Storie

✍️non uno di meno

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Chissà perché quel giorno decide di usare le scale, e non l’ascensore. Mai, come in quel preciso istante, le sue porte spalancate e la cabina vuota e linda ne invitano l’uso.

Eppure, dopo un rapido sguardo, e senza pensarci due volte, decide di cimentarsi nell’impresa di raggiungere a piedi il suo ufficio, al 9° piano. Cosa mai fatta in 15 anni di onorato servizio.

Ed è così, mentre fissa i gradini con la testa bassa a scorrazzare altrove, che va a sbattere sull’avvenente creatura di cui è segretamente innamorato da centinaia di chilometri di saliscendi ferrato.

Lo scontro è frontale e duro, tra il 3° e il 4° piano. Dove la donna quotidianamente scende a rapporto. Lei con la testa per aria, nel tentativo di scansare le esalazioni del suo sentimento guasto, scaduto.

Ruzzolano avvinghiati, per istinto. Coi nasi attaccati, coi fiati mischiati, con gli occhi abbagliati. Quegli   attimi sono sufficienti, bastevoli   per   intravedere la      dolcezza che affiora nell’animo di quel goffo individuo. Una epifania a lei del tutto sconosciuta. Dopo le scuse di rito, e con passo incerto, ognuno riprende il suo cammino. Lei, però, nascosta dietro una porta, l’osserva  finché non vede la sua sagoma sparire nella rampa.

Inebriato del suo profumo vola alto fra le nuvole l’intera giornata, la più lunga della sua insignificante esistenza. È stanco, ha le tasche piene di quel mortifero tran tran, vorrebbe scappare, evadere per poter finalmente fare incetta di emozioni e sentimenti. Vivere, manipolando  a suo uso e consumo tutti i milioni di secondi avuti in dotazione, non uno di meno, per stravolgere il tempo. Senza più lasciargli campo libero.

Un singulto di disperazione, improvviso quanto acuto, lo scaccia dalla nuvola su cui stava così bene, per riconsegnarlo alle scartoffie e all’orologio.

L’edificio, un onusto parallelepipedo alla periferia ovest della città, è deserto quando l’ascensore tocca il piano terra e lo scaraventa, ancora in trance, sulla strada di casa. Lo stesso pavé dove ha già depositato lei,  decisa ad affrontare quella percezione, quella attraente promessa.

Ma, nel preciso istante in cui sta per farsi avanti, si blocca. Domani, ci penserà domani.  E con la testa fra le spalle ritorna sui suoi passi, sospinta dal suo tempo. 

 

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✍ Giusto in tempo

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Il postino stava quasi per andar via quando la porta si aprì e comparve la faccia stralunata del vecchio. Avrebbe voluto sbottare per la lunga attesa cui era stato costretto poi, però, tacque impietosito dall’evidente alterazione dello stato mentale di quell’individuo in uno con la trasandata sporcizia che ne avvolgeva le membra. Gli porse la lettera che aveva sbatacchiato per minuti fra le  mani e scappò via con un sommesso grugnito. 

Coi capelli arruffati e gli occhi cisposi, il vecchio rovinò dolorosamente ed immantinente dai fantasmi del torpore, in cui flottava da giorni, sulla realtà che era tornata a  riprendersi la scena, bussando implacabile al suo uscio. Raggiunse ciabattando lentamente lo spoglio tavolino di formica azzurra, crepata e bruciacchiata dal ferro da stiro, e vi gettò sopra la missiva appena ricevuta. Solo dopo aver trangugiato un goccio di caffè vecchio, appena riscaldato, e dopo essersi seduto immerso in una sorta di catalessi, allungò la mano per aprire quella busta gialla che recava, con bella grafia, il suo nome. Tranne le bollette, spietatamente puntuali, non vedeva una lettera da almeno tre lustri.

Lesse con attenzione, e più volte, quelle poche righe. Con gli occhialini storti sul naso, avvolto nella nube puzzolente del suo toscano scelto. Sotto la doccia rimase a lungo, affinché l’acqua lavasse via tutto, fantasmi compresi. Quando uscì di casa si sentiva come un leone, anche se traballava per l’emozione e per la lunga clausura. 

Sul ponte di legno si fermò a mirare la corrente furiosa e travolgente del fiume, irrefrenabile al pari del tempo, spietato fustigatore della nostra arrogante presunzione. Inspirò l’aria fredda e pungente e, dopo una rapida occhiata tutt’intorno, riprese il suo cammino. Sul ponte di pietra, dove il greto si restringe in poche pietre levigate, ed il fiume diventa ruscello senza forze, le gambe gli si bloccarono, come paralizzate, e sedette sul muretto attanagliato dall’angoscia. Le lusinghe e la gioventù non sarebbero durate a lungo,  sincere o meno che fossero. Non sapeva amare, non lo aveva mai saputo fare. Era una dote che non aveva mai posseduto, seppur agognata. Meglio lasciar perdere quegli occhi colore delle castagne mature, apparse come stelle in una notte di pioggia. Solo così sarebbero rimasti per sempre sogno e desiderio. Solo così non sarebbero divenute altre cicatrici. Solo così avrebbe evitato loro di spegnersi, di sprecare tempo.

Prosciugati, dopo una notte di lacrime, gli occhi colore delle castagne mature osservavano il buio e le sue ombre. Il tormento aveva lasciato il posto ad una quiete fittizia. Una sorta di armistizio. Si sentiva attratta da quell’uomo, dalla sua grande sensibilità , dalla dolcezza della sua tristezza. Tristezza che lei avrebbe facilmente frantumato, lasciando alla dolcezza campo libero. Per poterne essere avvolta, come un drappo di seta. Era stanca di fibre sintetiche e di ruvide casacche di lana grezza, o di asfissianti camicie di forza. Le sue carni martoriate non ne avrebbero sopportate altre, ancora. Il dolore era stato il vero compagno della sua vita. Dolore che non avrebbe mai potuto infliggere a quegli occhi già stanchi.  L’alba irruppe prepotente dalle finestre senza protezioni, e la sospinse alla fuga. 

Il trillo del campanello allertò l’oste. Il primo viandante, affamato, aveva varcato il suo locale. Erano le nove e mezza di una sera piovigginosa ma non fredda. Di certo moscia per i suoi affari. Afferrò il taccuino, sistemò colletto e cravatta, e si fiondò nella sala. Vuota e fredda, tranne il tavolino in fondo, all’angolo. Quello vicino alle cucine. Che aveva ritrovato le sue natiche rinsecchite e malinconiche. Giusto in tempo, prima che una selva di glutei gliene facesse perdere memoria. 

✡  ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale
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✍ Occhi

Della nebbia, confesso, ho timore. Mi sento oppresso, in quella massa lattescente impenetrabile che ti rende cieco.

Ed eccomi, invece, sperduto nella più fitta e merdosa bruma in cui mi sia mai imbattuto. Avanzo a tentoni, con le mani avanti nel tentativo di proteggermi da qualche pericolo, umano, meccanico, vegetale o animale che sia. Sento , sotto le mie scarpe, sinistri scricchiolii di vario timbro e intensità. Spero siano solo fogliame, sterpaglia e non immondi insetti. Spero che non s’infilino nei pantaloni e risalgano indisturbati su, su fino ai genitali e oltre.

Il vestito nuziale è sobrio, elegante. Non poteva essere diversamente. Il suo volto è raggiante. Il trucco è appena accennato, fine. Negli occhi splende una luce nuova, a me sconosciuta. Lo sposo, dalla mia prospettiva, si vede male. Non mi sembra un granché, con quell’aria smunta, pallido e con quegli occhialetti tondi, gli occhi piccoli che gli conferiscono un non so che di buffo. Avrà sicuramente altre qualità. Non mi aspettavo di essere invitato. Quando il postino mi ha consegnato l’elegante cartoncino di Fabriano non potevo crederci. Adesso sono qui, in ottava fila, nella vecchia chiesa del quartiere. Tra mille facce che non conosco. Nell’avanzare verso l’altare la mia ex si è girata e mi ha guardato negli occhi. Non c’era rancore, almeno credo, né ostentazione per una veloce rivincita. Era uno sguardo neutro, forse un addio. Non so perché sono andato al suo matrimonio. Probabilmente per dimostrare che non me ne frega nulla. Che è passata tanta acqua sotto i ponti che sono perfettamente in grado di presenziare, ormai senza più amore, ad un amore che non mi appartiene. Tuttavia mi sento a disagio. E non perché una parte della mia vita si stacca per inserirsi in quella di un altro. O perché ci siano ancora tenaci residui di gelosia o amore. Sento che non è il mio posto. Tutto qua. Quando i promessi s’inginocchiano davanti al prete, volgendomi le spalle, trovo finalmente il coraggio di sloggiare. Inosservato, anonimo. L’aria fresca mi accoglie tra le sue braccia e mi sento rinvigorito. Tolgo la cravatta, che mi strangolava il collo, e la getto dal ponte osservando come svolazza, rapidamente e sinuosamente, sino a planare sul pendio del burrone. Mi avvio per la mia strada , senza fretta, con le mani ficcate nelle tasche dei pantaloni, la giacca sbottonata e la testa leggera, vuota da pensieri. Come non mi accadeva da anni. Prima di girare l’angolo, volgo lo sguardo indietro e scorgo in lontananza la fiumana degli invitati che lascia la cattedrale. Sono contento che lei abbia trovato la pace, la felicità. Poi , voltato l’angolo, inizio a salire una lunghissima e ripida scalinata.

Una voce stentorea mi chiama. Squarciando per un attimo la coltre nebbiosa. Non riesco a capire da che direzione proviene. La voce si fa risentire. Mi dirigo senza indecisioni, ma sempre a braccia tese, verso l’ignoto. La voce s’è fatta più forte e vicina. Ci sono quasi. Sento che a momenti riuscirò a toccare il volto di qualcuno. Il terreno mi manca improvvisamente sotto i piedi. E precipito. La paura, il terrore mi attanaglia. Non ho nemmeno la forza di urlare, di appigliarmi a qualcosa. Vado giù, veloce, a piombo. Manca poco all’impatto.

La barca, di vecchio legno marcio, sta tornando a riva. Emilio, il ladro, rema con lena. È sudato, serio, scuro in volto. Non ride, come di solito fa. La donna col pareo variopinto e squassato dal vento non si vede. La spiaggia è vuota, deserta. Alberto appare improvvisamente da una grotta e, urlando come un indemoniato, corre verso la riva. Ha una pistola fra le mani. Emilio smette di remare. Si alza in piedi sulla barca, che ondeggia paurosamente. E comincia a sghignazzare. Si sente al sicuro. La riva è ancora lontana e pensa di essere fuori tiro. Grosse nuvole nere, gravide di pioggia, ricoprono la spiaggia come un pesante mantello. La collina su cui mi trovo mi consente di vedere ogni cosa, ma è lontana e nemmeno le mie urla potrebbero arrivare a tentare di fermare Alberto. Oltretutto sono anche sottovento.

Alberto ha smesso d’urlare e si è fermato. Abbastanza lontano dalla bàttima. La spiaggia si sta ricoprendo di grossi granchi. Sbucano da ogni dove, e sono enormi e minacciosi. Alberto fa qualche passo indietro, si gira per scappare ma si accorge che la fuga è impossibile. È circondato. Alza gli occhi che s’incrociano con i miei. Piangono, chiedono aiuto. Anche i miei piangono, impotenti. Una colonna assatanata di quei voraci crostacei lo ricopre, lo sommerge e lo fa a pezzi. Tra le chele, uno di loro, esibisce orgoglioso, i bulbi oculari della vittima. Le nubi si diradano all’improvviso. Torna il sole. La spiaggia è nuovamente deserta.

Il seggiolino rosso. Rovinato, rotto e rovesciato su un fianco. È quel che vedo appena riapro gli occhi.

✭ ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale

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✍ L’amore molesto

L’egoismo è un componente fondamentale dell’amore, anche se la quantità può variare. Se supera la soglia del 40 % o più, può diventare estremamente pernicioso con risvolti deleteri e pericolosi nei confronti di chi, per carattere e/o debolezza e/o infatuazione, non riesce a frenarne la valanga che lo sommergerà inesorabile, prima o poi , sconvolgendone l’esistenza.

Michele Iadevicoli aveva quasi trent’anni e rarissime esperienze femminili alle spalle quando conobbe , ad una festa, Maria Caccese.

Michele era smilzo e brufoloso, con dei capelli rossicci, stopposi e scarsi che ornavano un volto piuttosto lungo e irregolare. Gli occhiali, sempre storti sul naso, e la sua aria trasognata gli conferivano un’aria buffa e simpatica.

Timido fino all’inverosimile, avvampava come un gambero per un nonnulla.

Maria era prosperosa , quasi giunonica. Capelli corvini e lunghi fino al sedere incorniciavano un volto paffuto ma delicato e vistosamente truccato. Ed era espertissima in uomini. Nei suoi trentatre anni ne aveva conosciuti una caterva e le relazioni, brevi o lunghe, erano state tante. Quasi sempre finite in modo burrascoso.

I due non potevano non incontrarsi. E così accadde. Al timido ed inesperto Michele non sembrava vero che una bella donna mostrasse interesse nei suoi confronti. Per tutta la serata cercò di nascondere le mani , grondanti di sudore, ma non riuscì ad evitare che il volto rimanesse acceso per tutta la serata. Maria era al settimo cielo. Un babbeo , simpatico ma babbeo, così non le era mai capitato e, per giunta, con un ottimo impiego, uno stipendio meraviglioso e la casa di proprietà. Alla sua età non poteva lasciarsi sfuggire quell’occasione più unica che rara.

Con una cerimonia sfarzosa e volgare, come nei desideri della sposa, i due pronunciarono il fatidico e gravoso si nella chiesetta dove la donna era stata battezzata. Un corteo di oltre 400 invitati, quasi tutti Caccese e affini, seguì la coppia nelle sue esposizioni fotografiche e si ammassò , vorace e tumultuosa, al buffet ridondante di ogni ben di Dio. I piccioncini si imbarcarono , a notte inoltrata, nella motonave “Il Gabbiano” per una lunga crociera, prefissata e organizzata nei minimi dettagli e senza badare minimamente a spese, dalla signora Caccese in Iadevicoli.

La crociera durò oltre venti giorni e il mite Michele assaporò in anteprima,e in assoluta incoscienza , l’amaro sapore della sua nuova vita, anche se il miele che solo il suo cuore vedeva sgorgare da ogni poro della sua amata, avviluppava mimeticamente ogni cosa.

Iadevicoli divenne lo zimbello della motonave. Sempre al guinzaglio della prorompente Maria i cui desideri divennero molto presto ordini che l’uomo ottemperava con tempestività e senza mai lagnarsi. Pur civettando a destra e a manca, non permetteva a suo marito di allontanarsi da lei. Nemmeno per fare due passi o bere un caffè. Litigi e scenate sceneggiate si libravano dalla soave bocca e dai muscoli della procace signora ogni qual volta la donna delle pulizie lasciava la cabina. Colpevole di distrarre il suo Michele che, invaghito, la cercava sottecchi e la concupiva in silenzio , pronto all’azione. Il buon uomo in realtà non aveva occhi che per sua moglie per la quale stravedeva. Certe volte, a letto, si svegliava pensando alla fortuna che aveva avuto. Ma anche quando furiosamente la donna lo montava emettendo mugolii e grugniti a lui assolutamente sconosciuti.

Gli anni a seguire furono un crescendo di vessazioni e violenze, fisiche e morali. Michele ormai non era tranquillo nemmeno al lavoro, dove arrivavano centinaia di telefonate di controllo. E ogni tanto con pretesti banali, anche con blitz a sorpresa.

E non aveva diritto a nessun interesse che potesse distoglierlo anche per un secondo da lei. Doveva stare sempre con lei, vicino a lei, qualsiasi cosa facesse. Persino il suo cellulare fu sequestrato per paura che potesse usarlo per contatti impropri.

La sera alla TV lei sedeva sul divano stravaccata ad ingollarsi di pop-corn o altro trashfood e lui, sul tappeto, in silenzio, costretto a vedere ciò che lei imponeva.

Quelle poche ore in cui Michele era assente, ma triste, Maria si attaccava al telefono e parlava per ore e ore con la madre e con le amiche, deridendolo e magnificando la sua astuzia nell’aver accalappiato il pollo.

Arrivarono anche le percosse e l’allontanamento temporaneo da casa. La gravidanza che non arrivava e che tanto desiderava era da attribuire allo scarso impegno di lui, certamente stanco e impegnato su altri fronti o se non addirittura finocchio.

Dopo anni di inferno l’uomo, quando tutto il miele che solo lui aveva visto finì, decise che era il momento di troncare. Il problema era comunicarlo poiché sicuramente sarebbe stato percosso. Comunque nonostante la paura, una sera Michele alzò un po’ la voce, dopo essersela raschiata a lungo, ed esternò la sua decisione. La donna dopo un millesimo di secondo di stupore, urlò inferocita e sempre urlando gli lanciò addosso di tutto, dai libri ai piatti ai bicchieri e tutto ciò che gli capitava per le mani. Michele con le gambe tremanti schivò fortunosamente tutto e, imberciato l’ingresso, scappò a gambe levate per non tornare mai più.

Maria stette due giorni a letto. Piangeva, delirava e si dibatteva a stento trattenuta dalle prefiche occorse in suo aiuto. Poi, come d’incanto, si mise in piedi fresca e tonica come non mai decisa alla battaglia.

Appostamenti, inseguimenti e telefonate ad ogni ora del giorno e della notte resero la fuga di Michele un vero supplizio. Non sapeva dove rifugiarsi , dove nascondersi. Nemmeno il trasferimento che chiese e ottenne in altra città servì a molto. La donna lo braccava senza pietà. Quell’uomo era una sua proprietà e doveva tornare a casa, sotto il suo dominio, a tutti i costi. Solo la polizia , dopo varie aggressioni con lesioni, riuscì finalmente ad intimidire la donna che promise di desistere dai suoi intenti pur di non essere denunciata.

Un pomeriggio, nebbioso uggioso e freddo di febbraio, un pescatore frustrato dalla assoluta negatività della giornata, si apprestava a tornare a casa, smantellando quella che era stata la sua postazione sin dalle prime luci dell’alba. Il fiume scorreva lento e gelido trasportando ghiaccio e foglie. Di pesci nemmeno l’ombra, chissà il gelo li aveva tenuti al riparo nelle loro tane. Il pescatore, incallito, volle lanciare per l’ultima volta. La lenza si tese e vibrò. Forse aveva salvato la giornata. Non aveva preso tutto quel freddo per niente. Faceva fatica a tirare su, il peso era notevole. Che razza di bestia aveva abboccato?

Michele fu riconosciuto all’obitorio dalla madre e dal padre. L’indagine , abbastanza sommaria e frettolosa, concluse che la morte del giovane era da attribuirsi a cause accidentali, forse passeggiando lungo il fiume era scivolato e quindi annegato nelle gelide acque del canale. Oppure la solitudine e la depressione lo avevano portato al sucidio. Nessuno notò nel suo pugno stretto dal rigor e dal gelo, un piccolo ma prezioso anello, che aveva regalato alla sua amata nel giorno del fidanzamento.

Nessuno appartiene a nessuno, nessuno può prevaricare nessuno, amore o no.

L’amore è un sentimento strano, particolare, raramente equo e perfetto. Spesso squilibrato e poco intenso e duraturo. Il suoi grandi nemici sono il tempo e l’esperienza. Il confine, il muro che tiene fuori l’egoismo dal sentimento, è molto molto friabile, senza fondamenta, e non è affatto raro che si invertano i termini e che il sentimento, sempre che tale sia, venga costretto in un angolino.

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✍ Arrivederci amore ciao

E’ molto arduo dare una risposta esaustiva a cosa sia l’amore. Sicuramente, però possiede un meccanismo ad orologeria, forse prefissato o manovrato dai coinvolti, che ne determina la fine.

Fino agli anni 60, o giù di lì, il meccanismo era impostato e manovrato su tempi molto lunghi quasi infiniti, oggi invece le schede elettroniche che hanno sostituito la meccanica, sono tarate per tempi molto più brevi e, soprattutto, si bruciano ad ogni minimo salto di tensione.

Ugo De Franchis non riusciva a trovare l’esatto volume del nodo della cravatta. Stava da quasi mezz’ora davanti allo specchio con la sua regimental sempre insoddisfatto del risultato finale. Mancava solo quel piccolo ma importante particolare per essere pronto e fiondarsi dalla sua nuova fiamma.

Tre sere prima ad una festa di compleanno, tra gli invitati, era spuntata come un raggio di sole, Anna. Ne era rimasto folgorato. E anche lei non era rimasta insensibile agli sguardi profondi di quell’uomo non proprio bello, ma interessante.

Anna Garzilli insegnava francese alle scuole medie , aveva un corpo slanciato , capelli quasi biondi e due occhi color del cielo. Le labbra, rese di fuoco da un rossetto ciliegia, erano carnose e magnetiche. Gambe snelle sostenevano dei glutei tondi e sodi e dal tronco emergevano due rocce granitiche sconvolgenti.

Ugo era poco più alto di lei, capelli neri e scarsi ma sufficienti a ricoprire il necessario,  magro senza un filo di pancia e, soprattutto, simpatico e ciarliero. Il naso leggermente aquilino e deviato,   due baffetti spelacchiati e una piccola cicatrice al labbro superiore lo imbruttivano un pochino, ma aveva un sorriso aperto, leale e dei denti perfetti.

Da quell’incontro ne erano scaturiti altri , sempre più frequenti e ravvicinati e, se consideriamo Facebook, il telefono, MSN e gli SMS, in sostanza non si staccavano mai. E poi le gite, i viaggi, le foto, i regali , i fiori. Undici mesi e tredici giorni dopo coronarono la loro storia nella chiesa più bella della città. Una vecchia cattedrale gotica di indubbio valore artistico e degna cornice del loro grande amore. Tutto fu fatto secondo la rigida prassi, senza badare a spese. Trecento invitati salutarono gli sposi in un rinomato ristorante  a strapiombo sul mare. Alla fine della lunga giornata gli sposi, stanchi ma felici, distribuirono le bomboniere, si sottoposero alle foto di rito e , di corsa, scapparono all’aeroporto dove l’attendeva l’aeromobile che li avrebbe catapultati alle Seychelles.

Giancarlo ed Elide avevano incrementato la famiglia , tre e cinque anni dopo il matrimonio. Ugo era impegnato quasi tutto il giorno a tentare di piazzare polizze assicurative mentre Anna si barcamenava sempre più stanca tra scuola e bambini, nonostante l’aiuto di una domestica ad ore. Alla sera i due, messi a letto i piccoli, si ritrovavano sul divano sfiniti e cercavano di non vedere , l’uno dell’altro, quei difetti che fino a poco tempo prima sembravano irrilevanti o addirittura simpatici.

Anna  detestava il cattivo odore che esalava dai piedi che, sistematicamente, Ugo appoggiava, distendendo le gambe, sul tavolinetto davanti. Così come detestava i silenzi e l’indifferenza dell’uomo di fronte alle problematiche familiari. Sembrava esistesse solo lui , il suo lavoro e le sue necessità,. Inoltre non era capace di coordinarsi nell’attività educatrice, in cui si riteneva esperta. E la contraddiceva continuamente , anche davanti ai bambini, demolendo la sua autorità. Senza contare l’alito cattivo, quelle macchie di sudore sotto le ascelle e quei colletti delle camicie sempre luridi , per la mania di impomatarsi quei quattro capelli, per cui doveva sempre rifare due volte il bucato.

Ugo odiava quel bagno sempre sottosopra e quei disgustosi assorbenti usati e appallottolati ovunque. Gli facevano venire il voltastomaco. Eppure glielo aveva detto tante volte di non lasciarli in giro. E poi quei capelli stopposi, quei calzerotti scesi alle caviglie , quel viso sempre alterato da insoddisfazione , quel grembiule straunto allacciato alla bell’e meglio lo avevano francamente stufato. Senza contare le scoregge notturne e lo stravolgimento corporeo operato dalla golosità irrefrenabile.  Spesso, ormai, tornava a casa malvolentieri sapendo cosa l’aspettasse. Così come, del resto, Anna sperava che non tornasse per non vederselo attorno gironzolare inutile e puzzolente.

Fiori, regali, viaggi e attenzioni erano scomparsi da un pezzo.

Anna  quando andava a scuola respirava un poco. Riprendeva forze. Lo stare in mezzo ad altri la rinvigoriva, le dava allegria. Senza contare le attenzioni sempre più evidenti ed insistenti del nuovo professore di matematica , evidentemente uomo di buon gusto. E alle quali certo non si sottraeva.

Ugo , d’altronde, annoiato e schifato dalla routine, dai pannolini , dalle scoregge e dai quei maledetti assorbenti, si stava guardando intorno. Più che altro fantasticava fissandosi ora su una ora su un’altra.

Il televisore convogliava tutti i loro pensieri e diventava l’alibi dei loro silenzi. Ormai non comunicavano più, non si scambiavano più nulla, non facevano più l’amore, non erano più complici erano nemici. Nemici che si tolleravano e sopportavano a stento. Finchè anche il tacito armistizio crollò ed iniziarono le liti, sempre più frequenti e furibonde. Finchè non si arrivò dal giudice e andarono ciascuno per la propria strada.

Anna ebbe in affido i bambini e traslocò  in un piccolo appartamento di proprietà dei genitori. Qualche mese dopo il professore di matematica cominciò a dar lezioni private ai ragazzi e , di notte, ad Anna. L’idillio si protrasse per circa un anno poi, quasi d’improvviso ma non senza segni premonitori, il professore sparì trasferito in Sicilia.

Da allora Anna , ormai i bambini cresciuti ed autosufficienti, frequenta un gruppo di amiche con le quali si riunisce per interminabili tornei di Burraco. Il gruppo, a parte i tornei e i pettegolezzi, spesso si interfaccia e si interscambia con un gruppo di riciclati dai quali ogni tanto salta fuori qualche nuovo utilizzo.

Ugo vive da solo in un monolocale in periferia estrema. Di più non poteva permettersi vista l’entità dell’assegno di mantenimento stabilito dal giudice. Tuttavia anche lui , dopo un breve periodo di stasi, si è rituffato nell’agone e di tanto in tanto cambia le carte.

L’amore non dura. E quando finisce spesso lascia rimpianti o sensi di colpa. Ma in realtà nessuno,  tranne qualche eccezione,  ha veramente responsabilità , al massimo ha solo accelerato l’inevitabile.

Come abbiano fatto quelli della vecchia generazione  a mantenere in piedi il matrimonio per una vita rimane un mistero.

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