Storie

✍️ presto o tardi

34 gradini.

17 per due rampe. Separate da un piccolo spiazzo in piano

I gradini sono di marmo, screziati e graffitati qua e la. Sbrecciati per la gran parte.

Io giù, in procinto di salire. Lei su, braccia conserte, gambe divaricate, capelli al vento e sguardo impenetrabile

Il primo che affronto, mi dice “era ora”

Il secondo sbuffando aggiunge “muoviti”

“Mettici impegno, e dai” mi dice il terzo

Il quarto osservandomi sottecchi mi sussurra “forza e coraggio”

Il quinto e il sesto non mi rivolgono la parola

Il settimo, ridendo, “e jamme, jà”

L’ottavo, serio, “guarda che se non ti sbrighi rischi di perdere tutto”

Il nono aiuta il piede a sollevarsi verso il decimo

Il decimo, truce, “che aspetti a salire a due a due, forza!!”

L’undicesimo e il dodicesimo battono le mani, come a incoraggiare

Il tredicesimo, lo sfortunato per antonomasia, tace per evitare fraintesi

Il quattordicesimo urla “mamma mia, e che ci vuole, muovi quelle chiappe flosce”

Il quindicesimo, il più rovinato, trova il fiato per avvisarmi “se non affretti il passo, mi sa che resterai con un pugno di mosche”

“Giusto” dice il sedicesimo

“Finalmente..e che c’è voluto!” aggiunge il diciassettesimo “ora corri, vola e non indugiare più..è una occasione più unica che rara !!”

Nel piccolo spazio che separa le rampe sollevo lo sguardo. Lei è sempre lì, sfinge inintelligibile. La fragranza dei suoi capelli mi inonda, trasportata dalla brezza. Con immutato fascino.

Affronto con piglio deciso il diciottesimo scalino, l’unico integro. “attento a quel fai” mi dice all’orecchio

“Verissimo” aggiunge il diciannovesimo

Il ventesimo volge lo sguardo altrove e, mentre lo supero, sento che dice “questo o è o ci fa”

“Piano, rifletti, è una cosa seria” mi dice il ventunesimo strattonandomi i pantaloni

“Può cambiarti la vita, attenzione” soggiunge il ventiduesimo

Il ventitreesimo  non parla, ma mi afferra le scarpe nel tentativo di fermarmi

Il ventiquattresimo è muto dallo sdegno

Il 25 e il 26 , muti anch’essi, esprimono chiaro disprezzo, nel dissenso

Il ventisettesimo, spaventatissimo, mi esorta a fermarmi e tornare indietro senza se o ma

Il ventottesimo grida minaccioso “guarda che devi pensarci bene..tu stai agendo in modo avventato, te ne pentirai…sarà un disastro”

Il 29, con la sua sbrecciatura, mi fa inciampare e sghignazza, contento di aver rallentato la mia scalata

Il trentesimo mi ingiunge di tralasciare la mia solita e incorreggibile impetuosità, il mio istinto e di ascoltare una volta tanto la ragione, il buon senso

31 e 32 discutono animatamente fra loro: il 32 è del parere di non intromettersi

Il trentatreesimo, mi blocca la scarpa e in tono tragico tuona “torna indietro, ascoltami, la tua vita sarà rovinata irreparabilmente”

Il 34 tace, in lacrime, mentre ansante rialzo lo sguardo. E trovo la strada deserta: lei non c’è più.

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✍ I fiori di Poggioreale

Unknown

La fioraia ambulante , incartapecorita dal tempo e dal sole, mi consegna il solito mazzetto di fiori riciclati, rianimati con uno spruzzo d’acqua e da una breve ma robusta sosta in una cella frigorifera. Il naso, pur tenuto a debita distanza, percepisce le prime note della putrefazione che s’insinuano melliflue fra quelle sparute e malinconiche della fragranza. Attraverso la strada, per dirigermi all’ingresso, lasciandola come l’ho trovata. In piedi, ad irretire chiunque si trovi a tiro, instancabile come una cicala nella calura d’agosto.

Il riciclaggio è pratica diffusa.. La quantità di fiori freschi che circolano è assai inferiore a quella dell’usato spacciato per nuovo. Come accade anche fra i vivi, d’altro canto. Esplosioni a catena di coppie liberano schegge impazzite che si rituffano nell’agone per “rifarsi una vita” , e le tentano tutte pur di rimescolare le carte e ripercorrere errori già commessi. Se non peggiori. Atterriti da una solitudine sicuramente pesante, ma serena e potenzialmente introspettiva , preferiscono la quieta disperazione di una compagnia, qualsiasi.

Il poggio, camposanto nato dalle ceneri di lussuose dimore reali, è stipato di morti all’inverosimile. Anche sotto le fondamenta, lungo le mura perimetrali, sotto le soffitta e nelle sopraelevazioni abusive. Senza contare la miriade di cappelle gentilizie, alcune anche di stile, sparse in ogni dove e gli interrati a tempo. I nuovi giunti, quelli che dopo alcuni mesi dovranno sloggiare per essere risistemati. Un tappeto di croci e lumini , fittamente stipati, disseminato nei sotterranei delle cappelle pubbliche dove la presenza dei dolenti è viva quanto lo spirito dei trapassati. Ancor troppo freschi per esser considerati veramente morti.

Ripongo i fiori negli appositi vasi in ferro fissati sulla parete marmorea a ribalta del loculo. Consapevole di aver portato dei fiori per rendere un omaggio al nulla. Fiori che forse saranno nuovamente carpiti per un’ultima utilizzazione. Il retaggio di una educazione cattolica mi costringe a questa operazione periodica priva di senso. Se non nel rispetto del credo di chi vi giace. Ma preferisco il disagio della contraddizione ai sensi di colpa dell’omissione. Eppur consapevole che il passaggio di consegne è già avvenuto. Nella memoria, nei ricordi.

Sotto l’abituale diluvio di dubbi, nel quale sono andate dissolte le certezze manichee della gioventù, mi avvio all’uscita, invidioso di chi è convinto sempre e comunque delle proprie verità. Di chi è certo nelle sue certezze inconfutabili. Della sua prospettiva. Di chi ha fede, cieca ed incrollabile. Qualsiasi essa sia. Come la donna che ogni giorno, immancabile, siede per ore davanti al tabernacolo della figliola morta in tenera età. Dopo aver ben spazzato e lavato la cappella in ogni suo anfratto, la tappezza di fiori e vi depone bambole e giochi in modo armonioso quanto amorevole. L’altare sotto cui son deposti i resti della bambina è sempre illuminato da mille lampadine. Il loro fulgore, alimentato dal credo, impedirà sicuramente alle tenebre di spaventare quel fiore mai sbocciato.

✡ ogni riferimento a persone, cose, animali o fatti è puramente casuale
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✍ Quaranta minuti

E’ l’alba. Ma è ancora scuro, notte. Seduto sulla tazza del water  sono in attesa del sospirato e tormentato lieto evento. Leggiucchiando il giornale. Il ritardo mi preoccupa, mi crea ansia. Bevo rapidamente un bicchiere d’acqua fresca e, immediatamente dopo, del caffè caldo. Nell’estremo tentativo di innescare il famigerato riflesso gastro-digiuno-colico, insomma di stimolare la peristalsi, i movimenti dell’intestino. Mi riposiziono. E penso. Rifletto. Ricordo.

In beata e necessaria solitudine, quei quaranta minuti, o giù di li, permettono di rastrellare il passato, di affrontare il presente e di programmare il futuro. Anche con la maschera già appiccicata, lo specchio mi riconosce a prima vista e mi stende con le sue verità. Volano alte numerose e svariate elucubrazioni psico-filosofiche. Magari innescate da qualche interessante articolo. La magia cessa istantaneamente all’attivazione dello sciacquone. Quello è il segnale di ripartenza. La mente rientra in prigione e il corpo comincia a rullare.

Sto per riporre il giornale e sollevarmi quando mi accorgo che dei lunghi e sottili cilindri fecali sono in bella mostra tra i miei piedi. Trasecolo. Son certo di non aver fatto errori di mira o spostamenti improvvidi. Voglio controllare. Mi alzo e guardo nella tazza. È vuota. Non ho il tempo di meravigliarmi ulteriormente perché sento delle voci alla finestra. Vicinissime. Spalanco le ante e trasecolo di nuovo. Seduti nel vuoto, comodamente, chiacchierano due signori. E di tanto in tanto si girano dalla mia parte. Uno è senza volto. L’altro, invece, lo conosco fin troppo bene. È l’invasore, sgradito, periodico dei miei sogni. I suoi occhietti cattivi sorridono di malignità, in uno con la fessura della bocca, stretta e  distorta. Appoggia un gomito al davanzale e continua imperterrito a parlottare col suo interlocutore. Mi sporgo per curiosità. I due hanno le gambe accavallate e siedono comodamente nel nulla. Rientro mentre l’invasore, con la sua inconfondibile barbetta bianca e rasa e suoi caratteristici capelli sale e pepe irti, fitti, a spazzola, mi lancia un’occhiataccia. Ciò non mi fa certo stupire. In passato me ne ha lanciate a centinaia. Solo e sempre occhiatacce. Di disprezzo. Granitico nelle sue certezze inconfutabili. Mai scalfito dal dubbio.

Mi sporgo di nuovo, incuriosito da un brusio che arriva da basso. Incurante o quasi di quei due che non accennano ad andar via. Giù nell’androne è un pullulare di scorpioni, grossi e neri. Sono molto attivi, si muovono in tutte le direzione, Qualcuno sembra guardare  sù, verso di me. La pelle mi si accappona. Spero di freddo. È arrivato il momento di chiudere la finestra e di serrare per bene la maniglia.

✹ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale

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✍ Insane passioni

Quando, con quella vocina stridula e penetrante, che eccitò profondamente i fili di rame che la conducevano istantaneamente, Gemma comunicò la sua gravidanza appena testata e verificata dal kit comprato la sera prima nella farmacia sotto casa, Antonio rimase senza parole. La donna si illuse che il disagio percepito dal silenzio  protratto interrotto solo dal leggero soffio del respiro dall’altro lato della cornetta, fosse solo una sua impressione, perciò quando riattaccò in attesa dell’arrivo di Antonio, diede una sbirciata fugace nei propri occhi allo specchio, evitando di indugiare per sottrarsi alla verità.

 

Antonio rimase tramortito. Per almeno un’ora. Fermo e inanimato, con lo sguardo perso nel vuoto, incollato alla sedia. La sua relazione con quella donna era solo ed esclusivamente mediata dai genitali. Oltretutto era anche molto aperta. Gemma, infatti, contemporaneamente aveva incontri ravvicinati del quarto tipo con altri due uomini, di cui ignorava l’identità. Forse anche tre. Quella notizia lo aveva sconvolto ma, pian piano, stava rientrando in se. Il padre di quell’innocente poteva essere tranquillamente uno degli altri due o tre, e non necessariamente lui. Si alzò di scatto e, afferrata la giacca al volo, si precipitò per le scale fermamente intenzionato a chiarire questo fondamentale aspetto.

 

Con la mestizia, le lacrime, le carezze e la voce suadente l’uomo fu messo in difficoltà. E quegli occhi neri, brillanti sembravano effettivamente incapaci della menzogna. Antonio, che si era fiondato deciso a metterla con le spalle al muro, si sentiva afflosciato, senza forze e, sebbene dentro, in fondo, nutrisse la certezza che il suo istinto non sbagliava, uscì da quella casa con la promessa che avrebbero regolarizzato la loro posizione.

 

Gemma, al rinchiudersi dell’uscio, gettò immediatamente la maschera   e dopo aver pulito il volto rigato dal rimmel, si attaccò al telefono per chiamare Federico. Il quale, dal caldo rassicurante del suo letto, non riuscì a trattenere una risata. Era stata grande. Una vera attrice. Tra breve le loro vite sarebbe cambiate. Tutto stava procedendo secondo i piani.

 

Antonio vagò senza meta per la città. Dilaniato dai dubbi. Una vocina interna gli diceva che quel figlio non era suo. Eppure non riusciva a pensare che quegli occhi, quelle mani che l’avevano accarezzato, quel pianto disperato non fossero sinceri. E poi quella regolarizzazione del rapporto non era certo un obbligo. In fondo non è che sentisse chissà quale trasporto verso quella donna. Per bella che fosse. Persa lei, però, non aveva nessun altro. Senza contare la felicità di essere padre. Sedette su una panca del parco. La primavera era al suo acme. Pur con la sola camicia avvertiva un calore deciso, e una leggera brezza lo solleticava piacevolmente confondendogli ulteriormente le idee. Dopo qualche ora, rintronato dal sole e dal bollore del suo cervello, si rimise in marcia stanco, fiacco e con un terribile mal di testa.

 

Federico e Gemma fumavano beatamente, dopo aver a lungo copulato. L’avevano fatto con una intensità rinnovata, con foga e libidine, inerpicandosi in sentieri mai battuti. Tra le spire del fumo riflettevano in silenzio sui progetti che ormai sembravano a portata di mano. Il traguardo era veramente vicino. Gemma, per altro, stava pensando anche a Corrado. Che l’aveva affascinata con la sua bellezza, la sua prestanza, la sua solarità. Ma era uno studentello morto di fame dall’avvenire incerto e non avrebbe potuto puntare su di lui. Federico, che conosceva da anni, era un uomo intelligente e concreto. Uno sul quale poter fare affidamento. Un tempo l’aveva anche amato profondamente. Poi la sua volubilità e gli innesti di Antonio e Corrado, avevano raffreddato i suoi sentimenti. Tuttavia restava il cavallo vincente. Solo che bisognava supportarlo. Non avendo le necessarie capacità per soddisfare  l’elevatissimo tenore di vita a cui non voleva assolutamente rinunciare. E nel quale l’aveva lanciata Antonio. Quell’individuo gli ripugnava quasi, anche se oggettivamente non era brutto. Ma aveva tanti di quei soldi da sommergere ogni remora. E con lei le remore erano rimaste subito sepolte sotto montagne di denaro, gioielli, ristoranti e grandi alberghi, fuoriserie e viaggi esotici. Il che valeva anche una gravidanza che, sebbene non desiderata, era il tassello finale per legare l’uomo a se.

 

Il trillo del campanello fece svanire la nuvoletta dei pensieri, dei sogni in cui i due amanti erano immersi. Gemma mise la vestaglia e si diresse alla porta. Il suo infallibile sesto senso le preannunciava guai. Tornò indietro velocemente e, sottovoce ma con decisione, ordinò a Federico di lasciare il letto, prendere le sue cose e nascondersi da qualche parte. Poi con studiata lentezza, mentre il campanello trillava furiosamente, si avviò verso la porta sperando che dietro non ci fossero problemi o imprevisti. Corrado apparve in tutto il suo splendore. Aveva i capelli, biondo cenere, smossi dal vento e gli occhi verdi come il mare sprizzavano fascino e desiderio. Gemma non ebbe nemmeno il tempo di fiatare. Corrado le fu addosso in un baleno e, lì, sul tappeto consumarono un amplesso vorace e veloce. Federico non poté fare a meno di sentire e guardare. Ma non si turbò. Di quella sgualdrina, in fondo, non gliene importava un fico secco. Quello a cui mirava erano i soldi di quel tonto di Antonio.

 

Antonio e Gemma si sposarono, con grandi sfarzi, nella cattedrale con la benedizione del vescovo in persona, grande amico del padre dello sposo. Subito dopo il rinfresco, opulento e volgare come dai desideri della sposa, i due partirono per il viaggio di nozze. Un lunga crociera che li portò a girovagare per il mondo durante il quale Gemma superò se stessa. Avviluppò l’uomo di attenzioni, di smorfioserie e sesso a tal punto che, al rientro  in patria, Antonio era completamente soggiogato e nelle mani della donna. I dubbi erano finiti in fondo al mare e Gemma era diventata una delle donne più ricche del paese.

 

Corrado si era nascosto nel garage sin dalle prime ombre della sera. E attendeva non senza paura il ritorno del padrone di casa. Quella donna lo faceva impazzire. Era attratto da lei come mai gli era capitato nella vita. Per lei, che amava e desiderava da morire , avrebbe fatto qualsiasi cosa. Anche uccidere. La pesante porta del garage si alzò con lentezza e con stridore dei cardini. Il momento era giunto. Antonio fu sopraffatto appena aprì la portiera. Un preciso e violento colpo sulla testa, sferrato con un martello, spense in un attimo la sua vita. Cadde a terra come un manichino, in una pozza di sangue che sgorgava copioso dal suo cranio aperto. Gemma chiamò immediatamente la polizia e il giovane fu arrestato in flagrante, mentre tentava di nascondere il corpo. Una breve ma intensa istruttoria non riuscì a collegare i due. Nonostante il sospetto di una sporca tresca  si fosse fatto strada negli investigatori. Gemma era stata abile a non lasciare tracce del legame col giovane e negò decisamente di averlo mai conosciuto. Nei confronti diretti non smentì la sua eccezionale  bravura nella recitazione, affrontando con freddezza e determinazione gli sguardi e le accuse del giovane imbecille. Corrado fu processato per omicidio a scopo di rapina e condannato all’ergastolo.

 

Dopo il funerale, la vedova partì per un viaggio consolatorio. Sola, per affrontare ed elaborare il dolore della perdita. In realtà in quel viaggio sistemò con grande abilità ed acume tutti i suoi averi. Lontano e al riparo da Federico che scalpitava per entrare in azione, per impalmare la vedova, come era nei progetti.

 

La motonave “Nettuno” attraccò nel porto a sera inoltrata e sarebbe ripartita al mattino. Gemma aveva calcolato e preparato tutto. Scesa dalla nave, si diresse verso la macchina scura nel parcheggio che aveva noleggiato, sotto falso nome, alcuni giorni prima. A tutta velocità raggiunse il monolocale di Federico. I bagliori della TV alla finestra confermavano la presenza dell’uomo in casa. Con la pistola in pugno si avvicinò alla porta e l’aprì, avendone le chiavi, senza far rumore. Conosceva bene quella porta e sapeva come aprirla evitando i cigolii dei vecchi cardini arrugginiti. Si tolse le scarpe e avanzò a piedi nudi, sebbene il volume della TV era alto al punto da coprire qualsiasi rumore. Ancora qualche istante e sarebbe stata libera da quest’altra pendenza. L’ultima minaccia alla sua serenità e al suo immenso patrimonio. Federico si materializzo alle sue spalle ed era armato anche lui. Rimasero l’uno di fronte all’altra e il tempo sembrò fermarsi. Le armi sputarono fuoco contemporaneamente. Gemma stramazzò colpita al volto. Il proiettile le attraversò la faccia e fuoriuscì dall’occipite. Federico centrato alla giugulare morì dissanguato qualche minuto dopo.

 

Dopo oltre quindici anni di carcere, grazie alla sua buona condotta e ad una amnistia Corrado fu messo in libertà. Non sapeva cosa fare e dove andare. La sua famiglia  si era dissolta per il paese. Non aveva nessuno. Si incamminò senza una meta sperando di trovare qualcuno che gli desse un lavoro per campare, anche se nutriva forti dubbi in merito. Per mesi dormì all’addiaccio nelle stazioni o sotto i ponti. Poi finalmente il vecchio gestore di un ristorante, mosso a pietà lo assunse come sguattero e pian piano cominciò a risalire la china. Poté permettersi un monolocale in periferia e riprese a studiare, a leggere. Senza alcun fine se non arricchirsi interiormente. Evitava di pensare al passato, voleva seppellirlo anche se di tanto in tanto gli incubi che devastavano le sue notti riesumavano quella maledetta notte in cui aveva letteralmente sprecato, bruciato la sua esistenza. E ucciso un uomo che non gli aveva fatto nulla. Tutto per una insana passione.

 

La lettera arrivò un bel mattino d’estate. Veniva convocato da un noto studio associato di avvocati. La paura lo attanagliò. Si rivedeva di nuovo in galera. A marcire sino alla fine dei suoi giorni. Stette rinchiuso in casa per giorni prima di trovare il coraggio di presentarsi. Finché un pomeriggio, a capo chino, mestamente si avviò verso il patibolo. Doveva affrontare la realtà. Eppure aveva rigato dritto, lavorava, studiava e non frequentava nessuno.

 

Quando uscì dallo studio era completamente nelle nuvole. La sua vita ricominciava, e alla grande, a 50 anni. Salutò con affetto il  vecchio oste che aveva avuto fiducia in lui e decise di andarsene all’estero per lasciarsi alle spalle, per sempre, tutta la sua vecchia sporca vita. Gemma gli aveva lasciato tutto. Unico e solo erede del suo patrimonio, di tutte le sue ricchezze e l’affido di suo figlio. Il figlio dell’uomo che aveva ucciso. Aveva così trovato il modo per riscattarsi. Ora toccava a lui, e non si tirò certo indietro. Quelle fortune le avrebbe impiegate per quel ragazzo.

 

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LA FIGLIA DI RYAN, 1970 di David Lean

Rosy (Sarah Miles) è la figlia di Ryan, taverniere di un piccolo e sperduto villaggio in un’Irlanda occupata dai sempre odiati inglesi durante la prima guerra mondiale. Il matrimonio con il non più giovane, e sottovalutato, maestro Charles (Robert Mitchum),  non è dei migliori e i due vanno avanti grazie alla pazienza , all’amore e all’intelligenza di Charles che aspetta con perseveranza e forse troppa tranquillità che Rosy si accorga finalmente di lui. Come in tutti i piccoli agglomerati, uguali in tutto il mondo, il branco, i villici sono cementati dalla meschinità, dal conformismo. E , pur immersi in un paesaggio splendido, con panorami mozzafiato (la fotografia è veramente eccezionale), come spesso accade trascurano ciò che il Signore ha donato per dedicarsi ad attività prive di  umanità, come il pettegolezzo, l’invidia e la cattiveria. E’ dunque naturale l’idiosincrasia nei confronti della coppia, che “sentono” diversa e superiore. E non aspettano che il momento opportuno, un minimo pretesto per sfogare la loro rabbia repressa, l’invidia a lungo malcelata e contenuta. Nel frattempo si divertono, con allegra vigliacca violenza, sulle spalle dello “scemo” del villaggio, del mite  Michael (John Mills) che, invece, è ampiamente perspicace oltre che incapace di fare del male, insomma non lo scemo, ma l’unico vero essere umano del villaggio insieme col reverendo Collins (Trevor Howard).

L’arrivo del Maggiore Doryan(Christopher Jones) al comando delle truppe inglesi di stanza , metterà a soqquadro il borgo e il rapporto tra Rosy e Charles. La donna infatti si innamora perdutamente del tenebroso ufficiale “nemico” e, tutto sommato, non fa nulla per nasconderlo. Offrendo , così, ai suoi concittadini quel pretesto che aspettavano da sempre. E che si concretizzerà, come prevedibile, in una azione violenta.

David Lean fu molto criticato per quest’opera. E ingiustamente. Il film scorre agevole, tra spettacolari sottofondi naturali e colori stupendi, offrendo allo spettatore molto materiale di riflessione.

“Questo è il mio regalo, questo dubbio”, esclama il parroco Collins-Howard mentre saluta la coppia costretta ad emigrare a Dublino. Probabilmente captando una nuova complicità tra i due, la cui violenza subita paradossalmente ha riavvicinato. E fidando sull’amore paziente del maestro, rivalutato anche dal padre di Rosy. Il vecchio oste, infatti, dirà alla figlia , al commiato :  ” Quando ti sposasti pensavo potessi aspirare a qualcosa di meglio. Oggi credo che trovare qualcuno migliore di Charles sia quasi impossibile”.

Non sapremo mai se i due si separeranno, come avevano deciso o se,  invece, una ritrovata consapevolezza , i dubbi interiori e l’amore di Charles faranno cambiare le cose nel cuore e negli occhi di Rosy.

Del resto i tanti dubbi nella mente sconvolta dalle atrocità viste e vissute, e il desiderio di non accumularne altri portano Doryan a trovarne la soluzione con l’atto più estremo.

Dubbi che invece non sfiorano mai  il branco, convinto ed unito, compattato da conformismi immarcescibili, invidia e incapacità ad andare e vedere oltre. Solo il timore, la paura della punizione divina , in parte concretizzata nella figura del loro parroco, mitigherà appena la loro vigliaccheria e la loro crudeltà. Ma non scalfirà le loro certezze inconfutabili, i loro pregiudizi. Fino all’ultima scena del film dimostreranno la loro meschinità lanciando invettive a chi, invece, avrebbe dovuto piegarsi e adeguarsi.

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