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Napoli, Cimitero delle Fontanelle, luglio 2017: Donna Concetta

 

 

Il cimitero delle Fontanelle accoglie circa 40.000 resti di persone, vittime della peste del 1656 e del colera del 1836. Tra questi, pare, anche quelli di Giacomo Leopardi (morto agli inizi del 1837). Tuttavia al riguardo le tesi sono contrastanti e dibattute e ancora oggi non è certo che le spoglie conservate al Parco Virgiliano, sempre a Napoli, appartengano appunto al poeta.

Quasi ogni teschio (detto anche “capuzzella”) conservato religiosamente in questa  immensa caverna tufacea incuneata nel quartiere Sanità, è oggetto di rispetto e devozione. Sino alla adozione, acciocché l’estinto (o l’estinta) possa vegliare e proteggere, così, la vita e i sogni di chi ne ha cura. Soprattutto nei momenti critici o per eventi negativi quali, ad esempio, una malattia o un dissesto finanziario.

Le numerosissime testimonianze di gratitudine manifestamente attestano la prodigiosa magnanimità di Donna Concetta, nota anche come la “capa che suda” (poiché il cranio appare lucido per l’umidità). Alla quale è stata destinata anche una collocazione privilegiata, al riparo in quella teca aperta nota come scarabattola.

 

 

 

 

 

Fotografia & Arti visive

∞ Donna Concetta

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S. Angelo in Formis (CE), febbraio 2017

Fotografia & Arti visive

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Storie

✍ I fiori di Poggioreale

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La fioraia ambulante , incartapecorita dal tempo e dal sole, mi consegna il solito mazzetto di fiori riciclati, rianimati con uno spruzzo d’acqua e da una breve ma robusta sosta in una cella frigorifera. Il naso, pur tenuto a debita distanza, percepisce le prime note della putrefazione che s’insinuano melliflue fra quelle sparute e malinconiche della fragranza. Attraverso la strada, per dirigermi all’ingresso, lasciandola come l’ho trovata. In piedi, ad irretire chiunque si trovi a tiro, instancabile come una cicala nella calura d’agosto.

Il riciclaggio è pratica diffusa.. La quantità di fiori freschi che circolano è assai inferiore a quella dell’usato spacciato per nuovo. Come accade anche fra i vivi, d’altro canto. Esplosioni a catena di coppie liberano schegge impazzite che si rituffano nell’agone per “rifarsi una vita” , e le tentano tutte pur di rimescolare le carte e ripercorrere errori già commessi. Se non peggiori. Atterriti da una solitudine sicuramente pesante, ma serena e potenzialmente introspettiva , preferiscono la quieta disperazione di una compagnia, qualsiasi.

Il poggio, camposanto nato dalle ceneri di lussuose dimore reali, è stipato di morti all’inverosimile. Anche sotto le fondamenta, lungo le mura perimetrali, sotto le soffitta e nelle sopraelevazioni abusive. Senza contare la miriade di cappelle gentilizie, alcune anche di stile, sparse in ogni dove e gli interrati a tempo. I nuovi giunti, quelli che dopo alcuni mesi dovranno sloggiare per essere risistemati. Un tappeto di croci e lumini , fittamente stipati, disseminato nei sotterranei delle cappelle pubbliche dove la presenza dei dolenti è viva quanto lo spirito dei trapassati. Ancor troppo freschi per esser considerati veramente morti.

Ripongo i fiori negli appositi vasi in ferro fissati sulla parete marmorea a ribalta del loculo. Consapevole di aver portato dei fiori per rendere un omaggio al nulla. Fiori che forse saranno nuovamente carpiti per un’ultima utilizzazione. Il retaggio di una educazione cattolica mi costringe a questa operazione periodica priva di senso. Se non nel rispetto del credo di chi vi giace. Ma preferisco il disagio della contraddizione ai sensi di colpa dell’omissione. Eppur consapevole che il passaggio di consegne è già avvenuto. Nella memoria, nei ricordi.

Sotto l’abituale diluvio di dubbi, nel quale sono andate dissolte le certezze manichee della gioventù, mi avvio all’uscita, invidioso di chi è convinto sempre e comunque delle proprie verità. Di chi è certo nelle sue certezze inconfutabili. Della sua prospettiva. Di chi ha fede, cieca ed incrollabile. Qualsiasi essa sia. Come la donna che ogni giorno, immancabile, siede per ore davanti al tabernacolo della figliola morta in tenera età. Dopo aver ben spazzato e lavato la cappella in ogni suo anfratto, la tappezza di fiori e vi depone bambole e giochi in modo armonioso quanto amorevole. L’altare sotto cui son deposti i resti della bambina è sempre illuminato da mille lampadine. Il loro fulgore, alimentato dal credo, impedirà sicuramente alle tenebre di spaventare quel fiore mai sbocciato.

✡ ogni riferimento a persone, cose, animali o fatti è puramente casuale
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Storie

✍ Funeral Home

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Cinque uomini siedono, l’uno accanto all’altro, dietro un massiccio e lungo tavolo di ebano nero. Neri sono anche i loro vestiti. E gli occhiali che indossano. E che completano i loro volti scuri, pravi. Muti e a capo chino aspettano che il rito si compia. Per poi sparire nei loro traffici. La riunione non dura molto. Giusto un attimo, il fruscio dei soldi raccolti dalla falce del croupier. E un refolo di aria spostata dal lesto movimento di una mano ossuta che li afferra e svanisce.

Piccole, spoglie ma floride le aziende della morte non conoscono flessioni o crisi. Aperte sempre e pronte ad intervenire, persino a prevenire. Con organizzazione perfetta, quanto solidale. Aree geografiche ben definite consentono un flusso ordinato e non sperequato di estinti, per rigida competenza territoriale. Allo stesso modo i collettori dei principali luoghi di produzione, quali ospedali ed ospizi. Pedaggi all’extraterritorialità, quando necessario, sistemano momentanei squilibri. Pene severissime scoraggiano furbizie e sconfinamenti.

L’organizzazione, nel tempo, ha rastrellato anche i depositi. Con una gestione logistica in grado di soddisfare l’incrollabile fideistica quanto morbosa venerazione dei morti, corpi pronti nell’attesa della  resurrezione. Assolti da qualsiasi nequizia col verdetto dell’epitaffio. Perciò avelli a terra o a parete, in alto o in basso, in cappella o in congrega, all’aperto o al chiuso, con esposizione a nord o sud, con o senza panorama, ad una o sei luci, con singola e doppia fioriera, ad uno o sei posti, di marmo pregiato o screziato, con o senza putti, con o senza decori. Le fosse sono invece disposte a schiera, in quadrilateri o in gruppi. L’isolamento è escluso, per improduttivo spreco di terreno. Un dettagliato menù esplicita ai richiedenti servizi e costi. Coperto escluso.

Raffaele Scannapieco, detto Papele “o schiattamuorto”, è chiuso nella sua “Funeral Home”. Fortuna e aderenze in alto loco gli hanno concesso quella vasta e fruttifera area a nord-ovest della metropoli, in un suburbio popoloso quanto caduco. Figlio e nipote di becchini, ha imparato sin da piccolo il mestiere che, fino a una certa età, ha svolto con meticolosa professionalità, con scrupolo e inventiva, e grosse competenze anatomiche. Un vero artista. Ricercato e riverito per la sua incomparabile capacità di ricostruire volti sfasciati, corpi mutilati fino a ridar loro aspetto umano e presentabile. Nel tempo, però, i guadagni stratosferici e la malattia lo hanno allontanato dalla prima linea e, non senza qualche rimpianto, relegato nel ruolo di padrone e coordinatore, ed esecutore. Non più morti silenziosi e innocui da ricostruire, da modellare con perizia plastica. Ma solo vivi, pericolosi e invadenti, cui obbedire in silenzio. E dolenti petulanti e pretenziosi. Seduto dietro la scrivania di noce massello, regalatagli dal miglior costruttore di casse dell’intero meridione, riflette con il capo abbandonato fra le mani e, per quanto si sforzi, non vede vie d’ uscita. La sua avidità lo ha ficcato dritto in guaio grosso, grosso assai. E sa bene come vengono lavati tali sgarri. Sente già l’odore del legno ed il fruscio della seta dell’imbottitura. Ed il sinistro rumore della terra scaraventata sulla sua bara. La gola è stretta da un groppo asfissiante e le ghiandole zampillano sudore.

Tutto per colpa di quella lastra di marmo crepata. Chissà se perché vecchia o per qualche stupido vandalo. Il loculo, semi nascosto sotto una scala a chiocciola in ferro, risaliva ai primi dell’ottocento ed era in completo abbandono. Impolverato, senza luci e men che mai fiori. Tranne uno stelo rinsecchito e ricoperto di fuliggine in un vaso arrugginito e sistemato di sghimbescio. Maria Patti nata nel 1815 vi era stata deposta nel 1830, strappata all’affetto dei sui cari da un male oscuro e terribile. Così c’era scritto. Dentro, però, di Maria non c’era più nulla, nemmeno una falange sperduta. La nicchia era stipata all’inverosimile di buste di cocaina purissima. Così come quelle vicine, della stessa epoca. Colto da violenta compulsione aveva arraffato, lesto, cinque pacchetti e aveva risistemato il tutto. Chiunque , con quella crepa, avrebbe potuto ficcare il naso e una mano. Così se n’era andato tranquillo certo che tutto sarebbe andato liscio. Ma così non fu.

La sua condanna a morte avvenne qualche ora dopo, non appena occhi nascosti nelle ombre delle cripte avvertirono chi di dovere. Fu lui in persona a chiamarlo. A comunicare il suo disappunto, la sua incredulità. E l’inappellabilità della condanna, anche se avesse restituito il mal tolto.

L’autocisterna corre spedita. Oltre i limiti consentiti. L’autista è in ritardo, vuole recuperare tempo e denaro e ritornare a casa quanto prima. La moto sbuca dal nulla, come una scheggia, supera sulla destra il mastodontico veicolo poi fa per rientrare, ostacolata nella sua corsa da un’auto che viaggia come una lumaca. L’impatto è inevitabile quanto violento. La moto s’accartoccia sotto l’avantreno dell’autocisterna che, frenando e sterzando, s’abbatte sul muraglione della galleria. Le fiamme divampano in un attimo e precedono lo scoppio. Per i tre non c’è scampo.

Il telefono squilla imperioso, furioso. Papele sobbalza e allunga il braccio destro, sorretto dalla mano sinistra tremante per tentare di sostenere al meglio l’altra, scossa con maggior violenza dal parkinson. E’ la stessa voce di prima. Stavolta però è singhiozzante, interrotta da lunghi ed eloquenti silenzi. Ed implora, supplica l’arte delle sue mani. Un refolo, improvviso quanto familiare, sussurra insistente il suo nome .

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Storie

✍ Lauta mancia

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Folate di vento freddo e impetuoso disgregano e spazzano via nembi, cumuli e cirri. Dopo giorni di pioggia e grigiore, finalmente riappaiono il blu del cielo e  il tepore di un sole impigrito, timoroso.

Il corpetto è aderente ma non stretto, da non ostacolare le escursioni toraciche. E la fantasia scozzese ben si adatta con il colore pastello ed uniforme del mantello riccioluto. Il guinzaglio è lungo, e l’animale procede trotterellando diversi metri prima di Chau, in alta uniforme di colf, di serva. I suoi occhi a mandorla, dolci e umidi di tristezza, guardano senza alcun interesse, senza più amore il panorama che tanto l’aveva colpita nei primi giorni del suo arrivo in città. Un fruscio di foglie distrae per un attimo i pensieri della giovane vietnamita e gli strappi del cane li costringono a concentrarsi sui suoi escrementi, caldi e fumanti, deposti ai piedi di un platano. Un filo di lacrime sgorga discreto sulle sue guance, su un viso afflitto e inciprignito. Paletta e sacchetto volano oltre il parapetto, nel crinale sottostante. E la marcia dei due riprende alla cadenza imposta dall’animale.

Dalla terrazza del prestigioso appartamento su due piani, con piscina e vista sul mare, Gabriella fuma la sua sesta sigaretta. È in vestaglia, i capelli sono arruffati , unti e le ciabatte sono alquanto lise. La sua pelle, un tempo liscia e vellutata, è arida e cosparsa di impurità,  appassita dall’incuria. Le venti e passa pasticche di psicofarmaci non riescono ad impedire al suo sonno di essere frammentato, scarso e turbato dall’assenza di sogni, tantomeno placano l’inquietudine deprimente di una esistenza insoddisfatta, inutile. Espressa da un mestizia sorridente che ne caratterizza il volto. Mario, invece, risponde bene ai sedativi. E dorme diciotto ore al giorno. Si alza solo per pisciare e mangiare. Cammina a piccoli passi, strascicando i piedi. Con una sigaretta perennemente ficcata in bocca e gli occhi glauchi, vitrei ed inespressivi, persi nel nulla. Tranne i soldi, una montagna, niente lega quelle due entità. Nemmeno l’unico figlio, cresciuto tra litigi e indifferenza, a pane e tranquillanti. E ridotto ad un ammasso di lardo, imbottito e inebetito dal valium. Tre anime morte che hanno riposto le loro aspettative, le loro speranze sul denaro, col quale hanno comprato solo benessere materiale, e sui farmaci, ritenuti indispensabili per poter vivere, capaci di poter comprare il benessere spirituale.

Per loro fortuna gli schiavi stranieri che presiedono al funzionamento della casa e ai collegamenti col mondo esterno, sono persone oneste, anche se malpagati e maltrattati. E sono, insieme col cane, gli unici a rianimare, a tratti, quel posto greve e infelice, disgraziato. Quel cimitero di lusso affacciato sul golfo.

Una pioggerella fitta, fitta bagna la pista dell’aeroporto di Hanoi. Rendendo l’afa insopportabile. L’aereo proveniente da Milano ha svuotato la sua capiente pancia e sta riposando qualche istante, in attesa del rientro.

Quella, invece, dell’aeromobile per Saigon si sta riempendo. Chau è stata la prima a salire, non senza il suo cane dal mantello riccioluto. Il corpetto scozzese è rimasto in Italia, in un bidone della spazzatura. E con lui i ricordi e l’angoscia di quella cupa esperienza.

In quello stesso momento un servo filippino ha finito di attaccare manifestini su tutti i platani della bella strada residenziale con vista sul mare. Promettono una lautissima mancia a chi darà notizie o riporterà quel cagnolino scomparso all’amore dei suoi padroni.

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