Storie

✍ Una pacca sulle spalle e via

Le foto ai lati del lumino risalgono ad altra epoca. A quando quei visi avevano intorno ai 40 anni. Il primo ad abbandonare è stato mio padre, mangiato vivo da un cancro in pochi mesi. Uno scheletro che ben poco avrebbe ceduto ai vermi e alla terra. La compagna lo ha raggiunto dopo qualche anno, dilaniata dalla depressione e dal diabete. Smunta e rassegnata si è ricongiunta con l’amato marito con spirito sollevato. Il suo volto incartapecorito esprimeva, con un sorriso appena accennato, la raggiunta serenità. Erano state due persone eccezionali. Ricche dentro, d’amore e intelligenza. E in loro ero riuscito a trovare forza e comprensione. Con loro alle spalle ero cresciuto determinato e sicuro, rinchiudendo i fantasmi del passato con tutte le loro urla. E, grazie ai loro sacrifici, al loro amore, avevo raggiunto, e anche brillantemente, gli scopi che mi ero prefissato. Quei sogni che sembravano, ad un certo punto, solo ed esclusivamente chimere.

Le bocche di leone ondeggiano sospinte da soffi delicati di vento freddo, pungente. Che, in quel silenzio sepolcrale, trasportano gli echi delle loro voci, ridonando per un momento corpo alle loro anime. Pur consapevole di portarli con me, dentro di me, ogni volta che vado via non posso inibire alla gola di stringersi sino a soffocarmi e agli occhi di sfogare la loro nostalgia.

Il treno viaggia veloce, sfreccia nelle campagne sfidando il vento. Nello scompartimento, più che surriscaldato, la monaca che ho di fronte dorme russando impercettibilmente. La sua mano e un rosario abbarbicato, ciondolano nel vuoto coi sussulti del vagone. Il libro che ho tentato di leggere è appoggiato sul sedile accanto, aperto sulle prime pagine. Le altre, mi sa, dovranno aspettare parecchio prima di essere prese in considerazione. Quel viaggio deve chiudere i conti col passato. E tutti i suoi ricordi, quei fardelli pesanti, sfumati nella nebbia del tempo e pronti, ormai, per essere spenti ed abbandonati nella stessa bruma in cui sono vissuti.

Il volto di mia madre, quella vera, biologica è teso. Ed il suo passo svelto e cadenzato. E la sua stretta forte come una tenaglia. La mano mi duole e non c’è verso di potersi divincolare. Mio padre, anche quello purtroppo vero, ci segue a fatica. Con l’eterna sigaretta appiccicata tra le labbra. All’orizzonte la sagoma, immensa e minacciosa, del luogo che mi accoglierà. Non riesco a capire perché non posso più stare con loro e piango in silenzio. Ormai rassegnato. La direttrice, una vecchia dalla bocca grossa, dal naso adunco e dagli occhi sporgenti e glauchi, mi accoglie con finta benevolenza. Dietro la sua scrivania disadorna parlotta per qualche minuto con i miei. Poi qualche firma, una pacca sulle spalle e via. Nel cortile degli indesiderati, nello spiazzo degli errori, nel chiostro degli abbandonati e degli imperfetti. Volgo il capo, alla ricerca dell’ultimo appiglio, della speranza estrema. Non vedo che i loro didietro che si allontanano in fretta.

Il palazzo non è cambiato. Salgo le scale in pietra grezza molto lentamente. Quei gradini li conosco come le mie tasche. So quanti sono e quali sono sbrecciati e incerti. I loro anfratti, le loro crepe. La prima rampa, la più breve, a quattro scalini, è quella delle gare di salto. Da tre il lancio era alla mia portata. Da quattro l’impresa mi è riuscita solo un paio di volte. L’aria è impregnata da un misto di effluvi di cavoli e di umidità. E di aromi speziati immigrati. Anche l’uscio di casa è lo stesso. Due battenti di vecchio legno in noce, sbiadito e scheggiato. Pigio il campanello e resto in attesa a capo chino. Un bambino dalla pelle scura, dai capelli nerissimi, apre uno spiraglio e mi osserva in silenzio, con occhi che sembrano fari. Quella è la sua casa e nessuno lo caccerà mai via.

Il cimitero monumentale si è espanso sulla collina. Persino con multiple soprelevazioni. Un becchino mi indica il poggio dove il mio sangue giace. E, finalmente, dopo 45 anni mi ritrovo di nuovo faccia a faccia con chi mi diede la vita e cercò poi di soffocarla, di disperderla. Le foto qui sono abbastanza recenti, ritraggono due vecchi dai volti rugosi e cadenti. I nostri occhi tornano a incrociarsi dopo tanto tempo e mi accorgo che nulla è cambiato, che nulla sarebbe cambiato. Mia madre mi guarda sprezzante e conferma, senza alcun’ombra di pentimento o ripensamento, la sua scelta. Non gli appartenevo, non gli appartengo. Sono stato un incidente di percorso al quale ha cercato di rimediare nel migliore dei modi.

Vado via, in fretta. Mi sento sollevato e leggero. Finalmente il passato può essere sepolto.

✡ ogni riferimento a persone, cose, fatti o animali è puramente casuale

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✍ Perla

Le scale del vecchio palazzo sono immerse nel buio. Tutte le lampadine sono spente. Solo davanti ai lucernai, grossi buchi tondi a metà di ogni rampa, filtra una lama bluastra di luce lunare. L’edificio è vecchio, fatiscente. Gli intonaci sono scrostati, anneriti e scarabocchiati. La balaustra, arrugginita, ha perso da tempo la sua stabilità. E chi vi si appoggia la fa ondeggiare, non senza intimorirsi.

L’uomo sale lentamente, col capo chino e intabarrato nel suo pesante cappotto grigio a spina di pesce. Non pensa a nulla. La sua mente è offuscata dal vino che ha tracannato senza posa durante la cena. Ed il suo stomaco, sofferente per il sovraccarico ingerito, brucia e produce gas a profusione.

Rutti sonori quanto disgustosi echeggiano nella tromba delle scale insinuandosi sino all’androne, così desolatamente vuoto, spoglio, da fungere da cassa di risonanza. Finalmente è arrivato. Stanco come non mai, nostante sia abituato sin da bambino a inerpicarsi su quei grezzi gradini di basalto, fin lassù.

La mano tremante non riesce a far trovare alla chiave il suo naturale rifugio. Tenta più volte biascicando qualche bestemmia con la voce impastata dall’alcool. La vescica, stracolma, urla il suo bisogno impellente, innervosendo l’uomo che non riesce in alcun modo ad entrare in casa.

Il fendente, preciso e deciso, gli recide la gola. Il sangue zampilla furioso lasciando rapidamente il suo alveo. In pochi secondi 106 chilogrammi stramazzano, ormai privi di vita, in una pozzanghera di urine rosso ciliegia.

Quant’è bella Perla. Coi suoi occhioni nocciola, vispi e intelligenti. Con le sua labbra carnose e morbide. Col suo nasino all’insù. Con la sua infinita tenerezza. Con il suo amore incondizionato. Davanti alla finestra, guardando nel vuoto, ne distinguo dettagliatamente i tratti. E mi sorride, sempre. E mi tende le braccia. Mi manda baci.

La grossa automobile procede spedita sulla tangenziale in direzione nord. La radio trasmette melensa musica melodica dialettale. E l’uomo al volante, con un blazer dai bottoni metallici e cravatta, canta con voce stonata. Sembra contento. Nonostante i divieti sfreccia costantemente oltre i 100 km orari e non stacca mai l’orecchio dal suo fidato cellulare, attivo senza posa sin dalla partenza.

Sul sedile accanto la sua inseparabile borsa di pelle griffata, piena zeppa di documenti, di affari, di imbrogli.

La meta è vicina. La giornata è soleggiata e il traffico inesistente. Se non ci saranno intoppi sarà a destinazione prima del previsto e, magari, potrà fare una visitina veloce a quella brunetta che non gli dice mai di no.

Il motore improvvisamente inizia a borbottare. Gli occhi si fanno cupi, preoccupati. E’ un rumore che non fa presagire nulla di buono. E, infatti, la macchina perde velocità, sussultando e fumando. Per fortuna la piazzola è vicina. Imprecando e battendo i pugni sul volante, l’uomo accosta ed entra nell’area di emergenza. E’ molto contrariato, soprattutto perchè salta il programma con la brunetta. Apre la portiera, non senza essersi data un’aggiustatina alla cravatta e, una volta in piedi, si stiracchia. Il SUV, nero dai finestrini neri, arriva come un missile. Piomba sull’uomo, che nemmeno si rende conto di quanto accade, e lo scaraventa sul guardrail. Poi, ritorna indietro, e si lancia sul corpo già sfigurato, schiacciandolo come un pidocchio.

La notte è tremenda. Perla appare in tutto il suo splendore e mi sta accanto, sussurrandomi il suo amore. Ne avverto il profumo, percepisco la sua presenza. Ma poi, ineluttabilmente, la mano, protesa, alla sua ricerca, non trova che il cuscino vuoto. Tutto sparisce e mi ritrovo a piangere seduto in mezzo al letto.

Nell’ascensore, che sale lemme al 25 piano del Centro Direzionale, pel di carota fischietta silenziosamente. I suoi pochi capelli, sono rossicci e stopposi. E sul volto, butterato dal vaiolo, una lanugine di pari qualità si spalma da un orecchio all’altro. I suoi occhi sono celesti, slavati e sporgenti. E la cicatrice del labbro leporino completa l’opera, restituendo una maschera ributtante dal sorriso sardonico perenne. Un rumore smorzato attrae, giusto una frazione di secondo, l’attenzione del suo orecchio sinistro prima che sia perforato da un proiettile calibro 9. La pallottola attraversa la base del cranio e, per puro caso, fuoriesce dall’altro orecchio, ficcandosi nella plancia dei pulsanti.

Lo spiazzo è deserto, come sempre. Come quella sera. La luna è alta, tonda e splende come non mai. Perla è seduta sulle mie ginocchia e mi bacia. Non riesco a crederci. Mi sembra un sogno.
Una donna come quella che ama me, proprio me.

D’improvviso la portiera si apre e tre ombre me la strappano via e la trascinano sul selciato. Poi il buio, più pesto. Mi risveglio dopo non so quanto tempo. La fronte mi sanguina. Tutto il volto, la camicia sono intrise di sangue. Barcollando e con un mal di testa feroce perlustro quel maledetto spiazzo, urlando il suo nome. Finchè non la trovo. La mia piccola Perla  giace senza vita su un lercio prato. Nuda, sfregiata e vilipesa. Crollo accanto a lei gridando come un forsennato. Poi di nuovo buio pesto. Mi risveglio in un letto d’ospedale. I miei occhi continuano a piangere. Mi sembra un sogno, un brutto sogno.

Non so quanto tempo sono stato in coma, stremato dallo shock e dalla disperazione. Non ricordo quanti giorni ho vagato senza meta e senz’anima. Non ricordo quando il corpo ha ripreso meccanicamente le sue abitudini. So solo che dopo lunghe notti insonni e tormentate ho promesso a Perla che l’avrei raggiunta. Ma prima avrei dovuto sbrigare un’incombenza.

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale

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✍ Passaggio coperto

La porta, di legno massello, è massiccia, pesante. E chiusa. Cerco disperatamente di aprirla, abbasso con veemenza e ripetutamente la maniglia di ottone, do spallate, armeggio sui cardini. Non c’è verso. Mi sento alquanto avvilito, spossato. Nemmeno la chiave è riuscita ad annullare quella barriera. Gira a vuoto.

Mi accuccio sulle scale e, in breve, nonostante il freddo e la desolazione, mi addormento.

Sto percorrendo un lungo corridoio illuminatissimo. Faretti a luce alogena, potentissimi, annullano qualsiasi ombra.

Tre figure mi precedono, ne vedo chiaramente le sagome a pochi metri più avanti. E parecchie mi seguono. Ne sento l’ansimare.

Non c’è percezione del tempo e di spazio. Avverto sulla mia nuca, nelle mie orecchie e nel mio cuore gli impulsi, gli influssi e le parole di quasi tutti quelli che mi stanno dietro. Le loro voci, le loro azioni si accavallano e mi confondono. Le mie certezze, le mie sensazioni, le mie emozioni, le mie pulsioni, i miei ricordi sono sconvolti. Mi sento smarrito e angosciato. Il cuore batte come impazzito e il cervello è surriscaldato. Avanzo il passo, voglio staccarmi da quel gruppo che mi tallona, che mi ossessiona. Volgo il capo, di tanto in tanto, e ogni volta riconosco i tratti di volti noti, e cari. Qualcuno piange, altri tengono il volto fra le mani, altri ancora urlano e gesticolano come per giustificarsi. I più tranquilli sono quelli che chiudono il corteo, quelli in fondo, la cui fisionomia riesco appena ad intravedere e riconoscere.

Sto quasi per raggiungere i tre che mi stanno davanti. Due galoppano, la terza invece cade più volte, anche se riesce a rialzarsi, con evidente difficoltà. Perciò è quella a me più vicina. Mi colpisce il loro abbigliamento. Indossano abiti uguali ai miei. L’ennesima caduta è fatale. Non riesce più a sollevarsi. E rifiuta con decisione e sdegno, con rabbia ogni mia offerta d’aiuto. La sua bocca, le sue mani e le sue lacrime mi raccontano tutto. Ascolto fermo e sfinito, la verità che mi schiaffeggia. Le sue orecchie, invece, sono coperte dalla sue mani. A impedire la mia verità. Vorrei fare qualcosa, rimediare, tornare indietro. Ma non c’è più tempo. Ora si può solo andare avanti, con consapevolezza.

Sono frastornato e turbato. Non ho più voglia di correre. Angoscia e pensieri grevi mi attanagliano. Ai miei piedi la figura si è acciambellata non senza aver prima ghermito pezzi di me. Lascio le macerie di cui sono stato inconscio e stupido artefice e, con le mani ingombre da brandelli di stoffa insanguinata simile a quella che ho addosso, cammino sperando di poter raggiungere le lepri, scomparse alla mia visuale, per poter cantare con voce nuova.

Sono brividi di freddo quelli che mi ridestano. Le scale sono sempre tetre e solitarie ed io mi sento una schifezza. Sto seduto con la testa fra le mani per non so quanto tempo. Uno spiffero, improvviso quanto gelido, mi ridesta e mi fa capire che la porta non è più chiusa. Scosto il battente con molta circospezione. Uno stretto viottolo di campagna orlato di forsizia conduce verso un piccolo altare che sostiene uno specchio enorme. Non c’è altro. Guardingo, in preda a brutti presentimenti, mi avvicino all’ara. Prima di affrontare la realtà, mi giro per l’ultima volta indietro, giusto per costatare che la porta si è richiusa e che sono assolutamente solo. Alzo la testa molto lentamente. Ho paura di quello che vedrò allo specchio. Trangugio saliva forzando il groppo in gola e, finalmente, alzo lo sguardo. Il mostro che è in me appare in tutto il suo splendore.

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✍ Il sole ha portato via tutto

Ride. Nonostante la caduta al suolo.

Il pavé è micidiale. Mancanza di cubetti e assenza di manutenzione lo hanno ridotto peggio di una mulattiera. Gli occhi non debbono mai staccarsi da terra per evitare di precipitare in buche più o meno grosse e profonde con esiti nefasti per le caviglie, le ginocchia o il cranio. L’attenzione, poi, deve essere decuplicata quando comincia a cadere la pioggia. L’acqua piovana e i liquami che raccoglie e diluisce dai cumuli di immondizia accatastati in ogni angolo, trasformano la pavimentazione in una vera trappola mortale.

Si rialza, sempre sorridendo, e si appoggia sulle mie spalle. Non dice una parola ma i suoi occhi esprimono gioia. È da tempo immemore che non ci incontravamo. Ed il silenzio tra noi è più eloquente di mille parole.

Il bar in piazza ci offre l’occasione per passare qualche momento di serenità. Il caffè è forte, bollente e i suoi occhi non si staccano dai miei. Come del resto i miei dai suoi. Non riesco ancora a crederci. Pensavo fosse impossibile. E invece eccolo lì, a pochi metri da me.

Il cielo è cupo, plumbeo. Chissà che quelle colonnine fitte fitte di minute gocce d’acqua in realtà non siano lacrime, di tristezza, di compassione.

I rumori del traffico, della gente ci giungono attutiti, ovattati. I suoi occhi scintillano quando gli offro una sigaretta. L’afferra con avidità e con avidità ne aspira il fumo. Chiude gli occhi estasiato e mi dice che non ne toccava una da  ventidue anni. Poi mi invita a parlare, a raccontare tutto ciò che è accaduto durante la sua assenza.

La pioggia ora cade violenta. Bagliori vivissimi, zigzaganti, squarciano le nuvole ingrossate, gonfie e nere. La commozione si è tramutata in disperazione e il pianto è ora incontenibile. Una marea di liquami di ogni specie si organizza in cento rivoli. Sembrano torrenti. Qualche vecchio tombino salta, lasciando fuoriuscire un getto violento di acqua sporca dalle fogne. Ombrelli sradicati dalle mani, e divelti, volano chissà dove.

Una donna esce correndo da un portone. Grida, è spaventata. Un uomo la insegue da presso e brandisce un grosso e scintillante coltello. Non può andare lontano. L’uomo è più veloce ed il suo volto esprime furore, odio.

Seduti al bar, imperterriti, osserviamo in silenzio la scena. Mi alzo istintivamente per raggiungere quei due. Ma la mano, ben salda, mi afferra il braccio e mi trattiene. Mi invita a riprendere posto. La verità, mi dice, spesso si manifesta in modo equivoco, ambiguo. E ciò che sembra malvagio, ingiusto può invece nascondere l’esatto contrario. Faccio fatica a seguirlo. Vedo una donna in grave pericolo. E un uomo con un grosso coltello le cui intenzioni son ben chiare.

Una buca ricolma d’acqua lurida è fatale, fa inciampare la donna. L’uomo le piomba addosso in un attimo e alza il braccio per sferrare il fendente. Il coltello trafigge l’addome, da parte a parte, lasciando intravedere pezzi di intestino immersi nel sangue che cola a fiotti. Il volto dell’uomo esprime sorpresa, dolore e impotenza. Resta un attimo paralizzato goffamente in quella posizione, prima di rimettersi in piedi. Lancia via il coltello, lontano. Porta le mani sulla pancia squarciata, istintivamente, per fermare il sangue e bloccare le viscere. La donna ride. Stesa  sul pavé, si sganascia dalle risate. L’uomo stramazza  senza più vita. Il lamento monotono di un’upupa risuona lontano.

La pioggia è ora così fitta, impetuosa e nebbiosa che a stento riusciamo a vederci, sebbene vicini. Per qualche secondo non riesco ad intravederne la sagoma. Poi, d’improvviso, l’acqua smette di cadere. Le nubi si diradano e la luce del sole illumina ogni cosa. La sedia di fronte alla mia è vuota. Mi giro e rigiro nella vana speranza di rivederlo. E in questa escursione mi accorgo che la strada è libera, vuota. Di quei due nemmeno l’ombra. Il lamento monotono di un’upupa risuona lontano, molto lontano.

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✍ Non lo saprà mai nessuno

L’uomo saluta la moglie, con un bacio su una guancia.  Come ogni mattina.  Lei gli offre uno sguardo languido e, nell’orecchio, gli sussurra: ” buon lavoro, tesoro”.

In macchina i pensieri sono già in marcia, corrono in mille direzioni. I semafori rossi aiutano a mettere a fuoco qualche dettaglio.

La donna non perde tempo. Una rapida doccia, mezzo litro di Chanel e via, per le scale.  L’altro la attende tre piani sotto, con la porta socchiusa. Nudo nell’ombra. Pronto all’assalto.

La donna però non scende, sale. Il secondo piano è la sua destinazione. Una nuova fiamma arde possente e furiosa. Sotto il leggero vestito di organza non c’è altro. Bussa più volte con impazienza all’esordiente porta.

Un telefono squilla nella tromba. È una suoneria inquietante, mai sentita prima. La donna, ansimante, continua a percuotere quell’uscio ostinatamente serrato.

L’uomo nudo è perplesso. Non capisce. Comincia a sentire freddo e il suo membro si è avvizzito. Ha già intuito qualcosa.

La portinaia sale con fatica quelle maledette scale. Brontola, come ogni mattina. E lancia bestemmie contro il padrone dello stabile. Restio a metter mano alla tasca e far installare l’ascensore. Prima o poi, pensa, la troveranno morta e stecchita  su quei gradini di marmo. Sbuffa con il secchio e la scopa che sembrano pesare un quintale. Il trillo del telefono irrompe nuovamente. La vecchia si ferma un attimo. Si sporge dalla balaustra. Tutto è tranquillo. Ritorna al suo brontolio.

L’uomo nudo borbotta qualcosa, poi sconsolato chiude la porta e si avvia verso il letto. Telefonare non può. Salire nemmeno. Si siede pensieroso. Poi inizia a vestirsi, rapidamente con quello che trova a portata di mano. Una scampanellata lo fa sobbalzare. È lei. Si precipita , ancora con le braghe in mano. Il volto incartapecorito della portinaia spegne all’istante ogni illusione. Con una malcelata smorfia prende la posta e, senza nemmeno ringraziare, rinchiude il battente. Corrispondenza inutile e immancabili bollette. Le lancia sul tavolino all’ingresso e ritorna a vestirsi.

Il vestito d’organza lascia intravedere le fattezze della donna. I suoi seni appuntiti. Le sue natiche sode. Le sue cosce tornite e la macchia mediterranea che avviluppa quel forno sempre bisognoso di legna. Il brontolio in avvicinamento consiglia alla donna di abbandonare rapidamente il campo e rintanarsi in casa prima che tutto il quartiere sappia. Pigia per l’ultima volta il tasto nella bocca del leone, mentre le sue gambe già sono sui gradini.

Sì, non si è sbagliato. Qualcuno bussa alla porta, leggermente. Con dolcezza. Non può che essere lei, finalmente. Con passo svelto si avvia all’ingresso con un bel sorriso sulle labbra e il membro che rapidamente tende l’aderente jeans griffato. Una grossa lama a serramanico si infigge con decisione nella gola dello spasimante in disgrazia del secondo piano. Crolla sulle ginocchia, con le mani che tentano disperatamente di bloccare il torrente di sangue che sprizza dal suo collo. Un calcio sul volto sconvolto lo sospinge sul pavimento. La porta si richiude senza fare alcun rumore mentre i suoi occhi ormai privi di vita si fissano sul soffitto.

La donna rientra rapidamente a casa.  Ha appena chiuso la porta alle sue spalle che il campanello suona due volte. La vecchia portiera non è poi così decrepita. Con una mano si riassesta i capelli e con l’altra abbassa la maniglia. La lama a serramanico trancia il suo bel collo come il burro. E la testa, dopo un breve rullio, si stacca  precipita sul pavimento e rotola sin nel salone, fermata dal divano. E inseguita dal gatto eccitato da quel nuovo strano oggetto ludico.

Trafelata e sudata la portinaia ha raggiunto l’ultimo piano. Dopo una breve sosta bussa alla porta del 66. Sa che quell’uomo fa una vista sregolata e spesso è fuori di casa.  Pigia ripetutamente il campanello. Dalla tasca del lercio grembiule estrae la chiave che l’uomo le ha affidato e apre. Un’acre graveolenza l’aggredisce immediatamente. Forse il gas, pensa. E quello è il suo ultimo pensiero. La lama a serramanico ripete l’azione efficacemente riuscita con la donna in organza. Prima che anche quella porta si chiuda s’intravede, sul letto, col petto squarciato,  l’irrequieto inquilino dell’ultimo piano.

I semafori sono tutti verdi. E non c’è un filo di traffico. Presto sarà di ritorno a casa. Tutto è andato liscio. L’uomo mentre sale lentamente le scale si allenta la cravatta. Poi prende le chiavi, apre e con un  bel sorriso esclama:      “sono a casa, tutto bene tesoro ?”.

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