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✍️ il pensiero di Capuozzo

 

Il geometra Capuozzo, con grande disappunto, scese dall’autobus con un ritardo sulla sua tabella di marcia di oltre mezz’ora. Sebbene si proponesse di andare a passo svelto, spedito, si rendeva conto che non avrebbe recuperato che una manciata di minuti per rientrare nel suo piccolo appartamento.

Per un pignolo come lui, preciso e metodico, questi inconvenienti erano destabilizzanti. Nell’imboccare la strada di casa si propose, alquanto infurentito, di inviare un esposto all’azienda dei trasporti, stanco di dover subire simili disservizi. Dopo aver costeggiato, come suo solito, le mura di cinta del cimitero degli inglesi e dato uno sguardo fugace fra le inferriate del cancello accostate con catene e lucchetti, attraversò scansando, e bestemmiando, un motorino sfrecciante e poltiglia di risulta spiaccicata sulle basole sconnesse. Non ne poteva più. Da quando avevano eretto il contrafforte a supporto del pericolante muro del cimitero, nella sua parte bassa, verso la piazzetta, quella strada era diventata praticamente a fondo cieco e, perciò, di fatto pertinenza dei bassi (e anche di diversi alti) che vi si affacciavano, già esondanti odori, umori e rumori. Plebaglia invadente e prepotente, incline alla violenza gratuita e al crimine, che faceva il bello e il cattivo tempo senza che mai nessun vigile, nessuna autorità si fossero mai fatti vivi per far rispettare spazi e quiete, e la gente perbene. Con mosse adeguate, apprese sin dalla tenera età, si destreggiò fra le macchine e le moto parcheggiate selvaggiamente in ogni dove e, finalmente, imboccò l’androne del malandato edificio in cui abitava. 

Seduto in poltrona davanti al balcone, armato di binocolo, si mise a perlustrare come d’abitudine il grande prato incolto che era diventato il cimitero da quando salme e lapidi erano state spostate altrove,  una volta poi fallito (come prevedibile) il tentativo di adibirlo a giardino pubblico. Tranne, quindi, un paio di monumenti funerari incrostati di muffa sopravvissuti alla traslazione e alle attenzioni dei vandali nella fase chimerica, non v’era altro di significativo da vedere. Se non lo scorrazzare di ratti giganteschi e famelici, qualche cornacchia e l’immondizia che, a carattere di discarica, circoscriveva le cinta in prossimità del contrafforte. Prima o poi, pensava Capuozzo, ed era l’unico pensiero che gli frullava per la testa in quel momento, i lazzari avrebbero trovato il modo di divellere le cancellate e fare scempio di quel polmone inopinatamente verde.

Capuozzo non era oggettivamente brutto. Tuttavia faceva parte di quella categoria di persone che non hanno charme né tampoco posseggono quel sex appeal che attrae a prescindere dai tratti somatici. Faceva parte, insomma, di quelle persone anonime e apparentemente insignificanti e che tali rimangono a dispetto di qualsiasi cosmesi o abito. Anzi più cercava di apparire meglio di quanto fosse, più appariva goffo e fastidioso, se non ripugnante. Il che, in uno con la pedanteria, ne aveva fatto un uomo solo. Ma non era cattivo, né stupido. Se, in altre parole, fosse riuscito a trovare qualche donna poco sensibile ai cialtroni,  capace di andare oltre la scorza e di apprezzarne le qualità nascoste, sdrammatizzandone al contempo la pedanteria, forse avrebbe messo su famiglia. Ovvero se avesse avuto il coraggio di accettarsi, aprendosi meglio e più con il prossimo, senza temere il timore del confronto, probabilmente avrebbe potuto sperare anche in un certo successo. 

Fu grazie alla perspicacia della signorina Scognamiglio, una vecchina raggrinzita e arzilla, che la prolungata assenza del suo vicino di pianerottolo giunse all’attenzione delle forze dell’ordine. Attenzione per modo di dire, poiché l’indagine si aprì e si chiuse nel volgere di pochi giorni, nella convinzione che il triste e solitario impiegato del catasto fosse andato a suicidarsi chissà dove. 

Scavi e sepolture, nonostante il viavai di quei giorni, non ebbero mai ad interrompersi. Proseguirono, anzi, tra gli schiamazzi, con maggior protervia nella ostentata certezza dell’impunità, e della pavidità degli astanti. Quelle fosse, un tempo avelli per nobili e personalità inglesi, si erano rivelate perfette per occultare di tutto: refurtive, veleni, droga, armi, soldi, oro, reperti archeologici e le carcasse di cani e gatti di casa. Per alcune fosse, però, per quelle tutt’intorno al sepolcro di Mary Somerville, ne fu rispettata la funzione, anche se dovettero abituarsi ad accogliere le spoglie d’infami, e di impiccioni.

 

 

 

 

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✍️ l’elenco

Due mesi, due mesi in campagna, lontano dai tafferugli ridiedero a don Peppino lo smalto necessario per riflettere sul suo destino. Lo spavento di quella notte, in chiesa, alla mercé dei lazzari, gli aveva aperto gli occhi oltre che, prodigiosamente, guarito dalla dissenteria che l’affliggeva da giorni. Si sentiva in forma perfetta e di Assunta, grazie al cui sacrificio era vivo e vegeto, nemmeno ne ricordava le fattezze, il viso. Si era trovata al posto sbagliato, nel momento sbagliato, ecco tutto. E poi, alla fine della fiera, non era che una serva, un essere insignificante di cui nessuno avrebbe avvertito la mancanza. 

Ripresosi, dunque, nel fisico e nel morale, decise che era giunto il momento di giocare le carte trovate per puro caso sotto un’asse di un confessionale divelto dalla furia lazzara. Salutò velocemente le sorelle e balzato su uno sgangherato biroccio, partì alla volta della Capitale con le idee ben chiare. Prendere il posto di don Nicola, in quella chiesetta in culo al mondo, era stata opera della Divina Provvidenza. 

Nel suo immenso studio barocco il Cardinale Ruffo era in paziente e attento ascolto. Al suo cospetto stava sfilando una marea di gente che, a fronte di qualche soldo o piccolo favore, gli stava snocciolando nomi e tane dei rivoluzionari ancora a piede libero. Poco importava se fossero veramente stati tali, ad entrambi. La gente si sarebbe sbarazzata, e anche con profitto, di vicini anche solo antipatici, e il Cardinale avrebbe dimostrato, dalla quantità di teste mozzate, il suo indispensabile apporto al ripristino della legalità, dell’ordine costituito. Il Re di fronte a cotanto impegno non avrebbe potuto negargli il vicariato generale del reame, in cui tanto sperava. 

Spronando il cavallo a più non posso, il biroccio e il suo improvvisato cocchiere attraversarono come il vento le campagne riarse dal sole rovente. Nonostante la polvere e il sudore, don Peppino non rallentò mai la sua sfrenata corsa verso la Capitale, anzi frustò il ronzino fino a farlo sanguinare pur di arrivare alla meta prima che il sole si nascondesse oltre le colline. Ruffo l’avrebbe di certo ricevuto immediatamente, con quel che aveva da mostrargli, e altrettanto certamente lo avrebbe accontentato nominandolo nuovo arcivescovo. Il prode Cardinale non poteva esimersi dal farlo: nella borsa a tracolla, infatti, custodiva l’elenco di tutti i cospiratori giacobini che si riunivano nella canonica, fingendosi devoti cristiani, sotto la guida spirituale di quell’infedele di don Nicola. 

Ruffo non poteva credere ai suoi occhi: quel bifolco di un pievano gli aveva portato un vero tesoro. Una lista di persone di spicco che, più che giustiziare, sarebbe stato utile ricattare per amplificare a dismisura il suo potere. Avrebbe avuto mezza città in pugno, persino dei dignitari a Corte. Perciò non ebbe dubbi cosa fare col suo interlocutore.

Quella sera stessa, dal ceppo, ruzzolarono una mitra di cartapesta e la testa su cui era stata posta solo per qualche minuto. Don Peppino era stato accontentato.

 

 

 

 

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✍️ il pranzo è servito

Fiaccato da una copiosa quanto persistente dissenteria, don Peppino stentava assai a riprendere forze, pur sempre disteso nel suo giaciglio sfatto e fradicio di sudore. Nonostante le amorevoli cure di Assunta, la giovane e procace perpetua, e gli intrugli miracolosi dello speziale non riusciva proprio a stare in piedi, nemmeno per un minuto. Come paralizzato, dunque, si era ormai rassegnato, e raccomandato al Signore acciocché avesse pietà della sua anima. Se non la cachessia, a farne scempio, ci avrebbero pensato, e presto, i cialtroni che stavano mettendo a ferro e fuoco la città.

Il giudice Speciale lesse distrattamente la lista dei detenuti politici, giusto per rendersi conto di quanti ne fossero. Poi firmò l’ordine di impiccagione senza nemmeno un processo sommario. Plebe e lazzari, assetati di sangue, si erano stipati fino all’inverosimile nella piazza del Mercato sin dalle prime luci dell’alba, in fremente attesa dei condannati. Perciò al loro apparire sul patibolo si sfogarono con urla bestiali e insulti di ogni sorta, incitando al contempo il boia acciocché prolungasse al massimo la loro agonia. Don Nicola, per puro caso finito accanto a donna Leonor, rimase impietrito ed esterrefatto. Crucciato , dunque, per non aver dato ascolto al suo istinto, affrontò contento la morte che lo avrebbe asportato da quel mondo estraneo. Ebbe la sensazione, dallo sguardo che gli rivolse e dall’abbozzo di un larvato sorriso, che anche donna Leonor si fosse resa conto di aver sprecato la sua vita. Tant’è che, con passo veloce, infilò la testa nel cappio per prima.

Una canea di lazzari e sanfedisti irruppe nella canonica, come aveva paventato il prostrato reverendo, nel bel mezzo della notte. E, dopo aver tutto distrutto e razziato nella benedizione di Iddio onnipotente, si accalcò al suo capezzale per torturarlo e giustiziarlo. Alle prime luci dell’alba, seppur alticci ed eccitati, lazzari e sanfedisti si resero conto che quell’uomo non era quel che pensavano fosse, e che non poteva essere don Nicola, il famoso prete giacobino. Se fosse stato lui, infatti, non avrebbe di certo rinnegato la sua fede al primo buffetto, né li avrebbe omaggiati della perpetua in cambio della propria incolumità.

 

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✍️ 1799

 

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Il monastero delle clarisse appare, al viandante frettoloso o oppresso dagli affanni della sopravvivenza, non dissimile dai fatiscenti edifici circostanti, tra i quali è incastonato senza soluzione di continuità. Tuttavia se facesse caso al massiccio portone  in legno, e al silenzio improvviso che sormonta il tratto di strada su cui affaccia, si renderebbe conto della sua estraneità al contesto di cui fa parte. Un informe, maleodorante e chiassoso insediamento plebeo, dove i lazzari scorrazzano, sciamannati, senza remore e regole. Nonostante i ripetuti e repentini cambi di campo, lealisti e repubblicani, giacobini, francesi e sanfedisti, insistono nel loro appoggio pur consci che l’identificazione nell’una o nell’altra fazione occorre nella misura in cui è utile al loro esclusivo tornaconto. Pur consapevoli che non potranno mai essere fedeli a nessuno, se non a se stessi e a Dio.

Suor Edvige alle nove in punto, come accade i giorni dispari, esce per fare spesa al vicino mercato lazzaro. Non ne ha timore, la devozione di quella gente è così passionale, viscerale che mai e poi mai sfiorerebbero una figlia del Signore, finanche col pensiero. Ma suor Edvige non è la solita suora incartapecorita, è una donna giovane e bella, con un ovale picchiettato di lentiggini, il nasino all’insù, le labbra carnose e due grandi occhi verdi. 

Nella piccola cappella del piccolo e antico monastero di clausura, mentre fuori la vita continua il suo assurdo viaggio, la madre superiora giace prona sull’assito, proprio davanti all’altare e al crocifisso dipinto con colori cupi e saturi. Le braccia sono allargate, e nel volto terreo lo sguardo è innaturalmente fisso, vitreo. Non sta pregando, è morta non v’è dubbio. E la pozza di sangue che si allarga sotto il suo collo lo attesta manifestamente. Un brigante sanfedista le ha squarciato il collo dopo aver invano tentato di stuprarla. 

Asserragliate nella dispensa sotterranea, in ginocchio e a capo chino, le consorelle fidano nella robustezza della porta e nelle spranghe che la rafforzano. Pregando, naturalmente, il Signore di essere clemente e misericordioso acciocché non permetta che lo scempio perpetrato dai francesi si ripeta nuovamente. Ma il fracasso, le urla animalesche, gli spari e l’odore acre del fumo indicano chiaramente che anche questa volta Dio ha deciso di sacrificarle, dall’alto del suo irreprensibile disegno.

Così come ha deciso che il Re, tornato sul suo trono, deve spazzare via ciò che resta della fragile e effimera repubblica napoletana, affidando ai suoi sgherri il compito di mozzare quelle teste che, pur avendo persino il popolo contro, sono riuscite a concretizzare, sia anche per poco, un ideale evidentemente non condiviso, troppo distante e avanti. 

I lazzari in festa, dunque, annunciano a suor Edvige che tutto è ritornato come prima.  La repubblica e le sue strampalate teorie è morta, il Re è tornato e di certo a ricompensa e per tenerli buoni concederà loro saccheggi a volontà. Sono talmente euforici che riescono a coinvolgere la clarissa in un girotondo improvvisato quanto frenetico. Nel bel mezzo della giostra, però, echeggiano alcuni spari e del fumo nero si solleva dai tetti poco distanti. 

La pur robusta porta della dispensa del convento sta ormai per cedere, sotto i colpi di ariete che gli infoiati gaglioffi del cardinale Ruffo le infliggono senza posa. Le suore si stringono l’una all’altra, terrorizzate, ormai rassegnate ad affrontare il peggio. Ad essere nuovamente violate, con bestiale violenza, come l’esperienza ha già dato loro modo di provare.

Davanti all’altare, e al crocifisso dipinto della piccola cappella del monastero, le monache inginocchiate e a capo chino salmodiano con voce stentorea. Iddio misericordioso e onnipotente le ha miracolate servendosi della mano dei lazzari che, in massa, hanno attaccato i sanfedisti e li hanno respinti tra i vicoli sino al mare. Senza fare prigionieri.

Nessuna di loro si chiede, o non vuole chiedersi, che fine abbia fatto suor Edvige. Da allora mai più vista al convento. 

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✍ (r) perla

luna

Le scale del palazzo sono immerse nel buio. I bulbi delle lampade, fracassati dalle attenzioni dei lazzari, sporgono minacciosi come artigli pronti a ghermire, benchè svuotati della loro luminescenza. Anche i vetri dei tondi lucernari, a metà di ogni rampa, riportano i segni indelebili dell’interesse di quei gentiluomini. Perciò quando la luna c’è, e quantunque avvezza alle stranezze terrene, perplessa ed incredula assiste alla sconvolgente diffrazione dei suoi raggi in miriadi di lamelle diseguali. Tratti gessosi tracciati sul nero della tenebra bastevoli per guidare il viaggio di chi sale o scende

L’edificio è vecchio, fatiscente e maleodorante. Gli intonaci sono scrostati, sporchi e istoriati da graffiti osceni. La balaustra, ormai priva di corrimano e ingrommata di ruggine, barcolla vistosamente ogni qual volta qualche temerario vi si appoggia. E i lazzari, sempre esuberanti e pronti a sperimentare nuove forme ludiche, si divertono assai scuotendola a calci.

Nella guardiola la portinaia dorme russando come con cosacco. E sogna, aiutata dal prosecco, le confessioni e i piccoli segreti dei condomini. I loro sviluppi e le conseguenze, i colpi di scena e le astuzie per carpire ed attizzare. L’indomani, con la tavolozza dei suoi preconcetti, dipingerà tele suggestive quanto aggressive, dai forti contrasti policromatici . Consapevole che il suo carisma affabulatorio, la sua dirompenza creativa ed espansiva, non potranno che continuare a soggiogare la vasta platea del vicinato.

L’uomo sale lentamente, col capo chino e intabarrato nel suo pesante cappotto grigio a spina di pesce. Tra le labbra la brace di una sigaretta sembra una lucciola solitaria e depressa. Non pensa a nulla. La sua mente è offuscata dal vino che ha tracannato senza posa durante la cena. Ed il suo stomaco, sovraccaricato e teso dagli eccessi, brucia e produce gas a profusione.

Rutti sonori quanto disgustosi rompono il silenzio della notte e rimbombano nella tromba delle scale. Finalmente è arrivato, stanco come non mai. Nonostante sia abituato sin da bambino a inerpicarsi fin lassù, su quei grezzi gradini di basalto. Uno scarafaggio sbuca dal nulla e, con balzo fulmineo, evita la morte infilandosi in una crepa. Un grugnito esterna il disappunto per aver fallito di un soffio il bersaglio, all’unisono col tonfo della scarpa abbattutasi come un maglio sul ballatoio.

La mano tremante, e l’oscurità, impediscono alla chiave di infilarsi nella sua fessura. Lui tenta più volte, biascicando bestemmie con la voce impastata dall’alcool. La vescica stracolma, urlando il suo bisogno impellente, innervosisce oltremodo l’uomo che non riesce così in alcun modo ad entrare in casa.

Il fendente, preciso e deciso, gli recide la gola. Il sangue zampilla furioso lasciando rapidamente il suo alveo. In pochi secondi 107 chilogrammi stramazzano, ormai privi di vita, in una pozzanghera di urine rosso ciliegia.

Quant’è bella Perla. Coi suoi occhi chiari e trasparenti come il più bello dei mari. Con le sua labbra carnose e vellutate. Col suo nasino all’insù. Con la sua infinita dolcezza. Col suo amore travolgente.

La grossa automobile procede spedita sulla tangenziale. La radio urla melense melodie dialettali che solleticano le velleità canore dell’uomo al volante. Il suo volto esprime contentezza mentre la bocca sputa echi cacofonici che sostengono i gorgheggi melanconici del cantante di turno. Sul sedile accanto l’inseparabile borsello, pieno zeppo di carte e d’imbrogli.

La meta è vicina. La giornata è soleggiata e il traffico inesistente. Se non ci saranno intoppi sarà a destinazione prima del previsto e, magari, potrà fare una visitina veloce a quella biondina che non gli dice mai di no.

Il motore improvvisamente inizia a borbottare. Gli occhi si fanno cupi, preoccupati. E’ un rumore che non fa presagire nulla di buono. E, infatti, la macchina perde velocità, sussultando e fumando. Per fortuna la piazzola è vicina. Imprecando e battendo i pugni sul volante, l’uomo accosta ed entra nell’area di emergenza. E’ molto contrariato, soprattutto perchè salta il programma con la bionda. Apre la portiera, non senza essersi data un’aggiustatina alla cravatta e, una volta in piedi, si stiracchia. Il SUV, nero dai finestrini neri, arriva come un missile. Piomba sull’uomo che nemmeno si rende conto di quanto accade, e lo scaraventa sul guardrail. Poi, ritorna indietro, e si lancia sul corpo già sfigurato, schiacciandolo come un pidocchio.

La notte è terrificante. Perla è splendida, e mi sta appiccicata sussurrando parole che cullano il mio cuore. Sento il suo profumo e le sue carezze. Il suo calore. Poi, ineluttabilmente, la mano, protesa al contatto, non trova che il cuscino vuoto. Lenzuola fredde. Nulla. In un attimo tutto si dissolve e mi ritrovo a piangere seduto in mezzo al letto.

Nell’ascensore, che sale lemme al 25 piano del Centro Direzionale, pel di carota fischietta silenziosamente. I suoi pochi capelli sono rossicci e stopposi. E sul volto, butterato dall’acne , una lanugine di pari qualità si concentra in ciuffetti sul mento e sulle gote. I suoi occhi sono slavati e sporgenti, quasi volessero scoppiare. E la cicatrice del labbro leporino completa l’opera, restituendo una maschera ributtante dal sorriso sardonico perenne. Un rumore smorzato attrae, giusto una frazione di secondo, l’attenzione del suo orecchio sinistro prima che sia perforato da un proiettile calibro 9. La pallottola attraversa la base del cranio e, per puro caso, fuoriesce dall’altro orecchio, ficcandosi nella plancia dei pulsanti.

Lo spiazzo è deserto. Come quella sera. Un velo sottile di nubi basta e avanza ad offuscare la luna. Che appare distratta, infingarda. L’urlo delle cicale e dei grilli è assordante, allarmante. Perla è seduta sulle mie ginocchia e mi bacia. E io non riesco ancora a crederci. Mi sembra di sognare. Un angelo come quello che ama me, proprio me.

D’improvviso la portiera si apre e tre ombre me la strappano via e la trascinano sull’asfalto. Poi il buio, più pesto. Mi risveglio dopo non so quanto tempo. La fronte mi sanguina. Tutto il volto, la camicia sono intrise di sangue. Barcollando e con un mal di testa feroce perlustro quel maledetto spiazzo, urlando il suo nome. Finché non la trovo. La mia Perla giace senza vita su un lercio prato. Nuda, oltraggiata e martoriata. Crollo accanto a lei gridando come un forsennato. Poi di nuovo buio pesto.

Non so quanto tempo sono stato in coma, stremato dallo shock e dalla disperazione. Non ricordo quanti giorni ho vagato senza meta e senza vita. So solo che dopo lunghe notti insonni e tormentate ho promesso a Perla che l’avrei presto raggiunta. Appena finito di sbrigare un’incombenza.

versione aggiornata dell'omonimo racconto pubblicato il 17.03.2012 
✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale
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