Storie

✍ (r) perla

luna

Le scale del palazzo sono immerse nel buio. I bulbi delle lampade, fracassati dalle attenzioni dei lazzari, sporgono minacciosi come artigli pronti a ghermire, benchè svuotati della loro luminescenza. Anche i vetri dei tondi lucernari, a metà di ogni rampa, riportano i segni indelebili dell’interesse di quei gentiluomini. Perciò quando la luna c’è, e quantunque avvezza alle stranezze terrene, perplessa ed incredula assiste alla sconvolgente diffrazione dei suoi raggi in miriadi di lamelle diseguali. Tratti gessosi tracciati sul nero della tenebra bastevoli per guidare il viaggio di chi sale o scende

L’edificio è vecchio, fatiscente e maleodorante. Gli intonaci sono scrostati, sporchi e istoriati da graffiti osceni. La balaustra, ormai priva di corrimano e ingrommata di ruggine, barcolla vistosamente ogni qual volta qualche temerario vi si appoggia. E i lazzari, sempre esuberanti e pronti a sperimentare nuove forme ludiche, si divertono assai scuotendola a calci.

Nella guardiola la portinaia dorme russando come con cosacco. E sogna, aiutata dal prosecco, le confessioni e i piccoli segreti dei condomini. I loro sviluppi e le conseguenze, i colpi di scena e le astuzie per carpire ed attizzare. L’indomani, con la tavolozza dei suoi preconcetti, dipingerà tele suggestive quanto aggressive, dai forti contrasti policromatici . Consapevole che il suo carisma affabulatorio, la sua dirompenza creativa ed espansiva, non potranno che continuare a soggiogare la vasta platea del vicinato.

L’uomo sale lentamente, col capo chino e intabarrato nel suo pesante cappotto grigio a spina di pesce. Tra le labbra la brace di una sigaretta sembra una lucciola solitaria e depressa. Non pensa a nulla. La sua mente è offuscata dal vino che ha tracannato senza posa durante la cena. Ed il suo stomaco, sovraccaricato e teso dagli eccessi, brucia e produce gas a profusione.

Rutti sonori quanto disgustosi rompono il silenzio della notte e rimbombano nella tromba delle scale. Finalmente è arrivato, stanco come non mai. Nonostante sia abituato sin da bambino a inerpicarsi fin lassù, su quei grezzi gradini di basalto. Uno scarafaggio sbuca dal nulla e, con balzo fulmineo, evita la morte infilandosi in una crepa. Un grugnito esterna il disappunto per aver fallito di un soffio il bersaglio, all’unisono col tonfo della scarpa abbattutasi come un maglio sul ballatoio.

La mano tremante, e l’oscurità, impediscono alla chiave di infilarsi nella sua fessura. Lui tenta più volte, biascicando bestemmie con la voce impastata dall’alcool. La vescica stracolma, urlando il suo bisogno impellente, innervosisce oltremodo l’uomo che non riesce così in alcun modo ad entrare in casa.

Il fendente, preciso e deciso, gli recide la gola. Il sangue zampilla furioso lasciando rapidamente il suo alveo. In pochi secondi 107 chilogrammi stramazzano, ormai privi di vita, in una pozzanghera di urine rosso ciliegia.

Quant’è bella Perla. Coi suoi occhi chiari e trasparenti come il più bello dei mari. Con le sua labbra carnose e vellutate. Col suo nasino all’insù. Con la sua infinita dolcezza. Col suo amore travolgente.

La grossa automobile procede spedita sulla tangenziale. La radio urla melense melodie dialettali che solleticano le velleità canore dell’uomo al volante. Il suo volto esprime contentezza mentre la bocca sputa echi cacofonici che sostengono i gorgheggi melanconici del cantante di turno. Sul sedile accanto l’inseparabile borsello, pieno zeppo di carte e d’imbrogli.

La meta è vicina. La giornata è soleggiata e il traffico inesistente. Se non ci saranno intoppi sarà a destinazione prima del previsto e, magari, potrà fare una visitina veloce a quella biondina che non gli dice mai di no.

Il motore improvvisamente inizia a borbottare. Gli occhi si fanno cupi, preoccupati. E’ un rumore che non fa presagire nulla di buono. E, infatti, la macchina perde velocità, sussultando e fumando. Per fortuna la piazzola è vicina. Imprecando e battendo i pugni sul volante, l’uomo accosta ed entra nell’area di emergenza. E’ molto contrariato, soprattutto perchè salta il programma con la bionda. Apre la portiera, non senza essersi data un’aggiustatina alla cravatta e, una volta in piedi, si stiracchia. Il SUV, nero dai finestrini neri, arriva come un missile. Piomba sull’uomo che nemmeno si rende conto di quanto accade, e lo scaraventa sul guardrail. Poi, ritorna indietro, e si lancia sul corpo già sfigurato, schiacciandolo come un pidocchio.

La notte è terrificante. Perla è splendida, e mi sta appiccicata sussurrando parole che cullano il mio cuore. Sento il suo profumo e le sue carezze. Il suo calore. Poi, ineluttabilmente, la mano, protesa al contatto, non trova che il cuscino vuoto. Lenzuola fredde. Nulla. In un attimo tutto si dissolve e mi ritrovo a piangere seduto in mezzo al letto.

Nell’ascensore, che sale lemme al 25 piano del Centro Direzionale, pel di carota fischietta silenziosamente. I suoi pochi capelli sono rossicci e stopposi. E sul volto, butterato dall’acne , una lanugine di pari qualità si concentra in ciuffetti sul mento e sulle gote. I suoi occhi sono slavati e sporgenti, quasi volessero scoppiare. E la cicatrice del labbro leporino completa l’opera, restituendo una maschera ributtante dal sorriso sardonico perenne. Un rumore smorzato attrae, giusto una frazione di secondo, l’attenzione del suo orecchio sinistro prima che sia perforato da un proiettile calibro 9. La pallottola attraversa la base del cranio e, per puro caso, fuoriesce dall’altro orecchio, ficcandosi nella plancia dei pulsanti.

Lo spiazzo è deserto. Come quella sera. Un velo sottile di nubi basta e avanza ad offuscare la luna. Che appare distratta, infingarda. L’urlo delle cicale e dei grilli è assordante, allarmante. Perla è seduta sulle mie ginocchia e mi bacia. E io non riesco ancora a crederci. Mi sembra di sognare. Un angelo come quello che ama me, proprio me.

D’improvviso la portiera si apre e tre ombre me la strappano via e la trascinano sull’asfalto. Poi il buio, più pesto. Mi risveglio dopo non so quanto tempo. La fronte mi sanguina. Tutto il volto, la camicia sono intrise di sangue. Barcollando e con un mal di testa feroce perlustro quel maledetto spiazzo, urlando il suo nome. Finché non la trovo. La mia Perla giace senza vita su un lercio prato. Nuda, oltraggiata e martoriata. Crollo accanto a lei gridando come un forsennato. Poi di nuovo buio pesto.

Non so quanto tempo sono stato in coma, stremato dallo shock e dalla disperazione. Non ricordo quanti giorni ho vagato senza meta e senza vita. So solo che dopo lunghe notti insonni e tormentate ho promesso a Perla che l’avrei presto raggiunta. Appena finito di sbrigare un’incombenza.

versione aggiornata dell'omonimo racconto pubblicato il 17.03.2012 
✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale
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✍ Al dodicesimo rintocco

Quel ditone grosso e storto lo deprime, non lo tollera proprio. Nell’acqua, poi, appare gigantesco, sembra una patata bitorzoluta,un mostruoso tubero mutato, orrendo e minaccioso.

Il primo attacco di gotta arrivò una notte d’inverno, doloroso come una stilettata. Assalti successivi, spietatamente atroci, si accanirono su quell’alluce devastandolo sino a ridurlo in quella schifosa tumescenza informe e sbilenca.

L’asciugamano, in pregiato lino di bonemerse, compie con premura il suo compito non appena l’abnorme gibbosità, con tutto il resto, lascia la bacinella. Prima o poi dovrà decidersi, ed affidare quello sgorbio nelle mani dell’ortopedico. Scarpe e calze, nonostante compiano egregiamente il loro dovere occultante, non possono certo essere portate sempre.

Tutto è pronto. L’anziana e fida perpetua, in religioso silenzio, partecipa con sapienza e devozione alla preparazione. L’abito è bellissimo, di un sontuoso e corposo raso bianco. Stretto in vita, con un castigato decolleté e la gonna a pieghe lunga, a coprire anche le caviglie. Una fusciacca verde, sempre di raso, e un delizioso cappello a tesa larga, con nastro e fiocco, di un verde leggermente più scuro, conferiscono alla mise un tocco di classe e la fedeltà della riproduzione. Smodate quantità di mascara, fard, rossetto ingentiliscono i tratti pesanti e rugosi, così come una secchiata di chanel n. 5 a malapena soffoca il tanfo di sudore rancido. Rossella O’Hara si solleva dal trespolo porporino e, dopo un’ultima valutazione allo specchio, non priva di ammiccamenti e smorfiette, si avvia alla festa di gran carriera.

I cavalli scalpitano e sbuffano. Innervositi dal traffico, dai clacson e dalle urla di scherno degli scugnizzi. Nella carrozza Melania Hamilton Wilkes attende con impazienza. Il cappellino bianco annodato con una nastrino rosa sulla pappagorgia ha la tesa gualcita e il trucco, pur pesantissimo, non riesce a camuffare la pelle incartapecorita e ruvida, né tampoco a snellire il faccione a luna piena. Il vestito di organza è fittamente plissettato e arriva a metà gamba, lasciando scoperti due tozzi e irsuti polpacci. La morsa di scarpe tre misure più piccole costringe i piedi a farne a meno fin quando è possibile. Alitando, così, nel piccolo ambiente un terrificante olezzo di pecorino avariato.

Nella piccola sala, un tempo sede degli arredi sacri, l’arte di Massimo Stanzione assiste, muta e allibita, alle profanazioni. Due decrepite Colombine dai volti arcigni esaltati da un make-up approssimativo quanto caricaturale, tengono a bada otto fanciulli. Non hanno bisogno di aprire bocca o menare scappellotti. I loro volti e i frustini impugnati bastano e avanzano a tenere i novizi incollati sulle panche di ebano.

Rossella e Melania, nel breve tratto di viaggio, preparano le borse con le caramelle. Sorridono, eccitatissime, all’approssimarsi dell’ennesima iniziazione. E già sbavano al pensiero di quelle carni sode e immacolate. Di quelle boccucce che sanno di latte.

L’ingresso è improvviso. La vecchia porta di quercia tarlata si apre lasciando il passo alle due per poi richiudersi,immediatamente, alle loro spalle,senza il minimo rumore. Per qualche secondo non si sente volare una mosca. Poi il fruscio degli abiti avanza verso le panche, mentre i frustini schioccano. È il segnale convenuto. I bambini si alzano tutti insieme e tutti insieme si tolgono i pochi stracci che hanno indosso, a occhi bassi e cuore impazzito. Le mani delle Colombine, con movimenti fulminei e precisi, smantellano in pochi attimi il travestimento, lasciando due vecchi e flaccidi corpi nudi, oscenamente pronti allo scempio.

Il sole è tornato nuovamente al suo posto. Le campane sono all’ultimo dei dodici rintocchi quando un oscuro individuo, dai tratti anonimi, bussa due volte alle porte di otto bassi negli angusti vicoli a ridosso della Curia. Poi con fare disinvolto, sotto ciascuna di esse, ficca una banconota da 50 euro.

I camerieri, in livrea, parrucchino e guanti bianchi, stazionano immobili dietro i commensali. Pronti ai comandi.

Sua Eminenza il cardinale Perrotta ride, rutta e farfuglia per la bocca stracolma. Le guance sono tese come se suonasse il trombone. E il suo faccione, a luna piena, luccica dall’unto spiaccicato ovunque. Le sue mani, ancor più lorde, affondano voraci ed insoddisfatte nel piatto. Monsignor Percuoco, suo fido sodale, consigliere e procacciatore di tenera carne umana, rumina senza posa e, di tanto in tanto, sorride e annuisce. Suor Maria e Suor Cecilia hanno i volti immersi nei piatti, ad aspirare rumorosamente spaghetti e sugo. Un boato puteolente interrompe bruscamente, e temporaneamente, l’ingozzamento. Gli occhi piccoli e porcini di Sua Eminenza roteano senza posa dal monsignore alle sorelle, mentre le sue labbra sottili, dopo aver esploso quella bomba, sono socchiuse e frementi. Con l’inconfondibile voce roca e in falsetto ordina che quel bambino bruno, pieno di brufoli e riottoso, non sia più ammesso. E che Melania, per Dio, la prenda Percuoco, e per sempre !

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✍ Perla

Le scale del vecchio palazzo sono immerse nel buio. Tutte le lampadine sono spente. Solo davanti ai lucernai, grossi buchi tondi a metà di ogni rampa, filtra una lama bluastra di luce lunare. L’edificio è vecchio, fatiscente. Gli intonaci sono scrostati, anneriti e scarabocchiati. La balaustra, arrugginita, ha perso da tempo la sua stabilità. E chi vi si appoggia la fa ondeggiare, non senza intimorirsi.

L’uomo sale lentamente, col capo chino e intabarrato nel suo pesante cappotto grigio a spina di pesce. Non pensa a nulla. La sua mente è offuscata dal vino che ha tracannato senza posa durante la cena. Ed il suo stomaco, sofferente per il sovraccarico ingerito, brucia e produce gas a profusione.

Rutti sonori quanto disgustosi echeggiano nella tromba delle scale insinuandosi sino all’androne, così desolatamente vuoto, spoglio, da fungere da cassa di risonanza. Finalmente è arrivato. Stanco come non mai, nostante sia abituato sin da bambino a inerpicarsi su quei grezzi gradini di basalto, fin lassù.

La mano tremante non riesce a far trovare alla chiave il suo naturale rifugio. Tenta più volte biascicando qualche bestemmia con la voce impastata dall’alcool. La vescica, stracolma, urla il suo bisogno impellente, innervosendo l’uomo che non riesce in alcun modo ad entrare in casa.

Il fendente, preciso e deciso, gli recide la gola. Il sangue zampilla furioso lasciando rapidamente il suo alveo. In pochi secondi 106 chilogrammi stramazzano, ormai privi di vita, in una pozzanghera di urine rosso ciliegia.

Quant’è bella Perla. Coi suoi occhioni nocciola, vispi e intelligenti. Con le sua labbra carnose e morbide. Col suo nasino all’insù. Con la sua infinita tenerezza. Con il suo amore incondizionato. Davanti alla finestra, guardando nel vuoto, ne distinguo dettagliatamente i tratti. E mi sorride, sempre. E mi tende le braccia. Mi manda baci.

La grossa automobile procede spedita sulla tangenziale in direzione nord. La radio trasmette melensa musica melodica dialettale. E l’uomo al volante, con un blazer dai bottoni metallici e cravatta, canta con voce stonata. Sembra contento. Nonostante i divieti sfreccia costantemente oltre i 100 km orari e non stacca mai l’orecchio dal suo fidato cellulare, attivo senza posa sin dalla partenza.

Sul sedile accanto la sua inseparabile borsa di pelle griffata, piena zeppa di documenti, di affari, di imbrogli.

La meta è vicina. La giornata è soleggiata e il traffico inesistente. Se non ci saranno intoppi sarà a destinazione prima del previsto e, magari, potrà fare una visitina veloce a quella brunetta che non gli dice mai di no.

Il motore improvvisamente inizia a borbottare. Gli occhi si fanno cupi, preoccupati. E’ un rumore che non fa presagire nulla di buono. E, infatti, la macchina perde velocità, sussultando e fumando. Per fortuna la piazzola è vicina. Imprecando e battendo i pugni sul volante, l’uomo accosta ed entra nell’area di emergenza. E’ molto contrariato, soprattutto perchè salta il programma con la brunetta. Apre la portiera, non senza essersi data un’aggiustatina alla cravatta e, una volta in piedi, si stiracchia. Il SUV, nero dai finestrini neri, arriva come un missile. Piomba sull’uomo, che nemmeno si rende conto di quanto accade, e lo scaraventa sul guardrail. Poi, ritorna indietro, e si lancia sul corpo già sfigurato, schiacciandolo come un pidocchio.

La notte è tremenda. Perla appare in tutto il suo splendore e mi sta accanto, sussurrandomi il suo amore. Ne avverto il profumo, percepisco la sua presenza. Ma poi, ineluttabilmente, la mano, protesa, alla sua ricerca, non trova che il cuscino vuoto. Tutto sparisce e mi ritrovo a piangere seduto in mezzo al letto.

Nell’ascensore, che sale lemme al 25 piano del Centro Direzionale, pel di carota fischietta silenziosamente. I suoi pochi capelli, sono rossicci e stopposi. E sul volto, butterato dal vaiolo, una lanugine di pari qualità si spalma da un orecchio all’altro. I suoi occhi sono celesti, slavati e sporgenti. E la cicatrice del labbro leporino completa l’opera, restituendo una maschera ributtante dal sorriso sardonico perenne. Un rumore smorzato attrae, giusto una frazione di secondo, l’attenzione del suo orecchio sinistro prima che sia perforato da un proiettile calibro 9. La pallottola attraversa la base del cranio e, per puro caso, fuoriesce dall’altro orecchio, ficcandosi nella plancia dei pulsanti.

Lo spiazzo è deserto, come sempre. Come quella sera. La luna è alta, tonda e splende come non mai. Perla è seduta sulle mie ginocchia e mi bacia. Non riesco a crederci. Mi sembra un sogno.
Una donna come quella che ama me, proprio me.

D’improvviso la portiera si apre e tre ombre me la strappano via e la trascinano sul selciato. Poi il buio, più pesto. Mi risveglio dopo non so quanto tempo. La fronte mi sanguina. Tutto il volto, la camicia sono intrise di sangue. Barcollando e con un mal di testa feroce perlustro quel maledetto spiazzo, urlando il suo nome. Finchè non la trovo. La mia piccola Perla  giace senza vita su un lercio prato. Nuda, sfregiata e vilipesa. Crollo accanto a lei gridando come un forsennato. Poi di nuovo buio pesto. Mi risveglio in un letto d’ospedale. I miei occhi continuano a piangere. Mi sembra un sogno, un brutto sogno.

Non so quanto tempo sono stato in coma, stremato dallo shock e dalla disperazione. Non ricordo quanti giorni ho vagato senza meta e senz’anima. Non ricordo quando il corpo ha ripreso meccanicamente le sue abitudini. So solo che dopo lunghe notti insonni e tormentate ho promesso a Perla che l’avrei raggiunta. Ma prima avrei dovuto sbrigare un’incombenza.

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✍ A iurnata è nu muorzo

Un serpente sinuoso d’imbecilli, l’uno dietro l’altro, scalmanati e arrazzati dalla musica assordante, dalle luci a intermittenza e dall’alcol, attraversa il lungo e in largo l’immensa sala. Affogata in un disgustoso puzzo di sudore rancido, vomito e fumo.

Palloncini, coriandoli , festoni e bandierine svolazzano al passaggio del famigerato treno, cioè dal serpentone umano impazzito. Il caldo, l’afa e il fetore sono ponderosamente asfissianti ma la sfrenata, incontenibile acatisia dei singoli elementi rende il treno, o il serpentone qual dir si voglia, talmente tarantolato da essere ormai irrefrenabile. Continuerà la sua folle corsa fino a quando non saranno tutti scoppiati, distrutti.

Fermo e solitario, in un angolo appena meno illuminato, osservo la baraonda in preda al panico. Non so come ci sia finito, in quel manicomio. Vorrei andarmene, squagliarmela ma non vedo vie di fuga e il calore insopportabile mi fa grondare di sudore e m’immobilizza. Tracanno una coca-cola calda da far schifo e, con un fazzoletto ormai fradicio, elimino per quanto possibile le grosse gocce di sudore che, dalla fronte, si riversano sugli occhiali ostacolando il mio campo visivo. Mi guardo intorno e mi sento sperduto, avvilito. Un forte magone sale dallo stomaco sino in gola e qualche lacrima prorompe sul viso perdendo identità e significato nel sudore che ricopre i miei connotati.

Urla raccapriccianti riescono di tanto in tanto a sopraffare le note di quella musica indefinita, sparata a tutto volume. E quando la massa informe di ossessi mi lambisce senza, per fortuna toccarmi o vedermi, percepisco chiaramente rutti roboanti e sonorissime scoregge. L’atmosfera, così arricchita di nuova linfa, diventa sempre più pesante, uno stagno gassoso putrido e nauseabondo.

Le luci sono ora fisse. Potentissime. Cappellini conici, trombette, fischietti e maschere cominciano ad abbandonare i loro proprietari. In un lampo, quasi all’unisono, tutti si liberano di questi orpelli, lanciandoli su verso il soffitto o in avanti, come boomerang. Appaiono, così, ai finestrini del convoglio, i volti deformati da quell’euforia malata. Maschere dai capelli attaccaticci e sudici, dai colletti spalancati, dalle mammelle straripanti, dai rossetti sbavati, dai mascara liquefatti, dalle natiche oscenamente ondeggianti, dalle anime morte. Maschere smascherate ma non libere. E più il tempo passa, la musica imperversa, la frenesia aumenta, più sull’ormai lercio impiantito si accumulano bautte di ogni foggia, dimensione, sembianza e circostanza.

Improvvisamente sono circondato. Strattonato, schiaffeggiato e sospinto sul pavimento. Mi sono addosso. Riesco a malapena a sollevarmi sulle braccia. L’uomo dalla cravatta a farfalla non ha al collo il suo adorato papillon. Perso o buttato chissà dove. Mi meraviglia molto. Non pensavo potesse liberarsene con tanta disinvoltura. Mi guarda sottecchi, sinistramente. E attende gli sguardi dei suoi compari. L’abbronzato ride a crepapelle. Poi si allontana col suo amato cellulare. Le miliardarie hanno il naso all’insù, quasi a sella, tanta è la puzza che ostentano. E parlottano fra loro, fitto fitto. L’ultrabrachicefalo è paonazzo. Vorrebbe farmi a pezzi. La sua prognata cavità orale distilla insulti talmente volgari da far impallidire l’ultimo dei facchini di porto. I suoi occhi slavati e divergenti sembrano voler schizzare fuori dalle orbite . Se non ci fosse la zoticona, che lo trattiene, forse mi avrebbe già accoppato. Il finto prete fa finta di aiutare la zoticona a trattenere l’infuriato dallo smisurato cranio ma, in realtà, non lo tocca affatto. Sorride sornione alle sue spalle, sperando, in fondo, che vada fino in fondo. Il vile sta in disparte, in seconda fila. E mi lancia, di tanto in tanto, convinto che non possa vederlo, delle pietre, mentre sussurra qualcosa all’infurentito, suo antico compagno di merenda. Papillon allarga le braccia ed esorta il gruppo a prendere una decisione. “A iurnata è nu muorz” urla spazientito, “facimm’ampress o ce perdimm’o ‘mmeglio, pe ‘sta aret’a stu ‘strunz ca nun cont’nient”. Facendosi largo con prepotenza, la donna avanza , corre verso di me. I suoi lunghi capelli tinti ornano un volto ovale quasi perfetto. Occhi, naso e bocca però esprimono odio allo stato puro. La sua maschera è deformata dal livore, dall’acrimonia. Arretro il deretano e il mio corpo per quanto mi sia consentito da quella brigata criminale che mi tiene in pugno. Ho un brutto presentimento. Non capisco cosa voglia quella donna da me. Non la conosco, non l’ho mai vista e, se ci ho avuto a che fare, non me la ricordo. Lei, furibonda, sputando fuoco dalle narici e saliva dalla bocca, mi sommerge sotto una valanga d’ingiurie e recriminazioni. Mi accusa di crimini e misfatti. Mi serra le mani al collo e stringe, sempre con più forza. Impedendomi di parlare, di difendermi. Allungo istintivamente un braccio in cerca d’aiuto. Non c’è più nessuno. Inghiottiti dal treno in corsa. I miei occhi incrociano quelli della forsennata. Non leggo nulla di buono.

Non ho mai sopportato l’ingiustizia, sotto qualsiasi bandiera, forma e dimensione. E’ la cosa che detesto di più, e che mi fa uscire dai gangheri. Conferendomi forza e potenza. Scalcio la donna via da me, scaraventandola sulla parete alle sue spalle. Cade pesantemente sul suo enorme culo flaccido e cellulitico che, sollecitato, risponde prontamente con una puteolenta e fragorosissima scoreggia. Allarga le braccia e, a squarciagola, fa appello ai suoi sodali. Senza tener conto che sono felicemente di nuovo in corsa, chissà dove, in tutt’altre faccende affaccendati, ubriachi e indifferenti alle sue grida. Lo scoramento prende forma sulla maschera a pezzi della donna. Piange, bestemmia, si strappa i capelli. Vomita odio e insulti. Poi ammutolisce e rimane lì per terra, a gambe divaricate. Aspetta, rassegnata e ansimante, la mia vendetta. Senza sprecare altro tempo mi allontano, a grandi passi, lasciandola al suo triste destino, senza nemmeno voltarmi indietro. Ormai non può più nuocere.

Il treno è fermo, per pochi istanti, alla stazione. Ne approfitto per salirvi a bordo. I festanti continuano imperterriti a ridere e ballare. Non sanno fare altro. Mi faccio largo, a spintoni, tra quella folle folla. Il treno riprende la sua corsa, prima lentamente poi con maggior vigore, fino a raggiungere la sua massima velocità. Pur sballottato, sfinito e rintronato dalla calca e dalla musica assordante, avanzo senza tentennamenti. Devo affrontare quei miseri vigliacchi e devo sbrigarmi, a iurnata è nu muorz.

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Narrativa, Saggistica & Poesia, Storie

✍ Winston Blu

La gatta s’intrufolò facilmente attraverso la finestra aperta. Aveva fame, ed era avida. Lo era sempre stata. La più ingorda e rapace del rione. Sui fornelli due padelle scoppiettavano per il friggere di diverse frittelle. La cucina era vuota, la signora doveva essere altrove, in altre faccende affaccendata. E l’astuta felina se ne compiacque. Il suo
raid sarebbe stato più facile e più ricco. Sulla tavola e sul piano della cucina, irresistibili cumuli di polpette succulente riempivano due grossi contenitori di plastica. La ruvida lingua dell’animale passò e ripassò sui baffi, a pregustare il bottino. E con molta circospezione si avvicinò alla facile preda. Non aveva mai trovato situazione più favorevole. Tuttavia il suo settimo senso e, olfatto e udito formidabili, le rinviavano sensazioni e percezioni strane, sfumate. Aveva già trangugiato famelicamente, emettendo rumori porcheschi, tre di quei fantastici ammassi di carne trita, farciti con mollica di pane spugnata, quando avvertì chiaramente un fruscio. Girò il capo fulmineamente, giusto in tempo per vedere una grossa mazza di legno che stava per abbattersi sul suo cranio. Stramazzò con un miagoliò distorto, stridulo, con un pezzo di polpetta ancora tra i denti. La stessa sorte era toccata, qualche minuto prima, alla cuoca, padrona di casa. Colpita con una possente randellata mentre rifaceva il letto matrimoniale che, nella notte, era stato un autentico campo di battaglia. Mai, in tanti anni di matrimonio, il marito era stato così affamato, libidinoso, audace e irrefrenabile. Quasi violento. Aveva dovuto ricorrere ad una pasta lenitiva, al mattino, per placare un terribile bruciore fra le cosce e tra le natiche.

 

L’uomo si sedette tranquillo, in cucina e divorò le frittelle che, nel frattempo, si erano indorate al punto giusto. Poi, dopo aver dato uno sguardo all’orologio, prese le polpette e le mise nell’olio bollente. Si sarebbero cotte in poco tempo. Nell’attesa fumò una Winston Blu con molta voluttuosità, gustandone il fumo in profondità, fin nei più reconditi anfratti dei polmoni. Amava dannatamente quelle sigarette. Non fumava altro. Diede un’occhiata alle polpette e si allontanò per qualche minuto, giusto per controllare borsa e biglietto, che aveva lasciato all’ingresso. Il telefono cominciò a squillare imperioso ma, sul volto dell’uomo, nemmeno il più piccolo muscolo si mosse. Assolutamente imperturbabile, mentre il trillo impazzava nella casa silenziosa, rientrò in cucina, spense il fuoco e mise quelle belle e succose palle di carne in un piatto. Dopo aver mangiato a sazietà, ed emesso un rutto catartico, raccolse il mozzicone, prima spento nell’olio di una padella, indossò il giaccone e, presa la sua borsa e il biglietto, lasciò per sempre quella casa.

 

I corpi, della donna e della gatta, furono ritrovati solo tre giorni più tardi. Per il tanfo che esalava dall’appartamento e che aveva invaso la tromba delle scale. Chi aveva commesso quel crimine non fu mai ritrovato, nonostante sin da subito fosse chiara la sua identità.

 

Coi soldi che aveva preso alla moglie, dopo quella furiosa e liberatoria notte di sesso sfrenato, era partito facendo perdere per sempre le sue tracce. E viveva tranquillo, sotto falso nome, in un ameno luogo del nord del Perù. Le sue giornate scorrevano tra pesca, letture e puttane. Non era mai stato meglio. Sebbene da qualche tempo una fastidiosa tossetta secca, insistente gli dava filo da torcere. Solo dopo molti mesi  si decise a fare una lastra che dichiarò, senza ombra di dubbio e come aveva sospettato, che aveva un cancro ai polmoni. L’unica speranza era una terapia sperimentale, di cui aveva letto su internet, che però avrebbe condizionato il suo rientro in patria.

 

Sperando nella fortuna e che dopo tanti anni e tanti chili in più, nessuno potesse risalire a lui, rientrò nella città che ne aveva visto i natali. E , senza alcun indugio, si mise a disposizione dei medici per intraprendere un viaggio molto periglioso disseminato di incertezze. Quindici mesi di terapie, durante i quali perse oltre trenta chili, sortirono il miracolo. E la malattia fu debellata, anche se aveva dilapidato una fortuna. Ma non tutto il capitale.

 

L’aereo sarebbe partito a momenti, c’era un problema tecnico che ne aveva ritardato il decollo. L’uomo, smunto ma contento, leggeva il giornale , finalmente nella sua lingua, e fumava, come al solito, la sua immancabile Winston rigorosamente Blu. Nella sala d’aspetto, a parte lui e l’hostess al check-in, non c’era che la donna delle pulizie che andava su e giù per l’enorme salone. L’altoparlante gracchiò imperioso in quattro lingue il gate d’imbarco. E il tempo a disposizione: 5 minuti. L’hostess aveva un bisogno impellente, la sua vescica era stracolma e non poteva allontanarsi. La presenza di una sola persona in attesa, la convinse che poteva osare e che, in quei cinque minuti, avrebbe potuto fare una corsa al water, scaricare, e ritornare in tempo utile. Quando rientrò, leggera come una piuma, notò che l’uomo era sempre seduto ma in una posa strana, buffa. Chiamò immediatamente la sorveglianza. Il suo occhio non aveva sbagliato, quell’individuo era morto e stecchito. Con la gola tagliata.

 

Un gatto, col mantello grigio, tigrato e soffice, ogni giorno imbercia la finestra al primo piano attratto dagli irresistibili odori che ne fuoriescono. Va tranquillo, senza paure, sa che la padrona non lo scaccerà né attenterà alla sua vita. Anzi è ben felice di nutrirlo a crepapelle.

 

☂ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale

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