Napoli, oggi: il Vesuvio brucia per mano criminale

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∞ O142

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✍️u pilu

unknownil direttore mi ha fatto una tirata d’orecchi, poiché il mio secondo articolo ambarabà ciccì coccò è andato malissimo. tre-quattro mail di riscontro e basta a confermarlo. naturalmente al successo di quello precedente, sotto effetto anfetaminico, non è seguita alcuna gratificazione di sorta. come se non fosse mai stato pubblicato. 

tralasciando la forma, sulla quale ammetto di aver ancora molto da imparare, e sui risvolti personali, sul vissuto del protagonista dell’intervista, il vecchio medico perdente e disincantato, non riesco però a comprendere come lo spirito dell’articolo non sia stato compreso.

dalla bocca del dottore sono uscite chiare e inequivocabili testimonianze sullo sfascio completo della sanità, e non solo per motivi strettamente politici (storno di risorse economiche, lottizzazioni, nepotismi, sprechi e quant’altro) ma anche, e forse soprattutto, per il degrado degli uomini comuni. partecipi e collusi col potere politico. operatori inquinati e corrotti dal “sistema” che, pur di coltivare il loro misero (si fa per dire) orticello, sono pronti a vendersi la madre. gente cioè che per una promozione, un gallone, un posticino al sole piccona un edificio già marcio sin dalle fondamenta. con forza tanto maggiore quanto maggiore è la loro ignoranza, arroganza e presunzione. e la cui cultura di stampo mafioso impone ai pochi ancora indenni dal contagio, emarginazione e vessazioni. anche attraverso istituzioni che, sulla carta, dovrebbero tutelarne la dignità: i sindacati, infatti, non sono altro che templi di malaffare. sette nemmeno segrete a tutela dei più forti, dei più corrotti. dei più ignoranti. pesci pilota degli squali di palazzo.

ma se dietro le quinte, dunque, si svolge una battaglia continua senza regole e senza prigionieri, ove vige la legge del più furbo, del più astuto, del più forte, del più incapace. in altre parole un puro distillato di camorra (o mafia, fate voi), sul proscenio nessuno si ribella: i pazienti si accontentano degli scarti, del caos, dell’approssimazione. evidentemente consci del loro fondamentale contributo allo stato delle cose, mediato dai loro inutili voti che, periodicamente, e farsescamente,  proteggono lo statu quo. ovvero illusi che qualcosa o qualcuno prima o poi. magari dal cielo, possa magicamente cambiare le cose. 

detto ciò, mi rimetto al lavoro (di cui ho bisogno per sopravvivere) con in mente il prossimo articolo, e chi intervistare: di certo mai più nell’impegnato, foriero solo di guai e di assoluto disinteresse, piuttosto nel frivolo, nel gossip, nel pecoreccio, nel morboso. nei bassifondi dell’animo. settori dove la speranza umana pone serie aspettative. 

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✍ Noblesse Oblige

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L’ascensore scende fiaccamente, con piccoli sobbalzi, afflitto dai lamenti delle sue cinghie logore e dai cigolii delle sue giunture arrugginite. I vetri della cabina sono modanati in noce massello e, seppur decorati con motivi floreali opalinati, non offrono alcun riparo a coloro che affrontano quel breve viaggio. Una lampadina pencolante e fioca sfuma i volti dei passeggeri, ne ingiallisce i tratti, rimarcati però dal buio della penombra. Le lame del sole, invece, sfondando i rosoni dei pianerottoli, li cancellano totalmente per restituire sagome nere, indistinte.

La principessina Carlotta Giannuzzi Savelli di Pietramala, nella sua tuta Adidas rossa fiammante, che esalta la sua naturale opulenza, è trafelata dallo jogging che si è protratto più del solito. Ossessionata, com’è, dalle bucce d’arancia che si accumulano, dispettose, nonostante la sua continua, pertinace circumnavigazione della piazza Sisto Riario Sforza. Piccolo secolare slargo, a ridosso della Cattedrale, che ospita la sua lussuosa seicentesca dimora, ormai incastonata, accerchiata tra edifici anonimi e fatiscenti, e bassi maleodoranti. Le difficoltà economiche della stirpe hanno costretto, nel tempo, il principe bisnonno Amedeo, il principe nonno Bernardo e il principe padre Luigi, a disfarsi dei piani bassi del palazzo gentilizio. Obbligando i virgulti a convivere morganaticamente con bottegai, pezzenti e gente di malaffare.

La grossa berlina nera, con il bagagliaio aperto, sosta all’ingresso di Palazzo Savelli. L’autista, col suo berretto lindo e la visiera lucida, stringe le mani sul volante. Pronto a partire. I vetri affumicati impediscono di vederne il volto. Che è teso, pallido, sudato. Carlotta si ferma un attimo a prender fiato, appoggiandosi alle divelte e rugginose inferriate lanceolate del basamento dell’obelisco di S. Gennaro. Il santo patrono, con il vincastro sotto il braccio, sembra guardarla sottecchi e, con la mano destra, mentre abbozza un sorriso, pare benedica soprattutto lei. La donna, dai grandi occhi grigi, risponde con una silenziosa preghiera di ringraziamento. E’ il 19 settembre, il sangue si è liquefatto e faccia gialluta sarà più magnanimo del solito. Le prime ombre del crepuscolo calano veloci sullo slargo proprio quando il guappo del secondo piano appare sull’andito col suo liliale vestito di lino e l’immancabile panama bianco. Dopo un rapido giro d’orizzonte, si avvia a passo svelto verso la via dei Tribunali, per raggiungere in via delle Zite la sua puttana. Da quando si è trasferito in quello storico edificio, si sente ancora più forte, potente e rispettato. E sorride soddisfatto, mentre già in piena erezione, varca il vecchio portone dove troverà quel pezzo di carne succulenta e indiavolata.

L’ascensore si muove lemme, singhiozzando come sempre. La cabina è immersa nel buio. E s’intravedono delle ombre piuttosto animate, agitate.

Carlotta riprende il suo cammino. Sempre di corsa imbocca l’ingresso del palazzo, sfiorando la berlina nera e, di slancio, affronta la scalinata marmorea per raggiungere l’ultimo piano, con la speranza di poter agguantare e superare l’ascensore. Pochi istanti dopo la macchina nera parte sgommando, perdendosi nel traffico della via del Duomo. Dopo aver a lungo consumato il guappo, prostrato ma appagato, riprende la strada del ritorno. Ha anche una gran fame e non vede l’ora di mettere qualcosa sotto i denti. La piazza è in grande subbuglio. Mai vista tanta gente stipata nel piccolo spiazzo a ferro di cavallo. Quella vaiassa della moglie, ne è certo, avrà fatto una piazzata di gelosia, arringando a modo suo la folla dal balcone. Con tracotanza, a petto gonfio, s’immerge tra la gente accalcata, senza ascoltare ciò che molti gli stanno urlando in faccia, roso com’è dalla rabbia e dallo scuorno.

L’intera organizzazione si mette in moto. Persino le cosche rivali. E i guaglioni, in giro, hanno l’ordine di non fare prigionieri. La cupola, riunita d’urgenza, ha deliberato che quel bambino, il figlio di quello sfessato guappo di cartone dei Tribunali, deve essere ritrovato e subito. E i rapitori, chiunque essi siano, ammazzati all’istante e fatti sparire nell’acido o nelle fauci del leone, messo a disposizione dal boss della Siberia. A bocce ferme, a bambino e onore recuperati, quel cretino tornerà a vendere sigarette di contrabbando sulla bancarella di vico Scassacocchi, e a fare scartiloffi ai turisti a Forcella.

Dopo interminabili giorni di perquisizioni e rastrellamenti, la camorra si arrende e lascia lo sciagurato di bianco vestito al suo destino, in balia dei misteriosi rapitori. Defenestrato, espulso, umiliato e con il malloppo del riscatto da trovare.

Per sua fortuna a Lugano ha un conto segreto e i rapitori, mossi a compassione, gli hanno fatto uno sconto corposo.

È notte fonda quando Carlotta sbuca dal nulla e, dal basamento dell’obelisco, sotto un cumulo di rifiuti, raccatta il borsone con i soldi che lo sfessato ha deposto poche ore prima. San Gennaro la guarda bene, stavolta, e pare rida proprio. Senza smettere di benedirla con la solita mano. Non può non lanciargli un bacio prima di svanire nel passaggio segreto che la riporterà al sicuro. L’aurora sta appena bucando la tenebra quando il bambino, bendato, è lasciato davanti all’uscio di casa sua, al secondo piano del Palazzo Savelli. Da dove non si è mai mosso.

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale
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✍ Messaggeri d’amore

imagesIl basso di donna Assunta è un piccolo bazar. Ogni mattina, con paziente solerzia, espone ogni sorta di mercanzia. Appendendola o appoggiandola al telaio della porta e sul ripiano di marmo antistante il suo piccolo locale. Ed ogni sera, al calar delle tenebre, la ripone in casa, ammassandola alla bell’e meglio. Dopo aver consumato un pasto frugale e guardato il telegiornale dal minuscolo televisore posto su un ripiano di formica, s’infila nel giaciglio addossato alla parete e, in breve, russa come un trattore.

Gli affari non vanno male, soprattutto d’inverno con le scuole aperte. Merendine, quaderni e penne vanno a ruba. Così come il noleggio dei VHS e i CD tarocchi. Senza contare  bacinelle, strofinacci, sigarette, lampadine, carta igienica, giocattoli e, fiore all’occhiello, i  fumetti d’epoca usati. C’é gente che per trovare il Grande Blek o Diabolik é pronta a qualsiasi spesa e chilometraggio. Come il cafone, elegante e distinto e vistosamente claudicante che,  il primo giovedì di ogni mese, viene da un paese della provincia di Caserta a prendere il suo bel mucchietto di Capitan Miki.

Nonostante i 40 anni e passa, e la vita certo non facile, la donna conserva ancora tracce  abbondanti dell’avvenenza giovanile. E non le mancano spasimanti, anche insistenti e invadenti. Pronti ad approfittare di un attimo di debolezza, nella solitudine in cui si è chiusa dopo la scomparsa del moroso. Svanito nel nulla proprio il giorno delle nozze.

Esuberante ed allegro, col sorriso perennemente stampato sulle labbra, Carmine aveva infranto parecchi cuori prima di sistemarsi con la zarellara. Muscoli capaci ancora di sobbalzare in  tanti petti puntuti, al rinvenire di qualche istante, di qualche emozione, vissuti con quella simpatica ed irresistibile canaglia.

Piove e fa freddo quando qualcuno picchia alla porta del basso di Assunta. È la controra e lei, prostrata dall’influenza, sta rannicchiata sotto le coperte, alla ricerca di calore. Non vorrebbe alzarsi ma chi bussa non è disposto a rinunciare. Così, a fatica, si alza e apre uno spiraglio. L’appuntato, fradicio e stanco, non usa mezze parole e viene subito al dunque. Esperite le formalità di rito. Lo scheletro di Carmine è stato ritrovato in un pilone di un ponte crollato per le infiltrazioni d’acqua piovana. Le indagini hanno dimostrato che l’uomo vi è stato incarcerato vivo.

Assunta rimane rinchiusa nel basso per giorni e giorni. Nel letto, dove si è rifugiata, piange e dorme, imbottita di sonniferi. Tenta, a modo suo, di lenire il dolore, di trasformare la realtà in un brutto sogno. E i ricordi del passato, le gioie di momenti felici, riescono  a malapena a sedare l’inconsolabile tristezza.

Piove e fa freddo quando, dopo giorni di totale isolamento, qualcuno picchia all’uscio. Stavolta, però, il tocco é timoroso, delicato. E non insiste. Assunta, in vestaglia, pur spossata si rimette in piedi, barcollando. Sta per aprire quando si accorge di una lettera infilata sotto la porta. La raccoglie, dà uno sguardo fuori, dove non c’é che pioggia, fitta e gelata, poi ritorna a letto  e s’immerge nella lettura.

La luna era piena, quella notte. E il caldo asfissiante. Carmine e un altro tizio sono in ginocchio, con le mani legate dietro la schiena. I camorristi sogghignano, bestemmiano e si divertono a scaracchiare sui loro volti, come un tiro al bersaglio. Uno dei quattro, poi, si avvicina agli inermi e sprigiona un fiotto copioso e caldo di urina sui loro corpi, sulle loro teste chine e mute. Il boss, in arrivo, ha già decretato la loro fine. Saranno prima massacrati con le mazze e con l’acido, poi gettati ancora vivi nel cemento. Il più vecchio pagherà così per aver sottratto qualche etto di eroina, mentre il giovane sarà curato personalmente dal capo. Colpevole di aver illuso e compromesso la sua secondogenita.

Il fulgore della luna illumina a giorno quella cava sterrata, lercia e desolata. Gli attrezzi dei muratori sono stati attoniti testimoni dell’ennesima barbarie. Ed il povero cemento è stato costretto, ancora una volta, ad ingoiare carne indigesta. Forse per questo, o per miracolo, non si è indurito del tutto lasciando il tempo ad una mano, e poi al resto un corpo di venirne fuori. Malconcio, spappolato e sfigurato, ma vivo.

Donna Assunta è diventata più bella. E non tralascia più il suo aspetto. Soprattutto il primo giovedì di ogni mese. Quando risplende come una stella.

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✍ Debiti di gioco

imagesGli atteggiamenti studiati, i gesti lenti ed enfatizzati, il busto eretto e l’eleganza ricercata fin nei più piccoli dettagli , lo hanno fatto ribattezzare “o’mpusumato”. Tutti, nel rione, lo chiamano così, e a lui non dispiace. Anzi, nelle lunghe e frequenti passeggiate per le sue strade, si diverte a creare nuove “pose” e indossare abiti dai colori sgargianti, con abbinamenti temerari,  pur di alimentare e diffondere il suo nomignolo. Ciro Caccioppoli è il guappo del rione, biscazziere e magnaccia, spacciatore e ricettatore, nonché baro di professione. Le sue mani, agili e dinoccolate, maneggiano con grande dimestichezza carte e coltelli, arma preferita per chiudere offese e sfregiare “capuzzielli”, irriverenti e amanti infedeli.

La vecchia e sontuosa villa dei Principi Capece Galeota è immersa in un boschetto di olmi. Ormai cade a pezzi, vittima dell’incuria e del tempo. Solo la luglienga del pergolato, verso la fine dell’estate, rianima e dà luce a quella che sembra una casa disabitata o infestata da fantasmi. Dalla via principale non è facile individuare l’antica costruzione in legno, nascosta com’è fra i rami fronzuti dell’ulmus. E non è facile nemmeno arrivarci. Uno stretto vialetto sterrato, ormai ricoperto da sàmare e foglie, si interseca tra i tanti vicoli affluenti della salita Miradois e penetra profondamente all’interno, tanto da sembrare finisca nel nulla o in una delle tante discariche abusive di rifiuti di ogni sorta.

Vincenzo Capece Galeota, nipote di quinta generazione del Principe Carlo, Grande di Spagna, dorme di un sonno agitato, nel decrepito letto con baldacchino, vestigia dei fasti del passato. Vincenzo ha dilapidato in un batter di ciglia la fortuna ereditata e, ora, con le tasche vuote non sa come tirare avanti. Il gioco, l’azzardo e le donnine hanno letteralmente bruciato milioni, terreni e proprietà disseminate per ogni dove. Non sa come uscire dal pantano di debiti in cui sta affogando. Ma, soprattutto, non sa come trovare i soldi, una montagna,  persi al tavolo verde con quel criminale di Ciruzzo “o’mpusumato”.

Il principino si sveglia, con un feroce mal di testa, a mezzogiorno, come d’abitudine. I gradini di legno della scala che porta ai piani inferiori, smangiucchiati dai tarli, scricchiolano sinistramente sotto i suoi piedi nudi. Prima o poi quella scala crollerà portandosi dietro tutta la magione avita. Sconsolatamente seduto su una sedia sgangherata, nella fredda e spoglia cucina, il giovane riflette ancora sul da farsi. E non vede che due soluzioni: fuggire o uccidere il guappo.

Davanti al televisore Caccioppoli fuma voluttuosamente una sigaretta americana senza filtro. Mentre sorseggia bourbon altrettanto originale. I suoi pensieri sono concentrati sul giovane aristocratico. Non può concedergli altro tempo. E ammazzarlo gli dispiace: quello spilungone smilzo e smunto gli è simpatico, gli si è affezionato come un figlio. Però non può perdere la faccia e l’autorità. Nel letto, mentre fuma la sessantesima sigaretta della giornata, osserva il soffitto, qua e là chiazzettato d’umidità, e sottecchi, il respiro regolare della puttana che dorme al suo fianco. Una bionda completamente artefatta e restaurata che lo ha deluso profondamente. Un vero ammasso di carne flaccida e consumata. Se non avesse avuto urgente bisogno di sfogo l’avrebbe cacciata via a pedate. Ma c’è un altro pensiero che disturba il suo sonno. Ben più serio del giovane principe. Le gerarchie della cupola sono cambiate e il nuovo reggente ha limitato di netto il suo territorio e le sue attività. Degradandolo, oltre tutto, ad aiutante del vice sotto capo zona. Per fortuna, al momento, nel suo rione nessuno lo ha saputo. Ma prima o poi la notizia correrà e, allora, molti gli tireranno una “vrancata di cuppitielli adderéto”. Spenta con furia la cicca nella ceneriera, lascia il letto alle sole carni adulterate della mignotta e si getta nella sua amata poltrona. Amica e consigliera.

Puntuale, anzi in leggero anticipo, il grosso Lockheed Constellation della SBA Airlines tocca la pista dell’aeroporto Simon Bolivar. Il caldo è insopportabile, almeno 40° all’ombra. Dalla scaletta scendono con lentezza, aggrediti dall’afa, i pochi passeggeri imbarcati ad Antananarivo. Tra loro un uomo alto, dal busto impettito e con un bel panama liliale  agitato a mò di ventaglio, poco dietro un giovane allampanato e pallido dai capelli arruffati e, ancor più dietro, sui primi scalini, una matura bionda cotonata artefatta, con un foulard giallo svolazzante al collo.

La vecchia villa è aggrovigliata dalle erbacce. Gli scuri sbattono al vento che di, notte, ulula attraverso i vetri rotti. Nessuno si azzarda ad avvicinarsi, tutti hanno paura dei fantasmi e di quella casa che ha inghiottito il principino e “o’mpusumato” andato a riscuotere.

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