✍️ solo ogni tanto

Aggrappato alla spalletta della tolda, sotto un sole che picchiava forte a dispetto della stagione sbagliata, il corpo di Cora sembrava come disattivato, privo di vita. Chi l’avesse visto, in quel  momento, avrebbe avuto di certo l’impressione di trovarsi al cospetto di un manichino fissato al parapetto. Una trovata poco originale del comandante per attestare la stabilità e la sicurezza del suo battello. Quella sagoma inerte, invece, stava parlando col vento, e il vento le stava rispondendo. 

I gabbiani, intanto, annunciavano garruli la terraferma, e la ciurma proseguiva tranquilla e operosa nel dovuto impegno  per far procedere la nave verso la sua destinazione

Nella plancia il comandante manteneva, senza alcuno sforzo e preoccupazione, la rotta che sapeva a menadito. Per un vecchio lupo di mare, quale era, le procelle infide che, di tanto in tanto, increspavano l’immensa distesa d’acqua non potevano di certo impensierirlo. Semmai i crucci, quelli sì, venuti a galla d’improvviso a tormentarlo. Compagni di viaggio che, con l’avanzare dell’età, si erano moltiplicati e incarogniti, al contrario di quanto pensasse e sperasse. Tra questi, il più grosso, quello di non aver fatto nulla per evitare la dissoluzione della sua famiglia. Chissà magari di esserne stato persino l’artefice unico. Per un certo tempo sembrò potesse resistere a qualsiasi intemperie, saldata nel bene come era certo che fosse. Invece si sbagliava, e parecchio. Sotto quel tetto convivevano, per necessità, individui indifferenti gli uni agli altri. Individui che spartivano, in mancanza di meglio, un po’ di spazio al coperto e un tozzo di pane. In maniera impercettibile quanto irreversibile si era rivelata  solo un coacervo di parole omesse e rancori insabbiati. Un posto da cui scappare, e gente da cui stare alla larga. 

Il guardiano del faro scrutava l’orizzonte nel  mentre sorseggiava un pessimo caffè annacquato. Il ritardo del cargo avrebbe permesso, con suo immenso piacere, di evitare un sia pur fugace contatto col comandante. Uno degli invisi quanto forzosi coinquilini della sua giovinezza, il maggiore e il peggiore. Perciò benedì quell’evenienza e accolse con grande sollievo il suo cambio. Allontanandosi in fretta a raggiungere la tana in cui solo e ramengo sprecava consapevolmente il tempo, in attesa che l’ineluttabile ponesse fine a un’esistenza infelice. Costellata sì da caterve di errori e cattiva sorte ma, fondamentalmente, dall’assenza di sentimenti, veri e duraturi. Esalati inopinatamente quelli che credeva scritti col sangue, frantumati in mille coriandoli fetidi quelli sanciti dalle carte. 

Cora, come clandestina esperta, sbarcò solo quando fu sicura che a bordo non fosse rimasto che il solo mozzo, di certo ciucco. Alle due del mattino, dunque, mentre il resto dell’equipaggio smaltiva nelle taverne e nei bordelli il fascino del periglio, lasciò la nave e si diresse verso l’austera dimora vittoriana in cui era nata e cresciuta, in mezzo a perfetti sconosciuti. Col cuore in gola, angosciato dalla paura nel dover rivedere quei volti ipocriti e malvagi, si accinse a varcare la possente soglia di quercia pronta, comunque, a tutto. Persino a perdonare.

Per un attimo, prima di abbassare la maniglia, riaffiorarono sgradevoli, seppur sbiaditi, i ricordi anche degli uomini che avevano svilito il suo destino. E l’amaro sapore dell’indifferenza assoluta in cui era sempre vissuta, sin da bambina, divenne fiele.  Eppure, per farla felice, sarebbe bastato che qualcuno si fosse solo ogni tanto preoccupato per lei. Non altro, pur nella dedizione assoluta pretesa. 

La luna, fino ad allora acquattata dietro il crinale, decise che era ora di fare un ingresso trionfale nel cielo blu cupo della notte. E ridare splendore alle colline assediate dalle tenebre e a quella donna assediata dalla sofferenza. Fu così che Cora sollevò la mano, finalmente decisa a non sprecare altro tempo, altra vita in inutili recriminazioni e dannosi incontri . 

Sul pontile deserto che la riportava a bordo, si disfece dei suoi vestiti gettandoli in mare, il più lontano possibile. Chi avesse visto quel corpo in quel momento, nudo e sorridente sul cassero di poppa al rifulgere della luna, avrebbe potuto testimoniare sul suo primo momento di felicità.

Quel bastimento che procedeva pigro , baciato dagli astri, era un bersaglio fin troppo facile. L’avesse incrociato solo qualche mese prima, quando ridicoli sogni di gloria si ostinavano a dispetto della disfatta , non avrebbe avuto dubbi. Il capitano del sommergibile mantenne, così, in pancia i siluri già pronti a colpire e, ritirato il periscopio, s’immerse rapidamente negli abissi. Un eliso a confronto con casa sua.

✍️avanti e indietro (∞ O205)

Olympus Digital Camera

Discussero per ore e ore, andando avanti e indietro sul pontile accarezzato dalla brezza e dal sole, e ad un certo punto sembrava riuscissero a convenire. Quando però si accomiatarono, le loro opinioni riaffiorarono indenni.

Pontile di Bagnoli, marzo 2019

✍️ la busta verde

L’ingordigia dell’erario, già maligna nella misura in cui è poderosa solo con chi non può difendersi, addiviene a perfidia nella fase di esazione. Laddove una miriade di inezie e cavilli, perlopiù formali, diventano ostacoli insormontabili. Sadici trastulli per ottusi burocrati acciocché i malcapitati abbiano a sputare sangue, oltre che soldi.

Reduce, dunque, da una mattinata infernale passata nei meandri di polverosi e puzzolenti uffici dislocati in ogni dove, rimpallato da una sfinge all’altra, vagò ramengo nella speranza di stemperare le tensioni accumulate.  Sino a ritrovarsi, all’improvviso, sulla litoranea, nel tratto che inizia a inerpicarsi sulla collina residenziale convertendosi in panoramica. 

Nonostante i molti chilometri percorsi, a lento passo e godendo della vista del mare e del frizzante libecciolo, si sentiva ancora sconvolto e privo di forze per la dura battaglia che l’aveva coinvolto suo malgrado, e per le pretestuose ammende che avevano fatto esorbitare la dazione. 

Fu così, mentre ancora stentava a digerire i rospi ingoiati, che s’imbatté in sua moglie. Sulla spiaggia proprio sotto di lui, a venti metri dal muretto da cui si era appena sporto per rimirare la scena balneare. Distesa e in estasi, coperta da un uomo e da un asciugamano. Incredibilmente impegnata a fare sesso, a dispetto del luogo pubblico, dei bambini vocianti tutt’attorno, e della sua età attempata.

Il primo impulso fu omicida. Divelta la gamba di una sedia sgangherata dal vicino cumulo di spazzatura, si diresse spedito verso l’ingresso del lido anche se, in quei pochi metri, s’accorse d’aver già perso spinta. Determinazione. Perciò non si meravigliò affatto se, una volta ivi giunto, non l’oltrepassò. 

Liberatosi del pezzo di legno, lanciandolo laddove l’aveva raccolto, si piazzò sul muretto di contenimento e rimase per un bel po’ a osservare le gesta degli amanti. Meditando sul da farsi e sull’identità dello stallone, per quel poteva importare.

L’improvvisa e inattesa irruzione di un plotone di nuvole nerastre, rabbuiò una giornata già nata amara. Una giornata che stava per spalancare le porte alla legge, le cui mille e più facce sarebbero state oggetto di congetture, interpretazioni e concioni per legulei e giusdicenti. Plastilina da modellare e rimodellare a loro esclusivo uso e consumo, per anni e anni. Un’odissea infinita da cui sarebbe uscito prostrato, perdente e povero.

Meglio calpestare dignità e orgoglio, pensò rientrando a casa, che finire sotto i ponti della tangenziale. Si preparò, pertanto, a un bel sorriso di convenienza e a un bacio di bentornato. Coi groppi in gola che andavano su e giù, senza posa nel  mentre evaporava il romitorio dell’arcipelago delle Andamane.

La sua signora ebbe modo di ripensare molte volte a quella sera, anche sulla spiaggia e sotto coperta. Al profluvio di lacrime che sgorgò impetuoso quanto inconsolabile sul volto del marito alla consegna di quella busta verde che aveva trovato nella cassetta delle lettere rincasando. Evidentemente, concluse, era stata fin troppo generosa nel considerarlo solo un povero fallito. E seppellì il rovello nella sabbia ardente. 

 

 

 

 

✍ oltre il confine

 

L’ignaro viandante che, risalendo la via Santa Lucia, spinto dalla curiosità, volesse inoltrarsi nel dedalo di vicoli che si dipanano verso l’entroterra, non rimarrebbe affatto deluso. Si troverebbe, infatti, immediatamente immerso e perso in una folla brulicante e in un guazzabuglio di urla, schiamazzi e afrori, e non potrebbe fare altro che lasciarsi trasportare senza opporre alcuna  resistenza. Rapito da una baraonda di attività disparate a lui perlopiù sconosciute, e dagli umori degli sciamannati autoctoni che, disperdendosi agevolmente a dispetto dell’intrico dei budelli, raggiungono chiunque e dovunque. Non vi sono segreti in quel conglomerato di tuguri, scuri e scrostati, che si affastellano senza soluzione di continuità e che formano l’antico borgo marinaro del pallonetto. Il mare, un tempo incline a lambire i primi casamenti e a spargere benefica brezza salmastra, è scomparso a valle. Risucchiato e conquistato dall’opulenza della gente perbene, dalle facciate linde e sontuose, dalle terrazze infiorate. 

Seduta sul muretto del lungomare, una giovane donna è stata per ore sotto il sole, e al cospetto del mare, il suo mare. Lo stesso in cui, da piccola, si divertiva a bagnarsi i piedi o a scalfire coi sassi, non appena varcata la soglia del basso.  Uno fra i tanti che intarsiano i tuguri del pallonetto e che, pur nella loro angustia, riescono ad accogliere tutto. Non è stata colpa sua se si è dovuto arrendere. È stata la protervia dei progresso a farlo arretrare, apponendo barriere invalicabili nel mezzo per impedirgli di poter tornare indietro. Ma non certo a soffocarne il canto.

Ripresosi il mare, dunque, la giovane donna, impregnata di salsedine, si accinge a oltrepassare il confine tra il dabbene e il reietto, per tornare a casa. A passo svelto si districa indifferente tra le lamiere che surriscaldano l’asfalto della strada maestra, laddove un tempo era risacca. E, in un lampo, caracolla felice fra i vicoli che conosce a menadito, come le asperità dei basoli su cui poggia lieve i piedi scalzi.

Il marito e i figli della donna stanno per sedersi a tavola. È domenica, una come tante, e a quell’ora il profumo del ragù si è già espanso per l’intero basso. Perciò allunga ancor più il passo, anzi vola, perché non può più tardare. Non è mai mancata. 

Scorda sempre che i commensali non iniziano senza di lei, non prendono posto sino a che non sono presenti tutti, sino a che la porta non si spalanchi, vinta da una folata impregnata di salsedine.