✍ L’ultimo desiderio

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Le macchie d’umido si allargano a vista d’occhio. L’intonaco, appena ritinteggiato, appare chiazzato in più punti ma, soprattutto, tutt’intorno ai tubi che fuoriescono dal muro e che alimentano la caldaia. Mia madre è disperata, io osservo perplesso. Se i raccordi murati li avesse eseguiti uno sconosciuto non avrei avuto dubbi sulla loro imperfetta o frettolosa giunzione. Ma li ha fatti mio fratello la cui maniacalità, perfezione è al di sopra di ogni ragionevole dubbio. Qualche condotto , evidentemente difettoso di fabbrica, deve aver ceduto. E ora bisogna fracassare tutta la parete fino a trovare la falla, riparare e ripristinarla. Questa scocciatura non ci voleva proprio. Anche se, in fondo, me l’aspettavo. Il sogno della notte prima, di cui protagonista il solito intruso nefasto, non poteva che anticipare guai. Spero che questo gli basti, almeno per ora. E’ la mia testa che vuole e, prima o poi, l’avrà.

Sfatare luoghi comuni è un’impresa molto ardua. Titanica, forse. Se non impossibile. Un esempio pratico. Il medico è notoriamente considerato una professione prestigiosa e, soprattutto, ricca. Aristocratica sin dalla notte dei tempi. Nonostante il ’68, effimera illusione di egualitarismo. Impossibile per la gente pensare che possano esserci appartenenti alla categoria che, invece, riescono ad arrivare a stento a fine mese e che non possono permettersi il ristorante la domenica e vacanze a iosa o vestire griffato o case o barche.  Tuttavia li comprendo: è raro incontrare uno che non ha capito nulla della vita, un fallito e disadattato, inconcludente e incostante, una mina vagante nociva solo per se stesso. Oltretutto non figlio d’arte, ma del proletariato. Uno, insomma, tale e quale a me, che non ha costruito nulla, vinto e stravinto dal mondo alla rovescia e dalla propria innata e dannata inquietudine. Incapace di adeguarsi, di stare al gioco.  Umorale e non classificabile. Mi spiace per la prole, alla quale non lascio niente, nessun bene materiale. Il che ideologicamente potrebbe anche assecondare i residui sparpagliati, sfrangiati di antichi e inossidabili, quanto stupidi, sogni. Perchè, al contrario di quanto fosse sicuro Che Guevara prima di partire per il Congo, alla famiglia, ai figli certo non penserà lo Stato.

Ma tant’è e a quest’ora, in questo tempo di navigazione senza bussola, mi lascio trasportare dalla corrente. Dove vuole. La mia testa è già pronta, su un piatto di semplice terracotta. L’intruso, cui evidentemente debbo restituire qualcosa, può star tranquillo. Non fuggirò, non sono mai fuggito. Qualche volta mi sono allontanato, ma senza convinzione e di poco e per poco, giusto una boccata d’aria.

Vorrei gridare vaffanculo a tutto e tutti ma so che sarei criticato. E additato come il fallito, quale sono, che se la prende con gli altri. Unici responsabili del disastro, sospinti dal fato avverso. Credo che, però, prima o poi partirà una valanga di vaffanculo. Almeno quest’ultima libertà, quest’ultimo desiderio, mi sia concesso. Qualcuno certo lo meriterà.

Il piccone frantuma, incessante, il muro. Tubi, condotti e raccordi sono messi a nudo.  L’idraulico, il cui onorario è stato saldato con comoda rateizzazione, ha riparato il danno in pochi minuti. Il muratore è già pronto con la sua cazzuola e la sua malta. E l’imbianchino attende impaziente fumando una sigaretta dopo l’altra. Il finanziamento è servito a pagare anche loro. Tra qualche ora tutto sarà ritornato alla normalità. L’acqua circolerà incanalata senza disperdersi, la caldaia la riscalderà e le mani non si sciuperanno con il freddo.

L’odore di pittura fresca pervade la casa. Mi siedo nella solita consunta poltrona, bersaglio preferito delle unghie dei miei gatti. Piccoli e indifesi amici che tutto hanno tollerato senza mai cessare di dare. Sto per rilassarmi quando mi accorgo che il mio sangue intride il velluto e si sparge rapidamente. E’ un guasto interno, correlato alla consunzione, alla demotivazione. Dovrei intervenire. Ma non ho i soldi per farlo né la voglia.

✡  ogni riferimento a cose, animali, persone o fatti è del tutto casuale (o quasi)

✍ (r) dimissioni irrevocabili

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Babbo Natale era stravaccato nella sua poltrona. Avvilito e stanco. Non aveva alcuna intenzione di mettersi in viaggio. Da quando era in attività, dalla notte dei tempi, non aveva mai visto un’epoca così balorda ed insulsa. La slitta era stracarica e le renne davano segni di impazienza. Ma lui continuava a stare seduto, come fosse paralizzato. No, non aveva proprio voglia di andarsene in giro a prender freddo per distribuire doni a chi ormai non aveva più sogni. Avvertiva un forte senso di nausea.

Finalmente, dopo tante titubanze, si alzò, indossò il suo berretto, bevve di un fiato un bicchiere di vodka e si avviò a cassetta. Il freddo era intensissimo e cominciava a nevicare. Spronate le renne, avviò la slitta senza fretta. Con andatura moderata. A qualche chilometro avrebbe incrociato la casa della Befana, che non vedeva da tempo, con la quale avrebbe volentieri trascorso qualche ora a chiacchierare del più e del meno e a brindare al nuovo anno. Non era un rituale ipocrita: voleva bene e aveva stima di quella anziana arguta signora, dal forte temperamento , solida come una quercia e buona come il pane. Chissà perchè in giro si era sparsa la voce che fosse brutta e indisponente se non cattiva. Le solite voci maligne e diffamatorie che hanno sempre la meglio sulla verità.

L’ultima volta che l’aveva vista la ricordava sulla soglia di casa già con il bicchiere in mano e con un sorriso che esternava la sua gioia e la sua genuinità.

Tuttavia uno strano presentimento turbava il suo animo. Non sapeva cosa fosse di preciso ma sentiva qualcosa di strano. E non sbagliava. La porta della casa della donna era sbarrata ed il comignolo era ricoperto da nidi di tordo di Swainson. Serrò le briglia, fermò la slitta e scese a picchiare all’uscio. Picchiò più volte senza alcuna risposta. Girò intorno alla casa per sbirciare dalle finestre: uno spesso strato di polvere ricopriva ogni cosa e, nel lavabo, le stoviglie giacevano ammonticchiate alla rinfusa. La Befana, evidentemente, se ne era andata da parecchio. Sfregò con i guanti sui vetri innevati e notò una grossa busta bianca sul tavolo, appoggiata su una bottiglia vuota. La curiosità vinse ogni remora e, dopo aver dato una spallata alla porta, penetrò all’interno. Afferrò la busta e l’aprì. C’erano scritte poche righe in cui la vecchia signora, stufa dei tempi moderni ricchi di ogni cosa inutile tranne che di spirito e umanità, rassegnava le proprie dimissioni, irrevocabili, per trasferirsi in luogo imprecisato onde poter trascorrere serenamente e felicemente gli ultimi anni della sua vita. Di lei non c’era proprio più alcun bisogno.

Santa Claus uscì stravolto. E raggiunse in fretta Joulupukki. Varcata la soglia del minuscolo bar del più minuscolo paese del mondo, Babbo Natale trovò solo l’oste intento a far pulizie. E lo tempestò di domande. Finché non lo costrinse a parlare.

Uscì col volto sorridente e, rimessosi a cassetta, diresse la slitta a sud. Il viaggio fu molto lungo e faticoso, attraverso rotte per lui ignote. Dopo due giorni e due notti di neve e tempeste, finalmente il sole ed il sereno. La visuale, sotto, era stupenda. Vedeva prati e distese immense sulle quali animali di ogni genere scorrazzavano indisturbati. Era ormai vicino alla meta. Scese in picchiata oltrepassando il tropico del capricorno e d’improvviso, all’orizzonte, l’intenso lucore argenteo delle acque del fiume Okavango lo costrinse a ripararsi gli occhi con una mano.

Fermata la slitta. Scese e scapicollò verso una baracca di paglia dal cui comignolo fuoriusciva un fumo sottile e azzurrognolo. Il volto rugoso e sorridente della Befana lo accolse con immutati affetto ed ospitalità.

“Era ora ! ” esclamó, mentre gli porgeva un bicchier d’acqua.



versione riveduta e corretta de "raccontino di natale" 
scritto il 29.12.08 e pubblicato il 09.11.09

☞ Sotto i tuoi piedi

William-Butler-Yeats

“Se avessi il drappo ricamato del cielo,Intessuto della luce dell’oro e dell’argento,I drappi dai colori chiari e scuri del giorno e della notte,Dai mezzi colori dell’alba e del tramonto,Stenderei quei drappi sotto i tuoi piedi:Ma io, essendo povero, ho soltanto sogni;Ed i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi;Cammina leggera, perché cammini sui miei sogni”

William Butler Yeats (Dublino 1865-Cap Martin 1939)

✍ Anche il piumone è cinese

Unknown

Guardo con costernazione le polacchine acquistate sette mesi fa. La finta para già si è staccata lungo il bordo interno della tomaia di camoscio, finto anche lui. Eppure le ho usate poche volte e mai con la pioggia. Ormai è così con tutte le cose: costano e devono durare poco. A meno, naturalmente, di non spendere una cifra esagerata, spropositata, alla portata di parvenu, camorristi e ricconi.

L’esatto contrario di parecchi anni fa, quando il prezzo costituiva garanzia di buona fattura e lunga riuscita. Ricordo, come se lo avessi davanti, un frigorifero Fiat , uno dei pochi esemplari sfornato dalla famosa fabbrica di Torino durante gli anni del boom economico, che funzionava alla grande, e lo fece per quasi trent’anni. In pieno benessere, ancora aitante, fu tradito dalle guarnizioni e, mestamente, dovette rassegnarsi a divenir rottame. Quando lo portarono via mi dispiacque: andava via un frammento di me. Un testimone, a suo modo, del mio destino. I suoi numerosi successori, stranieri, leggeri e vacui , fatti  apposta per rompersi, non sono mai riusciti a superare i due-tre anni di vita e hanno attraversato la mia esistenza senza lasciare traccia alcuna.

Seduto sul bordo del letto, e con le scarpe in mano, mi tormento nella mia indecisione: portarle dal calzolaio, oggi ritornato ad antichi splendori o, invece, gettarle nella spazzatura e acquistarne un altro paio. Di solito quando la suola si  stacca, per questo tipo di calzature, fatte in oriente e con materiali strani, son bell’ è che andate. Si rischia di rimanere  scalzi per strada dopo qualche giorno dalla riparazione. E, seppur pochi, di buttare dei soldi. Da qualche parte, in cantina, nascoste chissà dove, deve esserci ancora l’ultimo paio di scarpe che mi comprarono i miei. Da Varese, una piccola catena di negozi diretta espansione del prestigioso calzaturificio di quella città. Scarpe con tomaia in pelle , suola di vero cuoio e cuciture fatte a mano. Indistruttibili. I miei per certi dettagli, pur con il loro modesto budget, ci tenevano assai. E le scarpe dovevano essere buone, per poter resistere a lungo ai piedi turbolenti di un ragazzino senza pensieri. In altre parole un piccolo investimento.

La pioggia insistente deprime corpo, anima e idee. Così, sopraffatto da abulia ipnogena, mi ficco sotto il piumone IKEA  mysa rönn classe 6  e, rannicchiato, al calduccio, lascio libero il cervello di spaziare ovunque voglia, fino allo stremo e, dunque, nel sonno più profondo.

Il bigliettaio del 106, la linea dell’autobus che raggiunge il centro, è di cattivo umore, brontola a denti stretti e stacca i biglietti, grandi quanto un francobollo e sottili da essere quasi trasparenti, senza entusiasmo e con fare maleducato. Stranamente il veicolo è quasi vuoto e riesco a prendere posto vicino al finestrino, per guardare la vita che scorre sulle strade.

La vetrina è pulitissima, brillante. Mi ci appiccico col naso, per vedere meglio tutte quelle belle scarpe e decidere. Mio padre e la sua impazienza interrompono i miei indugi e mi sospingono nel negozio. È un locale fine, di lusso. E mi sento intimorito, fuori luogo. Il commesso è gentile quanto elegante e dal suo volto, apparentemente asettico, traspare la sufficienza, se non franco disprezzo, per dover servire dei pezzenti.

Quando andiamo via è già buio. L’attesa del pullman è lunga e il mio babbo, guai a chiamarlo così, fuma una Pall Mall senza filtro l’una dietro l’altra. La busta con la scatola delle scarpe è saldamente nelle mie mani e non vedo l’ora di ritornare a casa, aprirla e, ancor prima di indossarle e camminarci un pó sopra, farle vedere a mia madre. La quale, sottecchi, mentre prepara la cena, mi chiederà  se sono stato attento a sentirle calzare bene.

Il trillo del campanello mi riporta alla realtà. Mi alzo imprecando e, in pantofole, apro la porta al postino. È una raccomandata. Posta certamente pericolosa. La corrispondenza la divido in tre fasce: inutile, buona e pericolosa. Il materiale pubblicitario e le lettere di organizzazioni che chiedono soldi per i poveri dell’Africa o i malati, appartengono alla prima fascia, la più nutrita. E finisce direttamente nel contenitore della carta. Non che sia insensibile ai guai, importanti, dei poveri e degli sfortunati. Ma preferisco non dare soldi ad intermediari di cui non mi fido affatto. La posta buona è rarissima, quasi inesistente. Sopraffatta costantemente da bollette, multe, ingiunzioni e tasse. E quella missiva, sbolognata con sadico sorriso dal postino, non smentisce la mia classificazione.

Devo uscire, per forza. Anche con le scarpe rotte.


✡ ogni riferimento a persone, cose, fatti o animali è puramente casuale