Storie

✍️non uno di meno

fullsizerender

Chissà perché quel giorno decide di usare le scale, e non l’ascensore. Mai, come in quel preciso istante, le sue porte spalancate e la cabina vuota e linda ne invitano l’uso.

Eppure, dopo un rapido sguardo, e senza pensarci due volte, decide di cimentarsi nell’impresa di raggiungere a piedi il suo ufficio, al 9° piano. Cosa mai fatta in 15 anni di onorato servizio.

Ed è così, mentre fissa i gradini con la testa bassa a scorrazzare altrove, che va a sbattere sull’avvenente creatura di cui è segretamente innamorato da centinaia di chilometri di saliscendi ferrato.

Lo scontro è frontale e duro, tra il 3° e il 4° piano. Dove la donna quotidianamente scende a rapporto. Lei con la testa per aria, nel tentativo di scansare le esalazioni del suo sentimento guasto, scaduto.

Ruzzolano avvinghiati, per istinto. Coi nasi attaccati, coi fiati mischiati, con gli occhi abbagliati. Quegli   attimi sono sufficienti, bastevoli   per   intravedere la      dolcezza che affiora nell’animo di quel goffo individuo. Una epifania a lei del tutto sconosciuta. Dopo le scuse di rito, e con passo incerto, ognuno riprende il suo cammino. Lei, però, nascosta dietro una porta, l’osserva  finché non vede la sua sagoma sparire nella rampa.

Inebriato del suo profumo vola alto fra le nuvole l’intera giornata, la più lunga della sua insignificante esistenza. È stanco, ha le tasche piene di quel mortifero tran tran, vorrebbe scappare, evadere per poter finalmente fare incetta di emozioni e sentimenti. Vivere, manipolando  a suo uso e consumo tutti i milioni di secondi avuti in dotazione, non uno di meno, per stravolgere il tempo. Senza più lasciargli campo libero.

Un singulto di disperazione, improvviso quanto acuto, lo scaccia dalla nuvola su cui stava così bene, per riconsegnarlo alle scartoffie e all’orologio.

L’edificio, un onusto parallelepipedo alla periferia ovest della città, è deserto quando l’ascensore tocca il piano terra e lo scaraventa, ancora in trance, sulla strada di casa. Lo stesso pavé dove ha già depositato lei,  decisa ad affrontare quella percezione, quella attraente promessa.

Ma, nel preciso istante in cui sta per farsi avanti, si blocca. Domani, ci penserà domani.  E con la testa fra le spalle ritorna sui suoi passi, sospinta dal suo tempo. 

 

Annunci
Standard
Storie

✍ Gli occhi azzurri del giornalaio

Il freddo è intenso, pungente. Il cielo è plumbeo ed inizia a vomitare fiocchi leggeri e fitti che, una volta a terra, si accavallano, si intrecciano formando una coltre grigiastra e scivolosa.

L’uomo avanza con cautela, nonostante calzi delle waterproof boot con suola rinforzata in para. Il cappello, un consunto borsalino chiazzato di bianco, è calato sugli occhi e il bavero del pesante cappotto è alzato a riparargli il collo. I suoi occhi sono fissi nel vuoto, neri e penetranti. E le rughe, le zampe di gallina, sono così marcate da sembrare finte. Grossi sbuffi di vapore fuoriescono dalle narici ghiacciate. Una gocciolina di muco è appesa sulla columella e, sebbene sembri crollare da un momento all’altro, rimane lì, invece, come se fosse incollata. La strada è deserta. A quell’ora sono tutti al caldo, a casa, davanti a tavole imbandite con ogni ben di Dio. Ogni tanto grosse fiammate fendono le nubi e si sfilacciano in mille puntini variopinti. E qualche botto stressa i timpani congelati.

Il semaforo lampeggia fisso. I lampioni, cullati da un leggero vento gelido, creano giochi di luci ed ombre in continuazione. Un’auto ricoperta di neve e coi finestrini appannati sfreccia sul viale sprigionando grumi di neve frammisti ad acqua sporca, fino a dileguarsi nel nulla. La mano inguantata lascia, per un momento, il calore della tasca e spazzola via, dal cappotto e dai pantaloni umidi, quella poltiglia seminata dall’automobilista solitario.

L’uomo, ora fermo sul marciapiede, osserva e ricorda. Quei negozi, quelle insegne e quei palazzi non c’erano quando era andato via. Scomparso il tabaccaio all’angolo e il barbiere col suo cilindro girevole illuminato da una spirale bianca e rossa. L’asfalto ha sostituito il vecchio e caro pavé sul quale, da ragazzo, aveva scapicollato con la sua bici. La valigia di cartone non l’ha buttata. La conserva gelosamente nel ripostiglio. Con quella, tenuta insieme da una vecchia cintura, aveva attraversato l’oceano e in momento si era trovato in un’altra dimensione. Quanta diffidenza e pregiudizi, ed umiliazioni, aveva dovuto sopportare prima di poter far capire che era un essere umano, in tutto uguale agli altri, e che aveva anche capacità ed intelligenza per far bene il suo lavoro.

Nessuno sa che è tornato. Non ha avvisato nessuno. Anche perché non c’è nessuno da avvisare. Tutti i suoi parenti sono morti o partiti. Ed i suoi amici chissà che fine hanno fatto.

La nostalgia, talvolta, fa brutti scherzi. E la patria, nonostante sia stata ingrata e malvagia, insensibile e truffaldina, spietatamente ladra, rimane ancorata tenacemente in fondo al cuore. Il passo ora è lento. Vuole respirare l’aria dove è nato. Calpestare il suolo dove è diventato uomo. Rivedere il cielo che l’ha visto felice e sofferente, amare e patire.

Il vecchio signore intabarrato che, frettoloso, lo sfiora ha un viso noto. È il giornalaio. Si è incartapecorito, ha perso i capelli ed è diventato grasso. Ma i suoi occhi, azzurri come il mare, sono sempre gli stessi, vivaci e frizzanti. E buoni. Ha ancora dei debiti da saldare con lui. Fumetti e riviste date sulla parola. Si gira, vorrebbe chiamarlo, parlargli. Ma la voce gli si strozza. Rimane anchilosata nella glottide.

Il notaio sarà morto. Al posto della targa c’è rimasto solo il segno. Quanti soldi e speranze sono entrati ed usciti da quel portone. Fasci di documenti da autenticare e poi consegnare o spedire per partecipare a concorsi risaputamente truccati. Riservati ai figli della nomenclatura e a tutti quelli capaci solo di saper leccare il culo, e nel momento giusto, a questo o quel politico. L’andazzo non è cambiato. Anzi si è fatto ancor più audace e sfacciato. Col risultato che il paese è infarcito di cazzoni e nullità che accampano pretese e son pagati fior di quattrini. E, ora, sprofonda nel degrado e nell’inefficienza. Abbandonato necessariamente da tutti i suoi migliori cervelli. Irriso e schernito in tutto il mondo.

La stazione è popolata solo da poveri cristi accartocciati sotto i termosifoni. Il primo treno parte all’alba. L’uomo non ha fretta. Vuole assaporare fino in fondo le emozioni del passato. Riappropriarsi, anche se per poco, delle sue radici. Sentirsi a casa. Le esplosioni e i fuochi di mezzanotte lo trovano lì, seduto in sala d’attesa, imbacuccato ed infreddolito. Il fischio del capostazione scuote il torpore in cui, per  mezz’ora, è caduto. Il  convoglio è pronto sul binario. La neve è alta. Piove fitto fitto e si gela. L’uomo, dopo essersi sgranchito le ossa, si avvia lentamente verso il treno, verso la sua vita. Sa perfettamente che non tornerà mai più.

Con la testa fuori dal finestrino, incurante del freddo e dell’acqua piovana, guarda la sua culla intensamente, per imprimerla meglio nella memoria. Finché rimane in vista. Le stille di tristezza, di malinconia sono immediatamente portate via dalla pioggia.

✡ ogni riferimento a persone, cose, fatti o animali è puramente casuale

Standard
Storie

✍ Il sole ha portato via tutto

Ride. Nonostante la caduta al suolo.

Il pavé è micidiale. Mancanza di cubetti e assenza di manutenzione lo hanno ridotto peggio di una mulattiera. Gli occhi non debbono mai staccarsi da terra per evitare di precipitare in buche più o meno grosse e profonde con esiti nefasti per le caviglie, le ginocchia o il cranio. L’attenzione, poi, deve essere decuplicata quando comincia a cadere la pioggia. L’acqua piovana e i liquami che raccoglie e diluisce dai cumuli di immondizia accatastati in ogni angolo, trasformano la pavimentazione in una vera trappola mortale.

Si rialza, sempre sorridendo, e si appoggia sulle mie spalle. Non dice una parola ma i suoi occhi esprimono gioia. È da tempo immemore che non ci incontravamo. Ed il silenzio tra noi è più eloquente di mille parole.

Il bar in piazza ci offre l’occasione per passare qualche momento di serenità. Il caffè è forte, bollente e i suoi occhi non si staccano dai miei. Come del resto i miei dai suoi. Non riesco ancora a crederci. Pensavo fosse impossibile. E invece eccolo lì, a pochi metri da me.

Il cielo è cupo, plumbeo. Chissà che quelle colonnine fitte fitte di minute gocce d’acqua in realtà non siano lacrime, di tristezza, di compassione.

I rumori del traffico, della gente ci giungono attutiti, ovattati. I suoi occhi scintillano quando gli offro una sigaretta. L’afferra con avidità e con avidità ne aspira il fumo. Chiude gli occhi estasiato e mi dice che non ne toccava una da  ventidue anni. Poi mi invita a parlare, a raccontare tutto ciò che è accaduto durante la sua assenza.

La pioggia ora cade violenta. Bagliori vivissimi, zigzaganti, squarciano le nuvole ingrossate, gonfie e nere. La commozione si è tramutata in disperazione e il pianto è ora incontenibile. Una marea di liquami di ogni specie si organizza in cento rivoli. Sembrano torrenti. Qualche vecchio tombino salta, lasciando fuoriuscire un getto violento di acqua sporca dalle fogne. Ombrelli sradicati dalle mani, e divelti, volano chissà dove.

Una donna esce correndo da un portone. Grida, è spaventata. Un uomo la insegue da presso e brandisce un grosso e scintillante coltello. Non può andare lontano. L’uomo è più veloce ed il suo volto esprime furore, odio.

Seduti al bar, imperterriti, osserviamo in silenzio la scena. Mi alzo istintivamente per raggiungere quei due. Ma la mano, ben salda, mi afferra il braccio e mi trattiene. Mi invita a riprendere posto. La verità, mi dice, spesso si manifesta in modo equivoco, ambiguo. E ciò che sembra malvagio, ingiusto può invece nascondere l’esatto contrario. Faccio fatica a seguirlo. Vedo una donna in grave pericolo. E un uomo con un grosso coltello le cui intenzioni son ben chiare.

Una buca ricolma d’acqua lurida è fatale, fa inciampare la donna. L’uomo le piomba addosso in un attimo e alza il braccio per sferrare il fendente. Il coltello trafigge l’addome, da parte a parte, lasciando intravedere pezzi di intestino immersi nel sangue che cola a fiotti. Il volto dell’uomo esprime sorpresa, dolore e impotenza. Resta un attimo paralizzato goffamente in quella posizione, prima di rimettersi in piedi. Lancia via il coltello, lontano. Porta le mani sulla pancia squarciata, istintivamente, per fermare il sangue e bloccare le viscere. La donna ride. Stesa  sul pavé, si sganascia dalle risate. L’uomo stramazza  senza più vita. Il lamento monotono di un’upupa risuona lontano.

La pioggia è ora così fitta, impetuosa e nebbiosa che a stento riusciamo a vederci, sebbene vicini. Per qualche secondo non riesco ad intravederne la sagoma. Poi, d’improvviso, l’acqua smette di cadere. Le nubi si diradano e la luce del sole illumina ogni cosa. La sedia di fronte alla mia è vuota. Mi giro e rigiro nella vana speranza di rivederlo. E in questa escursione mi accorgo che la strada è libera, vuota. Di quei due nemmeno l’ombra. Il lamento monotono di un’upupa risuona lontano, molto lontano.

✭ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale

Standard
Narrativa, Saggistica & Poesia, Storie

✍ Attaccato al tram

La strada era interrotta. La pioggia intensa degli ultimi giorni aveva fatto crollare un vecchio muretto, i cui detriti, le cui pietre si erano riversati sul pavè già abbondantemente disconnesso. La moto perciò rimase bloccata. Non poteva procedere e il guidatore m’invitò a proseguire a piedi.

La strada era in discesa, scivolosa e infida, e dovevo fare attenzione a non camminare in fretta e a poggiare bene i piedi sul selciato. I panni stesi ai balconi garrivano al vento, pur fradici d’acqua piovana. Arrivai in piazza della Carità a sera inoltrata. Il traffico era, al solito, caotico e dall’altra parte della piazza, vidi mio fratello che discuteva animatamente con un signore corpulento, sanguigno e con un naso grosso e deformato dal rinofima.

Mao, il mio british longhair grigio, se ne stava placidamente disteso su un asse di legno color ciliegio. In compagnia di un certosino dagli occhi celesti, con un mantello della stessa tonalità. Si guardavano e miagolavano, come se stessero discorrendo del più e del meno. Lo chiamai, mi guardò, ma non venne verso di me. Rimase a chiacchierare col suo amico trovato chissà dove.

L’ascensore scendeva velocemente, troppo. Avevo paura, ma non potevo far nulla per rallentarne la corsa. Era uno di quei vecchi ascensori con le pareti di vetro incorniciate da listelli di legno e con le maniglie ottonate alle porte. Per le scale vedevo tante persone salire e scendere, ma nessuno di loro prestava attenzione a ciò che stava accadendo. Non avevo mai visto una scala così affollata.

In via Francesco Baracca c’era un bel chiosco. Vendeva caffè e limonate. Non lo avevo mai visto prima e mi avvicinai per curiosità. Non avevo voglia di nulla. Mi accorsi, però, che non avevo più le scarpe. Ero a piedi scalzi.

Una voce mi reclamava. Una voce nota. Mi girai e vidi i miei fratelli, a tre a tre uguali. In totale dodici. Ciascun gruppo era vestito uguale e parlavano all’unisono. Non riuscivo a comprendere cosa stessero dicendo pur osservando i movimenti delle loro labbra. Mi girai di nuovo e mi accorsi che il chiosco non c’era più, svanito nel nulla. Al suo posto un mucchietto di immondizia, al cui vertice, troneggiava una lattina arrugginita di RedBull.

Quando mi estrassero dalle macerie, respiravo a fatica. Sentivo un forte bruciore alla gola, ai polmoni. Mi adagiarono nell’androne antistante alle scale. Era rivestito di marmo, gelido. Il volto di mia sorella si stagliava nettamente in mezzo a quello di tante facce sconosciute. Era tanto vicina che percepivo il fetore del suo alito che, comunque, mi dava un certo sollievo, non fosse altro per il calore. Mi alzai e mi feci largo in mezzo al capannello. E senza altri indugi, quasi di corsa, attraversai lo stretto corridoio scoperto, il passetto, che univa l’androne delle scale a quello del palazzo. Superai la guardiola della portinaia, che mi guardava con occhi stralunati, e uscii sulla strada. E m’incamminai deciso lungo la via Cantelmo, attraversando incurante il cordone di donne che, a destra come a manca, erano sciamate dai loro bassi per soddisfare la loro morbosa curiosità. Erano sempre più numerose e lo spazio fra me e loro si restringeva paurosamente. Ce le avevo addosso. Ne sentivo chiaramente le voci, ne percepivo il respiro, sentivo le loro mani che mi toccavano, mi strattonavano.

La fortuna mi venne incontro, stranamente. Il tram, il numero 1, sferragliava lemme a poca distanza. Con un balzo felino raggiunsi e ne afferrai il trolley, e ci rimasi attaccato, al sicuro, verso la salvezza.

✭ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale

Standard
Narrativa, Saggistica & Poesia, Storie

✍ Ogni tanto alzavo la testa

Mia madre aveva cieca fiducia. Io non mi sarei fatto togliere nemmeno un foruncolo. E, per rispettare la sua volontà, la accompagnai nell’ospedale dove operava il macellaio. La sistemarono in una stanza dignitosa, avviando tutta la solita prassi. Lui, il macellaio, arrivò a ora tarda. Con la sua solita aria trasognata, abbronzato, agghindato con un casual da migliaia di euro e, sul volto, quel perenne sorriso ebete.

La cinquecento procedeva a scatti, vecchia com’era. Mi fermai al semaforo sotto una pioggia torrenziale. Gli stanchissimi tergicristalli sembravano dovessero morire da un momento all’altro. Improvvisamente la portiera si aprì e mi trovai al fianco una donna vistosamente truccata. Sembrava una prostituta. Al verde ripartii con titubanza e la guardai con aria interrogativa. Lei invece iniziò a frugarmi tra le gambe, con mani esperte.

Sulla scrivania l’uomo troneggiava con le mani sui fianchi. E arringava con aria solenne gli ascoltatori. Una quarantina di persone che, a capo chino, lo ascoltavano annuendo continuamente. Magnificava la sua opera e la sua persona. Ridicolizzava e sminuiva , con parole anche offensive, gli astanti nella loro totalità e nelle singole peculiarità. Erano anni che quella gente tollerava e subiva violenze, angherie, soprusi e meschinità. Eppure nessuno riusciva a trovare il coraggio di ribellarsi. Anzi, in segreto, ciascuno di loro faceva visita al capo, denigrando gli altri nella speranza di poter entrare nelle sue grazie.

Non c’era traffico, la 500 procedeva lemme e basita come il guidatore. La donna aveva preso il mio membro tra le mani e si stava avvicinando pericolosamente con la bocca per agguantarlo con lubrica voracità. Sbavava, addirittura. Fu a quel punto che tirai il freno a mano e scappai. Lei urlava per farmi tornare indietro, e mi chiamava con un nome che non era il mio. M’infilai, non so perché, in un portone aperto e salii le scale col cuore in gola.

Il macellaio era sul terrazzo, seduto su una sdraio a fumare. Non fu sorpreso di vedermi e mi invitò a fargli compagnia. Un cane, chissà dove, latrava continuamente in modo spaventoso. Ci guardammo a lungo negli occhi, il mio disprezzo gli arrivava senza nessuna smorzatura. E lui, consapevole della sua nullità, non aveva il coraggio di reagire, di controbattere. Rimase lì sulla sdraio con la sigaretta tra le dita, immobile. Abbassò un attimo lo sguardo. Ma quando lo rialzò l’arroganza era ritornata nelle sue pupille. E sorrideva. Come a esternare commiserazione.

L’arrivo della donna mi costrinse alla fuga. Gridava come un’ossessa ed era in mutande e reggiseno, nonostante il freddo becco. Mi calai dal terrazzo facendo leva sui balconi sottostanti, sperando che mi andasse bene e non finissi spappolato sul pavè. Ogni tanto alzavo la testa alla ricerca di quella dannata. Ma non mi seguì. Arrivato a terra me la diedi a gambe levate.

Il macellaio e la donna rimasero a sbirciarsi reciprocamente per qualche secondo. Poi, senza alcuna parola, si lanciarono l’uno verso l’altra per accoppiarsi in modo animalesco e contro natura.

Il volto congesto, paonazzo esprimeva rabbia e paura. E incredulità. In 40 anni non era mai successo. Una pecora era uscita dal gregge e belava contro di lui. Aveva alzato la testa. Con la coda degli occhi osservava, ostentando i muscoli, le altre pecore. Il loro capo chino, la loro immobilità gli ridiede sicurezza e baldanza. E con una mazza da baseball, materializzatasi dal nulla nelle sue mani, sfondò il cranio, il cervello di quella povera stupida bestia, fino a ridurli in poltiglia.

Mia madre mi attese invano. Le avevo promesso che sarei passato a trovarla in serata. Ma gli eventi mi avevano stressato e il pericolo di poter rivedere il macellaio m’indusse a rimanere nel mio letto. Dormii profondamente nonostante quel latrato, continuo e disperato, e il freddo che penetrava senza alcun ostacolo.

✭ ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale

Standard