e il sole picchiava duro.

Il leutnant Wolfgang Manninger stava raggiungendo la sua brigata della wehrmacht attestata nei pressi dello Stadio Collana dove avevano rinchiuso  i traditori italiani.

Le strade erano deserte, ma la tensione era alta. Da un momento all’altro, da un vicolo qualsiasi potevano sbucare gruppi di ribelli o di militari italiani che, senza alcun indugio, lo avrebbero ucciso. E non poteva dargli nemmeno torto. Dall’armistizio i tedeschi, ovunque fossero andati, avevano falcidiato anche intere colonne di militari italiani, senza perder tempo, senza discussioni. Non si facevano prigionieri.

Il sudore gli colava sul viso , costringendolo ad asciugarlo continuamente col fazzoletto, nonostante si fosse tolto il pesante ma rassicurante elmetto. Non vedeva l’ora di ritornare a casa, a Wuppertal e di andare a pescare con la sua barchetta sul suo amato fiume. Non vedeva l’ora di riabbracciare i suoi, sicuramente in pena per lui e privi di notizie da mesi. Non vedeva l’ora di riprendere i suoi studi interrotti repentinamente da quella maledetta guerra.

Guerra che non aveva mai sentito sua. L’aveva detestata sin dal primo momento. Ma la Germania era impazzita e farneticava insieme con quel matto del  Fϋhrer. Ed era stato costretto a partire. Aveva partecipato alla colossale e fallimentare operazione Barbarossa e per poco non ci aveva rimesso le penne. Ora gli toccava quest’altra grana della rivolta napoletana mentre stavano per risalire l’Italia con gli alleati alle costole.

Gli ordini erano stati precisi quanto ottusi: bisognava rastrellare la città e uccidere o deportare civili e militari. In particolare questi ultimi rei di alto tradimento. Ma comunque da sempre considerati inaffidabili ed invisi alla maggior parte dei suoi commilitoni.

Mentre risaliva la via Gigante, sempre attento e guardingo anche se piuttosto stanco e con il sudore che gli offuscava la vista, si ricordò che in quella strada , in una casa forse al 169, era stato ospite del suo amico Giuseppe. Nel 1938 aveva trascorso a Napoli i mesi più belli della sua vita. Spensieratezza, allegria, sole e clima splendidi e..spaghetti indimenticabili. E poi si era innamorato, perdutamente, di Carmela la cugina del suo amico. Quando dovette ritornare a casa non fu facile, ma si era ripromesso ed aveva promesso alla sua adorata che sarebbe tornato appena possibile e, se le acque si fossero calmate, si sarebbero sposati e lui si sarebbe stabilito per sempre in Italia. Ricordava perfettamente gli occhi gonfi di lacrime e il viso triste di Carmela mentre, mani nelle mani, gli prometteva che lo avrebbe atteso per sempre.

Ma le cose erano andate molto diversamente.  La Polonia era stata invasa poco tempo dopo  e lui era stato uno dei primi ad essere richiamato e spedito a Varsavia. Da allora i contatti con i suoi amici si erano definitivamente interrotti.

La piazza dell’Arenella era già visibile quando Wolfgang, dopo aver esitato, si fermò al 169. Il portone era sfondato. Entrò con molta circospezione e il cortile con la fontanella zampillante, nonostante tutto, gli confermò che non aveva sbagliato palazzo. Fece quasi di corsa le scale ed arrivò in un baleno al ballatoio del terzo piano. Era emozionato. Appoggiò al muro il fucile e a terra l’elmetto. Con le mani si aggiustò alla meglio i capelli appiccicaticci e sporchi e si avviò fermamente deciso a bussare a quella porta.

Dietro quella porta, attraverso le fessure, numerosi occhi osservavano molto attentamente l’intruso, il tedesco.

Erano quelli di Giuseppe  e di  altri tre partigiani, di  un caporale dell’esercito italiano e di sua moglie Carmela. Parlottavano velocemente e silenziosamente, e dovevano decidere in fretta cosa fare  perchè l’uomo si avvicinava benchè fosse disarmato. Furono tutti d’accordo. Il nazista doveva morire. Il caporale, per l’uniforme e il grado che portava, si sentì obbligato a compiere l’operazione.

La pallottola colpì Wolfgang in piena fronte e lo fece stramazzare al suolo senza un lamento.

I sei uscirono sul ballatoio ed osservarono in silenzio il cadavere del nemico. Ora bisognava far sparire il corpo ma, soprattutto, prendere tutto ciò che poteva essere usato, dalle scarpe al fucile, dall’elmetto alla camicia, dai soldi ai documenti, e lo zaino che poteva contenere cibo.

Gli furono addosso quasi contemporaneamente e si accanirono nello spoliare quella salma.

Carmela, con occhi gelidi, riconobbe di chi fossero quei documenti che aveva tra le mani. Li mostrò un secondo al fratello e, dopo averli gettati per aria, urlò: “ I calzini, mi raccomando. Non scordatevi di togliergli i calzini”.

☼ 20 agosto 2009


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