✍ Noblesse Oblige

250px-Napoli_-_Piazza_Riario_Sforza_-_Guglia_di_San_Gennaro

L’ascensore scende fiaccamente, con piccoli sobbalzi, afflitto dai lamenti delle sue cinghie logore e dai cigolii delle sue giunture arrugginite. I vetri della cabina sono modanati in noce massello e, seppur decorati con motivi floreali opalinati, non offrono alcun riparo a coloro che affrontano quel breve viaggio. Una lampadina pencolante e fioca sfuma i volti dei passeggeri, ne ingiallisce i tratti, rimarcati però dal buio della penombra. Le lame del sole, invece, sfondando i rosoni dei pianerottoli, li cancellano totalmente per restituire sagome nere, indistinte.

La principessina Carlotta Giannuzzi Savelli di Pietramala, nella sua tuta Adidas rossa fiammante, che esalta la sua naturale opulenza, è trafelata dallo jogging che si è protratto più del solito. Ossessionata, com’è, dalle bucce d’arancia che si accumulano, dispettose, nonostante la sua continua, pertinace circumnavigazione della piazza Sisto Riario Sforza. Piccolo secolare slargo, a ridosso della Cattedrale, che ospita la sua lussuosa seicentesca dimora, ormai incastonata, accerchiata tra edifici anonimi e fatiscenti, e bassi maleodoranti. Le difficoltà economiche della stirpe hanno costretto, nel tempo, il principe bisnonno Amedeo, il principe nonno Bernardo e il principe padre Luigi, a disfarsi dei piani bassi del palazzo gentilizio. Obbligando i virgulti a convivere morganaticamente con bottegai, pezzenti e gente di malaffare.

La grossa berlina nera, con il bagagliaio aperto, sosta all’ingresso di Palazzo Savelli. L’autista, col suo berretto lindo e la visiera lucida, stringe le mani sul volante. Pronto a partire. I vetri affumicati impediscono di vederne il volto. Che è teso, pallido, sudato. Carlotta si ferma un attimo a prender fiato, appoggiandosi alle divelte e rugginose inferriate lanceolate del basamento dell’obelisco di S. Gennaro. Il santo patrono, con il vincastro sotto il braccio, sembra guardarla sottecchi e, con la mano destra, mentre abbozza un sorriso, pare benedica soprattutto lei. La donna, dai grandi occhi grigi, risponde con una silenziosa preghiera di ringraziamento. E’ il 19 settembre, il sangue si è liquefatto e faccia gialluta sarà più magnanimo del solito. Le prime ombre del crepuscolo calano veloci sullo slargo proprio quando il guappo del secondo piano appare sull’andito col suo liliale vestito di lino e l’immancabile panama bianco. Dopo un rapido giro d’orizzonte, si avvia a passo svelto verso la via dei Tribunali, per raggiungere in via delle Zite la sua puttana. Da quando si è trasferito in quello storico edificio, si sente ancora più forte, potente e rispettato. E sorride soddisfatto, mentre già in piena erezione, varca il vecchio portone dove troverà quel pezzo di carne succulenta e indiavolata.

L’ascensore si muove lemme, singhiozzando come sempre. La cabina è immersa nel buio. E s’intravedono delle ombre piuttosto animate, agitate.

Carlotta riprende il suo cammino. Sempre di corsa imbocca l’ingresso del palazzo, sfiorando la berlina nera e, di slancio, affronta la scalinata marmorea per raggiungere l’ultimo piano, con la speranza di poter agguantare e superare l’ascensore. Pochi istanti dopo la macchina nera parte sgommando, perdendosi nel traffico della via del Duomo. Dopo aver a lungo consumato il guappo, prostrato ma appagato, riprende la strada del ritorno. Ha anche una gran fame e non vede l’ora di mettere qualcosa sotto i denti. La piazza è in grande subbuglio. Mai vista tanta gente stipata nel piccolo spiazzo a ferro di cavallo. Quella vaiassa della moglie, ne è certo, avrà fatto una piazzata di gelosia, arringando a modo suo la folla dal balcone. Con tracotanza, a petto gonfio, s’immerge tra la gente accalcata, senza ascoltare ciò che molti gli stanno urlando in faccia, roso com’è dalla rabbia e dallo scuorno.

L’intera organizzazione si mette in moto. Persino le cosche rivali. E i guaglioni, in giro, hanno l’ordine di non fare prigionieri. La cupola, riunita d’urgenza, ha deliberato che quel bambino, il figlio di quello sfessato guappo di cartone dei Tribunali, deve essere ritrovato e subito. E i rapitori, chiunque essi siano, ammazzati all’istante e fatti sparire nell’acido o nelle fauci del leone, messo a disposizione dal boss della Siberia. A bocce ferme, a bambino e onore recuperati, quel cretino tornerà a vendere sigarette di contrabbando sulla bancarella di vico Scassacocchi, e a fare scartiloffi ai turisti a Forcella.

Dopo interminabili giorni di perquisizioni e rastrellamenti, la camorra si arrende e lascia lo sciagurato di bianco vestito al suo destino, in balia dei misteriosi rapitori. Defenestrato, espulso, umiliato e con il malloppo del riscatto da trovare.

Per sua fortuna a Lugano ha un conto segreto e i rapitori, mossi a compassione, gli hanno fatto uno sconto corposo.

È notte fonda quando Carlotta sbuca dal nulla e, dal basamento dell’obelisco, sotto un cumulo di rifiuti, raccatta il borsone con i soldi che lo sfessato ha deposto poche ore prima. San Gennaro la guarda bene, stavolta, e pare rida proprio. Senza smettere di benedirla con la solita mano. Non può non lanciargli un bacio prima di svanire nel passaggio segreto che la riporterà al sicuro. L’aurora sta appena bucando la tenebra quando il bambino, bendato, è lasciato davanti all’uscio di casa sua, al secondo piano del Palazzo Savelli. Da dove non si è mai mosso.

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale