Storie

✍️ quid pro quo

La signorina Scognamiglio aveva una fissazione, anzi un’ossessione: che il suo cognome fosse confuso, e recepito con la elle al posto della gi finale. Perciò, tutte le volte che era necessario declinarlo scandiva, con voce lenta e stentorea, il suo patronimico acciocché l’interlocutore non potesse in alcun modo fraintenderlo con Scognamillo. Le immani difficoltà, quasi sempre ai limiti dell’invalicabilità, che aveva dovuto più volte affrontare per potervi porre rimedio, giustificavano ampiamente la sua mania, anche quando espressa al di fuori della miriade di incombenze burocratiche che costellano, malignamente, un’esistenza.

Nonostante fossero dirimpettaie di pianerottolo, e si conoscessero da svariati anni, lei e la signorina Spinazzola si detestavano,  a dispetto dei sorrisi e delle smancerie che si scambiavano allorché la sfortuna faceva in modo di farle incontrare. Entrambe alquanto avanti negli anni, entrambe raggrinzite e arzille, entrambe sole, avevano un sostrato familiare e culturale così diverso da farle collocare agli antipodi. Seppur fosse soprattutto la reciproca antipatia a pelle a impedirne qualsiasi contatto: scarpe, pettinatura, prossemica e profumi, per esempio, mediavano vicendevoli critiche e giudizi tranchant, e non sempre espressi solo alle spalle. 

La Spinazzola, negli anni ruggenti, aveva scorso la cavallina senza risparmiarsi. Tanto da farsi una cattiva nomea che la perseguitava anche negli ultimi immacolati scampoli della sua vita in cui il sesso, divenuto ormai solo carattere distintivo, alimentava esclusivamente ricordi fantastici. Talora anche vividi ed esaltanti ma, di fatto, meri cimeli incapaci di surrogare i fasti dell’era dei sensi.

La sua dirimpettaia, invece, aveva fatto unicamente casa e chiesa, tanto da conservare la sua verginità intatta sino alla veneranda età raggiunta. Non che non avesse avuto le sue occasioni, solo che in un modo o nell’altro, era sempre riuscita a fuggire al momento opportuno evitando il peccato, ovvero a respingere con la sue ferree intransigenza e selettività. Perciò, a differenza della Spinazzola, i suoi ricordi non sapevano di nulla. 

Entrambe non ricordavano quando il geometra Capuozzo si fosse insediato nell’appartamentino a lungo sfitto, posto proprio in mezzo ai loro. Entrambe ricordavano perfettamente, però, che a dispetto dell’età ben più giovane del nuovo giunto, e del suo aspetto scialbo e innocuo, ci fecero subito un pensierino. L’una per rinverdire un passato glorioso, l’altra per lasciarsi finalmente andare.

Il geometra, pur solo e malinconico, non diede mai spago alle loro maliziose attenzioni, e sebbene qualche volta il buio della notte lo sollecitasse  in pensieri depravati, non pensò mai di concretizzare quelle tentazioni oniriche. Piuttosto gli furono d’utilità, benché geriatriche, per sollevare la sua autostima di qualche centimetro dal sottosuolo, ivi sepolta dall’abituale indifferenza femminile. Questa sorta di feeling, comunque, non si protrasse a lungo, poiché ad un certo punto Capuozzo scomparve e non se ne seppe più nulla. 

Negli anni, forse per il disfacimento delle residue velleità o per solitudine, le signorine si avvicinarono molto, tanto da compiere quell’inseparabilità propria degli amanti. Infischiandosene di remore e malelingue. Fu allora, solo allora, che Capuozzo riapparve sulla scena. Prima nei sogni dell’una poi in quelli dell’altra e, spesso. in quelli di entrambe contemporaneamente. Lacero e sporco di terra, sedeva in mezzo a loro sorridente e, dopo aver  dispensato carezze, parole dolci e sussurri talvolta licenziosi, s’intristiva sino a singhiozzare, farfugliando sulla sua triste prematura scomparsa per mano assassina.

Le ruspe, dunque, seppur scettiche, si misero in azione nel vicino prato incolto, un tempo cimitero degli inglesi, e non senza stupore, proprio lì dove era stato indicato, estrassero i resti mummificati del mite geometra. 

 

Non c’era giorno, in quella scuola elementare, che quel copione non andasse in scena, anche più volte. Calci e pugni, a piacimento e senza alcun pretesto, si scaricavano sulle membra flaccide quanto pingui, dell’inquilino del primo banco. Che, goffo e timoroso, assorbiva senza lamenti o proteste, quasi come se ritenesse  di meritarseli. Così come, immobile e a occhi bassi, non opponeva alcuna resistenza, difesa ai fiotti di sputi sulla nuca e sulle gote, e ai rutti sparati direttamente nelle orecchie.  Quelle rare volte che lo lasciava in pace era solo perché, il compagno di classe, il più violento e indisciplinato della scuola, un vero delinquente in erba, era preso da altri pensieri o stanco per le scorribande vandaliche espresse nel rione il giorno (e la notte) prima. Punizioni e cambi di sezione non ebbero risultati né tangibili, né duraturi. Le attenzioni cessarono solo quando, come prevedibile, stufo di regole e concetti per lui astrusi e privi di scopo, il bullo non abbandonò la scuola per non farvi mai più ritorno. L’eco delle sue gesta, però, penetrò sempre nell’edificio, ad aggiornare sulla sua rapida scalata nelle gerarchie della camorra del rione. 

Nei suoi 25 anni di carcere, l’ergastolo gli fu risparmiato poiché incensurato, Aniello Amitrano non smise mai un minuto di lambiccarsi il cervello. Aveva commesso molti crimini, ma mai un delitto. Perciò non riusciva proprio a immaginare chi avesse potuto fargli l’infamia di denunciarlo alla polizia come esecutore materiale dell’assassinio di quell’omino che, ogni tanto, incontrava per le scale del palazzo. Il cui nome, Capuozzo, e le fattezze gli ricordavano quell’imbecille grassone del suo compagno di banco alle elementari. 

 

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✍ la fin del mundo

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Nel 1939 mio nonno aveva 38 anni ed era fascista dalla testa ai piedi. Prima della guerra  faceva il sarto, ed era talmente bravo che era costretto a lavorare giorno e notte. Soprattutto per soddisfare le commesse militari che, come è facile immaginare, crescevano sempre più. Nella sua piccola bottega non era insolito imbattersi in manipoli di camicie nere, soprattutto di rango, i quali tra una misura e l’altra si abbandonavano a lazzi, pettegolezzi e confidenze. Una miriade di scheletri negli armadi che portarono il nonno da semplice iscritto al partito a federale del paese. E che lo protessero da qualsiasi coinvolgimento sui campi di battaglia. Crudele, tronfio e vanesio si divertì a perseguitare oppositori, veri e presunti, ebrei e chiunque gli fosse anche appena antipatico. Avvertendo, con orecchio fine, l’arrochirsi progressivo degli anni ruggenti, quelli in cui spadroneggiava impettito col fez di sghimbescio, non si fece cogliere impreparato. L’otto settembre, così, lo localizzò su un camion sgangherato della croce rossa diretto al sud, come uno sfollato qualunque.

Alla morte della monarchia confluì, come tutti, nelle fila della democrazia cristiana che, in un battibaleno, riuscì a centrifugare e candeggiare uomini e misfatti. Una volta ripulito, e con le spalle coperte dagli scheletri rimasti nei loro armadi, trovò il modo di sistemarsi presto e bene, lontano però dai riflettori. Questo reinventarsi non piacque al figlio dodicenne, mio padre, il quale integralista nazionalsocialista quale era avrebbe preferito che mio nonno fosse stato esposto a piazzale Loreto. I contrasti tra i due, così, crebbero a tal punto che, all’età di sedici anni, il figlio si eclissò d’improvviso per arruolarsi nella legione straniera. 

Mentre il nonno poltriva dietro la scrivania di direttore dell’ufficio postale centrale, mio padre, con esaltazione crescente, scorrazzava per il nord Africa tra saccheggi, massacri e stupri. Attività che terminarono, con suo grandissimo rammarico, con la dissoluzione del 22° reggimento della legione all’indomani dell’indipendenza dell’Algeria. Frastornato e deluso dall’evoluzione degli eventi politici e militari, stemperò la depressione che lo attanagliò ingravidando in più riprese una povera disgraziata mozabita, succube delle sue angherie. Finché, insoddisfatto di sfogare a suon di schiaffi e pugni la sua aggressività repressa sulla povera donna e sui figli, non decise che era ora di riprendere l’azione tra le fila di un’organizzazione nazifascista operante nel sud America. E sparì dalla circolazione.

Francese di merda per gli algerini, lurido italiano per i francesi, figlio di puttana per gli italiani, negro per tutti, prima ancora di prendere consapevolezza e acquisire capacità raziocinanti, imparai a furia di sputi e calci a recepirmi come un animale. Percezione che durò fino all’adolescenza quando, consapevolezza e ragione ormai pienamente acquisite mi spinsero a isolarmi prima, e desiderare la fuga dopo. Nonostante le lacrime di quella povera donna di mia madre, che da allora non vidi mai più, decisi ormai maggiorenne di raggiungere l’Europa dove, di certo, avrei trovato ben altra civiltà e accoglienze. Dove sarei stato finalmente considerato per l’uomo qual’ero, senza più discriminanti cromatiche e pregiudizi etnici. 

Quando, alla fine dell’estate del 2017, posai i piedi sull’asfalto rovente di Ezeiza, ero un cinquantenne in stato confusionale. Il mio peregrinare tra Spagna, Francia, Portogallo, Germania e Italia si era rivelato un’amarissima delusione, peraltro prevedibile. Disprezzo, avversione e odio erano spalmati in egual misura dappertutto, e si concretizzavano sempre allo stesso modo, ovunque andassi e con chiunque avessi a che fare. L’abominio di cui fui bersaglio mi fece rimpiangere le vessazioni patite in età pediatrica, al confronto nulla di più che attività ludiche.

Non trovai l’eden nemmeno in Argentina, com’era ovvio. Ma ci provai, non demorsi dalla speranza di trovare anche un solo essere umano, prima di rassegnarmi e raggiungere la fine del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

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i ladri

non sono l’unico, non sono il primo (e non sarò l’ultimo)a essere depredato di ciò che spettava di diritto, con titoli alla mano. incontrovertibilmente superiori a tutti i partecipanti all’avviso interno per la copertura del posto messo a concorso. un riconoscimento insomma che nel merito doveva essere scontato, anche alla luce della lunga militanza in un settore la cui peculiarità aveva tenuto a debita distanza chicchessia per anni.

il vincitore, il cui nome era già noto mesi prima che il bando fosse pubblicato, si aggira trionfante senza alcuna vergogna, blindato nell’intoccabilità garantitagli dal sistema. a nulla varrebbe, infatti, ricorrere: soldi e tempo sprecati per agguantare un pugno di mosche e inciprignire ulteriormente l’ambiente, già ostile al perdente, ai perdenti. a chi non appartiene alle cricche di potere, vere sette di pretto stampo camorristico.

sconvolgente, per chi scrive, e a dispetto dell’esperenzialità, l’assoluta ineluttabilità percepita e condivisa da tutti. tutti totalmente proni all’andazzo del “così funziona e chi non s’adegua e s’arrangia è un idiota”. tutti totalmente pronti alla collusione. ciò spersonalizza evidentemente l’evento e rende mortale l’avvilimento nella misura in cui vi è la certezza che in questo paese di mmerda nulla mai cambierà. oggi, con gravissimo ritardo, mi rendo conto che l’aver sognato una società saldata da intenti comuni, pronta a combattere sull’onda del quasi “tutti per uno, uno per tutti” , è stato in realtà un incubo. una speranza offerta allo scempio. l’uomo è una bestia egoista e, pertanto, capace di ogni efferatezza pur di perseguire i suoi scopi, i suoi bisogni. ogni forma di comunione solo espressione di alleanze di convenienza.

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Napoli, settembre 2016

Fotografia & Arti visive

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✍ L’ultimo desiderio

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Le macchie d’umido si allargano a vista d’occhio. L’intonaco, appena ritinteggiato, appare chiazzato in più punti ma, soprattutto, tutt’intorno ai tubi che fuoriescono dal muro e che alimentano la caldaia. Mia madre è disperata, io osservo perplesso. Se i raccordi murati li avesse eseguiti uno sconosciuto non avrei avuto dubbi sulla loro imperfetta o frettolosa giunzione. Ma li ha fatti mio fratello la cui maniacalità, perfezione è al di sopra di ogni ragionevole dubbio. Qualche condotto , evidentemente difettoso di fabbrica, deve aver ceduto. E ora bisogna fracassare tutta la parete fino a trovare la falla, riparare e ripristinarla. Questa scocciatura non ci voleva proprio. Anche se, in fondo, me l’aspettavo. Il sogno della notte prima, di cui protagonista il solito intruso nefasto, non poteva che anticipare guai. Spero che questo gli basti, almeno per ora. E’ la mia testa che vuole e, prima o poi, l’avrà.

Sfatare luoghi comuni è un’impresa molto ardua. Titanica, forse. Se non impossibile. Un esempio pratico. Il medico è notoriamente considerato una professione prestigiosa e, soprattutto, ricca. Aristocratica sin dalla notte dei tempi. Nonostante il ’68, effimera illusione di egualitarismo. Impossibile per la gente pensare che possano esserci appartenenti alla categoria che, invece, riescono ad arrivare a stento a fine mese e che non possono permettersi il ristorante la domenica e vacanze a iosa o vestire griffato o case o barche.  Tuttavia li comprendo: è raro incontrare uno che non ha capito nulla della vita, un fallito e disadattato, inconcludente e incostante, una mina vagante nociva solo per se stesso. Oltretutto non figlio d’arte, ma del proletariato. Uno, insomma, tale e quale a me, che non ha costruito nulla, vinto e stravinto dal mondo alla rovescia e dalla propria innata e dannata inquietudine. Incapace di adeguarsi, di stare al gioco.  Umorale e non classificabile. Mi spiace per la prole, alla quale non lascio niente, nessun bene materiale. Il che ideologicamente potrebbe anche assecondare i residui sparpagliati, sfrangiati di antichi e inossidabili, quanto stupidi, sogni. Perchè, al contrario di quanto fosse sicuro Che Guevara prima di partire per il Congo, alla famiglia, ai figli certo non penserà lo Stato.

Ma tant’è e a quest’ora, in questo tempo di navigazione senza bussola, mi lascio trasportare dalla corrente. Dove vuole. La mia testa è già pronta, su un piatto di semplice terracotta. L’intruso, cui evidentemente debbo restituire qualcosa, può star tranquillo. Non fuggirò, non sono mai fuggito. Qualche volta mi sono allontanato, ma senza convinzione e di poco e per poco, giusto una boccata d’aria.

Vorrei gridare vaffanculo a tutto e tutti ma so che sarei criticato. E additato come il fallito, quale sono, che se la prende con gli altri. Unici responsabili del disastro, sospinti dal fato avverso. Credo che, però, prima o poi partirà una valanga di vaffanculo. Almeno quest’ultima libertà, quest’ultimo desiderio, mi sia concesso. Qualcuno certo lo meriterà.

Il piccone frantuma, incessante, il muro. Tubi, condotti e raccordi sono messi a nudo.  L’idraulico, il cui onorario è stato saldato con comoda rateizzazione, ha riparato il danno in pochi minuti. Il muratore è già pronto con la sua cazzuola e la sua malta. E l’imbianchino attende impaziente fumando una sigaretta dopo l’altra. Il finanziamento è servito a pagare anche loro. Tra qualche ora tutto sarà ritornato alla normalità. L’acqua circolerà incanalata senza disperdersi, la caldaia la riscalderà e le mani non si sciuperanno con il freddo.

L’odore di pittura fresca pervade la casa. Mi siedo nella solita consunta poltrona, bersaglio preferito delle unghie dei miei gatti. Piccoli e indifesi amici che tutto hanno tollerato senza mai cessare di dare. Sto per rilassarmi quando mi accorgo che il mio sangue intride il velluto e si sparge rapidamente. E’ un guasto interno, correlato alla consunzione, alla demotivazione. Dovrei intervenire. Ma non ho i soldi per farlo né la voglia.

✡  ogni riferimento a cose, animali, persone o fatti è del tutto casuale (o quasi)
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