✍ oltre il confine

 

L’ignaro viandante che, risalendo la via Santa Lucia, spinto dalla curiosità, volesse inoltrarsi nel dedalo di vicoli che si dipanano verso l’entroterra, non rimarrebbe affatto deluso. Si troverebbe, infatti, immediatamente immerso e perso in una folla brulicante e in un guazzabuglio di urla, schiamazzi e afrori, e non potrebbe fare altro che lasciarsi trasportare senza opporre alcuna  resistenza. Rapito da una baraonda di attività disparate a lui perlopiù sconosciute, e dagli umori degli sciamannati autoctoni che, disperdendosi agevolmente a dispetto dell’intrico dei budelli, raggiungono chiunque e dovunque. Non vi sono segreti in quel conglomerato di tuguri, scuri e scrostati, che si affastellano senza soluzione di continuità e che formano l’antico borgo marinaro del pallonetto. Il mare, un tempo incline a lambire i primi casamenti e a spargere benefica brezza salmastra, è scomparso a valle. Risucchiato e conquistato dall’opulenza della gente perbene, dalle facciate linde e sontuose, dalle terrazze infiorate. 

Seduta sul muretto del lungomare, una giovane donna è stata per ore sotto il sole, e al cospetto del mare, il suo mare. Lo stesso in cui, da piccola, si divertiva a bagnarsi i piedi o a scalfire coi sassi, non appena varcata la soglia del basso.  Uno fra i tanti che intarsiano i tuguri del pallonetto e che, pur nella loro angustia, riescono ad accogliere tutto. Non è stata colpa sua se si è dovuto arrendere. È stata la protervia dei progresso a farlo arretrare, apponendo barriere invalicabili nel mezzo per impedirgli di poter tornare indietro. Ma non certo a soffocarne il canto.

Ripresosi il mare, dunque, la giovane donna, impregnata di salsedine, si accinge a oltrepassare il confine tra il dabbene e il reietto, per tornare a casa. A passo svelto si districa indifferente tra le lamiere che surriscaldano l’asfalto della strada maestra, laddove un tempo era risacca. E, in un lampo, caracolla felice fra i vicoli che conosce a menadito, come le asperità dei basoli su cui poggia lieve i piedi scalzi.

Il marito e i figli della donna stanno per sedersi a tavola. È domenica, una come tante, e a quell’ora il profumo del ragù si è già espanso per l’intero basso. Perciò allunga ancor più il passo, anzi vola, perché non può più tardare. Non è mai mancata. 

Scorda sempre che i commensali non iniziano senza di lei, non prendono posto sino a che non sono presenti tutti, sino a che la porta non si spalanchi, vinta da una folata impregnata di salsedine.

✍ Senza traccia

La spiaggia è molto bella. Bianca, sottile, deserta. E la baia altrettanto. Mare azzurro-verde, placido e leggera brezza che accarezza il promontorio.

 

Cammino a piedi nudi lasciandomi trasportare dalle folate salate e dal fruscio del mare. Il sole ormai all’orizzonte emana una calda e soffusa luce rossa. Che s’infila nel mare dipingendo infiniti nastri ondulati arancione.

 

Intorno a me noto molte orme, di varia dimensione. E in ogni orma c’è un nome. Alcuni li conosco. Tutta la spiaggia è un’enorme testimonianza di un passaggio. Raggiungo il promontorio e mi piazzo sul punto più alto. La brezza si sta intensificando. Da soffio gradevole a raffica fredda e pungente. La sabbia si solleva in miriadi di covoni dorati. Non può opporsi. Quei nomi non esistono più. Non è durato molto il loro ricordo.

 

✭ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale