✍ La casa sulla spiaggia

Il pesce, un poecilia latipinna, divorava altri pesci, più piccoli. Ma non dalla bocca, attraverso l’ano. Che si dilatava a dismisura per introiettarne anche tre contemporaneamente. Come una pompa idrovora.

Alberto osservava la scena divertito anche se aveva l’aria di chi ha fretta. Guardava l’orologio continuamente e la porta d’ingresso era spalancata.

La mulattiera era scoscesa e rasentava il mare. Appena increspato da una serie di piccole, insignificanti onde sorrette da una leggera e fresca brezza che penetrava agevolmente dalle finestre aperte, in casa.

Eleonora mostrava, con un sorriso malizioso e ammiccante, i suoi grandi seni nudi a uno sconosciuto, le cui mani, lunghissime, erano protese ad afferrarle.

In cucina il rumore delle stoviglie copriva le urla che, dalla mulattiera, tentavano di incanalarsi nella brezza. Giovanni , sudato e stanco, sporco di polvere stava immobile su quel sentiero e con le mani attorno alla bocca, gridava qualcosa.

La pioggia arrivò inaspettata. Scacciando improvvisamente e inaspettatamente il sole.

Eleonora non si mosse. Il vento, ormai freddo, non la scompose più di tanto. Uno sguardo fugace alla finestra, alla mulattiera e poi di nuovo in offerta all’uomo che la palpeggiava con forza i seni. La maglietta era arrotolata sui fianchi. Sulla gonna blu plissettata che arrivava sino alle ginocchia. Sembrava nuova di zecca. E anche le scarpe, con quei tacchi altissimi. E sorrideva beffarda e sorniona, compiaciuta.

Alberto scendeva le scale, a quattro a quattro per andare chissà dove e chissà da chi. La porta della cucina si aprì, lasciando passare un intenso odore di fritto, e il volto di Annamaria fece capolino per avvertire che il pranzo era pronto.

Sotto l’ombrellone, sulla spiaggia, nonostante la pioggia, Sebastiano continuava imperterrito a leggere il giornale. Era immerso nella lettura e si era estraniato da tutto e tutti. Le bambine si erano messe al riparo in una grotta e giocavano con le palette e i secchielli. Giovanni non urlava più. E, dopo essere rimasto impalato per diversi minuti, si mosse verso la casa. Ma fatti pochi passi, ritornò indietro. Inerpicandosi con ritrovata lena. A nulla valsero i richiami di Annamaria protesa dalla finestra.

Il poecilia era ingordo. Continuava a far man bassa di tutti i suoi compagni di prigionia. Il suo volto, però, non sembrava cattivo. Sembrava tutto così naturale, ovvio.

Gli occhialoni neri di Barbara apparvero dalla porta lasciata spalancata da Alberto in fuga. Diede un’occhiata veloce a tutto, con la sua solita aria trasognata. Soffermandosi appena, senza scomporsi, sulle mammelle di Eleonora che, nel frattempo, si erano fatte più grosse, turgide, enormi. Poi, come era arrivata, sparì.

Il sole, dopo essersi fatto largo fra le nuvole, si riappropriò dei suoi spazi. Le bimbe uscirono immediatamente dalla grotta e si rituffarono nel mare, ridendo e gridando di gioia. Sebastiano smise di leggere e con una mano tesa sugli occhi, rivolse lo sguardo alla mulattiera. Giovanni era ormai lontano, un punto nero nel verde della boscaglia. Avrebbe voluto gridare, alzarsi e raggiungerlo. Ma non si mosse. Lo avrebbe fatto dopo.

Per la strada, rinfrescata e ripulita dall’acqua, Alberto fischiettava, sereno. Un ritornello noto, famoso. All’incrocio una mano si poggiò sul suo braccio e lo costrinse a fermarsi. E a tornare indietro. La donna , senza proferir parola, lo condusse in un dedalo di viuzze e vicoletti e si confusero nella folla.

Bruno e Sandra, mano nella mano, entrarono in casa. Non videro nessuno e, dopo un rapidissimo giro, imboccarono l’uscio e ritornarono nel nulla da dove erano venuti. Il telefono cominciò a squillare. Nessuno avrebbe alzato la cornetta. Renata dall’altro capo, sapeva che non avrebbe avuto risposta. Ma insistette per alcuni minuti, più per tacitare i sensi di colpa che per convinzione.

Nell’acquario regnava la pace. Il pesce, ormai sazio e solo, giaceva immobile sul pietrisco lercio dei suoi escrementi. Eleonora e l’uomo erano svaniti, tra moine e carezze, profumi e balocchi. La sedia a sdraio sotto l’ombrellone era vuota. In mare non c’era più nessuno. Solo la risacca interrompeva un silenzio surreale.

In cucina la radio sprigionava una antica e triste melodia mentre Annamaria , con aria rassegnata, seduta di sghembo, lentamente portava alla bocca un cucchiaio di minestra ormai fredda. Il suo sguardo era perso nel vuoto. Sembrava non pensasse a nulla. In realtà non sapeva da dove iniziare.

✬ ogni riferimento a persone o fatti è assolutamente casuale

Luca Testa

Luca Testa aveva 32 anni e ha lasciato questa terra in un modo assurdo, inconcepibile. Non doveva succedere, non doveva morire. Non è possibile essere depredati della vita in questo lurido modo. Un gommone guidato da un cocainomane, a velocità folle, in acque interdette ai natanti e ben sotto i 300 mt regolamentari, lo ha travolto e massacrato. A 30 metri dalla riva dove era immerso per recuperare una maschera inabissatasi il giorno precedente. Luca era sub esperto e prudente. Aveva la boa ben visibile. Ma nulla ha potuto per evitare un irresponsabile idiota che, come quasi tutti i suoi concittadini, popola questo schifo di città nella più totale anarchia, nel più totale dispregio di regole, convivenza civile e rispetto. Sapendo di poterla fare sempre franca grazie alla prevaricazione ,al pressapochismo, alle leggi ambigue e alla completa e perpetua assenza di chi dovrebbe vigilare con serietà e costanza. Spero che la giustizia riesca a fare il suo decorso senza fare sconti, ma poco ci credo. E che i fossili della coscienza dell’individuo che gli ha tolto la vita possano tormentarlo in eterno.

Conoscevo Luca da poco e poco. Mi servivo al suo negozio per approvvigionarmi di tutto ciò che occorre per allevare i  miei gatti. Era una persona intelligente, disponibile, onesta e simpatica. Un uomo qualunque, grande nella sua normalità di essere veramente umano. Mi mancherà, difficilmente dimenticherò la sua solare semplicità e la sua figura alta e dinoccolata che con solerzia e gentilezza veniva sino a casa, carico di ogni mia necessità.

La notizia della sua scomparsa mi ha sorpreso e sconvolto. Sono commosso e vicino ai familiari tutti per la sua ingiusta ed immatura fine.

✍ 39 pokes

Lucia stava in bagno da ore. Non avrebbe trascurato alcun dettaglio. Da lì sarebbe uscita come una diva. Bellissima.

In realtà non c’era un gran da fare, Lucia era già bella come mamma l’aveva fatta ma, come tutte le donne, non era mai pienamente soddisfatta del proprio aspetto che, ad ogni uscita, subìva così una totale restaurazione. Senza badare a spese.

Morando era in febbrile attesa. Già da un‘ora con impazienza andava su e giù senza troppo allontanarsi dalla sua inseparabile BMW. Bruno, capelli corvini e sguardo intenso riusciva a far colpo sulle donne nonostante la sua fine butteratura del volto e quel premolare dorato che sbucava prepotentemente ad ogni accenno di sorriso. Non era nemmeno colto ma aveva quella scaltrezza, quell’astuzia ed intelligenza che si acquisiscono nella strada. Quell’aria da mascalzone sicuro di sé, intrigante che alle donne tanto piace. Nonostante ne fiutino il pericoloso narcisismo. Ma, e anche questo è notorio, le donne tendono alle sensazioni forti e vanno in sollucchero quando pensano, o le si fa credere, di essere indispensabili ed uniche.

Lucia stava dando gli ultimi colpi di spazzola ai suoi bei capelli lunghi e dorati. Il suo era stato un azzardo, almeno inizialmente, ma ora lo conosceva da sei mesi e di dubbi non ne aveva più. Morando era apparso dal nulla, una sera, con una richiesta di amicizia su facebook. Una come tante. Da allora una fitta corrispondenza virtuale aveva allentato la diffidenza e preparato all’incontro reale che era avvenuto qualche mese più tardi nell’irish pub più gettonato della città, in compagnia di amici. La scintilla , già scattata sul monitor, divenne da quella sera un fuoco che la divampò in breve.

Morando aveva fretta, ma non voleva sollecitare la donna. Era stato sempre paziente, gentile e disponibile. Una sua intemperanza, una sua sbavatura avrebbero potuto compromettere il paziente lavoro di quindici mesi. Continuava a fumare come un dannato e a telefonare.

Il porto a quell’ora era deserto. Solo sul molo est si intravvedeva qualche luce e la presenza di qualcuno.

La vecchia nave “Olimpia” aveva navigato cento e più mari. Ora, però, stava cadendo a pezzi esausta. Il comandante era legato a quella vecchia carcassa con la quale aveva condiviso tante avventure, ma era consapevole della sua consunzione e che quello sarebbe stato sicuramente il suo ultimo viaggio.

La stiva era ancora aperta, la merce doveva essere completata dall’ultimo arrivo. Poi sarebbe stata accuratamente chiusa e le ancore si sarebbero sollevate. Sebbene con un ritardo di oltre un’ora sulla prevista partenza, il comandante contava comunque di recuperare torchiando per l’ultima volta i motori dell’amata carretta, nella speranza che non cedessero in mare aperto.

Lucia salutò col solito affetto i suoi e scese in fretta le scale impregnandole con la scia inebriante del suo preferito e costoso profumo. La potente autovettura sgommò furiosamente concedendo all’asfalto un centimetro di copertoni e si diresse a tutta velocità verso il mare.

Quella sera Morando aveva promesso di farle una sorpresa in occasione della ricorrenza del giorno di S.Valentino. Lucia aveva messo il braccio intorno al collo del suo beneamato e gli altoparlanti diffondevano le note della loro canzone preferita, la stessa che aveva assecondato il loro idillio nell’irish pub. Morando era stranamente silenzioso ma la giovane donna pensò che fosse concentrato sulla guida.

Il suono della sirena dell’unica nave nel porto echeggiò contemporaneamente allo stridore dei freni della BMW. Una fioca lucetta, penzolante al vento, illuminava a stento l’auto e coloro che stavano per uscirvi. Lucia era emozionata e preoccupata. Il posto, desolato e ventoso, e quella nave malmessa le incutevano una certa paura. Morando sorrideva sornione e senza profferir parola la invitò a salire sulla scaletta, sul bastimento. Lucia sebbene timorosa salì spedita immaginando chissà quale evento sorprendente avrebbe scoperto a breve.

Due energumeni apparvero dal nulla e la sollevarono, di peso, dal ponte incuranti delle sua urla. Si girò per cercare Morando ed il suo aiuto. Non vide che il lercio ponte della nave e un grosso topo che scappava scodinzolando. Il rombo del motore della macchina, a lei ben noto , che si allontanava in tutta fretta , si abbattè su di lei come un macigno. Non si agitò più , e smise persino di urlare. Un odore nauseabondo l’accolse nella stiva dove altre trentotto disgraziate come lei giacevano legate ed in lacrime.

Il viaggio fu abbastanza lungo e travagliato per il mare in tempesta e per la fiacca dei motori insensibili ormai a qualunque sollecitazione. La nave attraccò ad Odessa la notte successiva, con tre ore di ritardo.

Le trentanove sciagurate vennero immediatamente immesse al lavoro. Nei peggiori bordelli dell’europa dell’est. Lucia pur potendo tentare, non volle mai scappare. Avrebbe condannato a morte certa il padre e la madre.

Morando dalla sua bella postazione tecnologicamente avanzata, continua a mandare poke, richieste di amicizia ed inviti e ad imbarcare merce.

☂ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale