‚úćūüŹĺ il sogno di una vita

Steso sul pagliericcio, sotto la tenda, pass√≤ l’intera giornata a pensare. Nascondendosi cos√¨ alle abituali corv√©e mai prima disattese.  Ma oramai non aveva alcuna importanza, pi√Ļ niente aveva importanza, poich√© l’abisso lo aspettava a fauci spalancate.

Solo un miracolo avrebbe potuto salvarlo dall’inevitabile. Gli assalti alla baionetta si susseguivano, ormai, senza posa e presto o tardi sarebbe stato infilzato come un tordo. La battaglia era ormai persa. La guerra era persa e, seppur con altri colori, tutto sarebbe stato come prima, se non addirittura peggio. Una inutile, crudele mattanza di disgraziati.

Sentiva, in cuor suo, di avere le ore contate. Le ultime di quella vita in cui era stato catapultato senza averne fatto richiesta,  per eseguire e tramandare, pedissequamente, regole e consuetudini stabilite da altri chiss√† quando. Sprecando gli anni, seppellendo il tempo migliore. 

Su questa strada da altri tracciata, dunque, nulla aveva fatto per cambiarne il percorso. Attanagliato dal timore di pensare e camminare con la propria testa, di dover affrontare scelte e conseguenze, di gioire e  soffrire. Senza aver vissuto, in sostanza. Persino nei sentimenti s’era fatto guidare dal buon senso e dagli schemi predefiniti. Se Assunta, dunque, non fosse stata di buona famiglia e docilmente consapevole dei suoi doveri, se non fosse stata aggraziata nel corpo, probabilmente l’avrebbe scartata.

Non aveva, dunque, scampo. Nessuna speranza di poter essere ricordato e rivivere almeno nel ricordo di sua moglie e dei suoi figli. Al pi√Ļ la sua solita immagine sbiadita, dopo aver occupato le loro esistenze, avrebbe invaso sgradevolmente i loro sogni. Forziere inespugnabile di tutti in ricordi.

Qualche lontano colpo di cannone, e lo scrosciare insistente della pioggia lo distrassero per qualche minuto. Si affacci√≤ giusto un attimo per constatare quanto il cielo fosse cupo, come il suo animo, e foriero di calamit√†. 

Nell’avanzare verso il nemico, il giorno seguente, sotto uno splendido cielo terso e assolato, a dileggio della stoltezza degli astanti, stranamente si sent√¨ sereno, svuotato di ogni emozione e pensieri. Leggero, dunque, e pronto ad affrontare con grande determinazione il suo destino.

Dopo un lungo ed estenuante viaggio, impolverato da capo a piedi, raggiunse finalmente il sentiero che l’avrebbe riportato a casa. Il cuore, che d’improvviso gli balz√≤ in gola battendo furiosamente, e la stanchezza, che gli piomb√≤ addosso come un macigno, lo costrinsero a fermarsi. A riposare qualche minuto.  Si stese, perci√≤, su un mucchio di sterpaglie nel vicino sottobosco e, in un attimo, si ritrov√≤ protagonista di un sogno. Talmente bello che non ne sarebbe pi√Ļ uscito.

 

‚úćÔłŹ la porta

Conobbi Wanda per puro caso in una libreria, dove entrambi eravamo entrati per perdere un po’ di tempo. Non andammo mai oltre la conoscenza, sentendoci e vedendoci solo quando tempo e voglia lo consentivano. Evitammo, come da tacito accordo, confidenze e intimit√†, lasciando che le tematiche di ampio respiro, di grande portata fossero i nostri argomenti di conversazione e occasione di incontro.

Fu così, dunque, che una sera, al tavolo di una fumosa sala da tè, appresi la sua teoria sulla porta. Sulla porta che si spalanca ogniqualvolta si sogna.

Pur stimandola profondamente la sua ipotesi mi lasciò piuttosto perplesso, convinto anzi che, seppur suggestiva, fosse alquanto fantasiosa se non balzana.

Wanda sosteneva che nel sonno, nei sogni si annulla il labile confine tra i vivi e i morti. Giacch√® √® proprio nel sonno che la vita si avvicina di pi√Ļ alla morte (dormire √® un po’ morire, disse testualmente), ed √® nel sogno che i morti hanno la possibilit√†, sia pure per un tempo limitato, di lasciare l’aldil√† , e mettersi in contatto con chiunque vogliano.In piena libert√† d’azione e senza alcun vincolo spazio-temporale.¬†

Da quella sera, per un insieme di circostanze avverse, non ci incontrammo pi√Ļ, ci perdemmo di vista. Per molto tempo, e in pi√Ļ riprese, tentai di rintracciarla ma sempre senza successo. E mi piacque pensare che anche lei avesse fatto l’impossibile per trovarmi.

La rividi,¬†inaspettatamente e con grande gioia, una sera di tanti anni dopo,¬†identica a come l’avevo vista l’ultima volta. Sorseggiava un t√® bollente, nel solito posto, e mi sorrideva sorniona. Non ebbi modo, per√≤, di raggiungerla ed abbracciarla, n√© di capire se fosse il suo di sogno o il mio,¬†poich√© la porta si chiuse all’improvviso.

immagine presa dal web

‚úćÔłŹ appaloosa

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La prima volta che l’incontrai fu dopo il primo o secondo vagito, o terzo non ricordo bene. Il mio √® un ricordo ricostruito, elaborato e sostenuto dai successivi incontri, quando ormai era maturata a dovere la mia memoria, la capacit√†¬†del mio cervello di poter resuscitare a suo piacimento le tracce del passato. Emerse all’improvviso tra i fumi di vapore e sudore che ammorbavano il teepee e, dopo essersi avvicinata quasi sino a toccarmi, si allontan√≤ immediatamente sorridendo appena e salutandomi con la mano.¬†

Il secondo incontro, registrato da una memoria ormai¬†efficace, ¬†avvenne quando caddi da un albero, frugando tra i rami nella vana speranza di catturare uno scoiattolo. Mi apparve ancor prima che qualcuno potesse accorrere e, con parole semplici, mi raccont√≤ di quel che mi sarei dovuto aspettare. Era sorridente e, pur smunta e¬†esangue, dai tratti spigolosi e irregolari, mi fu simpatica. All’arrivo di mia madre si dilegu√≤ salutandomi con la solita mano oscillante.

Mia madre era una Yaqui, e io un mezzosangue. Frutto di una scorribanda di soldati a cavallo. Perci√≤ inviso a entrambe le parti, sporco indiano per le giacche blu e viso pallido per la trib√Ļ che, a stento, mi tollerava. Vivemmo emarginati nell’accampamento¬†fino a quando non fu raso al suolo in una delle¬†tante incursioni con cui si divertiva l’esercito. Anche in quell’occasione la vidi, quantunque fu un incontro fugace rimarcato dal suo volto inespressivo in uno con la mano svolazzante.

Scampato allo sterminio¬†grazie alla mia pelle¬†pressoch√© bianca, dovetti in fretta adattarmi in una¬†realt√†¬†a me sconosciuta quanto ostile. Imparai, in fretta, ci√≤ che di bello c’era e quello di brutto che, ai mie occhi, sembrava preponderante e smisurato, ingiusto. Cercai anche di avvicinarmi al Dio dei vincitori ma, pi√Ļ passava il tempo, e pi√Ļ mi¬†appariva come una entit√† fasulla, una sorta di diversivo o appiglio per illusi e disperati. E, di certo, pur volendone ammettere l’esistenza, una entit√† alquanto bislacca se non francamente crudele, visti i¬†crimini e i soprusi cui dava il beneplacito. Ciononostante ebbi una crisi mistica, di breve durata per¬†fortuna, in cui cercai di credere con tutte le mie forze,¬†dibattendomi ferocemente con la mia ombra dissidente e recalcitrante, infaticabile.¬†

Altri incontri avvennero quando mi sposai, con una altra mezzosangue conosciuta in un bordello, quando mi amputai una mano mentre posavo una rotaia che avrebbe condotto il progresso e quando mi ammalai di tifo. E una altra volta ancora, che pensavo davvero fosse quella giusta, quando Frank Griffin, un rinomato e ricercato bandito, mi sparò reo di averlo fissato troppo a lungo. Finita la convalescenza decisi che ne avevo abbastanza. Mi ritirai così nella riserva, tra la mia vera gente, per riprendere quella vita che avevo smarrito e vilipeso tra le strade fangose di Tombstone. 

Era una bellissima notte stellata quando con la sua mano stretta nella mia ci avviammo, a cavallo, verso l’immensit√† del deserto di Sonora.

 

 

‚ąě Donna Concetta

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Napoli, Cimitero delle Fontanelle, luglio 2017: Donna Concetta

 

 

Il cimitero delle Fontanelle accoglie circa 40.000 resti di persone, vittime della peste del 1656 e del colera del 1836. Tra questi, pare, anche quelli di Giacomo Leopardi (morto agli inizi del 1837). Tuttavia al riguardo le tesi sono contrastanti e dibattute e ancora oggi non è certo che le spoglie conservate al Parco Virgiliano, sempre a Napoli, appartengano appunto al poeta.

Quasi ogni teschio (detto anche “capuzzella”)¬†conservato religiosamente¬†in questa¬† immensa caverna tufacea incuneata nel quartiere Sanit√†, √® oggetto di rispetto¬†e devozione. Sino alla adozione, acciocch√© l’estinto (o l’estinta) possa¬†vegliare e proteggere, cos√¨,¬†la vita e i sogni di chi ne ha cura. Soprattutto nei momenti critici o per eventi negativi quali, ad esempio,¬†una malattia o un dissesto finanziario.

Le numerosissime testimonianze di gratitudine manifestamente attestano la prodigiosa magnanimit√† di Donna Concetta, nota anche come la “capa che suda” (poich√©¬†il cranio¬†appare lucido per l’umidit√†). Alla quale √® stata destinata anche una collocazione privilegiata, al riparo in¬†quella teca aperta nota come scarabattola.

 

 

 

 

 

‚úćÔłŹil bistrot di antoine

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La guerra finì, come prevedibile, dopo anni di cruente battaglie e inutili carneficine. E con il fiume di sangue innocente il conto in banca e il potere dei politici e dei traffichini che l’avevano scatenata lievitarono in modo esponenziale. Senza nemmeno che dovessero muovere il culo dalle loro comode poltrone. Blaterando  demagogiche quanto logore puttanate, buone solo per i gonzi e i complici.

 

Antoine dormì per tutta la durata del viaggio che lo riportava a casa. Il rollio del treno agevolò facilmente la spossatezza accumulata, vincendone le resistenze adrenaliniche di cui era ancora impregnata. E il sonno esplose improvviso quanto profondo, insensibile persino alle lunghe fermate nelle stazioni intermedie, e agli spintoni dei suoi compagni di viaggio. Stipati come sardine.

 

Il suo comandante, una divisa immacolata crudele quanto ottusa a rivestire un fallito imbecille, lo redarguiva con il volto deformato dalla rabbia, con gli occhi che pareva dovessero esplodere fuori dalle orbite da un momento all‚Äôaltro. Minacciando la corte marziale se non fosse tornato immediatamente al fronte, se non fosse sceso, da vile qual era sempre stato, da quello sporco treno ricolmo di traditori e disertori. Estrasse persino la pistola, puntandogliela contro pronto a sparare se non avesse obbedito al suo ordine. Tra uno scossone e lo zefiro sgradevole di un peto, il tenente Junod, per fortuna, fu inghiottito nel nulla e al suo posto comparve Alain, il piccolo e timoroso Alain. Morto quasi subito, ai primi fuochi, ai primi assalti. Sorrideva, sembrava contento ma, sul suo volto smunto, traspariva una vena di tristezza. Alain gli dava una busta, una lettera da consegnare alla sua amata Louise, di cui conservava una foto gualcita dalla quale non si separava mai. Il boato di una granata interruppe la consegna e Alain sarebbe ruzzolato¬†se non fosse stato prontamente sorretto da Eug√®ne, il gradasso. Anche lui era caduto sotto i colpi del nemico sin dalle prime scaramucce, con spavaldo coraggio. Quello tipico dell‚Äôincoscienza della giovent√Ļ contaminata da insidiose quanto criminose¬†falsit√†: il coraggio, la patria, la bandiera, l‚Äôonore e un nemico da odiare. Con il ciuffo biondo sugli occhi Eug√®ne gli ricord√≤ l‚Äôappuntamento al bistrot. Per annaffiare col beaujolais il loro ritorno in patria. Circondati dall‚Äôallegria di qualche avvenente donnina. La madre, per√≤, s‚Äôintromise nell‚Äôaccordo, sgomitando tra le divise, e zittendo il prestante Eug√®ne, con finto cipiglio, gli inib√¨ ogni accordo: la famiglia e la tenera Madeleine avevano aspettato gi√† troppo, macerate dalla paura, tormentate da anni di cattivi pensieri. Quando vide Madeleine, appena dietro la madre, il cuore di Antoine sobbalz√≤: era pi√Ļ bella di quando era partito, e le sue guance appena arrossate dalla timidezza le davano un tocco di innocente malizia. Avrebbe voluto alzarsi e stringerla a s√©, ma non ebbe la forza di farlo. Era come incollato al sedile. Madeleine, invece, si mosse. Avanz√≤ verso di lui, gli tese le braccia e stava per raggiungerlo quando uno scossone e uno stridio la sospinsero lontano, chiss√† dove, sepolta tra un mucchio di divise in fondo al vagone. Il padre, invecchiato assai, incurvato sotto il peso dei travagli, lo osservava in silenzio, cogli occhi che luccicavano di felicit√†. E non si mosse pi√Ļ, rimase l√¨ fermo impalato, in silenzio anche quando arrivarono, urlando e schiamazzando, i suoi commilitoni Pierre, Auguste e Victor. Tutti caduti in una bellissima notte stellata, una notte fatta per apprezzare la vita e non per¬†morire a comando. ¬†

 

Lo scrollone deciso di una mano ferma e forte lo ridestò. Il treno era vuoto e fermo, il viaggio era finito. Camminò con passo svelto riassaporando l’aria e gli umori natii, anche se sembrava nessuno facesse caso a lui. Raggiunse l’angolo del boulevard col cuore che batteva all’impazzata, impaziente ormai di riabbracciare i suoi e Madeleine. Appena giratolo, però, trovò Eugène davanti al bistrot che lo attendeva sorridente.