La vecchiaia mi colse di sorpresa

La vecchiaia mi colse di sorpresa.

E’ stato un duro colpo, perchè dentro non solo mi sento ancora giovane rispetto alla carcassa ma sento di dover portare a termine tante cose incompiute. Ma il tempo stringe e, probabilmente, non riuscirò a farcela.

I tempi della speranza, dei sogni, della progettualità, delle illusioni sono finiti da un pezzo. In buona parte sprecati, sbagliati e, perchè no, anche per sfortuna o per interventi esterni. Non sempre tutte le colpe sono da ascrivere a sè stessi esclusivamente.

Quando mi guardo allo specchio o vedo i volti delle persone a me care trasformate dal tempo, mi sento un tantino depresso forse perchè, scioccamente, ancora oggi continuo a pensare che per me, per i miei cari, per le persone del mio tempo l’orologio non va alla stessa velocità degli altri . E invece in un batter di ciglia mi ritrovo canuto e stanco.

Certo se si potesse avere la facoltà di ripercorrere i propri passi alla luce delle esperienze acquisite, è ovvio che almeno in parte non rifarei, e come me penso molti, lo stesso percorso. Ma è anche molto verosimile che il carattere, l’essenza di un individuo potrebbero anche condizionare il ripetersi degli stessi errori, dello stesso scialo di tempo. La gioventù è vigoria, speranza ma anche una trappola perchè si pensa di essere invincibili, immortali. E di essere sempre in grado di prendere tutti i tram che passano. Solo molto dopo ci si accorge che alcuni tram passano una sola volta. Solo molto dopo si affina quell’intuito che permette di saper distinguere qual è la cosa giusta da fare.

La vecchiaia, si dice, è una stagione della vita. Dove saggezza ed esperienza dovrebbero fondersi ed esprimere un uomo diverso. Ma non è sempre così. Talora non si cambia mai. E saggezza ed esperienza non portano a nulla. Anzi molte volte si peggiora, perchè le amarezze e le ingiustizie e le battaglie sfiancano ed incattiviscono. Solo il coperchio, l’involucro si modifica sicuramente e la trasformazione, ineluttabile, è spesso foriera di problemi,logoramento, usura. Che , al fine, sfociano inevitabilmente verso il danneggiamento, lo sfaldamento, il crollo.

La morte non mi fa paura. La sofferenza, l’agonia si. Ma non si può scegliere come e quando morire. Tutt’intorno vedo cadere ad uno ad uno tanti birilli. Ora persone care, ora amici, ora colleghi, ora conoscenti o persone viste poche volte ma che facevano parte della troupe della mia compagnia. Molte volte penso che il prossimo birillo sarò io. Ma ciò mi fa paura appena. Ciò che temo è non riuscire a vedere completate le uniche opere importanti realizzate. La ragione che mi dà forza e coraggio per andare avanti nella solita battaglia per la sopravvivenza, per la vita. Io ce la metto tutta, anche quando le forze sono allo stremo.


☼ 5 settembre 2008

✍ La villeggiatura

treno

“Gianniiii….Gianniiii…Gianniiii”, urlava l’omino.

Il treno avanzava lemme sul binario 12 sferragliando e lui, praticamente per metà fuori dal finestrino, continuava a squarciagolare quel nome appena memorizzato.

Giuseppe, pratico della stazione e dei suoi addetti, lo aveva poco prima corrotto con mille lire affinché, salendo sul treno appena prima dell’ingresso nel terminale, potesse “bloccare” sei posti in II classe del diretto per Reggio Calabria.

La folla di partenti era notevole e, se non avesse avuto quell’idea, Giuseppe e la sua famiglia probabilmente avrebbero viaggiato in piedi. E per sette ore non sarebbe stato affatto piacevole, considerando anche i bagagli , la calca e l’afa.

Il caldo era opprimente, quel 31 luglio la temperatura aveva toccato i 36° e la città sfollava. La villeggiatura incombeva nelle abitudini italiane dell’epoca e Giuseppe, nonostante il non brillante portafoglio, si accingeva ad onorare la tradizione per l’ennesima volta.

Gianni, il figlio più piccolo, adorava i treni. Ed era attratto dalla possanza delle locomotrici e dal fascino dei wagon-lits. Ma soprattutto vedeva nel treno il mezzo, il carrier per la realizzazione dei suoi sogni. Col treno, pensava, un giorno avrebbe viaggiato in lungo e in largo e col treno avrebbe finalmente lasciato quella città che amava-odiava per trasferirsi. Milano, Roma o Torino o Firenze o Venezia avrebbero accolto l’ormai adulto Gianni per proiettarlo in una dimensione nuova, evoluta e piena di sorprese (naturalmente tutte positive).

Quando poteva, il ragazzo passava ore nella stazione centrale, girovagando senza meta, divertendosi ad osservare i volti dei viaggiatori, ad indovinare cosa facessero, dove andassero o,attraverso le loro espressioni, captare i loro pensieri. Scrutava con attenzione e competenza locomotori e vagoni. Talvolta saliva, non senza paura, nei vagoni dei treni in sosta e scorrazzava fra i sedili di legno della III classe o fra quelli meno spartani della II. In prima classe c’era mai stato perché, di solito, il personale del treno era quasi sempre nei pressi.

Anche la navi e il porto non gli dispiacevano, tuttavia non riusciva a capire perché gli mettessero tristezza. In fondo entrambi non erano che posti dove la gente arriva e parte, dove un mucchio di persone si incrocia, si incontra, piange o ride, lascia qualcosa o qualcuno, spera . Sebbene al porto ci fossero vettori di sogni ancora più grossi, verso mete ancora più distanti, verso l’ignoto, Gianni alla fine si accontentava di fantasticare in modo sobrio, senza esagerare.

Lo stridio dei freni lo colse di sorpresa e muovendosi con un attimo di ritardo fu letteralmente sommerso dalla folla protesa alla caccia del posto.

Dopo spintoni, gomitate e sudore finalmente il gruppo “Giuseppe” raggiunse gli agognati posti e, una volta sistemati, attese impaziente il fischio della partenza.

Carmela sebbene fosse ancora mattino e il treno ancora fermo, prese la borsa con le vettovaglie ed iniziò ad invogliare, con insistenza, i figli a fare colazione. Enormi panini imbottiti erano stipati, numerosi, in quella borsa. Che Carmela aveva riempito sin dall’alba. Sin dall’alba la brava donna aveva preparato colazioni, valigie e tutto ciò che serviva per quel lungo periodo di vacanza. Sebbene sapesse che, in fondo, avrebbe fatto le stesse identiche cose che faceva da sempre, pur gravate dall’assenza dei comforts di casa propria. Ma era contenta lo stesso. Perchè ritornava nella sua terra. Perché avrebbe rivisto la figlia ormai lì sistemata da tempo. Perchè quel mese di mare avrebbe fatto solo bene alla salute dei figli e perchè non aveva altre prospettive.

Giuseppe fumava nervosamente: ogni qual volta doveva intraprendere un viaggio era per lui un stress. Un turbamento profondo delle sue abitudini che lo sconvolgeva e che gli faceva affrontare queste esperienze con riluttanza. Non vedeva l’ora che il treno partisse ma forse, soprattutto, non vedeva l’ora che tutto finisse.

Rossella era triste. La vacanza per lei significava lasciare per un mese il suo fidanzatino. E ciò la rattristava, appunto, non poco. Sebbene amasse il mare e avesse voglia di vacanza, la nostalgia della sua metà prevaleva nettamente. Per trenta lunghissimi giorni non avrebbe visto il suo bel Roberto, per trenta lunghissimi giorni avrebbe sofferto sperando di poter accorciare il tempo.

Domenico era immerso nella lettura e sembrava insofferente al fumo del padre, alle insistenze gastronomiche della madre e al magone della sorella. Ogni tanto lanciava uno sguardo dal finestrino per poi rituffarsi nel suo libro.

Eduardo era imperscrutabile. Il suo volto serioso non lasciava trasparire emozioni. Di tanto in tanto si alzava e si affacciava dal finestrino del corridoio. Sebbene fosse un ragazzino, aveva il cipiglio e il comportamento di un adulto.

Gianni divorava “Topolino” . Se ne era portati una scorta. Molti li aveva già letti, ma amava rileggerli, immergersi più volte nel mondo della fantasia, dei sogni. Ogni tanto alzava lo sguardo nella speranza di udire l’agognato fischio. In preda all’impazienza decise di accettare l’offerta materna e, così, cominciò a sbocconcellare un bel panino col pomodoro.

Ma aveva appena addentato la preda che il treno sobbalzò e si mosse.

Il fischio non ci fu o non lo sentirono e una gioia immane pervase Gianni stressato e caricato emotivamente dalla lunga e inaspettata attesa.

Il treno avanzava prendendo velocità e sobbalzando sugli scambi che, numerosi, intersecano i binari nei pressi dell’ingresso/uscita della stazione mentre i nostri con le teste sporgenti dai finestrini godevano del vento che, con veemenza crescente, schiaffeggiava i loro volti accaldati e madidi di sudore.


Quarantacinque anni dopo, Gianni vagava senza meta tra la folla di viaggiatori e sfaccendati che gremivano la stazione. Aveva trascorso l’intera giornata camminando. Nella speranza che la confusione, la gente, le vetrine, il vento, il sole potessero in qualche modo distrarlo, ricaricarlo. Invece sembrava avessero finito di sfinirlo. Era stanco, esausto. E non solo fisicamente. La sua mente era svuotata di ogni cosa, soprattutto dei sogni. Ciò che lo aveva sorretto sin da bambino. Ormai non sognava più. O meglio era rimasto un ultimo sogno in fondo al sacco. Trovare la pace.


Quasi senza rendersene conto si trovò , dopo tanto girovagare, alla stazione dei treni. Era cambiata poco da allora. Sempre lercia e puzzolente. Sempre il solito zoo che accoglieva diseredati, disadattati, delinquenti, accattoni, battone e papponi. Ora maggiorati dall’infiltrazione straniera. E l’inconscio lo condusse al binario 12. Anche lui immutabile, lercio e arrugginito come allora.

La voce gracchiante dell’altoparlante annunciò l’arrivo di un convoglio. E la testona del locomotore apparve lemme in cima al binario. Ma nessuno gridava. Non ce n’era più bisogno. I giochi erano fatti.


Quell’omino che a squarciagola pronunciava il suo nome, quasi buttandosi dal finestrino, voleva in realtà ammonirlo: “Gianniiiii….Gianniiiiii……. attento, stai per sbagliare tutto, cambia treno, cambia sogni o lo fai ora o mai più…..Gianniiiiiiiiiiiii puoi ancora salvarti ! ”

Ma Gianni non poteva capire, allora. E il guaio che non lo aveva capito nemmeno in seguito, ostinandosi a prendere sempre lo stesso treno. Che non portava da nessuna parte. Se non ad un binario morto. Ed ora, solo ora, quarantacinque anni dopo, si rendeva conto di esserci arrivato al binario morto. E gli ultimi metri di percorso li stava sciupando tra inutili recriminazioni e rimpianti.


Aveva sprecato energie vitali e tempo irrecuperabile per agguantare, nudo alla meta, sogni che erano fuori della sua portata o fuori tempo. E ormai non sapeva distinguere più nemmeno il bene dal male.


Aveva trascurato, sottovalutato le opportunità che gli si erano presentate, cieco ed testardamente proteso verso la debacle.


Era riuscito persino a fare del male a se stesso. A fare cose contro la sua vocina interna che gli diceva : “non lo fare, non lo sai fare, non ti conviene, lascia stare”. Una vera schizofrenia. E ora non sapeva nemmeno chi fosse o fosse stato.


Ad uno ad uno aveva perduto tutti gli affetti: la morte, le incomprensioni e le ingerenze nefaste a cui nessuno aveva saputo porre rimedio, ergere barriere, avevano decimato la sua famiglia ed era rimasto solo. Quel treno che era partito quarantacinque anni prima carico di affetto, speranze, sogni , allegria e spensieratezza aveva lasciato ad ogni fermata qualcuno. E ora sbuffando rientrava , dopo l’ultimo viaggio, con quell’unico passeggero che, in fondo, non era andato da nessuna parte.


☼ 20 febbraio- 26 ottobre 2009

☂ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale



Sogni premonitori #2

totò

Caro figlio

dopo un lunghissimo silenzio finalmente tue notizie.

Mi sarei aspettato una sfilza di resoconti su tutto quello che ti è accaduto. Su come ti sono andate le cose in questo frattempo. Insomma un racconto di tutto ciò che è stato da quando sono andato via. E, naturalmente, lo stesso vale per tua madre. Sempre preoccupata per tutti voi.

E invece, sopravvalutandomi assai, mi poni dei quesiti più grandi di me. Dimentichi che io sono solo un modesto impiegato postale. Non certo un filosofo né uno studioso di scienze occulte.

Comunque ho riflettuto, visto che di tempo da perdere ne ho parecchio. Una piccola parte la passo giocando a carte col mio vecchio amico e collega Peppe. Ti ricordi, quello che mi chiamava Ringo perché sparavo, a salve, per spaventare quei maledetti topi che mi hanno sempre terrorizzato. Certo non sono le “nostre” partite ma tutto sommato ci divertiamo. Poi insieme con tua madre facciamo lunghe passeggiate. Il panorama è bellissimo. A mezzogiorno e alle sette ci servono i pasti e poi a nanna. Qualche volta ci è consentito usare internet e, nonostante la nostra goffaggine, riusciamo a seguire quello che accade nel mondo e, spesso, diamo una sbirciata ai vostri link in modo da stare aggiornati. Insomma in qualche modo sappiamo che cosa fate e che succede. Per esempio ieri e domenica l’altra ti ho visto alla nostra casa, in cerca di ricordi e riferimenti, e piuttosto giù di corda.

Debbo procurarmi una webcam e tentare una connessione che ci permetta di vederci. Speriamo di riuscirci, a patto che riesca a trovare l’oggetto. Qui è molto difficile trovare ogni cosa, le cose.

Le tue figlie sono stupende. La grande, quella che porta il mio nome, è cresciuta assai. Ed è sempre buona e sensibile. La piccola che conosco molto poco perchè ero già partito quando lei è arrivata, mi sembra in gamba. Spigliata e determinata. Su Facebook (!)le seguo costantemente.

Ma veniamo al punto. Anzi ai punti.

Il malocchio secondo me esiste. Ci sono molti individui dotati, carichi di una energia esplosiva negativa che deve irradiare all’esterno e va a colpire , con effetti deleteri più o meno grandi, chi è nei paraggi o nella sua mente. Purché però sia recettivo. Il recettivo è l’individuo che, parimenti ricco in energia negativa, ne incamera altra senza avere la possibilità di eliminarla. Ad esempio il  classico recettivo è colui i cui oggetti acquistati non funzionano mai. Deve cambiarli e, spesso, anche ricambiarli. Questa energia negativa non ha ostacoli, niente può fermarla tanto meno la materia. I ben noti antidoti (corni, gobbetti, toccamento dei genitali, ecc) spesso attenuano ed interferiscono con queste onde perniciose rendendole meno aggressive e, quindi, meno nocive. Ma talora non bastano. Laddove c’è una irradiazione potente e continuata e, dall’altra una buona recettività, non c’è amuleto o antidoto che tenga.

Tra queste tipologie si inserisce la quasi totalità delle persone. Quelle in cui convivono in pari misura e potenza energia positiva e negativa. Solo che, di solito, la seconda è più facilmente sprigionabile. Come se il male fosse sempre pronto ad uscire e il bene, invece, ben nascosto e tenuto da parte. Credo che tale energia “cattiva” , sebbene non raggiunga la nocività dell’energia malevola, possa comunque condizionare qualche guasto in chi la riceve.

Credo, inoltre, che tali caratteristiche permangano nell’anima. Anche dopo la perdita del corpo. In questa fase, iniziano processi  depurativi più o meno efficaci che condizionano i livelli successivi di permanenza. Mi spiego meglio. Dopo che la carcassa è stata gettata, l’anima è ancora pregna di energia, ma inizia il suo rinnovamento, la sua pulizia. Man mano che passa il tempo le scorie vengono sempre più eliminate, fino a raggiungere lo splendore. E così si arriva sin nell’ultimo livello , dove l’anima è completamente ripulita e capace di esprime solo spirito, solo bene.

C’è chi compie questi passaggi con rapidità allontanandosi velocemente dalla terra e chi, invece, rimanendo ancora attratto, vincolato dalla cose terrene o comunque non pronto per il viaggio, stenta a salire, indugia nei livelli più bassi. In tal caso la loro energia negativa, ancora molto attiva, è capace di cortocircuitare il tempo e lo spazio e riverberare sulla terra, sulle persone potendo creare problemi diretti o indiretti (premonizioni) o addirittura allucinazioni riflesse (fantasmi).

Spero di essere stato chiaro. Anche se non sono affatto sicuro di questa teoria. Magari è tutto più semplice: l’uomo è capace di esprimere bene solo il peggio di sè stesso. In modo più o meno evidente e in modo più o meno costante. E di fronte ai propri fallimenti si trova più semplice trovare un capro espiatorio, chiunque esso sia anche il niente. I sogni, poi, potrebbero essere solo il frutto di una valvola di sfogo del cervello stressato da problemi sepolti e mai risolti.

Ma tu mi ha “sfrocoliato” e io , nel mio piccolo, ho tentato, mi sono impegnato e scervellato per dare una risposta.

Adesso devo andare. Peppe mi chiama per la partitina serale. Poi, se Iddio vuole, vorrei vedermi un stralcio della partita della mia Juve. Mi sa che quest’anno l’Inter rimane a bocca asciutta. Vedrai che batosta nel derby d’Italia.

Fatti sentire più spesso. Mamma ti abbraccia forte, così come tutti voi. Ed io, naturalmente, mi associo.

Cercate di fare del vostro meglio per dare il meglio. Di voi stessi , per voi stessi e per chi vi  vuol bene. Noi saremo sempre con voi, fra voi, vicino a voi. Il nostro sostegno, il nostro aiuto non vi mancherà mai.

Mi raccomando, me lo segnala caldamente tua madre, mangia. Ti sei troppo sciupato e dimagrito.

Papà

☼ 14 settembre 2009

Sogni premonitori

boss

Caro papà

è da tempo che non riusciamo a contattarci. Come sempre il tran tran, la routine, il lavoro, la stanchezza prevalgono e prevaricano cose, in fondo, più  importanti.

Sono curioso di sapere con chi e con cosa passi il tempo. Tanti anni fa ci divertivamo a giocare a carte e, lo spasso, era vederti arrabbiato di fronte alla mia fortuna sfacciata e l’abbandono inesorabile del tavolo (di cucina) da gioco.

Quanto  mi mancano quelle partite. Quell’atmosfera di serenità, benessere e il bene che ci univa. La stessa atmosfera che ammantava  quei sessanta minuti, alla domenica sera, davanti alla TV in bianco e nero avvinti dalla nostra passione calcistica anche se su opposte sponde. E i relativi inevitabili litigi o scherni. La mia passione per il pallone si è andata molto affievolendo nel tempo, anche se la mia squadra del cuore rimane sempre quella di allora. Però, ti assicuro, ogni qual volta vedo la Juventus penso a te, e per te sono diventato un po’ juventino.

Comunque conoscendo la tua intelligenza ed il tuo pragmatismo sono sicuro che avrai trovato come fare. Me lo farai sapere alla prossima.

Mamma sta bene, immagino, e sono proprio contento di sapere che fra di voi non ci sono più le frizioni di un tempo. Sono estremamente felice. Ma anche molto invidioso perchè adesso quelle belle frittelle o la parmigiana di zucchine saranno tutte tue. Ma, presto, molto presto, vedrai sarò di nuovo con voi e allora , come un tempo, per la quantità e la  priorità, ci azzufferemo come una volta per accaparrarci quelle leccornie.

Ti scrivo, però, anche per chiederti lumi, consigli.

Tempo fa lessi un articoletto sui sogni. Che, però, non accennava a quelli premonitori. Forse perchè l’autore non voleva allungare il brodo o non era molto esperto. O entrambe le cose.

Per carità non che noi lo siamo, però al vecchio saggio vorrei chiedere impressioni e pareri su questo argomento.

Ci credi ? Ne hai mai avuti ? Credi che sia appannaggio solo di pochi eletti ? Sono molto curioso e ansioso di sapere che ne pensi.

Io in linea di massima non ci credevo fino a qualche tempo fa. Pensavo a semplici coincidenze, anche se, in certi casi era veramente arduo sostenere tale tesi.

Ma recentemente mi sono dovuto ricredere. Per ben due volte ho sognato una persona, una persona che in vita non è stata proprio una bella persona. Un tipo tignoso, causidico, dalle verità inconfutabili, arrogante. Bene, in entrambe le occasioni costui ha dimostrato apertamente la sua avversione nei miei confronti: una volta con i tratti del suo volto deformato dalla rabbia e dal disprezzo e, l’altra, addirittura prendendomi a revolverate. A questi sogni sono corrisposti due eventi molto traumatici di cui l’ultimo ancora tutto in aperta  evoluzione. E, tra l’altro, tra i due sogni e i due eventi, c’è stata anche una concreta visione di persone a lui vicine e care e lo sguardo  minaccioso e  sinistro in una immagine di una di quelle persone.

Ma può esistere una negatività, una cattiveria, una voglia di far male che travalica la materia ? Una energia maligna che attraversa ogni cosa e raggiunge l’obiettivo senza pietà ? Non esistono difese da questi attacchi congiunti ed impalpabili ?  Si è costretti ad essere sempre esposti senza alcuna possibilità di riparo a questi strali venefici ? E il sogno premonitore deve per forza anticipare una randellata ? Non può essere anche benefico ? Anticipare la realizzazione di qualcosa di bello ?

E in che misura e in che modo  io, in tal caso,  ho evocato queste reazioni ? E anche se avessi sbagliato, anzi sicuramente avrò commesso errori, non ci dovrebbe essere comunque un limite ? Le punizioni durano all’infinito ? L’odio dura in eterno ?

Ed ancora, la morte non dovrebbe purificare, rasserenare, sublimare ogni cosa o, invece, riesce a mantenere “vivi” ricordi o rancori o il bene ed il male ? E se, quindi, ammettiamo l’esistenza di una secondo livello di vita , coloro che vi soggiornano hanno dunque poteri enormi ? Che riescono ad estrinsecare nei modi e attraverso vie infiniti, interrompendo o disturbando o influenzando il decorso di chi viaggia nel primo livello ? Senza alcun controllo, senza freni. A loro piacimento.

Ed i vivi del primo livello com’è che son capaci di emanare influssi negativi, prevalentemente venefici, tossici ? Perchè , forse, al confine con i due livelli ?

E perchè gli influssi benefici sono scarsi ? Esiste veramente il “malocchio” ?  Gli  “jettatori“, entità superdotate e finalizzate esclusivamente al male. Ma anche quella miriade di persone il cui godimento è osservare, augurandosele, le disgrazie altrui. I disseminatori di odio e calunnie. E quelli di malvagità e zizzania. E quelli ancora la cui invidia e le cui frustrazioni fanno sparare cattiverie a mitraglia, all’impazzata.

E quali i rimedi, le difese ? Come al solito deve essere sempre il male a prevalere ?

Forse sto dicendo solo una caterva di corbellerie. Perchè sono piuttosto confuso e turbato, assai da queste eventi che minano pericolosamente la mia incolumità psichica e fisica. Allucinazioni e deliri tipiche espressioni di stress, paura e fragilità.

Resto però in attesa delle tue impressioni in merito. Seppur non esperto ti considero sicuramente all’altezza di poter gettare qualche sprazzo di luce.

Nell’attesa di una tua risposta che, spero avvenga presto, volevo ringraziarti per tutto quello che hai fatto nel periodo in cui siamo stati insieme.  Alcune cose assolutamente indimenticabili.

Ti voglio bene

P.S.  la tua adorata scacciacani a salve è amorevolmente custodita in un cassetto. Da quando sei partito non è stata più usata. Ma, temo, dovrò riprenderla, pulirla e rimetterla in funzione per fugare non i topi che intralciavano il tuo passo alle quattro del mattino per strade deserte, e di cui avevi terrore, ma tutti i fantasmi che affollano la ma esistenza.

☼ 6 settembre 2009

Sogni

sogni

Sognare è l’espressione di complesse interazioni neuronali che si esprime prevalentemente in una certa fase del sonno, quella REM (rapid eye movement).

Sebbene il sonno possa essere considerato una periodica sospensione dello stato di coscienza durante la quale l’organismo recupera energie psichiche e fisiche, non sempre o non completamente ciò equivale ad un rallentamento delle attività cerebrali. Anzi è stato dimostrato che alcuni neuroni sono più attivi anche fino a 10 volte rispetto allo stato di veglia.

La fase REM è quella fase del sonno in cui è possibile osservare movimenti involontari degli occhi  a palpebre chiuse. I sogni elaborati durante questa fase si ricordano meglio e sono più complessi di quelli relativi alle fasi non REM.

L’elettroencefalografia ha evidenziato, durante la fase REM , un’attività cerebrale pari a quella dello stato di veglia.

Molte sono le interpretazioni di cosa sia un sogno.

Freud riteneva il sogno una espressione allucinatoria di un desiderio inappagato o comunque messaggi dall’inconscio. Le teorie di Fairbam e Klein partendo dai concetti di simbiosi, di interdipendenza delle personalità, indicano il sogno quale risultato di un fenomeno schizoide.

Stickgold afferma, invece, che il sogno non si limita a rafforzare la memorizzazione ma anche a ricavare significati. I sogni servono a rivedere le esperienze recenti, fissano i ricordi nella memoria e contribuiscono allo sviluppo del cervello. In sostanza consolidano il ricordo di ciò che è avvenuto durante la veglia e danno al cervello una seconda possibilità di filtrare informazioni.

Nell’immaginario collettivo, comunque, i sogni sono visti come qualcosa di misteriosamente affascinante e che, in genere, rivelano verità o desideri più o meno nascosti o fanno rivivere esperienze vissute. E, per analogia, sognare è un sinonimo di desiderare, e il sogno un sinonimo di desiderio più difficile da raggiungere.

I have a dream è la celebre frase pronunciata da Martin Luther King il 28 agosto 1963 e si riferiva, come è noto, al desiderio di vedere riconosciuti i diritti della gente di colore. Il sogno che un giorno il colore della pelle non sarebbe stato più discriminatorio.

Ognuno di noi sogna. Anche e soprattutto ad occhi aperti. In ogni istante della nostra vita nascono desideri o sogni, quando sono o sembrano particolarmente irrealizzabili.

Si sogna la donna o l’uomo della propria vita, o l’ideale socio-politico da raggiungere oppure realtà o mondi diversi o come e dove realizzarsi. L’elenco potrebbe essere infinito, anche perchè, nella nostra realtà, nel nostro sistema, molto spesso i sogni sono indotti. Ed è importante discernere fra i sogni legittimi da quelli superflui, la cui eventuale realizzazione giova ad altri o la cui mancata realizzazione è frustrante. Così come è altrettanto importante che due persone che decidano di convivere condividano gli stessi sogni. Altrimenti si rischia di costruire qualcosa su uno sbaglio.

☼ 1 marzo 2009