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✍ Non c’è pane senza pena

L’odore inconfondibile del pane appena sfornato, forse il più apprezzato dal naso, da qualsiasi naso, penetra sinuoso e invitante nell’abitacolo della vecchia fiat uno. Le narici dell’uomo al volante sussultano, istintivamente, e si dilatano come per afferrarne quanto più possibile. L’affascinante fragranza ha il potere di ridestarlo dal torpore in cui si è rannicchiato e stimola, all’istante, stomaco e ricordi. Scendeva le scale saltando a 2 a 2 i vecchi e sbrecciati gradini di basalto pur di essere il primo a presentarsi davanti al grosso e gioviale fornaio. Da bambino era piuttosto piccolo e mingherlino, uno scricciolo dai grandi e vispi occhi neri e dai capelli sempre arruffati. E quell’aspetto minuto, indifeso aveva fatto breccia nell’animo sensibile del panettiere, un colosso col grembiule perennemente annodato sull’enorme pancione e con la farina appiccicata per ogni dove. Il frastuono dei fili di plastica della tenda all’ingresso, quei fili intrecciati e variopinti che tanto si divertiva a maltrattare, erano il chiaro segnale della sua presenza, del suo arrivo. E l’omone, col suo sguardo sorridente, senza aprire bocca e in pochi secondi, preparava quanto già sapeva, arrotondando sempre in eccesso, e allungando al piccolo una brioche in omaggio.

È domenica e la strada è ancora deserta. La gente indugia nel sonno e si trastulla a colazione o sotto la doccia. Qualcuno starà facendo sicuramente l’amore. L’uomo al volante si guarda nello specchietto retrovisore. La barba incolta e le occhiaie appesantiscono la flaccidità di un volto vissuto che ha perso, e definitivamente, quei tratti delicati, quasi femminei che lo avevano reso affascinante, al cui cospetto molti cuori femminili si erano infranti. E che gli aveva fatto guadagnare l’appellativo di “Giuann ’a meza femmena”.

Darebbe qualsiasi cosa pur di poter mettere sotto i denti una bella mollica bollente, come faceva da ragazzo, svuotando con avidità una palatella di pane. La madre, dopo le prime volte, aveva rinunciato a qualsiasi punizione. A tavola tutti si erano abituati a mangiare pane scavato. Non ci facevano nemmeno più caso. Accende l’ennesima sigaretta nella speranza che l’attesa sia prossima alla fine.

Una graziosa fanciulla attraversa la strada. Somiglia incredibilmente ad Assuntina, sua moglie. Forse più magra e meno bassa. Sono almeno tredici mesi che non la tocca né, d’altro canto, lei lo cerca. Nel letto ognuno si gira dalla sua parte e buona notte. Nessun amante, nessun pensiero, nessun’altra fissazione. Eppure i loro corpi non si attraggono più, non si avvinghiano famelicamente come nei primi mesi ed anni di matrimonio. Improvvisamente l’ardore si è spento e non si è mai più riacceso. Chissà se accade anche agli altri. Forse è, come diceva il grande Eduardo, per “eccesso di sazietà”. Mangia oggi che mangia domani sempre la stessa minestra, finisce che, alla fine, al vederla viene il voltastomaco. Potrebbe, però, essere il segno tangibile che l’amore è svanito, evaporato nel tempo, consumato dall’abitudine. Oppure che il sesso ha esaurito la spinta propulsiva per far crescere e consolidare il sentimento. Insomma non serve più.

Una grossa mercedes accosta. Forse è arrivato il momento. Giovanni getta via il mozzicone e mette mano alla pistola. Sì è proprio il bersaglio atteso. La mercedes riparte lentamente, mentre l’uomo, dopo essersi guardato intorno, si avvia verso il caseggiato. Giuann ‘a meza femmena non ha bisogno nemmeno di scomodarsi. Ha una mira infallibile. In pochi secondi il lavoro è compiuto.

La panetteria all’angolo è tappa obbligata prima del rientro a casa. L’orologio sul bancone gli dice che si è sbrigato molto prima del previsto. Nell’ascensore gusta con voluttà una grossa zolla di mollica calda. La casa è avvolta nella penombra. Regna un silenzio quasi tombale, interrotto dal ronfare del gatto che dorme. Un fremito di desiderio attraversa il suo corpo teso dall’adrenalina, iniziato sin già dalla panetteria. Tra pochi istanti si fionderà sulla moglie per riprovare antiche emozioni, certo che stavolta non lo respingerà.

I cardini della porta della camera da letto cigolano appena. La sagoma, nel grosso e volgare letto a baldacchino, si muove ritmicamente col respiro. I capelli, biondi, sono sparsi sul cuscino e una coscia polposa e bianca come il latte sporge dalle lenzuola. Quello spettacolo trasforma il desiderio in eccitazione, bramosia. Giovanni si denuda rapidamente e mastica in fretta l’ultimo pezzetto di mollica, ansioso di ingoiarlo per poi passare all’azione. Ha già sollevato le coltri quando la sagoma si gira, si solleva su un gomito ostentando un seno possente e gli spara in faccia senza batter ciglio. Col boccone di traverso e le mani sul petto, negli ultimi istanti della sua vita , fa appena in tempo a vedere la moglie, nuda, che entra nella stanza mentre sbocconcella sorridente una grossa brioche.

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✍ Perla

Le scale del vecchio palazzo sono immerse nel buio. Tutte le lampadine sono spente. Solo davanti ai lucernai, grossi buchi tondi a metà di ogni rampa, filtra una lama bluastra di luce lunare. L’edificio è vecchio, fatiscente. Gli intonaci sono scrostati, anneriti e scarabocchiati. La balaustra, arrugginita, ha perso da tempo la sua stabilità. E chi vi si appoggia la fa ondeggiare, non senza intimorirsi.

L’uomo sale lentamente, col capo chino e intabarrato nel suo pesante cappotto grigio a spina di pesce. Non pensa a nulla. La sua mente è offuscata dal vino che ha tracannato senza posa durante la cena. Ed il suo stomaco, sofferente per il sovraccarico ingerito, brucia e produce gas a profusione.

Rutti sonori quanto disgustosi echeggiano nella tromba delle scale insinuandosi sino all’androne, così desolatamente vuoto, spoglio, da fungere da cassa di risonanza. Finalmente è arrivato. Stanco come non mai, nostante sia abituato sin da bambino a inerpicarsi su quei grezzi gradini di basalto, fin lassù.

La mano tremante non riesce a far trovare alla chiave il suo naturale rifugio. Tenta più volte biascicando qualche bestemmia con la voce impastata dall’alcool. La vescica, stracolma, urla il suo bisogno impellente, innervosendo l’uomo che non riesce in alcun modo ad entrare in casa.

Il fendente, preciso e deciso, gli recide la gola. Il sangue zampilla furioso lasciando rapidamente il suo alveo. In pochi secondi 106 chilogrammi stramazzano, ormai privi di vita, in una pozzanghera di urine rosso ciliegia.

Quant’è bella Perla. Coi suoi occhioni nocciola, vispi e intelligenti. Con le sua labbra carnose e morbide. Col suo nasino all’insù. Con la sua infinita tenerezza. Con il suo amore incondizionato. Davanti alla finestra, guardando nel vuoto, ne distinguo dettagliatamente i tratti. E mi sorride, sempre. E mi tende le braccia. Mi manda baci.

La grossa automobile procede spedita sulla tangenziale in direzione nord. La radio trasmette melensa musica melodica dialettale. E l’uomo al volante, con un blazer dai bottoni metallici e cravatta, canta con voce stonata. Sembra contento. Nonostante i divieti sfreccia costantemente oltre i 100 km orari e non stacca mai l’orecchio dal suo fidato cellulare, attivo senza posa sin dalla partenza.

Sul sedile accanto la sua inseparabile borsa di pelle griffata, piena zeppa di documenti, di affari, di imbrogli.

La meta è vicina. La giornata è soleggiata e il traffico inesistente. Se non ci saranno intoppi sarà a destinazione prima del previsto e, magari, potrà fare una visitina veloce a quella brunetta che non gli dice mai di no.

Il motore improvvisamente inizia a borbottare. Gli occhi si fanno cupi, preoccupati. E’ un rumore che non fa presagire nulla di buono. E, infatti, la macchina perde velocità, sussultando e fumando. Per fortuna la piazzola è vicina. Imprecando e battendo i pugni sul volante, l’uomo accosta ed entra nell’area di emergenza. E’ molto contrariato, soprattutto perchè salta il programma con la brunetta. Apre la portiera, non senza essersi data un’aggiustatina alla cravatta e, una volta in piedi, si stiracchia. Il SUV, nero dai finestrini neri, arriva come un missile. Piomba sull’uomo, che nemmeno si rende conto di quanto accade, e lo scaraventa sul guardrail. Poi, ritorna indietro, e si lancia sul corpo già sfigurato, schiacciandolo come un pidocchio.

La notte è tremenda. Perla appare in tutto il suo splendore e mi sta accanto, sussurrandomi il suo amore. Ne avverto il profumo, percepisco la sua presenza. Ma poi, ineluttabilmente, la mano, protesa, alla sua ricerca, non trova che il cuscino vuoto. Tutto sparisce e mi ritrovo a piangere seduto in mezzo al letto.

Nell’ascensore, che sale lemme al 25 piano del Centro Direzionale, pel di carota fischietta silenziosamente. I suoi pochi capelli, sono rossicci e stopposi. E sul volto, butterato dal vaiolo, una lanugine di pari qualità si spalma da un orecchio all’altro. I suoi occhi sono celesti, slavati e sporgenti. E la cicatrice del labbro leporino completa l’opera, restituendo una maschera ributtante dal sorriso sardonico perenne. Un rumore smorzato attrae, giusto una frazione di secondo, l’attenzione del suo orecchio sinistro prima che sia perforato da un proiettile calibro 9. La pallottola attraversa la base del cranio e, per puro caso, fuoriesce dall’altro orecchio, ficcandosi nella plancia dei pulsanti.

Lo spiazzo è deserto, come sempre. Come quella sera. La luna è alta, tonda e splende come non mai. Perla è seduta sulle mie ginocchia e mi bacia. Non riesco a crederci. Mi sembra un sogno.
Una donna come quella che ama me, proprio me.

D’improvviso la portiera si apre e tre ombre me la strappano via e la trascinano sul selciato. Poi il buio, più pesto. Mi risveglio dopo non so quanto tempo. La fronte mi sanguina. Tutto il volto, la camicia sono intrise di sangue. Barcollando e con un mal di testa feroce perlustro quel maledetto spiazzo, urlando il suo nome. Finchè non la trovo. La mia piccola Perla  giace senza vita su un lercio prato. Nuda, sfregiata e vilipesa. Crollo accanto a lei gridando come un forsennato. Poi di nuovo buio pesto. Mi risveglio in un letto d’ospedale. I miei occhi continuano a piangere. Mi sembra un sogno, un brutto sogno.

Non so quanto tempo sono stato in coma, stremato dallo shock e dalla disperazione. Non ricordo quanti giorni ho vagato senza meta e senz’anima. Non ricordo quando il corpo ha ripreso meccanicamente le sue abitudini. So solo che dopo lunghe notti insonni e tormentate ho promesso a Perla che l’avrei raggiunta. Ma prima avrei dovuto sbrigare un’incombenza.

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✍ La vedova Troise #2

Dovunque. L’avrebbe cercata ovunque.

E ogni singolo secondo dei 220.752.000 che trascorse girando il globo, in lungo e in largo, come Phileas Fogg, alimentò il fuoco della vendetta, trasformandolo inesorabilmente in una vera e propria conflagrazione infernale.

Alcool e droghe aiutano Biagio a superare lo shock del tradimento. Smunto, lacero e svuotato trascorre alcuni mesi come un relitto alla deriva. La spiaggia e i boschi diventano il suo rifugio. La sua tana. Poi , d’improvviso, forse aiutato dall’odore pulito della brezza salmastra, dal vigore dei raggi del sole rosso, si rimette in piedi, in sesto. E pronto a partire.

Elvira e il suo compare, tal Luigi Esposito, detto “Giggino ’a purpetta”, vivono alla grande il loro grande momento. I 2 milioni dell’assicurazione consentono ai due di poter fare ciò che vogliono. E, dopo i primi mesi di luna di miele, decidono di stabilirsi in un posto remoto quanto affascinante. Cambiando anche le loro identità. E non solo per precauzione, ma per dare un significato di svolta alle loro vite. Dopo Biagio, pure Elvira e il suo degno compagno, Giggino, spariscono, muoiono.

Biagio sbarca a Capodichino esattamente un anno e tre mesi dalla sua finta dipartita. Nel taxi che lo porta in albergo, rivede la spazzatura natia. E ne inala quasi voluttuosamente i miasmi. Nulla è cambiato. Ne è quasi contento. Il taxista non è loquace come spesso accade e i suoi tratti gli ricordano qualcuno.

Al semaforo rosso, al quale il conducente stranamente ubbidisce, lo squarcio nella nebbia: quell’uomo somiglia a Gennarino ‘o schiattamuorto, l’addetto dell’obitorio che, dietro lauta ricompensa, procurò il cadavere orfano che avrebbe occupato la sua bara.

La casa di via della Cavallerizza è sfitta. Un vecchio cartone indica il numero cui chiamare per informazioni. L’addetto dell’agenzia gli mostra luci e pregi di ombre e difetti a lui ben noti. L’appartamento è triste e spoglio. E, in un istante, rivive dei momenti che sembravano felici. Una rapida e attenta perlustrazione non porta a nulla. Ma il caso è suo alleato. Nell’andare via l’agente immobiliare fa rovesciare il portaombrelli di coccio. Tra le macerie spunta un bigliettino spiegazzato con un numero di telefono. L’uscio di consunto legno laccato si chiude per l’ultima volta alle sue spalle.

É una bella domenica di ottobre. Mite e soleggiata. Il tram n.1 sferraglia quasi vuoto e arriva puntuale al capolinea. L’enorme cancello in ferro del cimitero è aperto. E il via vai già intenso. Napoli onora i suoi morti, la morte molto più dei vivi e della vita. La cappella di famiglia è aperta. Nell’angusto ambiente ristagna puzzo di muffa e putrefazione. Impreziosito dal fetore dei crisantemi marci. La seggiola, seppur ricoperta di polvere e bucherellata dai tarli, lo invita a sedersi e a rimirare la sua immaginetta ovalizzata e bombata. E l’epitaffio: “ Sarai sempre nel mio cuore. Tua per sempre. Elvira”. L’ometto panciuto che entra silenziosamente lo fa sobbalzare dallo spavento. E, per fortuna, non degna di uno sguardo né lapide né foto. 50 euro bastano a sapere quanto basta. La sera stessa atterra ad Orly.

Come la lumaca lascia un sottile ma tenace film di bava dietro di sé, anche la coppia in fuga aveva lasciato la sua in giro per la metropoli francese. E seguendola, come un segugio molecolare, si ritrova a calpestare suoli mai visti prima. A peregrinare per luoghi lontani e sconosciuti. Fino ad arrivare nella lontana e appiccicosa India.

L’omino di Poggioreale, il capo becchino, in fondo è un uomo sostanzialmente onesto e sincero. E quando la signora chiama, come fa ogni mese, non riesce a mentirle e le racconta dell’incontro con l’uomo a cui a dato, per debolezza, un suo recapito. Un clic gelido quanto significativo interrompe la comunicazione. Vorrebbe richiamare e spiegare, scusarsi. Ma non ha il coraggio.

Il ristorante è gremito. L’aria è irrespirabile, impregnata da fumo e vapori aromatici. Biagio mangia una brodaglia sconosciuta ma gradevole. Mentre i suoi occhi monitorizzano costantemente la sala e i commensali. Le sue informazioni, le sue ricerche conducono in quel prestigioso locale. Il migliore di tutta Bombay e di mezza India. L’emozione gli fa palpitare il cuore e spreme le sue ghiandole sudoripare. La fronte è imperlata e le ascelle guazzano in un vero acquitrino.

Gli occhi. In quel viso tondo, dalle labbra tumide, a canotto, e dal naso innaturalmente all’insù, sfilato e diafano, quegli occhi gli fanno schizzare le pulsazioni a mille. I capelli sono lunghi e neri come il carbone. Ogni qual volta alza il capo dal piatto quegli occhi incrociano i suoi e, anche se per un millesimo di secondo, gli dicono che è lei. Seppur trasformata, tirata e gonfiata dalla chirurgia plastica. Giggino ‘a Purpetta gli volta le spalle. È corpulento, con pochi capelli e fa strani rumori quando trangugia.

Il momento è arrivato. La resa dei conti è vicina. Lo stomaco si è chiuso, serrato. Non vi entra nemmeno una goccia d’acqua. Il cuore, ora, batte piano e, stranamente, anche il sudore ha smesso di colare. La mano scivola nella tasca della giacca e stringe la pistola, fredda e in attesa da sette anni. Un groppo va su e giù per la gola. Scosta la sedia e si alza. Il cuore riprende a correre all’impazzata. Gli occhi della donna sono fissi nei suoi. Il suo cucchiaio è fermo a mezz’aria. Anche i rumori porcheschi d’a purpetta sono cessati. Un sitar chissà dove diffonde la sua tipica melodia. Biagio si muove e avanza verso il tavolo dove la “tua per sempre Elvira” si sta ingozzando insieme con il suo complice. Le note del sitar vengono disturbate, di tanto in tanto, dal ronzio di un grosso moscone irrequieto. Biagio è fermo davanti ai due. I loro occhi si intersecano, si fissano e si muovono, si spalancano. Giggino ha il volto minutamente butterato. Il naso è un pò grosso e gli occhi sporgenti e slavati. É grassoccio e con pochi capelli. Insomma non è proprio un gran che. Elvira fa pena. Sformata e trasformata. Solo il lampo nei suoi occhi è rimasto inalterato dal tempo e dalla cattiveria. Biagio si muove, volta le spalle ai due e imbocca l’uscita. Senza più guardarsi indietro. È tempo di resurrezione.

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✍ Tuca Tuca

Volti noti e ignoti, amici(pochissimi) e nemici(tantissimi), parenti, serpenti e affini, circondano l’ampia pista da ballo. I riflettori sono tutti puntati al centro dove Raffaella Carrà ed io siamo impegnati in un “tuca tuca “ sfrenato e spettacolare. Nonostante i fari negli occhi, riesco a intravedere le sagome e riconoscerle.  E riesco a percepire bisbigli e risate, scherni e disapprovazione, esecrazioni e stupori.

 

Mi dimeno senza posa e mi chiedo come sia riuscito a essere trascinato in una cosa in cui ho sempre fatto schifo e che ho sempre evitato avvertendo, forte, un senso di ridicolo. Il pubblico, poi, così nutrito e concentrato e schierato contro, mi turba profondamente rendendo ulteriormente goffa la mia prestazione. Raffaella, invece, da provetta ballerina e professionista se ne frega altamente. Conscia, oltretutto, di essere ammirata. La guardo, di tanto in tanto, cercando di sbirciarne il volto perennemente coperto dal mitico caschetto biondo che ondeggia nello spazio. Ho tentato di svignarmela. Ma, ogni volta, lei mi ha trattenuto e mi ha obbligato a rimanere. Forse complice degli astanti, per mettermi alla berlina.

 

Alberto, nauseato da tale spettacolo, volta le spalle alla pista e urla al telefono, racconta la mia spregevole, vomitevole  e miseranda esibizione. Poi, dopo un’ultima occhiataccia, se ne va col capo ciondolante. Rosa, invece, si diverte. Ride e batte le mani a seguire il ritmo. Vorrei tanto capire se le sue risate sono di derisione o se, invece, si diverte perché c’è musica, spettacolo e  la Carrà.

 

Cazzo! Sono arrivate anche la nana, scura  e sprezzante come sempre, e la sua stimata amica, la pingue donna dai lunghi capelli. Ridono a crepapelle e m’indicano e mi canzonano. Parlottano fra loro e sghignazzano. Ciò mi crea imbarazzo. Vergogna. Debbo fare qualcosa. Mi scuso con la mitica Raffaella  e mi avvicino alle due per dirgliene quattro. La Pelloni si ferma e mi esorta a far presto. Le luci, abbacinanti, altalenano  con rapidità impressionante, offuscando la vista. Non tanto, però, da non notare la pistola che la nana stringe nel suo pugnetto saccente. Arresto la mia avanzata per fare dietrofront , ma è tardi. Il primo proiettile mi centra al petto. Il dolore è acutissimo e il sangue sgorga con facilità. Mi accascio e, carponi, mi avvio verso Raffaella che è sempre lì in mezzo, impalata e sudata. Le due amiche entrano in pista. Anche la grassa è armata. E mi invia una gragnuola di colpi che mi trafiggono ovunque. Sono in un lago di sangue e striscio lentamente tendendo la mano alla Carrà. La showgirl mi guarda con stupore, poi nella sua mano si materializza un barattolone colmo di fagioli. E mi invita, con un certo fastidio, a far presto ad indovinare quanti ne sono. So la risposta, sono contento. E sto per dirglielo. Ma la nera nana e l’obesa mi sono addosso, puntano le armi sulla mia testa e le scaricano senza pietà. Soddisfatte sorridono per avermi punito, anche per aver osato sapere. Poi afferrano il barattolo coi fagioli e, mano nella mano, si allontanano serenamente e gioiosamente.

 

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✍ Un giorno come un altro

I due uomini, dall’aspetto tracagnotto e dai visi arsi e rugosi, abbrustoliti dal sole, procedevano lentamente tra la folla. Non avevano mai visto tanta gente prima. Erano frastornati e intimoriti. La loro goffa andatura, il loro abbigliamento e gli strumenti che portavano un tempo avrebbero attratto la curiosità della gente, dei bambini. Li avrebbero persino incitati nel produrre il loro tipico repertorio, con applausi e volti sorridenti, semplici, ospitali. E non avrebbero lesinato mance e offerte. Immersi in quell’oceano umano, caotico e frettoloso, nessuno li degnava di uno sguardo e, men che mai i bambini. Ad un incrocio, mentre erano fermi, gli unici, al semaforo, dal nulla sbucarono quattro o cinque piccoli farabutti che riversarono sui loro volti, emettendo volgari rumori gutturali, urina contenuta in bottiglie di plastica. Per poi dileguarsi vigliaccamente nella muraglia umana, ridendo sguaiatamente e gesticolando in modo osceno. I due non accennarono a nessuna reazione. Rimasero lì impietriti e si guardarono negli occhi. A stento trattennero le lacrime. Poi l’uno asciugò il volto dell’altro e ripresero il loro cammino. Nessuno notò l’accaduto, e se lo fece tirò dritto. Nessuno si fermò per una parola di conforto. Il padrone di un negozio, in piedi all’ingresso, notò l’arrivo dei due zampognari. Con le loro inconfondibili cioce ai piedi, le vaporose e calde giubbe smanicate di montone, i cappelli flosci a larghe falde e la ciaramella e la zampogna a tracolla. Il bottegaio, con un sorriso sprezzante sulle labbra li bloccò con un gesto della mano, ordinando di suonare davanti al suo magazzino di merce scadente, dozzinale ma costosa. E di dubbia provenienza. In pochi anni, trafficando nei mercati del riciclato e del trafugato, si era arricchito rivendendo come nuovi, e di marca, vecchi stracci a prezzi stratosferici. Complici l’euro, introdotto a un cambio sballato, e la totale e perenne mancanza di controlli. Compreso il fisco, la finanza che accettavano senza batter ciglio un reddito dichiarato inferiore a quello un pezzente.

All’altro capo della città in una disadorna stanza di uno squallido albergo a ore, due amanti stavano consumando l’ultimo amplesso. La loro relazione durava ormai da qualche anno. Ogni martedì e venerdì i due si incontravano, immancabilmente, al bar dell’angolo. Un caffè o un tè e poi di sopra, ad aggrovigliarsi per un paio d’ore. Qualche parola dolce, qualche carezza e tante promesse, poi si rivestivano in fretta e ognuno se ne andava per la sua strada. Lui era sposato con figli e, come spesso accade, si barcamenava tra amante e moglie, nella vana speranza di trovare, chissà quando, il coraggio di piantare una sistemazione tranquilla, un porto sicuro per saltare nel buio dell’imprevisto, dell’incerto. Lei, molto più determinata e fredda, non avrebbe mai lasciato il marito pur non amandolo anzi disprezzandolo. Ma il pover’uomo l’adorava come una madonna , e ciò oltre a solleticare la sua vanità le dava certezze, sicurezze. Non disgiunte da un elevato tenore di vita che il suo affascinante , ma povero, stalloncino non avrebbe mai potuto offrirle. E poi era una donna di mondo, sapeva perfettamente che in capo a qualche tempo la passione, condita dall’olio del proibito, dal pepe del peccato, dal fascino della clandestinità sarebbe svanita inesorabilmente. La sottile parete di cartongesso non poteva certo sigillare le esternazioni amorose dei due fedifraghi. Che si trasferivano, senza perdere un decibel, nelle orecchie del marito tradito paralizzato nel letto, già dal mattino, della stanza attigua. L’uomo era impietrito ma deciso a portare a termine ciò che stava meditando da tempo. Piangeva in silenzio, con grosse lacrime che gli rigavano il volto e, a stento, riusciva a trattenere, a inibire i singulti che, prepotenti, tentavano di raggiungere la superficie. Dopo i primi sospetti, si era messo alle calcagna della donna e dopo nemmeno un mese, aveva scoperto come sua moglie occupasse i pomeriggi del martedi e del venerdì. La prima volta era stato un vero shock, un pugno nello stomaco, e si era sentito persino male tanto da doversi sedere in un caffè per ingurgitare due cordiali. Era stata dura fingere per mesi. Far finta che non sapesse nulla e continuare la solita vita di sempre. Le notti, poi, erano divenute strazianti. Anche quando la consorte non gli si negava , era certo che lei vedesse sempre il volto dell’altro, immaginasse sempre che fosse l’altro a penetrarla, a fare l’amore. Passava le notti senza chiudere occhio, girato su un lato a piangere in silenzio, tormentato dalla gelosia. E di giorno, anche al lavoro, la sua mente, distrutta, si arrovellava fino a bruciare. Spesso vagava senza meta per ore, fino a sfiancarsi, a struggersi con l’immagine di lei che si dava all’altro. In tutti i modi. Dal comodino prese il bicchiere colmo di vodka e lo tracannò. Poi si alzò, andò al lavandino e immerse la testa sotto il rubinetto. Aveva bisogno di fresco, per poter raffreddare la sua testa incandescente. Il momento era giunto e non poteva tornare più indietro. Fino a qualche mese prima era disposto anche a perdonarla ma, improvvisamente, si era reso conto di non esserne capace. E che l’unico sistema per porre fine a quella tortura era uno solo. Estrasse dalla borsa la pistola che aveva comprato al mercato nero e, dopo essersi passata una mano fra i capelli fradici, si avviò verso la porta.

Mano nella mano, padre e figlio, stavano in cammino, in giro da ore. Domande e richieste che il piccolo sparava a raffica, erano state evase con difficoltà e frustrazione. L’uomo non era in grado di poterle soddisfare. E ne era profondamente rattristato. Si sentiva un fallito, un incapace. Quelle vetrine luccicanti, quelle luci sfavillanti e tutti quei pacchetti fra le mani della gente, acuivano drammaticamente la sua amarezza, il suo abbattimento. Sarebbe stato meglio non uscire. Ma il bimbo aveva insistito e non se l’era sentita di non accontentarlo. E poi qualche ora lontano da casa, a respirare, forse sarebbe stata benefica. La moglie, affranta quanto lui, era rimasta a casa per rabberciare la cena. Il silenzio era l’unico mezzo di comunicazione ormai da giorni. Un silenzio più eloquente di mille parole. La donna, avvilita e stanca, era caduta in un mutismo esasperante. Si era sposata per amore ed era convinta che ciò sarebbe bastato a superare qualsiasi difficoltà. Ma l’avversa fortuna aveva rovesciato tragicamente le sorti lavorative del marito che, perso il posto, non era riuscito che a trovare alternative estemporanee ed aleatorie. E porte sbattute in faccia. Le loro finanze erano crollate, così, inesorabilmente sino ad arrivare alle soglie della povertà. Erano secoli che non poteva permettersi un parrucchiere o un reggiseno nuovo. Erano secoli che mangiavano patate e fagioli. E un freddo gelido si era, ormai, interposto fra quei due che, un tempo, nessuno sarebbe riuscito a separare. L’autobus che li riportava a casa era stracolmo. L’uomo, in piedi fra la gente indifferente, a capo chino, piangeva in silenzio, al riparo dagli sguardi del figlio la cui mano stretta, serrata nella sua gli infondeva calore, forza e speranza.

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