✍🏾 il sogno di una vita

Steso sul pagliericcio, sotto la tenda, passò l’intera giornata a pensare. Nascondendosi così alle abituali corvée mai prima disattese.  Ma oramai non aveva alcuna importanza, più niente aveva importanza, poiché l’abisso lo aspettava a fauci spalancate.

Solo un miracolo avrebbe potuto salvarlo dall’inevitabile. Gli assalti alla baionetta si susseguivano, ormai, senza posa e presto o tardi sarebbe stato infilzato come un tordo. La battaglia era ormai persa. La guerra era persa e, seppur con altri colori, tutto sarebbe stato come prima, se non addirittura peggio. Una inutile, crudele mattanza di disgraziati.

Sentiva, in cuor suo, di avere le ore contate. Le ultime di quella vita in cui era stato catapultato senza averne fatto richiesta,  per eseguire e tramandare, pedissequamente, regole e consuetudini stabilite da altri chissà quando. Sprecando gli anni, seppellendo il tempo migliore. 

Su questa strada da altri tracciata, dunque, nulla aveva fatto per cambiarne il percorso. Attanagliato dal timore di pensare e camminare con la propria testa, di dover affrontare scelte e conseguenze, di gioire e  soffrire. Senza aver vissuto, in sostanza. Persino nei sentimenti s’era fatto guidare dal buon senso e dagli schemi predefiniti. Se Assunta, dunque, non fosse stata di buona famiglia e docilmente consapevole dei suoi doveri, se non fosse stata aggraziata nel corpo, probabilmente l’avrebbe scartata.

Non aveva, dunque, scampo. Nessuna speranza di poter essere ricordato e rivivere almeno nel ricordo di sua moglie e dei suoi figli. Al più la sua solita immagine sbiadita, dopo aver occupato le loro esistenze, avrebbe invaso sgradevolmente i loro sogni. Forziere inespugnabile di tutti in ricordi.

Qualche lontano colpo di cannone, e lo scrosciare insistente della pioggia lo distrassero per qualche minuto. Si affacciò giusto un attimo per constatare quanto il cielo fosse cupo, come il suo animo, e foriero di calamità. 

Nell’avanzare verso il nemico, il giorno seguente, sotto uno splendido cielo terso e assolato, a dileggio della stoltezza degli astanti, stranamente si sentì sereno, svuotato di ogni emozione e pensieri. Leggero, dunque, e pronto ad affrontare con grande determinazione il suo destino.

Dopo un lungo ed estenuante viaggio, impolverato da capo a piedi, raggiunse finalmente il sentiero che l’avrebbe riportato a casa. Il cuore, che d’improvviso gli balzò in gola battendo furiosamente, e la stanchezza, che gli piombò addosso come un macigno, lo costrinsero a fermarsi. A riposare qualche minuto.  Si stese, perciò, su un mucchio di sterpaglie nel vicino sottobosco e, in un attimo, si ritrovò protagonista di un sogno. Talmente bello che non ne sarebbe più uscito.

 

✍️ la posta in gioco

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Il tentativo di sospendere il flusso incessante di pensieri sembrava essere riuscito, poiché il sonno ebbe in breve il sopravvento, nonostante qualche immagine erotica in sottofondo battesse ancora grancassa. Moleste, come sempre. Tuttavia si rese ben presto conto che l’es, astuto e prepotente, aveva solo indugiato nel mentre  operava le sue mirabili manipolazioni, acciocché potessero riemergere sotto mentite spoglie e farcite. Il suo riposo, dunque, non fu ristoratore, o lo fu poco, poiché fu animato da moltitudini di volti, emozioni e situazioni che mutarono i sogni in incubi o loro succedanei.

Purtuttavia privi degli ospiti fissi, per sua fortuna. Di coloro  che, implacabilmente e sia pure come figuranti o comparse, dilagavano ogni notte indisturbati nelle praterie dell’incoscienza. Demoni di sempiterno livore e di sciagure. Memento di misfatti delittuosi irreparabili.

Spossato, dunque, ma contento di averla fatta franca, si ridestò alla scontata riscossa dei tarli compiacendosi, dopo un rapido check, di essere ancora apparentemente a posto. E si avviò ad affrontare la prima battaglia della giornata,  sperando di aver ragione del proprio intestino, e in tempi non estenuanti. 

La depilazione richiese impegno e grande attenzione sin dalle prime luci dell’alba. Probabilmente l’ultima della serie, poiché col laser aveva deciso di potare per sempre quei fili spinati che si ostinavano a spuntare laddove non avrebbero dovuto. Con innato talento, e il supporto di una farragine di creme e polveri, tratteggiò poi un make-up che avrebbe di certo stupefatto una geisha di primo livello. Lasciando i capelli per ultimi, nel pomeriggio inoltrato, per acconciarli in uno chignon alto e panciuto. Suo malgrado, data l’ora tarda, fu costretta a sorvolare sulla oculata scelta dei vestimenti, optando in fretta e furia  per un tubino di chiffon rosso , scarpe a tinta e parure di perle. Tirandosi la porta, avvolta nella nube del suo profumo preferito, sorrise pensando allo sconvolgimento che avrebbe causato al poverino che l’aspettava. Un’illuso attempato col quale giocava già da un po’, non avendo al momento altro di meglio da fare.

Benché non fossero mai giunti al dunque, e benché lo desiderasse tanto, si accontentava. E avrebbe continuato a offrirle cene, viaggi e regali pur di tenerla solo accanto, affascinato  dall’allegria e dalla frizzante avvenenza che sprigionava. Consapevole che, vecchio e difettoso qual era, di più non avrebbe potuto sperare. 

Forse fu per il vino, forse per la magica atmosfera creata dalla musica in sottofondo, forse per la sua insolita fresca disinvoltura, forse per quel sorriso indifeso, forse per tenerezza o forse per tutte queste cose insieme, che decise che quella notte il gioco si sarebbe spinto oltre. E avrebbe donato allo stagionato spasimante una notte di fuoco. 

Da allora provarono a non vedersi  più.

Lei non giocò più sporco. Lui imparò a giocare.

Gli ospiti fissi, non più assecondati nel gioco loro, sparirono.

✍️ quid pro quo

La signorina Scognamiglio aveva una fissazione, anzi un’ossessione: che il suo cognome fosse confuso, e recepito con la elle al posto della gi finale. Perciò, tutte le volte che era necessario declinarlo scandiva, con voce lenta e stentorea, il suo patronimico acciocché l’interlocutore non potesse in alcun modo fraintenderlo con Scognamillo. Le immani difficoltà, quasi sempre ai limiti dell’invalicabilità, che aveva dovuto più volte affrontare per potervi porre rimedio, giustificavano ampiamente la sua mania, anche quando espressa al di fuori della miriade di incombenze burocratiche che costellano, malignamente, un’esistenza.

Nonostante fossero dirimpettaie di pianerottolo, e si conoscessero da svariati anni, lei e la signorina Spinazzola si detestavano,  a dispetto dei sorrisi e delle smancerie che si scambiavano allorché la sfortuna faceva in modo di farle incontrare. Entrambe alquanto avanti negli anni, entrambe raggrinzite e arzille, entrambe sole, avevano un sostrato familiare e culturale così diverso da farle collocare agli antipodi. Seppur fosse soprattutto la reciproca antipatia a pelle a impedirne qualsiasi contatto: scarpe, pettinatura, prossemica e profumi, per esempio, mediavano vicendevoli critiche e giudizi tranchant, e non sempre espressi solo alle spalle. 

La Spinazzola, negli anni ruggenti, aveva scorso la cavallina senza risparmiarsi. Tanto da farsi una cattiva nomea che la perseguitava anche negli ultimi immacolati scampoli della sua vita in cui il sesso, divenuto ormai solo carattere distintivo, alimentava esclusivamente ricordi fantastici. Talora anche vividi ed esaltanti ma, di fatto, meri cimeli incapaci di surrogare i fasti dell’era dei sensi.

La sua dirimpettaia, invece, aveva fatto unicamente casa e chiesa, tanto da conservare la sua verginità intatta sino alla veneranda età raggiunta. Non che non avesse avuto le sue occasioni, solo che in un modo o nell’altro, era sempre riuscita a fuggire al momento opportuno evitando il peccato, ovvero a respingere con la sue ferree intransigenza e selettività. Perciò, a differenza della Spinazzola, i suoi ricordi non sapevano di nulla. 

Entrambe non ricordavano quando il geometra Capuozzo si fosse insediato nell’appartamentino a lungo sfitto, posto proprio in mezzo ai loro. Entrambe ricordavano perfettamente, però, che a dispetto dell’età ben più giovane del nuovo giunto, e del suo aspetto scialbo e innocuo, ci fecero subito un pensierino. L’una per rinverdire un passato glorioso, l’altra per lasciarsi finalmente andare.

Il geometra, pur solo e malinconico, non diede mai spago alle loro maliziose attenzioni, e sebbene qualche volta il buio della notte lo sollecitasse  in pensieri depravati, non pensò mai di concretizzare quelle tentazioni oniriche. Piuttosto gli furono d’utilità, benché geriatriche, per sollevare la sua autostima di qualche centimetro dal sottosuolo, ivi sepolta dall’abituale indifferenza femminile. Questa sorta di feeling, comunque, non si protrasse a lungo, poiché ad un certo punto Capuozzo scomparve e non se ne seppe più nulla. 

Negli anni, forse per il disfacimento delle residue velleità o per solitudine, le signorine si avvicinarono molto, tanto da compiere quell’inseparabilità propria degli amanti. Infischiandosene di remore e malelingue. Fu allora, solo allora, che Capuozzo riapparve sulla scena. Prima nei sogni dell’una poi in quelli dell’altra e, spesso. in quelli di entrambe contemporaneamente. Lacero e sporco di terra, sedeva in mezzo a loro sorridente e, dopo aver  dispensato carezze, parole dolci e sussurri talvolta licenziosi, s’intristiva sino a singhiozzare, farfugliando sulla sua triste prematura scomparsa per mano assassina.

Le ruspe, dunque, seppur scettiche, si misero in azione nel vicino prato incolto, un tempo cimitero degli inglesi, e non senza stupore, proprio lì dove era stato indicato, estrassero i resti mummificati del mite geometra. 

 

Non c’era giorno, in quella scuola elementare, che quel copione non andasse in scena, anche più volte. Calci e pugni, a piacimento e senza alcun pretesto, si scaricavano sulle membra flaccide quanto pingui, dell’inquilino del primo banco. Che, goffo e timoroso, assorbiva senza lamenti o proteste, quasi come se ritenesse  di meritarseli. Così come, immobile e a occhi bassi, non opponeva alcuna resistenza, difesa ai fiotti di sputi sulla nuca e sulle gote, e ai rutti sparati direttamente nelle orecchie.  Quelle rare volte che lo lasciava in pace era solo perché, il compagno di classe, il più violento e indisciplinato della scuola, un vero delinquente in erba, era preso da altri pensieri o stanco per le scorribande vandaliche espresse nel rione il giorno (e la notte) prima. Punizioni e cambi di sezione non ebbero risultati né tangibili, né duraturi. Le attenzioni cessarono solo quando, come prevedibile, stufo di regole e concetti per lui astrusi e privi di scopo, il bullo non abbandonò la scuola per non farvi mai più ritorno. L’eco delle sue gesta, però, penetrò sempre nell’edificio, ad aggiornare sulla sua rapida scalata nelle gerarchie della camorra del rione. 

Nei suoi 25 anni di carcere, l’ergastolo gli fu risparmiato poiché incensurato, Aniello Amitrano non smise mai un minuto di lambiccarsi il cervello. Aveva commesso molti crimini, ma mai un delitto. Perciò non riusciva proprio a immaginare chi avesse potuto fargli l’infamia di denunciarlo alla polizia come esecutore materiale dell’assassinio di quell’omino che, ogni tanto, incontrava per le scale del palazzo. Il cui nome, Capuozzo, e le fattezze gli ricordavano quell’imbecille grassone del suo compagno di banco alle elementari. 

 

✍ la fin del mundo

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Nel 1939 mio nonno aveva 38 anni ed era fascista dalla testa ai piedi. Prima della guerra  faceva il sarto, ed era talmente bravo che era costretto a lavorare giorno e notte. Soprattutto per soddisfare le commesse militari che, come è facile immaginare, crescevano sempre più. Nella sua piccola bottega non era insolito imbattersi in manipoli di camicie nere, soprattutto di rango, i quali tra una misura e l’altra si abbandonavano a lazzi, pettegolezzi e confidenze. Una miriade di scheletri negli armadi che portarono il nonno da semplice iscritto al partito a federale del paese. E che lo protessero da qualsiasi coinvolgimento sui campi di battaglia. Crudele, tronfio e vanesio si divertì a perseguitare oppositori, veri e presunti, ebrei e chiunque gli fosse anche appena antipatico. Avvertendo, con orecchio fine, l’arrochirsi progressivo degli anni ruggenti, quelli in cui spadroneggiava impettito col fez di sghimbescio, non si fece cogliere impreparato. L’otto settembre, così, lo localizzò su un camion sgangherato della croce rossa diretto al sud, come uno sfollato qualunque.

Alla morte della monarchia confluì, come tutti, nelle fila della democrazia cristiana che, in un battibaleno, riuscì a centrifugare e candeggiare uomini e misfatti. Una volta ripulito, e con le spalle coperte dagli scheletri rimasti nei loro armadi, trovò il modo di sistemarsi presto e bene, lontano però dai riflettori. Questo reinventarsi non piacque al figlio dodicenne, mio padre, il quale integralista nazionalsocialista quale era avrebbe preferito che mio nonno fosse stato esposto a piazzale Loreto. I contrasti tra i due, così, crebbero a tal punto che, all’età di sedici anni, il figlio si eclissò d’improvviso per arruolarsi nella legione straniera. 

Mentre il nonno poltriva dietro la scrivania di direttore dell’ufficio postale centrale, mio padre, con esaltazione crescente, scorrazzava per il nord Africa tra saccheggi, massacri e stupri. Attività che terminarono, con suo grandissimo rammarico, con la dissoluzione del 22° reggimento della legione all’indomani dell’indipendenza dell’Algeria. Frastornato e deluso dall’evoluzione degli eventi politici e militari, stemperò la depressione che lo attanagliò ingravidando in più riprese una povera disgraziata mozabita, succube delle sue angherie. Finché, insoddisfatto di sfogare a suon di schiaffi e pugni la sua aggressività repressa sulla povera donna e sui figli, non decise che era ora di riprendere l’azione tra le fila di un’organizzazione nazifascista operante nel sud America. E sparì dalla circolazione.

Francese di merda per gli algerini, lurido italiano per i francesi, figlio di puttana per gli italiani, negro per tutti, prima ancora di prendere consapevolezza e acquisire capacità raziocinanti, imparai a furia di sputi e calci a recepirmi come un animale. Percezione che durò fino all’adolescenza quando, consapevolezza e ragione ormai pienamente acquisite mi spinsero a isolarmi prima, e desiderare la fuga dopo. Nonostante le lacrime di quella povera donna di mia madre, che da allora non vidi mai più, decisi ormai maggiorenne di raggiungere l’Europa dove, di certo, avrei trovato ben altra civiltà e accoglienze. Dove sarei stato finalmente considerato per l’uomo qual’ero, senza più discriminanti cromatiche e pregiudizi etnici. 

Quando, alla fine dell’estate del 2017, posai i piedi sull’asfalto rovente di Ezeiza, ero un cinquantenne in stato confusionale. Il mio peregrinare tra Spagna, Francia, Portogallo, Germania e Italia si era rivelato un’amarissima delusione, peraltro prevedibile. Disprezzo, avversione e odio erano spalmati in egual misura dappertutto, e si concretizzavano sempre allo stesso modo, ovunque andassi e con chiunque avessi a che fare. L’abominio di cui fui bersaglio mi fece rimpiangere le vessazioni patite in età pediatrica, al confronto nulla di più che attività ludiche.

Non trovai l’eden nemmeno in Argentina, com’era ovvio. Ma ci provai, non demorsi dalla speranza di trovare anche un solo essere umano, prima di rassegnarmi e raggiungere la fine del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

i ladri

non sono l’unico, non sono il primo (e non sarò l’ultimo)a essere depredato di ciò che spettava di diritto, con titoli alla mano. incontrovertibilmente superiori a tutti i partecipanti all’avviso interno per la copertura del posto messo a concorso. un riconoscimento insomma che nel merito doveva essere scontato, anche alla luce della lunga militanza in un settore la cui peculiarità aveva tenuto a debita distanza chicchessia per anni.

il vincitore, il cui nome era già noto mesi prima che il bando fosse pubblicato, si aggira trionfante senza alcuna vergogna, blindato nell’intoccabilità garantitagli dal sistema. a nulla varrebbe, infatti, ricorrere: soldi e tempo sprecati per agguantare un pugno di mosche e inciprignire ulteriormente l’ambiente, già ostile al perdente, ai perdenti. a chi non appartiene alle cricche di potere, vere sette di pretto stampo camorristico.

sconvolgente, per chi scrive, e a dispetto dell’esperenzialità, l’assoluta ineluttabilità percepita e condivisa da tutti. tutti totalmente proni all’andazzo del “così funziona e chi non s’adegua e s’arrangia è un idiota”. tutti totalmente pronti alla collusione. ciò spersonalizza evidentemente l’evento e rende mortale l’avvilimento nella misura in cui vi è la certezza che in questo paese di mmerda nulla mai cambierà. oggi, con gravissimo ritardo, mi rendo conto che l’aver sognato una società saldata da intenti comuni, pronta a combattere sull’onda del quasi “tutti per uno, uno per tutti” , è stato in realtà un incubo. una speranza offerta allo scempio. l’uomo è una bestia egoista e, pertanto, capace di ogni efferatezza pur di perseguire i suoi scopi, i suoi bisogni. ogni forma di comunione solo espressione di alleanze di convenienza.