Storie

✍ Turista per caso

images

Mario Verdoliva aveva 31 anni quando fu condannato all’ergastolo. Il giudice fu inflessibile negandogli qualsiasi attenuante.

Dalla cella relativamente confortevole , condivisa con un giovane tossicodipendente, della casa crcondariale di Secondigliano, fu immediatamente spedito a Badu’e Carros in Sardegna.  E si ritrovò in 48 ore  in una cella sporca e in compagnia di 5 brutti ceffi , ergastolani come lui ma veri criminali.

Anna Rocchi in Verdoliva , assisitita  dall’avvocato Nicola Pezone , si stava battendo per l’appello ma, soprattutto, che le indagini fossero riaperte per dimostrare l’innocenza di suo marito.

Nel marzo di quell’anno Mario ebbe la sfortuna di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.  Un’ anziana signora camminava claudicando vistosamente, appoggiandosi ad un vecchio bastone di ciliegio. Era a pochi metri davanti a lui. Il capo chino,  i capelli candidi come la neve,  l’andatura stanca. Con la mano sinistra reggeva una busta della spesa che, ad occhio, sembrava pesantuccia. Mario , mosso da compassione, affrettò il passo e dopo aver affiancato la vecchia, le prese con decisione la grossa e gravida busta di plastica esternando le sue intenzioni e chi fosse. Una mazzata terrificante si abbattè immediatamente sul suo cranio e da allora i ricordi svanirono. Si risvegliò con un forte mal di testa, tra le mani una pistola ancora calda e a pochi metri da lui il cadavere di una giovane e avvenente donna. Fu immediatamente arrestato e a nulla valse il suo racconto e la mancanza di un movente. Ma la pistola era nelle sue mani, le impronte erano sue , la donna era inequivocabilmente morta e, in borsa, aveva 100 g di cocaina finissima. Gianna Amideo  aveva ventinove anni ed un passato non proprio limpido. Qualche anno sul marciapiede, noie con la droga e qualche furtarello. Ma da alcuni anni sembrava rigare dritto e lavorava come commessa all’Auchan.. Il PM nella sua intensa arringa convinse giudici e giurati che tra i due c’era una tresca e che lo spaccio e il traffico di stupefacenti era alla base dell’omicidio. A nulla servì la difesa  che negò  decisamente ogni rapporto con quella donna, mai vista prima, e con la droga.

Già due anni erano trascorsi da quando era arrivato in Sardegna, Era avvilito e depresso. Aveva subìto violenze di ogni genere e  solo dopo un’aggressione che gli era costata una lacerazione al capo da venti punti di sutura ed una coltellata,  il direttore si decise a cambiargli cella. Passava le giornate leggendo qualunque cosa e sfruttando al massimo le ore d’aria. Per fortuna la nuova sistemazione non consentiva più alcun contatto con quelle bestie con cui aveva dovuto convivere nei primi tempi della prigionia. Le visite della moglie si erano rarefatte e da oltre tre mesi non ne aveva più notizie.  E non ne avrebbe più avuto. Anna si stava consolando  con l’avvocato che, da qualche tempo, si era trasferito armi e bagagli nella casa e nel letto del fu Mario Verdoliva.  Ormai sepolto in terra sarda.

Il tradimento in coloro in cui riponeva amore e fiducia, prostrò l’ancor giovane ragioniere e lo sprofondò in una depressione totale. Fu necessario ricorrere allo psichiatra e a terapie farmacologiche di un certo peso per poterlo tenere a galla.  A 40 anni , dopo aver patito momenti profondamente bui e scoramento totale, tanto da essere sorvegliato a vista nella paura che potesse suicidarsi, una mattina Mario aprì gli occhi e si accorse che qualcosa era cambiato. Si sentiva un altro. Pieno di forza, energie ma, soprattutto, carico di odio e di vendetta.

Anna , ottenuto il divorzio, in breve convolò a nozze con il fidato Nicola. Avevano lasciato la vecchia casa per traslocare in una villetta elegantissima e rifinitissima nella zona residenziale della città , ormai dimentichi del passato. Nicola  era diventato un avvocato di grido , famoso e ricco. Coadiuvato dall’esperta e cinica consorte. Non si separavano mai.

Una notte un grosso incendio avviluppò il carcere in pochi attimi.  Un cortocircuito nel locale caldaie sprigionò le fiamme che poi divamparono tumultuose e potenti ovunque.

Per non trasformarlo in un forno crematorio le celle furono immediatamente aperte e i detenuti trasportati nella vicina campagna. Era l’occasione che Mario aspettava da sempre.

L’ispettore Renato Chiellini stava riflettendo sulla documentazione sparpagliata sulla sua scrivania. La retata nel night “ RedHot” aveva sortito ben più di quanto si aspettava. A parte la caterva di mignotte, di papponi e spacciatori , noti e sconosciuti, nelle maglie erano rimasti invischiati due pregiudicati con precedenti di rapine, truffa e omicidio. Due figuri dalla fedina più nera della pece. Due veri pericolosi criminali, ricercati da tempo.  E , cosa non meno sorprendente, le rivelazioni che avevano fatto nel tentativo di patteggiare la pena. Undici anni prima avevano rapinato una banca nella quale era rimasto ucciso una guardia giurata. Il bottino , in biglietti di grosso taglio, era stato abbastanza soddisfacente. Oltre 180 mila euro. Lasciata la banca, invece di scappare su un’ auto o a piedi, si erano infilati nel bagno di un bar e si erano camuffati. In quel grosso locale, sempre affollato a ogni ora del giorno e della notte, nessuno aveva fatto caso a quei due, così come nessuno aveva notato una vecchietta malferma allontanarsi senza consumare seguita a breve da un signore grassoccio dalla folta barba nera. Quando il grassoccio vide quell’uomo afferrare la borsa col malloppo , quasi strappandola dalle mani della vecchietta, reagì d’istinto. E lo colpì col calcio della pistola. Tutto sarebbe filato liscio se una donna, testimone del fatto, non si fosse intromessa urlando come una gallina sgozzata. Non poteva fare altro che tacitarla e presto, prima che richiamasse l’attenzione e la polizia. Così le sparò senza pensarci sopra due volte. E per fare le cose per bene, ficcò la rivoltella nelle mani dello sconosciuto e filarono via senza più voltarsi. E quel furbone avrebbe avuto il fatto suo.

Le cicale frinivano a più non posso e il caldo era opprimente. Tutte le finestre della villetta erano aperte.  L’uomo e la donna erano seduti a tavola e chiacchieravano allegramente rinfrescandosi con tè ghiacciato. Un leggero scricchiolìo attrasse la loro attenzione e si voltarono, insieme, verso la finestra spalancata. Sgranarono gli occhi. Sembrava volessero uscire dalle orbite. Rimasero immobili, atterriti e in silenzio. Il ragioniere, con una grossa automatica fra le mani, era lì davanti immobile. Con uno sguardo che non prometteva nulla di positivo.  Le cicale continuarono a frinire imperturbabili anche quando due detonazioni si intrufolarono nella loro cantilena.

Il direttore del carcere aveva riunito lo stato maggiore del suo staff. Spento con molta fatica l’incendio, tutti i prigionieri erano stati fatti rientrare occupando un’ala che, miracolosamente, era sfuggita alle fiamme. Ma dieci galeotti mancavano all’appello. E bisognava riacciuffarli al più presto, altrimenti sarebbe stato esautorato e con lui i presenti. Cominciò così  una battuta senza sosta e senza tregua.  Che diede i suoi frutti, anche se ci vollero tre giorni e tre notti buone di caccia.  I dieci fuggiaschi furono ritrovati , alla spicciolata,  nei boschi, alcuni in pieno sonno, altri esausti da sete e caldo. Il direttore, felice di aver salvato la poltrona, diede loro il beneficio del dubbio.  Le fiamme, il fumo acre e intenso, la paura avevano indotto quegli uomini ad allontanarsi senza avere nozione di dove andassero ma , soprattutto, senza avere l’intenzione di scappare. Non furono puniti né andarono in isolamento. Né dell’incendio fu data notizia grazie alle compiacenze della stampa e dei vigili del fuoco.

Chiellini , dopo aver rovistato negli archivi, dando retta ad un ricordo, ad un tarlo, trovò il fascicolo che gli interessava. Il caso Verdoliva. Con il faldone sorretto da entrambe le mani si diresse, quasi di corsa, verso l’ufficio del PM.

Quindici giorni dopo, Mario era un uomo libero.

Sulla scrivania dell’ispettore un altro fascicolo faceva bella mostra di sé con la copertina verdastra . Quella dei casi irrisolti. La scientifica e l’autopsia dei cadaveri, non avevano prodotto indizi o impronte o altro che potesse far risalire all’assassino di quei due.  Probabilmente il noto penalista pagava a caro prezzo qualche sua cattiva prestazione o il suo rigore morale.  Chiellini , con la pipa spenta fra i denti, sdraiato sulla sua sedia aveva lo sguardo perso nel vuoto. In un piccolo anfratto del suo cervello il nome, il volto di Verdoliva facevano a tratti capolino.  Si alzò e si mise alla finestra da dove non poteva che guardare l’edificio attaccato al suo, con quelle crepe sull’intonaco e quei panni stesi al secondo piano che conosceva a   menadito.  Stette lì impalato per quasi un’ora. Poi di scatto afferrò il fascicolo e senza fretta lo portò in archivio.  Nello scaffale c’era giusto posto per un altro faldone.  Lo depositò, facendo attenzione a non smuovere i quintali di polvere sedimentata e si allontanò a capo chino.  I casi irrisolti lo turbavano, gli toglievano il sonno, gli creavano angoscia. Nello scendere le scale accese la pipa, aspirando voluttuosamente l’aroma della miscela inglese di cui era ghiotto.  Verdoliva aveva ucciso quei due, il suo istinto lo urlava a squarciagola. Ma  nello stesso tempo si rendeva conto dell’assurdità del suo pensiero,  poiché il ragioniere era stato scarcerato ben oltre il giorno dell’omicidio. Quella notte  non dormì quasi. I volti dell’avvocato, della moglie e di Verdoliva si susseguivano senza sosta , incubi che lo tormentarono per ore.  Al mattino era uno straccio ma, determinato ad andare fino in fondo.

Mario aveva deciso che , dopo tante pene, era giunto il momento di godersi la vita. Aveva un piccolo gruzzolo, segreto,  lasciato in consegna alla vecchia madre, che avrebbe utilizzato per attuare i suoi progetti.  Solo e libero da impegni, avrebbe cercato fortuna e una nuova vita in Argentina.

L’ispettore Chiellini, dopo aver avuto un lungo ed esaustivo colloquio col direttore di Badu’e Carros, si precipitò alla più vicina stazione di Polizia e chiese ed ottenne un elicottero che lo riportasse alla base nel più breve tempo possibile. All’atterraggio le auto bianche e blu erano pronte a motore acceso e, caricato l’ispettore, a sirene spiegate si diressero verso l’abitazione del ragioniere. La porta fu sfondata ma, come l’istinto gli aveva suggerito durante il viaggio, l’uccellino aveva già preso il volo.  In quel preciso istante in Plaza de Mayo un uomo di circa quarantadue anni, coi capelli leggermente brizzolati , un paio di ray-ban  scuri e una macchina fotografica a tracolla,  procedeva trasognato come qualsiasi altro turista. Respirava a pieni polmoni e non era mai stato così felice.

✡ ogni riferimento a cose, fatti, persone o animali è del tutto casuale
Annunci
Standard
Storie

✍ Mezzosoprano acuto

UnknownLei: …innanzi tutto l’assegno deve essere di almeno 2000 €, sennò altro che consensuale ….a parte spese mediche, di istruzione e di svago, viaggi…insomma il mio tenore di vita e quello dei ragazzi, che ficcatelo bene in testa, restano con me in casa,  non deve assolutamente cambiare…perciò mò che andiamo dall’avvocato vediamo di non perderci in chiacchiere e polemiche inutili…e non alzare la voce !

Lui: … ma se non arrivo a 1600 € di stipendio !!  ..tu sei fuori di testa. Il tenore di vita ?? E che abbiamo mai fatto di speciale? Cosa potevamo fare con uno stipendio da fame e quei quattro soldi del tuo part-time, anzi quart-time, visto che che non hai mai voluto fare un cazzo….E il tenore mio? La buon’anima di Pavarotti !….Ragiona, io vado a finire sotto i ponti !!!

Lei: dove andrai e che farai sono fatti tuoi….e come, al solito, fai finta di non capire….non si può lavorare e badare a 2 figli , accudirli e seguirli a scuola e in tutte le loro attività……tu, invece, sei stato il vero fannullone….cameriere a vita, rifiutando le occasioni che mio padre generosamente ti aveva proprosto…perchè doveva stare a casa, giocare coi figli, “godersi” il tempo….idiota! Invece di portare benessere a casa….a proposito, di quei quattro soldi in banca, conservati grazie ai miei sacrifici, che se fosse stato per il tuo scialacquare non avremmo nemmeno un centesimo da parte, non azzardarti a prelevarne più di un terzo…il resto mi spetta di diritto

Lui: …scialacquare ?? mi sono dovuto spaccare il culo in straordinari per pagare il mutuo faraonico per la cazzo di reggia che hai voluto…non bastava una casa normale, no….6 stanze, tripli accessori, cantinola, posto auto doppio …e zona residenziale….che cosa avrei dovuto fare ancora, non mangiare e non bere per….accumulare, accumulare….ma vai, và, che nella tomba non ti porterai nulla….della vita non hai capito un cippa di cazzo!

Lei: …..e io, figlia di notaio, dovevo andare a finire in periferia, secondo te…e accontentarmi di una casa ordinaria…sai la gente come si sarebbe ingrassata…già aveva la bocca piena per aver sposato un servo……e avevano ragione, mai l’avessi fatto…ma dove ti ho incontrato? come ho fatto a mettermi con te? …mea culpa !!

§§§§§§

Il leguleio di lei: collega, dobbiamo essere concreti e più lealisti del re…..convinci il tuo cliente a fare uno sforzo,   e a chiudere un occhio… tanto i giudici sono sempre orientati ad aiutare le donne…a parte che questo lo conosco  pure (….) …..quindi, e lo dico anche nel tuo interesse, è inutile che ci impegoliamo in una causa che ci sfiancherebbe e vanificherebbe la parcella

Il leguleio di lui: ….uhm, non hai torto…vedo di lavorarmelo, però tu falla cedere su qualcosina….

La cancelliera (senza mai alzare lo sguardo verso i due): l’istanza di separazione è stata omologata…..tutto  a posto, fra un paio di mesi venite a ritirarne copia

Lui: …ma non dovevamo vedere il giudice ?

La cancelliera:…ha visto le carte !!

Il giusdicente (uscendo dalla sua stanza): …tutto fatto, le formalità sono state esperite…ho cercato di farvi perdere meno tempo possibile

Lui:…ma io volevo parlarle

Il giusdicente:….e di che, le carte erano cristalline….tante belle cose

Lei(in fondo all’aula, con le braccia conserte, gli occhi lampeggianti e la bocca deformata dall’acredine quasi soddisfatta): …avvocato, ci prendiamo un caffè ?

§§§§§§

Il custode: signurì e ‘ccose stann’accussì…..la ritirata è alle nove, sinnò rischiat’e truvà o lietto occupato a chi ha fatt’ primm’e vuie…..e lenzola si cagnano na vota o’mese e se truvate quacche pimmece non ve lamentate…è normale. E pure se verite quacche scarrafone int’o cess o sott’o lietto.  A matina primma de ddieci aita stà fora, perché avimme pulezza e passà a creolina. Se ve cunviene fanno 150 euri o’mese… ah, doccia nun ce ne stà…vi doveto arrangiaro col lavandino…e o’cess sta n’copp’e scale….cercate e cacà ampress, a gente è assai e nun pò perder tiempo

Lui: e per i pasti ?

Il custode: non è articolo nostro, avit’aì ncoppa a masseria, llà sta a caritàs….e ve rann’a magnà o miezuiorno e a sera…sempe in orario, però …nun v’ò scurdate…sennò fernesce tutt’cos e rimanite riuno….mò che me ce facite pensà stann’pure e’ ccap’e pezza e calcutta….stann nu poco cchiù luntano, ma  cucinano bbuono e abbondante.

Lei (al telefono): te lo dico e te lo ripeto, uffàààà….i bambini puoi vederli solo due sabati e due domeniche, una settimana sì e una no.  In palestra, la sera, li vai a prendere tu, i giorni dispari. E a a scuola li accompagni i giorni pari. Adesso è tutto chiaro?….Ah, prima che mi scordo mi servono 1000 euro per il dentista, acconto per la macchinetta alla piccola…E non mancare di essere puntuale con i pagamenti mensili, sennò ti denuncio….ti mando in galera

Lui: ho capito, avevo già capito….avrei voluto vederli qualche giorno in più, questo ti avevo chiesto. Per il dentista vedrò che posso fare, ma mi devi dare tempo …..mi hanno promesso diverse ore di straordinario e, con qualche mancia in più, dovrei racimolare quella cifra. Mi puoi passare i bambini, vorrei salutarli ?

Lei: noooo-oo, stanno facendo i compiti. Clac (riattacca)

La piccola: mamma era papà? Peccato volevo mandargli un bacio

Il piccolo: mamma papà dov’è andato?

✡ ogni riferimento a persone, fatto, cose o animali è puramente casuale
Standard
Uncategorized

☛ L’INDUSTRIALE, 2011 di Giuliano Montaldo

imagesIl  blu, dominante, ammanta l’intera narrazione, lasciando poco spazio e poco tempo ad altri colori. Una tinta fosca, sfumata e greve che sottolinea la tragedia che si va narrando, una brutta storia crepuscolare e insana. E che scorre, inevitabile, come le acque fredde e scure del Po.

Favino (Nicola) non mi piace, a pelle, ma in questo film si muove a suo agio, con credibilità e sprazzi di attore consolidato, scafato. Lui dà vita all’industriale , figlio di immigrati meridionali che hanno fatto fortuna nel ricco nord del boom economico, il quale conduce come da copione, come nella realtà, una vita ben al di sopra delle sue possibilità, senza rendersi conto che i tempi non sono più quelli del passato. Barcamenandosi tra fidi e scoperti, operazioni temerarie e manie di grandezza. Fino a portare l’azienda e chi ci lavora in una crisi profondissima, quasi senza via d’uscita. L’aver sposato una figlia dell’alta borghesia piemontese non gli giova anzi,  nel tentativo di farsi accettare, di essere sempre all’altezza della famiglia che lo ha accolto con non celata diffidenza, incespica in incertezze e timori che ne influenzano negativamente il cammino, le azioni.

Crescentini (Laura), pur con qualche sbavatura, agita efficacemente il corpo e l’anima della bella e affermata figlia di ricchissimi produttori di vino di antica tradizione. Compagna di strada, affidabile ma non troppo, del nostro industriale, cui è cementata dalla bella vita, dai soldi, dal lusso e dal jet set di cui è elemento fondamentale. E dai quali non ha alcuna intenzione di separarsi.

Come spesso, o sempre, accade nelle crisi e nelle tragedie, a pagare sono gli innocenti, i più deboli. Così gli operai, che tremano sentendo il terreno franare, dovendo pure sorbirsi le solite panzane ipocrite e cialtroni sull’importanza della solidarietà. E, alla fine gli va anche bene, perché (ed è l’unica discrepanza con la realtà) il posto riescono a conservarlo. Così il povero garagista rumeno, invaghito di Laura, il quale non capisce che le attenzioni della ricca signora sono frutto di capriccio, di momenti di debolezza e che mai, la nobildonna, lascerà il suo tenore di vita, il suo ambiente per cercare avventura tra le braccia di un povero cristo straniero, di serie B per giunta. E non percepisce il pericolo che può sprigionarsi da un disperato che affoga inciprignito dalla gelosia.

Paradossalmente, proprio il delittuoso comportamento dell’ingegnere, avallato dal silenzio e dall’ingente supporto economico della moglie, lo riporteranno    nell’alveo della gente che conta. Riammesso nel gotha, dopo umiliazioni, derisione e fango. Insomma di nuovo a galla, nonostante abbia toccato il fondo.

Nella bella scena finale tutto ciò è magistralmente sintetizzato dal regista che mostra il nostro affranto, ma non pentito, i cui occhi carrellando sulle finestre a festa per la sua rinascita industriale, gli restituiscono la consapevolezza dell’appartenenza a quel mondo, costi quel che costi.

Il Po, nel frattempo, ha portato via le scorie delle recenti disgrazie e, nel suo fluire, osserva attonito e impotente le umane sozzure.

Standard