✍ Parole

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Le labbra si muovono continuamente, emettendo parole, aria. Le increspature della pelle del labbro superiore, soprattutto nella metà destra, e lo sguardo torvo, minaccioso, sono indizi che quell’esplosione è pura tempesta. Io, comunque, non sento nulla. Vedo solo quei cordoni di pelle rugosa che non trovano pace. E, poiché non m’incuriosisce ascoltarne il contenuto, non sono interessato ad alzare il volume, giro i tacchi e me ne vado. Allegro e tranquillo, per la mia strada. Qualcuno ha detto che le parole sono pietre. Può essere. Nella maggior parte dei casi son solo aria, magari puzzolente, ma solo aria, eteree maschere del pensiero che si disperdono nell’atmosfera circostante.

Sergio legge il giornale. Mentre cammina. Non vede altro. Io mi avvicino e lo fermo. Mi abbraccia e parliamo. Delle novità, del lavoro, dei bei tempi andati. Siamo entrambi molto cambiati. Dentro e fuori. Forse più fuori, dove la carrozzeria mostra evidenti segni di usura. Ci lasciamo con la promessa di non perderci di vista. Ma entrambi sappiamo che probabilmente ci rivedremo fra vent’anni, cioè mai più.

Sul lungomare, assolato e desolato, osservo e aspetto. Il caldo non è insopportabile. E la brezza accarezza la mia pelle, scompiglia i miei radi, preziosi e vecchi capelli. Mi viene in mente Franco, un amico d’infanzia. Il vento lo sconvolgeva, era convinto che gli portasse via i capelli, spennandogli, giorno dopo giorno, il cuoio capelluto. Sorrido e rimango immobile. Appoggiato al muretto che separa le ringhiere. Dal vicolo di fronte una frotta di donne si materializza all’improvviso. Saranno almeno una decina, forse più. Parlano, concitatamente. Senza fermarsi. È un fiume in piena. Il loro chiacchiericcio arriva a disturbare il mio silenzio, il mio isolamento. Non si curano per niente del contorno, di chi ci sia. Non gliene frega se qualcuno ascolta i loro segreti, le loro banalità. Rimangono così, a cicalare e calunniare, incuranti di ogni cosa. Il tramonto avvolge, con la sua calda luce rossa, il cianciante capannello. E il mio posto vuoto.

Il telefono squilla. Sono incerto se rispondere o lasciarlo esaurire. Poi, spinto dai sensi di colpa, apro la comunicazione. E mi pento immediatamente. La voce dall’altro capo attacca con irruenza. Una cascata di parole s’incanala, potente, nel mio condotto uditivo. Non c’è verso di frenarla. È impetuosa, travolgente, strafottente. Ciance, frottole, idiozie, lusinghe, dicerie, consigli, confessioni, memorie, pensieri, storie, concetti, pettegolezzi, menzogne, insulti si affollano caoticamente lungo il doppino di rame, intasandolo, surriscaldandolo. Sopporto solo qualche secondo. Poi salvo l’integrità dei miei timpani e del mio cervello appoggiando la cornetta sul tavolino. Abbandonando le chiacchiere al loro naturale destino.

Mina e Alberto Lupo sono vicinissimi. Quasi si toccano. Lupo le sussurra nell’orecchio. La affligge. La opprime. La tormenta. E’ ridicolo. Patetico. Lei, però, nonostante mostri insofferenza non si allontana. Rifiuta solo le sue caramelle.

✡ ogni in riferimento a cose, animali, fatti o persone è del tutto casuale

✍ Zuckerberg santo subito

UnknownPino Iommelli aveva lasciato il lavoro attivo da quasi 3 anni. Nonostante le barriere imposte dai governi per rinviare l’epoca della fuoriuscita lui, grazie ai soliti “giochi di prestigio” consoni allo spirito italico, era riuscito ad intrufolarsi in una “finestrina” e sgattaiolare con il massimo del profitto. E il suo “trattamento di quiescenza” era sostanzialmente sovrapponibile allo stipendio che percepiva da vivo. Senza contare il TFR.

I primi tempi furono duri, intensamente depressivi. Forse o soprattutto per il coincidere della sua crisi matrimoniale. A 63 anni, con figli grandi e sposati, il rapporto con la moglie non era più coinvolgente o soddisfacente come prima. Si sentiva leggero e frizzante come quando aveva 20 o 30 anni. Sentiva un “prurito” generale che lo stimolava, lo incitava a rigettarsi nella mischia alla ricerca di nuove avventure , di nuove sensazioni. E il circolo di cui era presidente gli dette una mano.

Da oltre 10 anni coordinava un piccolo circolo culturale letterario. In una cameretta al terzo piano di un condominio del centro storico, dieci piccoli indiani si riunivano una o due volte la settimana per leggere o commentare opere letterarie o, più semplicemente, per stare in compagnia. Nel tempo gli adepti aumentarono secondo la legge per cui ciascuno , potenzialmente, era un vettore di altre anime in cerca di intrattenimento. E, ottemperando alla legge, il numero degli iniziati salì vertiginosamente soprattutto negli ultimi due anni a sessanta unità. Più di un terzo dei quali di puro sesso femminile. Sì interessate alla narrativa e alla poesia, ma prevalentemente tese alla scoperta di nuovi territori di caccia, di emozioni e nuove esperienze. Divorziate, separate e vedove che si rigettavano nell’agone della competizione con maggior sfrontatezza e determinazione di quanto non avessero espresso in gioventù.

Pertanto il circolo si era polarizzato verso il sociale, più che l’intellettuale, verso un’agenzia di anime solitarie più che allo spirito . E al vecchio e scaltro Pino ciò non poteva che “far gioco”. Prima o poi l’amo che stazionava in perenne attesa avrebbe agganciato qualche spigola scongelata.

Pino non era certo bello né, in fondo, particolarmente intelligente. Era però scaltro, astuto e simpatico e puntava su queste armi per poter far breccia su quelle disperate perennemente attaccate alla loro vanità e alla ricerca del principe azzurro. Sebbene si sarebbero accontentate di un qualsiasi altro colore.

Se tutta questa storia fosse accaduta dieci o vent’anni prima, sarebbe stata sicuramente molto più insignificante , onninamente priva del supporto , basilare , informatico. Finite le riunioni, e tornati a casa, i piccoli indiani si incollavano, infatti, al PC che, faticosamente, avevano appena imparato ad usare sotto la guida dei loro figlioli, per riprendere i fili interrotti nella cameretta. Trascorrendo ore ed ore davanti al monitor e trascurando per ore ed ore ben altre e più importanti cose, tra cui la prole per esempio. Quasi una sorta di inversione dei ruoli, con una regressione nei primi che li avvicinava in modo anomalo e goffo ai secondi.

Facebook fu, per loro, l’invenzione più prodigiosa del secolo. Grazie al genio di chi l’aveva creato, ora tutti gli iniziati avevano modo per poter comunicare fra di loro senza soluzione di continuità e contemporaneamente. Una goduria impensabile prima. Facendo propri, anche e non solo per emulazione, il metalinguaggio e le idiozie tipiche dell’adolescenza. Non contenti dei rapporti ravvicinati e dell’alone intellettuale che si erano autocollocati sulle teste per sentirsi diversi, impegnati e superiori, trasportavano anche sino a notte inoltrata i loro illuminati pensieri e le loro banalità nel nulla del cyberspazio.

Mara Masullo approdò al circolo una sera di primavera. Condotta per mano da una sua vecchia, in ogni senso, amica che a dispetto dell’aspetto conservava intatti i suoi quattordici anni. Non era mai cresciuta oltre e per lei avevano un senso, una valenza solo fescennini, uomini e previsioni sui futuri accoppiamenti, esplosioni, implosioni e scambi di coppie. Insomma continuava a giocare. Mara aveva qualche anno in più, cinquantaquattro anni esterni e sedici interni, e le due erano unite assai, verosimilmente perché vanità e “recherche de l’amour, de l’homme” le accomunavano. Non dissimilmente, invero, dal resto, dalla gran parte delle appartenenti alla misteriosa etnia femminile. Di prendersi cura dei figli, di assumersi responsabilità, di lavar calzini e camicie non ne avevano più alcuna voglia.

I primi emoticon ❤️  comparvero d’improvviso, quasi inaspettati e non senza compiacimento. Pino si era lanciato e ora attendeva con impazienza che la lenza si tendesse e tirasse. Mara , che da vecchia e navigata bavosa, aveva già captato i campi elettrici intensamente emanati da quell’elettroforo del coordinatore e al quale opponeva una finta e inesistente resistenza, capì che il pesce aveva abboccato. E ora si trattava solo di stancarlo in modo da farlo attaccare quanto più possibile. Se avesse perso questa occasione non se lo sarebbe perdonato. Poteva anche essere l’ultima spiaggia.

Per diverso tempo disertò volutamente le riunioni e si concentrò su FB, come si usava dire in gergo. Smiley principali e secondari cominciarono ad invadere la sua bacheca. Di giorno e, soprattutto, di notte. E lei, strafelice della vittoria, continuava a tener lunga la lenza per incrementare ulteriormente l’accanimento dell’elettroforo. Le sue risposte erano tardive e freddine, con radi e centellinati emoticon. Anche Emilia, lo scorfano compagna d’arme e d’avventura, stava tirando lo strascico per raschiar su uno stagionato ma, per lei, attraente sarago. Con analoga tecnica e astuzia. Come ai bei tempi del liceo, quando dietro i loro ondeggianti deteretani si affollavano decine e decine di sarpe, sogliole e ghiozzi.

Così nelle acque paraninfe di FB, dopo qualche tempo e giochetti infantili, le coppie finalmente si costituirono. L’elettroforo abbandonò la moglie e i figli per stare con la sua bavosa e la stagionata spigola si accasò dallo scorfano imbelle.

Idilli perfetti. Vite ridate alla vita. Calzini e camicie lavate con l’amore e le attenzioni degne della sindone. Finchè sarebbe durata, naturalmente.

Intanto gli avannotti attoniti e impotenti, dimenticati e trascurati, con grande dignità e maturità continuavano il loro percorso verso la superficie.

✡ ogni riferimento a persone, animali, cose o fatti è assolutamente casuale

✍ Turista per caso

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Mario Verdoliva aveva 31 anni quando fu condannato all’ergastolo. Il giudice fu inflessibile negandogli qualsiasi attenuante.

Dalla cella relativamente confortevole , condivisa con un giovane tossicodipendente, della casa crcondariale di Secondigliano, fu immediatamente spedito a Badu’e Carros in Sardegna.  E si ritrovò in 48 ore  in una cella sporca e in compagnia di 5 brutti ceffi , ergastolani come lui ma veri criminali.

Anna Rocchi in Verdoliva , assisitita  dall’avvocato Nicola Pezone , si stava battendo per l’appello ma, soprattutto, che le indagini fossero riaperte per dimostrare l’innocenza di suo marito.

Nel marzo di quell’anno Mario ebbe la sfortuna di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.  Un’ anziana signora camminava claudicando vistosamente, appoggiandosi ad un vecchio bastone di ciliegio. Era a pochi metri davanti a lui. Il capo chino,  i capelli candidi come la neve,  l’andatura stanca. Con la mano sinistra reggeva una busta della spesa che, ad occhio, sembrava pesantuccia. Mario , mosso da compassione, affrettò il passo e dopo aver affiancato la vecchia, le prese con decisione la grossa e gravida busta di plastica esternando le sue intenzioni e chi fosse. Una mazzata terrificante si abbattè immediatamente sul suo cranio e da allora i ricordi svanirono. Si risvegliò con un forte mal di testa, tra le mani una pistola ancora calda e a pochi metri da lui il cadavere di una giovane e avvenente donna. Fu immediatamente arrestato e a nulla valse il suo racconto e la mancanza di un movente. Ma la pistola era nelle sue mani, le impronte erano sue , la donna era inequivocabilmente morta e, in borsa, aveva 100 g di cocaina finissima. Gianna Amideo  aveva ventinove anni ed un passato non proprio limpido. Qualche anno sul marciapiede, noie con la droga e qualche furtarello. Ma da alcuni anni sembrava rigare dritto e lavorava come commessa all’Auchan.. Il PM nella sua intensa arringa convinse giudici e giurati che tra i due c’era una tresca e che lo spaccio e il traffico di stupefacenti era alla base dell’omicidio. A nulla servì la difesa  che negò  decisamente ogni rapporto con quella donna, mai vista prima, e con la droga.

Già due anni erano trascorsi da quando era arrivato in Sardegna, Era avvilito e depresso. Aveva subìto violenze di ogni genere e  solo dopo un’aggressione che gli era costata una lacerazione al capo da venti punti di sutura ed una coltellata,  il direttore si decise a cambiargli cella. Passava le giornate leggendo qualunque cosa e sfruttando al massimo le ore d’aria. Per fortuna la nuova sistemazione non consentiva più alcun contatto con quelle bestie con cui aveva dovuto convivere nei primi tempi della prigionia. Le visite della moglie si erano rarefatte e da oltre tre mesi non ne aveva più notizie.  E non ne avrebbe più avuto. Anna si stava consolando  con l’avvocato che, da qualche tempo, si era trasferito armi e bagagli nella casa e nel letto del fu Mario Verdoliva.  Ormai sepolto in terra sarda.

Il tradimento in coloro in cui riponeva amore e fiducia, prostrò l’ancor giovane ragioniere e lo sprofondò in una depressione totale. Fu necessario ricorrere allo psichiatra e a terapie farmacologiche di un certo peso per poterlo tenere a galla.  A 40 anni , dopo aver patito momenti profondamente bui e scoramento totale, tanto da essere sorvegliato a vista nella paura che potesse suicidarsi, una mattina Mario aprì gli occhi e si accorse che qualcosa era cambiato. Si sentiva un altro. Pieno di forza, energie ma, soprattutto, carico di odio e di vendetta.

Anna , ottenuto il divorzio, in breve convolò a nozze con il fidato Nicola. Avevano lasciato la vecchia casa per traslocare in una villetta elegantissima e rifinitissima nella zona residenziale della città , ormai dimentichi del passato. Nicola  era diventato un avvocato di grido , famoso e ricco. Coadiuvato dall’esperta e cinica consorte. Non si separavano mai.

Una notte un grosso incendio avviluppò il carcere in pochi attimi.  Un cortocircuito nel locale caldaie sprigionò le fiamme che poi divamparono tumultuose e potenti ovunque.

Per non trasformarlo in un forno crematorio le celle furono immediatamente aperte e i detenuti trasportati nella vicina campagna. Era l’occasione che Mario aspettava da sempre.

L’ispettore Renato Chiellini stava riflettendo sulla documentazione sparpagliata sulla sua scrivania. La retata nel night “ RedHot” aveva sortito ben più di quanto si aspettava. A parte la caterva di mignotte, di papponi e spacciatori , noti e sconosciuti, nelle maglie erano rimasti invischiati due pregiudicati con precedenti di rapine, truffa e omicidio. Due figuri dalla fedina più nera della pece. Due veri pericolosi criminali, ricercati da tempo.  E , cosa non meno sorprendente, le rivelazioni che avevano fatto nel tentativo di patteggiare la pena. Undici anni prima avevano rapinato una banca nella quale era rimasto ucciso una guardia giurata. Il bottino , in biglietti di grosso taglio, era stato abbastanza soddisfacente. Oltre 180 mila euro. Lasciata la banca, invece di scappare su un’ auto o a piedi, si erano infilati nel bagno di un bar e si erano camuffati. In quel grosso locale, sempre affollato a ogni ora del giorno e della notte, nessuno aveva fatto caso a quei due, così come nessuno aveva notato una vecchietta malferma allontanarsi senza consumare seguita a breve da un signore grassoccio dalla folta barba nera. Quando il grassoccio vide quell’uomo afferrare la borsa col malloppo , quasi strappandola dalle mani della vecchietta, reagì d’istinto. E lo colpì col calcio della pistola. Tutto sarebbe filato liscio se una donna, testimone del fatto, non si fosse intromessa urlando come una gallina sgozzata. Non poteva fare altro che tacitarla e presto, prima che richiamasse l’attenzione e la polizia. Così le sparò senza pensarci sopra due volte. E per fare le cose per bene, ficcò la rivoltella nelle mani dello sconosciuto e filarono via senza più voltarsi. E quel furbone avrebbe avuto il fatto suo.

Le cicale frinivano a più non posso e il caldo era opprimente. Tutte le finestre della villetta erano aperte.  L’uomo e la donna erano seduti a tavola e chiacchieravano allegramente rinfrescandosi con tè ghiacciato. Un leggero scricchiolìo attrasse la loro attenzione e si voltarono, insieme, verso la finestra spalancata. Sgranarono gli occhi. Sembrava volessero uscire dalle orbite. Rimasero immobili, atterriti e in silenzio. Il ragioniere, con una grossa automatica fra le mani, era lì davanti immobile. Con uno sguardo che non prometteva nulla di positivo.  Le cicale continuarono a frinire imperturbabili anche quando due detonazioni si intrufolarono nella loro cantilena.

Il direttore del carcere aveva riunito lo stato maggiore del suo staff. Spento con molta fatica l’incendio, tutti i prigionieri erano stati fatti rientrare occupando un’ala che, miracolosamente, era sfuggita alle fiamme. Ma dieci galeotti mancavano all’appello. E bisognava riacciuffarli al più presto, altrimenti sarebbe stato esautorato e con lui i presenti. Cominciò così  una battuta senza sosta e senza tregua.  Che diede i suoi frutti, anche se ci vollero tre giorni e tre notti buone di caccia.  I dieci fuggiaschi furono ritrovati , alla spicciolata,  nei boschi, alcuni in pieno sonno, altri esausti da sete e caldo. Il direttore, felice di aver salvato la poltrona, diede loro il beneficio del dubbio.  Le fiamme, il fumo acre e intenso, la paura avevano indotto quegli uomini ad allontanarsi senza avere nozione di dove andassero ma , soprattutto, senza avere l’intenzione di scappare. Non furono puniti né andarono in isolamento. Né dell’incendio fu data notizia grazie alle compiacenze della stampa e dei vigili del fuoco.

Chiellini , dopo aver rovistato negli archivi, dando retta ad un ricordo, ad un tarlo, trovò il fascicolo che gli interessava. Il caso Verdoliva. Con il faldone sorretto da entrambe le mani si diresse, quasi di corsa, verso l’ufficio del PM.

Quindici giorni dopo, Mario era un uomo libero.

Sulla scrivania dell’ispettore un altro fascicolo faceva bella mostra di sé con la copertina verdastra . Quella dei casi irrisolti. La scientifica e l’autopsia dei cadaveri, non avevano prodotto indizi o impronte o altro che potesse far risalire all’assassino di quei due.  Probabilmente il noto penalista pagava a caro prezzo qualche sua cattiva prestazione o il suo rigore morale.  Chiellini , con la pipa spenta fra i denti, sdraiato sulla sua sedia aveva lo sguardo perso nel vuoto. In un piccolo anfratto del suo cervello il nome, il volto di Verdoliva facevano a tratti capolino.  Si alzò e si mise alla finestra da dove non poteva che guardare l’edificio attaccato al suo, con quelle crepe sull’intonaco e quei panni stesi al secondo piano che conosceva a   menadito.  Stette lì impalato per quasi un’ora. Poi di scatto afferrò il fascicolo e senza fretta lo portò in archivio.  Nello scaffale c’era giusto posto per un altro faldone.  Lo depositò, facendo attenzione a non smuovere i quintali di polvere sedimentata e si allontanò a capo chino.  I casi irrisolti lo turbavano, gli toglievano il sonno, gli creavano angoscia. Nello scendere le scale accese la pipa, aspirando voluttuosamente l’aroma della miscela inglese di cui era ghiotto.  Verdoliva aveva ucciso quei due, il suo istinto lo urlava a squarciagola. Ma  nello stesso tempo si rendeva conto dell’assurdità del suo pensiero,  poiché il ragioniere era stato scarcerato ben oltre il giorno dell’omicidio. Quella notte  non dormì quasi. I volti dell’avvocato, della moglie e di Verdoliva si susseguivano senza sosta , incubi che lo tormentarono per ore.  Al mattino era uno straccio ma, determinato ad andare fino in fondo.

Mario aveva deciso che , dopo tante pene, era giunto il momento di godersi la vita. Aveva un piccolo gruzzolo, segreto,  lasciato in consegna alla vecchia madre, che avrebbe utilizzato per attuare i suoi progetti.  Solo e libero da impegni, avrebbe cercato fortuna e una nuova vita in Argentina.

L’ispettore Chiellini, dopo aver avuto un lungo ed esaustivo colloquio col direttore di Badu’e Carros, si precipitò alla più vicina stazione di Polizia e chiese ed ottenne un elicottero che lo riportasse alla base nel più breve tempo possibile. All’atterraggio le auto bianche e blu erano pronte a motore acceso e, caricato l’ispettore, a sirene spiegate si diressero verso l’abitazione del ragioniere. La porta fu sfondata ma, come l’istinto gli aveva suggerito durante il viaggio, l’uccellino aveva già preso il volo.  In quel preciso istante in Plaza de Mayo un uomo di circa quarantadue anni, coi capelli leggermente brizzolati , un paio di ray-ban  scuri e una macchina fotografica a tracolla,  procedeva trasognato come qualsiasi altro turista. Respirava a pieni polmoni e non era mai stato così felice.

✡ ogni riferimento a cose, fatti, persone o animali è del tutto casuale

✍ Fossili destinati all’estinzione

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Sergio , Filippo e Delia avevano quasi diciotto anni a testa. Ma le loro idee e i loro obiettivi erano ben chiari. E lo avevano capito già da tempo. Dal quarto ginnasio.

Lo studio e la conoscenza erano un’assurda, anacronistica perdita di tempo. Il pezzo di carta, utile solo come tale, lo avrebbero conseguito anche se fossero rimasti a casa o se si fossero letto il giornale durante le ore di lezione. Quel che veramente contava era riuscire a entrare nel livello superiore, nel livello di chi comanda, dove c’è il potere e dove circolano soldi a palate. Perciò lasciato al loro triste destino la scuola e gli insegnanti, fossili destinati all’estinzione, si erano infilati nella scia, meglio bava, dell’onorevole Calderazzo del partito di maggioranza. Inutile imboccare i vicoli ciechi di aspiranti mediocri e senza futuro , peggio se dell’opposizione data perdente.

L’onorevole Calderazzo riceveva tutta la sua corte dei miracoli in un appartamento sul lungomare. Quattro volte la settimana questuanti di ogni genere facevano la fila per parlare con l’onorevole o qualche suo galoppino. E per ciascuno di loro veniva redatta una scheda , raccolti i desiderata e fatte vaghe promesse. Laddove emergeva qualche elemento importante, di spicco , immediatamente utilizzabile tutto l’entourage sotto la spinta del boss si faceva in quattro pur di accontentare l’interlocutore con le tasche gonfie di voti.

I tre ragazzi, nella loro frequentazione costante e ossequiosa, avevano ben capito come andavano le cose. E avevano già raccolto regali di vario genere, cene nei posti più svariati e costosi, incontri con personaggi di alto lignaggio politico e sociale e la certezza che avrebbero avuto il diploma a casa, così come sempre a domicilio, un bel trenta ad ogni esame universitario. Erano strafelici e volevano fare sempre di più, accorciare i tempi. Sfrecciare veloci verso l’alto. Così partirono le iniziative.

Sergio , nato e cresciuto in un quartiere popolare, proletario, cominciò a bazzicarlo metro per metro tutte le sere e nel tempo libero. Passava le giornate fra il promettificio del politico e il quartiere che, ormai, non aveva più segreti. Finalmente riuscì ad agganciare la gente che contava, i trafficanti e i malavitosi. Coi quali raggiunse un accordo, semplice quanto vecchio e abusato. Libertà d’azione e copertura in cambio di voti al momento giusto.

Filippo , appassionato ed esperto in informatica, grazie a varie amicizie riuscì ad entrare nelle simpatie degli impiegati e del capo ufficio della sezione elettorale. Quando si sarebbero svolte, da lì a poco, le elezioni , sarebbe stato presente alle operazioni di spoglio , conteggio e di archiviazione delle schede. Manipolare i dati per lui sarebbe stato un autentico scherzo.

Delia partiva avvantaggiata. Non solo perché il padre, ricco commerciante senza scrupoli, aveva promesso appoggi economici e voti all’onorevole, ma soprattutto perché pronta a tutto pur di bruciare le tappe, fregando persino i compagni di merenda. Anche se avesse dovuto passare sotto le lenzuola di Calderazzo. Cosa che fece con sistematica determinazione, con abnegazione e impegno. L’onorevole, dai loro incontri che potevano avvenire dovunque e durare un attimo come una notte intera, usciva puntualmente spossato e con l’immancabile fazzoletto ad asciugare il sudore dalla fronte. Insomma Delia stava gettando le basi per un ministero o un sottosegretariato.

Finalmente arrivò , come sempre in primavera, il momento della verità. Le elezioni.

Calderazzo sapeva esattamente quanti voti avrebbe avuto e le percentuali in ogni sezione. Così come sarebbe stato in grado di identificare tutti i traditori.

La notte prima dell’apertura dei seggi Delia portò la gallina dalle uova d’oro nel più bel ristorante della costiera. Lo fece rimpinzare coi piatti più succulenti e sofisticati , innaffiando tutto con champagne francese d’annata. Da lì si trasferirono nelle sale superiori dove, in una lussuosa suite, concesse non senza piacere il suo deretano allo stravolto Calderazzo e lo finì con fellatio ripetute. Filippo , invece, era già impegnato a settare e programmare i computers pronto all’azione manipolatrice. Schede bianche o nulle sarebbero diventate contrassegnate per il suo padrone. Annullate con tutti gli artifizi possibili, quelle con preferenza diversa. Mirava ad un bottino pingue. E , furbo qual’era, si era circondato da scrutatori amici a cui aveva promesso tante cose. Sergio, infine, era seduto al tavolino del bar mettendo a punto gli ultimi particolari con i boss. Come far affluire la gente in tempi diversi senza dare nell’occhio, istruirli su come apporre la croce, e nel definire con una stretta di mano i termini degli accordi. Dal suo quartiere contava di far uscire almeno 10000 preferenze. Calderazzo avrebbe dovuto portarlo a Roma.

Come nelle previsioni l’onorevole Calderazzo stravinse con oltre 40000 preferenze. Quella notte nel suo ufficio sul lungomare si brindò sino a notte inoltrata. E tra un bicchiere di champagne e l’altro, Delia trovò il tempo per trastullare l’euforico politicante con la sua bocca, incurante dei presenti.

Sono passati ormai cinquant’anni da quell’elezione.

Sergio, Filippo e Delia divennero sottosegretari e lo furono per diversi anni. Sino a quando , esperti navigatori dei meandri e del sottobosco politico, scafati e pronti sempre a tutto, non capirono che Calderazzo era diventato un peso alle loro aspettative. E così congiurarono per farlo trombare al primo rimpasto. Passando armi e bagagli (e per Delia anche il resto) con il potentissimo onorevole Mistretta, la cui base elettorale era inespugnabile e raccoglieva tutta la sicilia orientale. Sotto il siciliano divennero ministri. Poi il vento del tempo e l’età iniziarono la loro opera. Altri come loro sorsero dal nulla all’orizzonte determinati e pronti a reclamare un ricambio. Ressero fin che poterono, barcamenandosi in tutti i modi, saltando da un carro all’altro, raschiando il barile delle vecchie connivenze. Delia perse l’arma in più che aveva e fu la prima a doversi accontentare, nella sua fase calante, dell’incarico di presidente dell’authority delle comunicazioni. Incarico che ricopre tutt’ora in modo assolutamente fazioso. Sergio e Filippo riuscirono a barcamenarsi per qualche anno in più. Poi dovettero cedere , pressati dai giochi di potere a cui avevano attivamente partecipato, e defilarsi a ricoprire ruoli di grand commis pagati a peso d’oro.

Nella loro vita non scrissero mai, nemmeno una lettera. Non avrebbero saputo farlo.

Nella loro vita calpestarono una quantità immane di gente, con determinata consapevolezza. Così come rovinarono, con i loro atti,  la vita e i sogni di milioni di persone.

La loro fu una vita abbastanza solitaria, tesa al raggiungimento e al mantenimento del potere. Ma non se ne pentirono mai.

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale

 

✍ I figli dei pezzenti

thCAG3WPPGGennaro Apicella , davanti allo specchio, era felice di ciò che guardava .

Non solo si considerava belloccio ma era fiero della sua astuzia, della sua intelligenza, del suo acume. In pochi anni da venditore ambulante di articoli casalinghi era diventato imprenditore e ricco. La fortuna certo l’aveva aiutato, ma lui era stato capace di cogliere l’occasione al volo e volare su in alto.

Possedeva quattro case, quella dove abitava abitualmente, una al mare a Forte dei Marmi un appartamentino a Parigi e una villetta a Santo Domingo. Aveva quattro auto, una mercedes e un’audi per sè, una citroen per la moglie e una smart per il figlio. Le figlie più piccole, per ora, dovevano accontentarsi di un Beverly 125 a testa.

Gli abiti, compreso l’intimo, dovevano essere rigorosamente griffati. Così come le scarpe, per le quali aveva una vera mania, ne aveva quasi 80 paia. Tutte di cuoio bulgaro e manufatte in Inghilterra. Ogni paio costava circa 700 euro.

Ogni sabato e domenica era prassi pranzare e cenare al ristorante, il migliore della città, a 150 euro a testa.

Ogni occasione era buona per una vacanza nei posti più esotici e alla moda: Sharm, Seychelles, Cap d’Antibes, Seychelles, Cuba, Mauritius, Thailandia. A Santo Domingo  vi si recava periodicamente anche da solo, per sollazzarsi con stuoli di minorenni che esaudivano ogni suo desiderio sessuale per pochi centesimi. Ufficialmente erano viaggi d’affari.

Dopo aver fatto un bel nodo alla sua Hermes nuova di zecca, allentò leggermente il collo della camicia Murphy and Nye e nebulizzò sul volto uno spruzzo di Bulgari soir. Era pronto, doveva andare ad una riunione molto importante. Le elezioni erano imminenti e si doveva aiutare il candidato.

Nel 1990 nella piazza del Mercato, un signore corpulento si era avvicinato alla sua bancarella e , senza giri di parole, lo aveva invitato a spostarsi di alcuni metri. Quello spazio era sotto controllo del boss Cuciniello. Apicella non aveva protestato e , nello spostarsi, fece capire all’omaccione che gli sarebbe piaciuto conoscere il boss di cui aveva sentito tanto parlare. Cuciniello si  materializzò  dal  nulla,  lo squadrò  da  capo   a   piedi  e   gli             disse : “ Guagliò, stasera vien’a casa mia, t’aggia parlà. Me si simpatico”. E se ne andò seguito dal codazzo dei suoi luogotenenti.

Emozionatissimo alle nove in punto fu a casa del potente boss. Più che una casa era una villa enorme, blindata , con una piscina spettacolare e, nell’immenso giardino, un gabbione  in cui tranquillo riposava un ghepardo.

Il boss lo fece accomodare sul divano e venne subito al dunque. Aveva bisogno di persone intelligenti, furbe e discrete per organizzare le campagne elettorali del suo referente politico. Un personaggio molto influente che avrebbe poi saldato tutti i conti dopo la vittoria alle  elezioni  e per tutte le future sicure conferme. Ormai quella forza politica non aveva più concorrenti. Avrebbe governato per decenni. E bisognava stare in quel carro.

Apicella si mise immediatamente all’opera e, in poco tempo, porta a porta, basso per basso,  promettendo e anche anticipando di tasca sua, imbastì una rete clientelare vastissima.

Il politico, ormai deputato, anzi ministro, accompagnato da Cuciniello volle incontrare chi era riuscito a fargli avere quasi 20000 voti. In una calda serata di luglio, al riparo da occhi ed orecchie indiscrete, i tre si incontrarono e ci fu anche l’abbraccio simbolico che sancì definitivamente un’alleanza destinata a durare nel tempo.

Da allora per Gennaro non ci furono che soldi, soldi e ancora soldi. Era diventato un punto fermo e sicuro dell’organizzazione.

Per strada, una dolce brezza accarezzava il volto di Gennaro. Era contento. Aveva scelto di fare la cosa giusta. Stare con chi conta, col potere. L’intrallazzo non era peccato. Peccatori e fessi erano quegli illusi che avevano voglia di mettere a posto le cose, di cambiare il mondo. E rimanevano pezzenti condannando così le loro famiglie, i loro figli ad una vita grama. Ad essere sempre schiacciati e derisi. Fra poco l’onorevole avrebbe sistemato i suoi figli che, a vent’anni e anche meno, avrebbero potuto contare su un impiego sicuro e con le spalle ben coperte. I figli dei pezzenti, invece, avrebbero sgobbato sui libri e, nel migliore dei casi, sarebbero dovuti emigrare per trovare un posticino di precario a quattro soldi.

Sorbì il solito caffè mocaccino al bar “del Professore” seduto ai tavolini. Sentiva i discorsi della gente e gli veniva da ridere. Che cretini, speravano che andando in massa a votare, avrebbero potuto far vincere i candidati dell’opposizione.

Dentro di sè rideva alla grande. Com’era possibile che c’era ancora gente che credeva a queste cose. Che ancora non si rendeva conto che le elezioni erano pilotate, i voti acquistati e i giochi fatti. Com’era possibile che c’era ancora gente che pensava che Tizio o Caio fossero migliori e onesti, più  di Pinco e Palla. O che  quel partito era fatto di gente retta. Com’era possibile non capire che anche dall’altra parte , usando gli stessi sistemi, l’obiettivo era sempre lo stesso, il controllo e la manipolazione, il potere e il denaro. E il bolso gregge si sarebbe sempre accontentato delle briciole.

Riprese il suo cammino e, in galleria, incrociò senza essere visto, il professore di matematica di suo figlia. Poverino, era vestito da far schifo. Quattro stracci di mercatino e, ai piedi, vecchie scarpe scalcagnate. Occhi spenti denotavano frustrazione e avvilimento.

Una vetrina riflesse la sua immagine: un autentico dandy ! Questa è la vita e bisogna saperla vivere, pensò.

✡ ogni riferimento a persone, cose, fatti o animali è puramente casuale