Storie

✍ Ombre, solo ombre

Unknown

La nebbia era fitta e lattescente, imbrattata dagli argentei lucori di una luna bassa e storta. Sembrava soffrisse o non avesse voglia di lavorare, con quell’aspetto sgraziato e deforme che s’intravedeva ogni tanto tra le maglie opalescenti delle gocce costipate.

Gli occhi sono fissi, e asciutti. Osservano con fredda determinazione, senza più incespicare nelle emozioni, nella frustrazione e nell’ira, irrefrenabili e pertinaci lacrimogeni. Ormai sono state spazzate via dalla ineluttabilità e da un sentimento nuovo, impastato con ingredienti disparati ma, forse, non meno vero di quando era vecchio, fatto di poche cose, usuali. Non crollano nemmeno quando s’incrociano coi suoi, che gli rimandano, con un sfavillìo abbacinante, sensuale complicità. 

L’ombra rantolante che si agita sopra di lei, che s’intrufola dentro di lei, che tocca e assapora, opera senza remore. Non è affatto turbata o inibita da quello squarcio nel buio, da quelle pupille incollate alle sue spalle. Tranne, forse, la prima volta è entrata nel gioco disinvolta anche se incredula e guardinga, per un’offerta tanto generosa quanto impensabile se non impossibile. Specie per una come lei, abituata a tipologie rustiche di ogni genere, e per nulla schizzinosa. 

Lo schianto, il terrificante rumore di ferro lo risvegliò per un secondo, giusto per rendersi conto che era fottuto, colpito alla schiena dalla nebbia, dalla fretta e dalla stanchezza. Per mesi non vide nulla, non volle veder nulla e nessuno. Poi, pur vinto e storpio, obbedì in silenzio agli ordini. Riuscendo, così, a sostenersi su una sedia a rotelle e a pisciare nel buco del suo sedile. Constatando, con prove e controprove, che quel pezzo di carne pendulo fra le cosce non avrebbe fatto altro nella vita. Per la sua compagna di vita, e per la sua innata voracità, il problema si sarebbe presto tramutato in tragedia, tradimento e abbandono. Perciò, dopo notti insonni e interminabili faccia a faccia, addivennero ad un accordo. E iniziarono le prove, e la loro nuova intimità. Mediata e piantonata.  

Il collaudo terminò con la quinta ombra. La definitiva stabilità fu, invece, raggiunta alla quindicesima ombra. Da allora in poi sparirono.

✡ orapfcaèpc
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✍ La baia dei porci

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La luna è diversa, sembra piccina e schiacciata, ovale. E, con le macchie scure sparse sul biancore argenteo , si affaccia come un Pierrot triste e attonito. Il mare, soggiogato come sempre, si è paralizzato. Consentendo, così, alla sua vanitosa musa di potersi specchiare senza fretta. 

Il lastricato di sampietrini che tappezza la lunga e tortuosa strada costiera riluce a tratti sotto i lampioni pencolanti, ed è spazzato da una brezza lieve e frizzante. La stessa che striglia le creste degli alberi e li obbliga a stormire.

L’ora è tarda e, tranne i fari veloci di qualche rara macchina e gli straziati lamenti di una gatta in amore, in giro non c’è anima viva. La brezza si è fatta vento e lo stormire ululato. Pierrot, nonostante sia notte fonda, infreddolito e annoiato dalla desolazione, ha trovato riparo dietro una grossa nuvola, densa e mammellonata. Tranne un occhio, che fa capolino per controllare che il buio proceda senza imprevisti. E fino all’ora prevista. Poi potrà riposare in pace, lasciando all’irascibile sole il compito di sbolognarsi il giorno. 

La piccola insenatura s’incastra tra due costoni di tufo giallo consunto dalla salsedine che, in cima, sorreggono ville principesche quanto abusive. I gabbiani e le cornacchie si annidano nei buchi e nelle grotte che istoriano le pareti rocciose, al riparo dai freddo e dai rapaci, ed in cerca d’intimità. In alcune ore del giorno la sinfonia dei garriti e dei gracchiati è pura armonia della natura al pari dei volteggi degli stormi. 

Un tempo ritrovo e rifugio di contrabbandieri, la baia è divenuta preda dalle sontuose ville soprastanti e trasformata in ormeggio e approdo dei loro natanti, protervi e giganteschi, che scorrazzano senza remore nelle acque antistanti e in quelle lontane. 

La luna è scomparsa, del tutto. Il vento ha sospinto il nuvolone e, per un po’, sarà completamente sopraffatta, assente. Nel buio i due rampolli si calano agilmente abbarbicati a robuste corde marinare. L’hanno fatto altre volte, lo faranno ancora. Sulle balaustre smartphone e videocamere lampeggiano alacremente. E le risa, soffocate, e i bicchieri tintinnanti non potranno in nessun modo allertare le vittime. In pochi minuti tane e rifugi si trasformano in forni crematori. Gli applausi e un serto d’alloro accolgono gli eroi al ritorno della missione.  

Il vento è cambiato. E la luna si riaffaccia, giusto il tempo di afferrare il sole, scuoterlo e farlo sorgere più in fretta possibile. 

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale
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✍ Sempre dritto

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La luna, piena e bassa, e una miriade di stelle illuminano l’asfalto nero e regolare. Le luci di posizione bastano e avanzano. 

L’auto procede a grande velocità, bucando l’aria e il buio annacquato dagli astri. Il guidatore e la sua compagna sono allegri, alticci. E la bisboccia non è ancora finita. Il meglio sta per venire. 

Gli occhi e le mani si spostano di continuo. Magnetizzati dal fascino animale del corpo accanto. Ed osano sempre più. Senza alcun ostacolo. 

Un tonfo, un sobbalzo riportano istintivamente quegli occhi e quelle mani al loro posto. Poi il piede schiaccia il freno. Le cicale tacciono, disturbate dal trambusto. Lasciando al silenzio il compito di avvolgere lo chauffeur preoccupato e stizzito per quell’ammaccatura sul muso della sua amata coupè. 

Mentre impreca e si scompiglia i capelli con una mano, come a trovar sollievo, volge lo sguardo in lontananza, a frugare nel buio alla ricerca del colpevole. La signora, con la testa fuori dal finestrino, lo esorta a rientrare, a ripartire. Con quella voce querula d’un tratto insopportabile. I fari di un camion in corsa rischiarano per un attimo la strada e svelano una sagoma nera riversa, immobile. 

Dopo aver spento le insistenze della donna con un roco latrato di disprezzo, sia avvia lesto a raggiungere il luogo del misfatto. Deciso a finire l’animale reo di aver distrutto la macchina e una notte da favola. 

La coupé riparte, ruggendo come sempre. Il guidatore sorride in silenzio mentre la donna ravviva le sue labbra espanse con un rosso carminio. La gonna è tirata su, fino agli inguini, mostrando due cosce sode e appetitose e la protuberanza del pube inguainata da uno slip bianco. Gli occhi e le mani riprendono a lavorare, stavolta in modo perentorio. La notte è salva. E, col giorno, dal meccanico, lo sarà anche la spider.

Di certo non lo sconosciuto, tramortito e ferito, abbandonato sulla statale.

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✍ Figli della notte

220px-William-Adolphe_Bouguereau_(1825-1905)_-_La_Nuit_(1883)

Il cielo era cinereo come se, smorzando la luce, volesse dar loro una mano. Invece la sua triste cupezza era solo foriera di sventura.

Fu Antonio, per gli amici Tony, a progettare e insistere. Tony amava molto essere chiamato così, diceva che Antonio era troppo comune, abusato. Tuttavia, per la gente del quartiere non era che Robbén, per la vaga somiglianza con il bomber del Bayern, soprattutto nel dribbling. Non aveva mai fatto niente in vita sua, se non il garzone di un bar per qualche anno quando ne aveva sette o otto. Sapeva a stento fare la sua firma e riusciva a leggere, incespicando e storpiando, solo il maiuscolo. Il padre, fannullone cronico e ubriacone, non aveva lesinato energie con la moglie. Ingravidandola dieci o dodici volte. E lei, tra un travaglio e un aborto, aveva portato avanti alla bell’e meglio la baracca e i suoi burattini, lavando le scale di quattro o cinque palazzi. A quarantatré anni sembrava ne avesse quasi settanta. Sfatta, grassa, abbrutita e con soli quattro denti, ingialliti e guasti. Ciononostante riusciva, quasi ogni notte, a respingere gli assalti sessuali del fannullone sorretta dalla forza di repulsione e della disperazione. A 14 anni Tony entrò nelle fila del clan del quartiere e, in poco tempo, senza versare una goccia di sudore, fece soldi a palate. Il basso fu ristrutturato e rimpinzato di tutti i comfort. Così come la bocca della madre, che ebbe la più bella dentiera della città.

Ferdinando era il miglior amico di Tony. E non poteva mancare di un soprannome. Il suo era Ribery, altro attaccante del Bayern, per lo sfregio sul viso, ricordo di una carezza paterna, e per la sua indissociabilità da Robbén. Nando era completamente analfabeta ed aveva un carattere mite e riservato. Il che se da un lato l’aveva salvato dalle sirene della delinquenza comune, dall’altro lo aveva consegnato nelle mani degli sfruttatori della miseria e dell’ignoranza. Baristi, meccanici , carrozzieri e commercianti ne avevano incallito le mani già a cinque anni, piegata la dignità a sette e distrutto il corpo a dieci. Sua madre, una florida cafona dell’entroterra beneventano, se n’era scappata, lui ancora in fasce, con un commerciante di granaglie. Da allora il padre, rimasto con tre figli da crescere, si era incattivito, riversando la sua frustrazione inciprignita sugli innocenti. Ne aveva pertanto proibito l’accesso a scuola costringendoli ai lavori forzati per oziare a piacimento. I ragazzi uscivano al mattino presto e tornavano a sera tardi, sporchi e affamati. E prima di addentare un pezzo di pane raffermo con i pomodori, ricoperto di mosche, dovevano sganciare “a’iurnata”, i soldi che “o’mast” aveva di mala voglia elargito loro a fine giornata. Fiaccati e storditi, trangugiato il rancio, crollavano lerci e sudati sui giacigli sfatti da sempre. Il ronfare dei loro respiri era il segnale del via libera. La porta del basso veniva chiusa a chiave e i soldi portati immediatamente alla sala scommesse e alla puttana del vicolo appresso.

Un paio di partite a pallone sulla strada a ridosso della caserma dell’esercito rivelarono ai due funamboli dell’asfalto il talento e il fascino di Paolo, il nuovo portiere. Paolo aveva ben altra estrazione, un vissuto completamente diverso. Studiava, con il profitto che gli consentiva il suo mediocre acume, e viveva in una confortevole casa borghese di periferia. Amorevolmente accudito dalla mamma e dal papà. Timido, impacciato e introverso seguiva da tempo e con invidia l’esistenza dura e avventurosa dei due compagni. Ne ammirava la spavalderia, la scaltrezza, l’intelligenza vivace, il coraggio. Quando Tony e Nando decisero di accoglierlo nella loro amicizia lo fecero per istinto di protezione e per rispetto, quasi per sudditanza. Incantati nel sentire, nell’apprendere tante bellezze sconosciute, qualcuna anche inventata per far colpo, si resero conto che non potevano che essere braccia, solo braccia pronte a difendere la mente dai pericoli della strada. Di questi nuovi e originali compagni i suoi non ne vennero mai a sapere. Paolo, nonostante tutto, e pur cercando di sopprimerla, ne aveva vergogna. Riuscì però a nasconderla nell’incomprensione degli schemi preconcetti dei suoi genitori, sicuramente incapaci di poter accettare un legame morganatico.

Il giorno prefissato, dopo ore interminabili di osservazione, studio e organizzazione, venne in fretta, quasi inaspettato. Paolo rimase in macchina a motore acceso, mentre Nando e Tony si avviarono a passo svelto verso la meta. Animati dalla certezza che, dopo, tutto sarebbe stato diverso. Una nuova vita e, finalmente, i tanti sogni accumulati da realizzare il più lontano possibile da quell’esistenza grama, dai quei volti arcigni e ostili, da quella spazzatura.

Le lancette dell’orologio sembravano essersi bloccate. Paolo grondava sudore e il suo cuore batteva a mille. Ogni tanto premeva l’acceleratore per sentire il rombo del motore, e sentirsi rassicurato. I pensieri , nell’estenuante attesa, gli martellavano il cranio. Si era infilato in un guaio grosso, una vera enorme immane cazzata . Lui non aveva certo bisogno di scappare, di rifarsi una vita. Andava a scuola, aveva una casa e una famiglia vera. Non gli mancava proprio nulla. Per lui c’era un futuro, c’era un percorso, degli obiettivi, progetti. Una mosca ronzava appiccicosa attratta dal sudore che imperlava la sua fronte. E nello scacciarla scacciò via anche quei tarli: no! aveva fatto bene, invece. Sarebbe stato responsabile in tutto e per tutto del suo avvenire. Non avrebbe più elemosinato soldi e soggiaciuto ai precetti della compiacenza e dell’accondiscendenza. Se i suoi veramente gli volevano del bene l’avrebbero capito. Il bene, quello vero, non ha nulla a che vedere coi meriti, con l’obbedienza e non costringe, non impone, non limita, non ricatta.

Gli spari echeggiarono improvvisi nel piazzale. Tony e Nando correvano verso di lui, impacciati dai sacchi pieni, tra le pallottole che fischiavano tra loro, dietro di loro. Aprì la portiera posteriore e iniziò lentamente a muovere la macchina. Il primo a cadere fu Nando, trafitto nella schiena. Ruzzolò goffamente su se stesso nel tentativo, estremo, di lanciare il sacco in avanti, verso l’auto. Tony, invece, si girò e rispose al fuoco con il suo giocattolo a salve. Impavido, urlando come un ossesso, per farsi coraggio. E , con calma, indietreggiava, per raggiungere la salvezza. Non si era ancora reso conto che era già sparita. Paolo se l’era squagliata portandosela appresso. Stramazzò sotto una gragnuola di piombo, dopo un lungo inseguimento in cui proruppero quella velocità, quelle serpentine, quelle finte di corpo che gli avevano ben valso il suo soprannome.

La Notte stava stendendo la sua coltre quando si accorse dello scempio. Con rabbia e compassione ordinò alla luna nascosta di fendere il cielo, fosco e denso, con un fulgido nastro d’argento. Oniro, così,  avrebbe toccato terra in un lampo. 


                        ☀ "la nuit" di William Adolphe Bouguereau, 1883
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✍ (r) perla

luna

Le scale del palazzo sono immerse nel buio. I bulbi delle lampade, fracassati dalle attenzioni dei lazzari, sporgono minacciosi come artigli pronti a ghermire, benchè svuotati della loro luminescenza. Anche i vetri dei tondi lucernari, a metà di ogni rampa, riportano i segni indelebili dell’interesse di quei gentiluomini. Perciò quando la luna c’è, e quantunque avvezza alle stranezze terrene, perplessa ed incredula assiste alla sconvolgente diffrazione dei suoi raggi in miriadi di lamelle diseguali. Tratti gessosi tracciati sul nero della tenebra bastevoli per guidare il viaggio di chi sale o scende

L’edificio è vecchio, fatiscente e maleodorante. Gli intonaci sono scrostati, sporchi e istoriati da graffiti osceni. La balaustra, ormai priva di corrimano e ingrommata di ruggine, barcolla vistosamente ogni qual volta qualche temerario vi si appoggia. E i lazzari, sempre esuberanti e pronti a sperimentare nuove forme ludiche, si divertono assai scuotendola a calci.

Nella guardiola la portinaia dorme russando come con cosacco. E sogna, aiutata dal prosecco, le confessioni e i piccoli segreti dei condomini. I loro sviluppi e le conseguenze, i colpi di scena e le astuzie per carpire ed attizzare. L’indomani, con la tavolozza dei suoi preconcetti, dipingerà tele suggestive quanto aggressive, dai forti contrasti policromatici . Consapevole che il suo carisma affabulatorio, la sua dirompenza creativa ed espansiva, non potranno che continuare a soggiogare la vasta platea del vicinato.

L’uomo sale lentamente, col capo chino e intabarrato nel suo pesante cappotto grigio a spina di pesce. Tra le labbra la brace di una sigaretta sembra una lucciola solitaria e depressa. Non pensa a nulla. La sua mente è offuscata dal vino che ha tracannato senza posa durante la cena. Ed il suo stomaco, sovraccaricato e teso dagli eccessi, brucia e produce gas a profusione.

Rutti sonori quanto disgustosi rompono il silenzio della notte e rimbombano nella tromba delle scale. Finalmente è arrivato, stanco come non mai. Nonostante sia abituato sin da bambino a inerpicarsi fin lassù, su quei grezzi gradini di basalto. Uno scarafaggio sbuca dal nulla e, con balzo fulmineo, evita la morte infilandosi in una crepa. Un grugnito esterna il disappunto per aver fallito di un soffio il bersaglio, all’unisono col tonfo della scarpa abbattutasi come un maglio sul ballatoio.

La mano tremante, e l’oscurità, impediscono alla chiave di infilarsi nella sua fessura. Lui tenta più volte, biascicando bestemmie con la voce impastata dall’alcool. La vescica stracolma, urlando il suo bisogno impellente, innervosisce oltremodo l’uomo che non riesce così in alcun modo ad entrare in casa.

Il fendente, preciso e deciso, gli recide la gola. Il sangue zampilla furioso lasciando rapidamente il suo alveo. In pochi secondi 107 chilogrammi stramazzano, ormai privi di vita, in una pozzanghera di urine rosso ciliegia.

Quant’è bella Perla. Coi suoi occhi chiari e trasparenti come il più bello dei mari. Con le sua labbra carnose e vellutate. Col suo nasino all’insù. Con la sua infinita dolcezza. Col suo amore travolgente.

La grossa automobile procede spedita sulla tangenziale. La radio urla melense melodie dialettali che solleticano le velleità canore dell’uomo al volante. Il suo volto esprime contentezza mentre la bocca sputa echi cacofonici che sostengono i gorgheggi melanconici del cantante di turno. Sul sedile accanto l’inseparabile borsello, pieno zeppo di carte e d’imbrogli.

La meta è vicina. La giornata è soleggiata e il traffico inesistente. Se non ci saranno intoppi sarà a destinazione prima del previsto e, magari, potrà fare una visitina veloce a quella biondina che non gli dice mai di no.

Il motore improvvisamente inizia a borbottare. Gli occhi si fanno cupi, preoccupati. E’ un rumore che non fa presagire nulla di buono. E, infatti, la macchina perde velocità, sussultando e fumando. Per fortuna la piazzola è vicina. Imprecando e battendo i pugni sul volante, l’uomo accosta ed entra nell’area di emergenza. E’ molto contrariato, soprattutto perchè salta il programma con la bionda. Apre la portiera, non senza essersi data un’aggiustatina alla cravatta e, una volta in piedi, si stiracchia. Il SUV, nero dai finestrini neri, arriva come un missile. Piomba sull’uomo che nemmeno si rende conto di quanto accade, e lo scaraventa sul guardrail. Poi, ritorna indietro, e si lancia sul corpo già sfigurato, schiacciandolo come un pidocchio.

La notte è terrificante. Perla è splendida, e mi sta appiccicata sussurrando parole che cullano il mio cuore. Sento il suo profumo e le sue carezze. Il suo calore. Poi, ineluttabilmente, la mano, protesa al contatto, non trova che il cuscino vuoto. Lenzuola fredde. Nulla. In un attimo tutto si dissolve e mi ritrovo a piangere seduto in mezzo al letto.

Nell’ascensore, che sale lemme al 25 piano del Centro Direzionale, pel di carota fischietta silenziosamente. I suoi pochi capelli sono rossicci e stopposi. E sul volto, butterato dall’acne , una lanugine di pari qualità si concentra in ciuffetti sul mento e sulle gote. I suoi occhi sono slavati e sporgenti, quasi volessero scoppiare. E la cicatrice del labbro leporino completa l’opera, restituendo una maschera ributtante dal sorriso sardonico perenne. Un rumore smorzato attrae, giusto una frazione di secondo, l’attenzione del suo orecchio sinistro prima che sia perforato da un proiettile calibro 9. La pallottola attraversa la base del cranio e, per puro caso, fuoriesce dall’altro orecchio, ficcandosi nella plancia dei pulsanti.

Lo spiazzo è deserto. Come quella sera. Un velo sottile di nubi basta e avanza ad offuscare la luna. Che appare distratta, infingarda. L’urlo delle cicale e dei grilli è assordante, allarmante. Perla è seduta sulle mie ginocchia e mi bacia. E io non riesco ancora a crederci. Mi sembra di sognare. Un angelo come quello che ama me, proprio me.

D’improvviso la portiera si apre e tre ombre me la strappano via e la trascinano sull’asfalto. Poi il buio, più pesto. Mi risveglio dopo non so quanto tempo. La fronte mi sanguina. Tutto il volto, la camicia sono intrise di sangue. Barcollando e con un mal di testa feroce perlustro quel maledetto spiazzo, urlando il suo nome. Finché non la trovo. La mia Perla giace senza vita su un lercio prato. Nuda, oltraggiata e martoriata. Crollo accanto a lei gridando come un forsennato. Poi di nuovo buio pesto.

Non so quanto tempo sono stato in coma, stremato dallo shock e dalla disperazione. Non ricordo quanti giorni ho vagato senza meta e senza vita. So solo che dopo lunghe notti insonni e tormentate ho promesso a Perla che l’avrei presto raggiunta. Appena finito di sbrigare un’incombenza.

versione aggiornata dell'omonimo racconto pubblicato il 17.03.2012 
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