Storie

✍ (r) perla

luna

Le scale del palazzo sono immerse nel buio. I bulbi delle lampade, fracassati dalle attenzioni dei lazzari, sporgono minacciosi come artigli pronti a ghermire, benchè svuotati della loro luminescenza. Anche i vetri dei tondi lucernari, a metà di ogni rampa, riportano i segni indelebili dell’interesse di quei gentiluomini. Perciò quando la luna c’è, e quantunque avvezza alle stranezze terrene, perplessa ed incredula assiste alla sconvolgente diffrazione dei suoi raggi in miriadi di lamelle diseguali. Tratti gessosi tracciati sul nero della tenebra bastevoli per guidare il viaggio di chi sale o scende

L’edificio è vecchio, fatiscente e maleodorante. Gli intonaci sono scrostati, sporchi e istoriati da graffiti osceni. La balaustra, ormai priva di corrimano e ingrommata di ruggine, barcolla vistosamente ogni qual volta qualche temerario vi si appoggia. E i lazzari, sempre esuberanti e pronti a sperimentare nuove forme ludiche, si divertono assai scuotendola a calci.

Nella guardiola la portinaia dorme russando come con cosacco. E sogna, aiutata dal prosecco, le confessioni e i piccoli segreti dei condomini. I loro sviluppi e le conseguenze, i colpi di scena e le astuzie per carpire ed attizzare. L’indomani, con la tavolozza dei suoi preconcetti, dipingerà tele suggestive quanto aggressive, dai forti contrasti policromatici . Consapevole che il suo carisma affabulatorio, la sua dirompenza creativa ed espansiva, non potranno che continuare a soggiogare la vasta platea del vicinato.

L’uomo sale lentamente, col capo chino e intabarrato nel suo pesante cappotto grigio a spina di pesce. Tra le labbra la brace di una sigaretta sembra una lucciola solitaria e depressa. Non pensa a nulla. La sua mente è offuscata dal vino che ha tracannato senza posa durante la cena. Ed il suo stomaco, sovraccaricato e teso dagli eccessi, brucia e produce gas a profusione.

Rutti sonori quanto disgustosi rompono il silenzio della notte e rimbombano nella tromba delle scale. Finalmente è arrivato, stanco come non mai. Nonostante sia abituato sin da bambino a inerpicarsi fin lassù, su quei grezzi gradini di basalto. Uno scarafaggio sbuca dal nulla e, con balzo fulmineo, evita la morte infilandosi in una crepa. Un grugnito esterna il disappunto per aver fallito di un soffio il bersaglio, all’unisono col tonfo della scarpa abbattutasi come un maglio sul ballatoio.

La mano tremante, e l’oscurità, impediscono alla chiave di infilarsi nella sua fessura. Lui tenta più volte, biascicando bestemmie con la voce impastata dall’alcool. La vescica stracolma, urlando il suo bisogno impellente, innervosisce oltremodo l’uomo che non riesce così in alcun modo ad entrare in casa.

Il fendente, preciso e deciso, gli recide la gola. Il sangue zampilla furioso lasciando rapidamente il suo alveo. In pochi secondi 107 chilogrammi stramazzano, ormai privi di vita, in una pozzanghera di urine rosso ciliegia.

Quant’è bella Perla. Coi suoi occhi chiari e trasparenti come il più bello dei mari. Con le sua labbra carnose e vellutate. Col suo nasino all’insù. Con la sua infinita dolcezza. Col suo amore travolgente.

La grossa automobile procede spedita sulla tangenziale. La radio urla melense melodie dialettali che solleticano le velleità canore dell’uomo al volante. Il suo volto esprime contentezza mentre la bocca sputa echi cacofonici che sostengono i gorgheggi melanconici del cantante di turno. Sul sedile accanto l’inseparabile borsello, pieno zeppo di carte e d’imbrogli.

La meta è vicina. La giornata è soleggiata e il traffico inesistente. Se non ci saranno intoppi sarà a destinazione prima del previsto e, magari, potrà fare una visitina veloce a quella biondina che non gli dice mai di no.

Il motore improvvisamente inizia a borbottare. Gli occhi si fanno cupi, preoccupati. E’ un rumore che non fa presagire nulla di buono. E, infatti, la macchina perde velocità, sussultando e fumando. Per fortuna la piazzola è vicina. Imprecando e battendo i pugni sul volante, l’uomo accosta ed entra nell’area di emergenza. E’ molto contrariato, soprattutto perchè salta il programma con la bionda. Apre la portiera, non senza essersi data un’aggiustatina alla cravatta e, una volta in piedi, si stiracchia. Il SUV, nero dai finestrini neri, arriva come un missile. Piomba sull’uomo che nemmeno si rende conto di quanto accade, e lo scaraventa sul guardrail. Poi, ritorna indietro, e si lancia sul corpo già sfigurato, schiacciandolo come un pidocchio.

La notte è terrificante. Perla è splendida, e mi sta appiccicata sussurrando parole che cullano il mio cuore. Sento il suo profumo e le sue carezze. Il suo calore. Poi, ineluttabilmente, la mano, protesa al contatto, non trova che il cuscino vuoto. Lenzuola fredde. Nulla. In un attimo tutto si dissolve e mi ritrovo a piangere seduto in mezzo al letto.

Nell’ascensore, che sale lemme al 25 piano del Centro Direzionale, pel di carota fischietta silenziosamente. I suoi pochi capelli sono rossicci e stopposi. E sul volto, butterato dall’acne , una lanugine di pari qualità si concentra in ciuffetti sul mento e sulle gote. I suoi occhi sono slavati e sporgenti, quasi volessero scoppiare. E la cicatrice del labbro leporino completa l’opera, restituendo una maschera ributtante dal sorriso sardonico perenne. Un rumore smorzato attrae, giusto una frazione di secondo, l’attenzione del suo orecchio sinistro prima che sia perforato da un proiettile calibro 9. La pallottola attraversa la base del cranio e, per puro caso, fuoriesce dall’altro orecchio, ficcandosi nella plancia dei pulsanti.

Lo spiazzo è deserto. Come quella sera. Un velo sottile di nubi basta e avanza ad offuscare la luna. Che appare distratta, infingarda. L’urlo delle cicale e dei grilli è assordante, allarmante. Perla è seduta sulle mie ginocchia e mi bacia. E io non riesco ancora a crederci. Mi sembra di sognare. Un angelo come quello che ama me, proprio me.

D’improvviso la portiera si apre e tre ombre me la strappano via e la trascinano sull’asfalto. Poi il buio, più pesto. Mi risveglio dopo non so quanto tempo. La fronte mi sanguina. Tutto il volto, la camicia sono intrise di sangue. Barcollando e con un mal di testa feroce perlustro quel maledetto spiazzo, urlando il suo nome. Finché non la trovo. La mia Perla giace senza vita su un lercio prato. Nuda, oltraggiata e martoriata. Crollo accanto a lei gridando come un forsennato. Poi di nuovo buio pesto.

Non so quanto tempo sono stato in coma, stremato dallo shock e dalla disperazione. Non ricordo quanti giorni ho vagato senza meta e senza vita. So solo che dopo lunghe notti insonni e tormentate ho promesso a Perla che l’avrei presto raggiunta. Appena finito di sbrigare un’incombenza.

versione aggiornata dell'omonimo racconto pubblicato il 17.03.2012 
✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale
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✍ Dietro l’angolo

Il possente cancello in acciaio temperato si apre senza fare alcun rumore. Silenzioso e agile come un serpente sulla sabbia. Una lama di luce purpurea si fionda prepotente nel desolato e polveroso cortile in terra battuta, e mi avvolge con tutto il suo tepore, con la sua forza vivificante. Resto immobile per qualche istante, per godere di quel primo e unico caloroso bentornato alla libertà. Fuori non mi aspetta nessuno.

La strada, nell’estrema periferia della città, è solitaria e l’asfalto, alquanto dissestato, già scotta sotto i primi raggi del sole che, gravido di fuoco, sembra non abbia forza né voglia per compiere la sua solita ascesa verso lo zenit.

La guardia, immobile ed impassibile, attende che mi decida ad oltrepassare il confine che mi riporterà alla vita dopo dieci anni di reclusione. I nostri occhi si incrociano, spero, per l’ultima volta. Conosco bene quell’uomo e i suoi occhi glauchi. Occhi che non scorderò mai, che irromperanno spesso nella mia dimensione onirica per angustiare i miei sogni. Occhi di un figlio di puttana che, forti del loro meschino potere, hanno fatto scempio della dignità di chi non poteva opporre alcuna resistenza.

Una panca in pietra grezza giace spaccata in due in prossimità della fermata dell’autobus. E dallo squarcio emergono rifiuti di ogni sorta, come fiori in un campo. Il palo che sorregge la tabella delle linee in transito, pende da un lato, ed è piegato nel mezzo. Sembra debba cadere da un momento all’altro. Sulla tabella, trasformata in tavolozza, graffiti osceni testimoniano l’eclettismo dell’artista. Attendo paziente con le mani nel pantalone di velluto stazzonato e liso. Un tempo il mio preferito, in cui mi sentivo più a mio agio.

Non ricordo quanto tempo sia passato prima dell’arrivo del bus. Il cui numero e destinazione mi sono assolutamente sconosciuti. Ma quel tempo, nel silenzio e nel calore, è ancora fermo. Prigioniero del passato.

Il giudice, una vecchia arpia col viso tirato dal chirurgo plastico, dalla bocca enfiata dal botulino e dai capelli cotonati e tinti in rosso tiziano, sfoglia distrattamente il mio fascicolo, senza mai sentire la mia voce e senza degnarmi di uno sguardo. La sigaretta intrisa di rossetto scarlatto tra le sua labbra fuma in continuazione, come lo squillo del suo cellulare. I suoi occhi grigio-cilestrini mi attraversano, per un centesimo di secondo, come se non esistessi. Prima che, tra una boccata e una telefonata, la mano ossuta, grinzosa e macchiata dal Bateman, non abbatta con voluttà il timbro dell’infamia sulle mie carte, sulla mia carne. Alle mie spalle percepisco il ghigno soddisfatto della mia accusatrice. E la tosse dei sensi di colpa del mio avvocato.

La voce dell’autista, roca da fumatore incallito, mi avvisa che siamo al capolinea. Per strade che riconosco, ma in cui mi sento estraneo, etereo avanzo quasi barcollando. Un leggero vento accarezza il mio volto perso tra mille volti estranei ed indifferenti. Tocchi che, con delicata fermezza, mi ricordano che sono un uomo libero. Piango, e ne sono contento. Non sono più le lacrime amare versate nell’aria stantia e fetida del carcere. Il riflesso di una vetrina mi restituisce l’immagine di un vecchio smunto, dalla barba lunga e dagli occhi spenti. E vestito di cenci fuori moda e fuori stagione.

Mi ritrovo, dopo molto girovagare, davanti casa. Tutto sembra uguale ad allora. Anche le voci e gli odori della strada. Dal cassonetto dell’immondizia spunta Briciola, il gatto del rione. Spelacchiato e rinsecchito e con un occhio opaco. Con immutata agilità balza sul pavé e si struscia sulla mia gamba, ronfando come un leone. Non s’è scordato di me. L’unico, questo è certo.

Briciola sgattaiola silenzioso tra le auto in sosta. È buio già da un pezzo. E lo vedo solo grazie ai suoi occhi che brillano come fari. Mi avvio a casa, come ogni sera. Dopo la solita giornata di lavoro. Guardo sù, verso il balcone, e la saluto con la mano. Sembra di buon umore. Negli ultimi tempi una vera rarità. Il rapporto è incrinato ma, forse, recuperabile. A tavola, imbandita come non accadeva da mesi, lei conversa amabilmente, poggiando la sua mano sulla mia. Truccata con gusto e fasciata dal suo vestito rosso è deliziosa. Improvviso cala il buio, più pesto e profondo che mai. Al risveglio, con la testa che mi scoppia dal dolore, mi ritrovo su una seggiola e sotto la luce sferzante di una lampada. Il brigadiere è cortese ma sbrigativo. Sputandomi sul volto il fumo delle sue sigarette mi accusa di violenza carnale e aggressione con tentato omicidio. Poche ore dopo sono già in galera.

La targhetta sul citofono mi dice che lei abita ancora lì. E dalla griglia mi sembra di sentirne persino il profumo. Il nome che affianca il suo non mi è noto, ma deve essere quello dell’uomo col quale mi ha tradito e col quale ha ordito l’infamia per potersi disfare di me. Se solo me l’avesse detto, sarei sparito senza lasciar traccia. Ma evidentemente ci conoscevamo poco e male, e ci siamo capiti ancora peggio.

Sto lì per qualche minuto poi mi allontano alla svelta, senza più voltarmi indietro. Briciola miagola con insistenza e mi accompagna fino a che non svolto l’angolo. Non ci vedremo più, lui deve rimanere nel passato, io devo andare nel futuro.

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale

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✍ Perla

Le scale del vecchio palazzo sono immerse nel buio. Tutte le lampadine sono spente. Solo davanti ai lucernai, grossi buchi tondi a metà di ogni rampa, filtra una lama bluastra di luce lunare. L’edificio è vecchio, fatiscente. Gli intonaci sono scrostati, anneriti e scarabocchiati. La balaustra, arrugginita, ha perso da tempo la sua stabilità. E chi vi si appoggia la fa ondeggiare, non senza intimorirsi.

L’uomo sale lentamente, col capo chino e intabarrato nel suo pesante cappotto grigio a spina di pesce. Non pensa a nulla. La sua mente è offuscata dal vino che ha tracannato senza posa durante la cena. Ed il suo stomaco, sofferente per il sovraccarico ingerito, brucia e produce gas a profusione.

Rutti sonori quanto disgustosi echeggiano nella tromba delle scale insinuandosi sino all’androne, così desolatamente vuoto, spoglio, da fungere da cassa di risonanza. Finalmente è arrivato. Stanco come non mai, nostante sia abituato sin da bambino a inerpicarsi su quei grezzi gradini di basalto, fin lassù.

La mano tremante non riesce a far trovare alla chiave il suo naturale rifugio. Tenta più volte biascicando qualche bestemmia con la voce impastata dall’alcool. La vescica, stracolma, urla il suo bisogno impellente, innervosendo l’uomo che non riesce in alcun modo ad entrare in casa.

Il fendente, preciso e deciso, gli recide la gola. Il sangue zampilla furioso lasciando rapidamente il suo alveo. In pochi secondi 106 chilogrammi stramazzano, ormai privi di vita, in una pozzanghera di urine rosso ciliegia.

Quant’è bella Perla. Coi suoi occhioni nocciola, vispi e intelligenti. Con le sua labbra carnose e morbide. Col suo nasino all’insù. Con la sua infinita tenerezza. Con il suo amore incondizionato. Davanti alla finestra, guardando nel vuoto, ne distinguo dettagliatamente i tratti. E mi sorride, sempre. E mi tende le braccia. Mi manda baci.

La grossa automobile procede spedita sulla tangenziale in direzione nord. La radio trasmette melensa musica melodica dialettale. E l’uomo al volante, con un blazer dai bottoni metallici e cravatta, canta con voce stonata. Sembra contento. Nonostante i divieti sfreccia costantemente oltre i 100 km orari e non stacca mai l’orecchio dal suo fidato cellulare, attivo senza posa sin dalla partenza.

Sul sedile accanto la sua inseparabile borsa di pelle griffata, piena zeppa di documenti, di affari, di imbrogli.

La meta è vicina. La giornata è soleggiata e il traffico inesistente. Se non ci saranno intoppi sarà a destinazione prima del previsto e, magari, potrà fare una visitina veloce a quella brunetta che non gli dice mai di no.

Il motore improvvisamente inizia a borbottare. Gli occhi si fanno cupi, preoccupati. E’ un rumore che non fa presagire nulla di buono. E, infatti, la macchina perde velocità, sussultando e fumando. Per fortuna la piazzola è vicina. Imprecando e battendo i pugni sul volante, l’uomo accosta ed entra nell’area di emergenza. E’ molto contrariato, soprattutto perchè salta il programma con la brunetta. Apre la portiera, non senza essersi data un’aggiustatina alla cravatta e, una volta in piedi, si stiracchia. Il SUV, nero dai finestrini neri, arriva come un missile. Piomba sull’uomo, che nemmeno si rende conto di quanto accade, e lo scaraventa sul guardrail. Poi, ritorna indietro, e si lancia sul corpo già sfigurato, schiacciandolo come un pidocchio.

La notte è tremenda. Perla appare in tutto il suo splendore e mi sta accanto, sussurrandomi il suo amore. Ne avverto il profumo, percepisco la sua presenza. Ma poi, ineluttabilmente, la mano, protesa, alla sua ricerca, non trova che il cuscino vuoto. Tutto sparisce e mi ritrovo a piangere seduto in mezzo al letto.

Nell’ascensore, che sale lemme al 25 piano del Centro Direzionale, pel di carota fischietta silenziosamente. I suoi pochi capelli, sono rossicci e stopposi. E sul volto, butterato dal vaiolo, una lanugine di pari qualità si spalma da un orecchio all’altro. I suoi occhi sono celesti, slavati e sporgenti. E la cicatrice del labbro leporino completa l’opera, restituendo una maschera ributtante dal sorriso sardonico perenne. Un rumore smorzato attrae, giusto una frazione di secondo, l’attenzione del suo orecchio sinistro prima che sia perforato da un proiettile calibro 9. La pallottola attraversa la base del cranio e, per puro caso, fuoriesce dall’altro orecchio, ficcandosi nella plancia dei pulsanti.

Lo spiazzo è deserto, come sempre. Come quella sera. La luna è alta, tonda e splende come non mai. Perla è seduta sulle mie ginocchia e mi bacia. Non riesco a crederci. Mi sembra un sogno.
Una donna come quella che ama me, proprio me.

D’improvviso la portiera si apre e tre ombre me la strappano via e la trascinano sul selciato. Poi il buio, più pesto. Mi risveglio dopo non so quanto tempo. La fronte mi sanguina. Tutto il volto, la camicia sono intrise di sangue. Barcollando e con un mal di testa feroce perlustro quel maledetto spiazzo, urlando il suo nome. Finchè non la trovo. La mia piccola Perla  giace senza vita su un lercio prato. Nuda, sfregiata e vilipesa. Crollo accanto a lei gridando come un forsennato. Poi di nuovo buio pesto. Mi risveglio in un letto d’ospedale. I miei occhi continuano a piangere. Mi sembra un sogno, un brutto sogno.

Non so quanto tempo sono stato in coma, stremato dallo shock e dalla disperazione. Non ricordo quanti giorni ho vagato senza meta e senz’anima. Non ricordo quando il corpo ha ripreso meccanicamente le sue abitudini. So solo che dopo lunghe notti insonni e tormentate ho promesso a Perla che l’avrei raggiunta. Ma prima avrei dovuto sbrigare un’incombenza.

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale

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Summum ius, summa iniuria

 

 

 

“Avevo rubato due magliette all’Oviesse e mi hanno scoperta. Non so neppure perché l’ho fatto, la mia vita è un disastro, senza soldi né lavoro e con una bambina da mantenere“. Così inizia il racconto della ragazza madre che ha denunciato lo stupro di gruppo in una caserma dei carabinieri. Questa ragazza è stata incarcerata d’urgenza per aver cercato di rubare due fottutissime magliette. Quanto valevano quelle magliette? 20 euro? 30 euro? E si sbatte in galera una persona per un furto del genere? Non era possibile denunciarla a piede libero? Metterla ai domiciliari? E il direttore del supermercato, una volta recuperata la refurtiva (che grande refurtiva…), non poteva ritirare la denuncia? No! Spietati con i morti di fame, con gli ultimi, a rigor di legge mentre per Nicola Cosentino  è stata respinta dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera l’esecuzione della custodia cautelare per il reato di concorso esterno in associazione camorristica. Camorra, non due magliette del cazzo. Ti rifugi in Parlamento e sei in salvo, come Alberto Tedesco rinviato a giudizio per la sanità in Puglia. Ci sono i sommersi e i salvati in questo girone infernale che si chiama Italia, riprendendo la metafora di Primo Levi.  Esistono zone grigie di potere in cui tutto può succedere, ma solo ai più deboli come a una donna senza famiglia con una figlia da mantenere. Cosa racconterà alla sua bambina dopo l’arresto e lo stupro? Ogni giorno si commettono reati gravissimi sotto i nostri occhi e chi li commette non farà mai un giorno di carcere, protetto dai suoi soldi, dagli avvocati, dalla casta a cui appartiene, sia essa politica, economica, criminale. Noi assistiamo, ci indigniamo e poi passiamo al caffè. Intanto, i sommersi, i ladri di polli, gli ultimi, finiscono in carcere, alcuni ci muoiono in carcere, c’è chi si suicida per la vergogna. Altri sono stuprati. E questa è giustizia? E questa è la legge?  Summum ius, summa iniuria. La giustizia è cieca, ma solo da un occhio.  Per i poveracci ci vede benissimo.

Beppe Grillo

 

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Agosto

Le vacanze sono arrivate e sono anche finite, in fretta, come al solito. Chi al mare, chi in montagna e chi sul balcone a godersi il silenzio della città vuota. Una bellissima sensazione è quella di girarla in lungo e in largo, in sopra e in sotto, in pochi minuti. Una goduria che può essere attesa e apprezzata solo per quei dieci-dodici giorni l’anno. Ma ne vale la pena. Soprattutto quando bisogna sapersi accontentare. E far di necessità virtù.

Non è  colpa del calore, del solleone se ci sono “teste calde” (cioè prive di materia cerebrale) che non sanno resistere alla tentazione di dare fiato ai denti. Zaia, il Sommo Governatore del Serenissimo Veneto, vorrebbe  il suo protettorato come la Catalogna. Tutti i dispeptici e gli stitici della penisola (meglio chiamarla così), accorreranno a frotte. Non c’è niente di meglio della catalogna per stimolare le secrezioni digestive e l’intestino. Bossi, altro QI da primato, ha affermato , col suo solito piglio da ammazzatutti : “Stato Delinquente” . Eh no ! Se ci defrauda anche di questo, di poter esprimere ,esternare e sfogare il nostro dissenso, non ci resta che il suicidio. Napolitano, al solito, tace. E fa bene, forse sparerebbe qualche vanvera a caso. Meglio che continui a dormire tranquillo, ha ancora tre anni da consumare. L’opposizione è al mare a opporsi ai marosi. Rimarrà al mare, quindi, per tanto tempo. Tanto nessuno se ne accorgerà che non è più rientrata.

Poveri tedeschi, intendo soldati della 2a guerra mondiale. Accusati e incriminati di ogni sorta di abominio. Eppure non avevano inventato nulla. Ed avrebbero avuto degni epigoni (francesi in Algeria, ed americani in Vietnam tanto per fare due esempi a caso). Nel 1861 , il 14 di agosto, durante l’annessione del Sud Italia, Pontelandolfo in quel di Benevento (Campania) fu devastata dall’arrivo dei bersaglieri, il mitico corpo fondato dal grande generale La Marmora , piemontese DOC. Dovevano vendicare i loro 40 morti sorpresi dai “briganti” (partigiani). E , dopo aver violentato, saccheggiato e incendiato il paese hanno applicato la decimazione, 10 innocenti per ogni bersagliere ucciso. Totale 400 innocenti fucilati. Come poi avvenne , tale e quale, alle fosse Ardeatine. Invano la piccola contrada reclama il riconoscimento di “città martire”, così come sta ancora aspettando le scuse ufficiali dei bersaglieri e che Vicenza, che diede i natali al comandante di quella spedizione, il prode generale Piero Negri, elimini la lapide di commemorazione a questo signore o, perlomeno, ne aggiunga un’altra per ricordare l’eccidio.

Fanfani,Spadolini, La Malfa, Saragat, Moro, Cossiga, Evangelisti, Rumor, Colombo (Emilio & Vittorino), Scotti, Tambroni, Leone, Rognoni,Martinazzoli, Zamberletti, Darida, Segni, Gronchi, Mancino, Andreatta, Romita, Biondi, Bodrato, Darida, Gonnella, Aggradi, Gioia, Gui, Scaglia,Lupis, Taviani, Reale, Misasi, Preti, Tremelloni, Schietroma, Bosco, Malfatti, Mariotti, Donat-Cattin, Piccioni, Gonella, Scelba, Trabucchi, Sanza, Forlani, Gargani, Goria, Lagorio, Falcucci, Nicolazzi, Santuz, Gaspari, Pandolfi, Andreotti : che bella gente, che bei governi, che bei tempi. Sembravano eterni, immortali. E con cieca ottusità li abbiamo vituperati e denigrati. Oggi si rimpiangono a calde lacrime. Chi mai avrebbe pensato che un’intero reggimento di imbecilli, analfabeti, presuntuosi e tracotanti stava nascendo sulle loro ceneri e ci avrebbe catapultati dalla padella nella brace. Riportando l’orologio indietro di almeno 80 anni, con le camicie nere (che la lavatrice ha stinto in verde) e con un nuovo, ma non meno pericoloso, clown al timone di una barcone di filibustieri la cui voracità è superiore solo a quelle dei tarli, col risultato che il barcone sta affondando e con esso tutta la ciurma stipata nella stiva che strepita e si agita per entrare nella filibusta. Mea culpa !

Dal prossimo anno e per quattro anni Scaramacai (forse meglio PennyWise) e soci hanno deciso che i lavoratori del pubblico impiego debbono dare di più. Quel che finora è stato trafugato dalle loro tasche per sovvenzionare gli sfizi, le miserie e i privilegi dell’intero Circo non è più sufficiente. Perciò niente incrementi salariali , appunto, per anni 4  ed incremento invece dell’età pensionabile. Quindi stipendi ancora più leggeri , sempre più leggeri (oltretutto già dimezzati dall’introduzione delinquenziale dell’€ con cambio reale a 900-1000 lire per tutti i generi di consumi)  e prospettiva di morte sul campo di lavoro. In sostanza un altro vero e proprio crimine, ed anche efferato, nei confronti di coloro che hanno sempre portato avanti la baracca. Qualcuno ha gridato, ha sfasciato qualcosa, ha protestato, ha bloccato strade, porti e stazioni ? Niente affatto, il mare e il sole hanno priorità assoluta.Poi si vedrà, tanto un modo per arrangiarsi si trova sempre. Ognuno per se, Dio per tutti. Mea culpa !

Nel giorno di Ferragosto il dormitorio pubblico Vittorio Emanuele II di De Blasis in Napoli è rimasto aperto per continuare ad accogliere 120 ospiti che non sapevano dove andare. Intervistato uno dei 120, tal Antonio, impiegato e cliente del CdA da 547,5 giorni : “Sarà un giorno come un altro. Sono divorziato e non riesco a pagarmi una casa perchè devo mantenere la mia famiglia. Oggi mangerò alla mensa della chiesa del Carmine” (da laRepubblica del 15.8.10, inserto regione, pag.III) (invito a rileggere la fine del post “Luglio”, giusto per rinfrescare la memoria)

Dal 10 agosto, dopo aver  stuprato tre giorni prima una minorenne francese a Capri, lo stupratore minorenne anch’egli,  è detenuto nel carcere minorile di Nisida, in attesa del rilascio che presto  avverrà. Le testimonianze parlano di stato di ebrezza e di “gioco”(da laRepubblica del 15.8.10, inserto regione, pag.IX). Sta di fatto che questo gioco è costato 5-6 punti di sutura alla giovane transalpina che mediterà a lungo sulle attività ludiche nell’isola delle sirene. Per pura demagogia, immagino e spero, ha ricevuto la visita di due consiglieri regionali che hanno, poi, riferito le loro impressioni: ” …è un ragazzo confuso, preoccupato per l’attenzione mediatica che si è creata intorno a lui e per la sua carriera scolastica. E’ disorientato e non sta studiando..è terrorizzato per il suo futuro”. Nemmeno un cenno di pentimento, di rimorso. Pensa solo a se stesso. Ma è normale, in quest’epoca molto medioevale. Dove non esiste più morale né coscienza né oggettività di valutazione , dove nessuno sbaglia e nessuno ha torto. Dove nemmeno il commettere un omicidio riesce a scardinare la coscienza. Dove le vittime sono ad esser colpevoli e chi è nel giusto è in difetto.

A pagina X dell’inserto regionale di Napoli di laRepubblica del 22.8. un signore scrive nella rubrica “Lettere” della sua esperienza nell’Ospedale Cardarelli. Negativa, naturalmente (e non poteva essere diversamente poichè è storia antica). La madre di questo signore rimasta, a suo dire, per 72 ore su una lettiga senza che mai venisse cambiato un lenzuolo, nè tantomeno accudita, ha sviluppato piaghe da decubito. Situazione non meno felice nel reparto di Medicina dove poi è stata trasferita. Niente aria condizionata, niente finestre se non una in prossimità del bagno. Sempre su lettiga. Insomma una situazione infernale per cui dopo 5 giorni di sofferenze decidono di firmare e portare la congiunta in una struttura a pagamento. E il signore conclude : “…il mio pensiero va alle persone che non hanno le risorse economiche e che devono subire questo trattamento…ha ancora senso chiamarlo Welfare ? è questo un ospedale”. Il signore, come tantissimi “utenti”, come tutti, conosce bene la realtà ma cosa fa per cambiarla ? Pagare e bypassare il problema o farsi raccomandare per ottenere lo stesso risultato non è la risoluzione del problema. E’ il solito modo ottuso, furbo (?) ed egoistico per andare avanti. Il problema si risolve solo con la protesta, vibrata e continuata e non infilando nell’urna , per meri  vantaggi personali, voti che vanno a perpetuare queste situazioni. Ciò configura solo complicità. Perciò che senso ha poi scrivere al giornale ?


Le statistiche elaborate da WordPress mi dicono che i post più letti (sino ad ora) sono, nell’ordine, i seguenti: GWS, la zoccola,l’ombra del sospetto,sergio de gregorio, scarpe inglesi. A parte la piacevole constatazione che, a dispetto del periodo vacanziero, bene o male c’è stato un certo traffico di lettori(per la verità  mi aspettavo un crollo totale), tre le sorprese. L’interesse, evidentemente, suscitato dalla “biografia” dell’esponente di una politica di alto lignaggio e, soprattutto, la recensione del film “l’ombra del sospetto”. Film, come già scritto, a mio parere appena sufficiente  ma non certo memorabile. Probabilmente essendo stato visto (o il più visto tra le pellicole recensite) , i lettori avranno voluto confrontare le loro idee con quanto da me scritto. Ma sul successone de “la zoccola” , argento pieno, non c’avrei scommesso un cent. “Tiremm innenz” (come disse Amatore Sciesa).


Come ogni anno , in questo periodo vado a vedere nel sito della facoltà universitaria delle mie figlie se ci sono stati incrementi sulle tasse da pagare e la loro ripartizione come è stata scadenzata. E come ogni anno vado in bestia non solo perchè debbo pagare in modo simile ai nababbi ( e credetemi sono assai assai lontano dai loro redditi) ma quanto per quei 62 euro di “Tassa regionale sul diritto allo studio”. Ma se è un diritto non dovrebbe essere privo di qualsiasi parassitazione ? No : la volontà di studiare deve essere punita. E stavo per dimenticare l’altra gran porcata : le tasse di iscrizione sono relative al reddito calcolato al lordo !! E non al netto, cioè a quello che realmente si percepisce di stipendio. In sintesi tre beffe, tre crimini in uno, composte da:  una imposizione iniqua (tassa diritto studio), reddito considerato nella fascia alta e in relazione al lordo. Naturalmente chi appartiene alle categorie protette (artigiani, liberi professionisti e tutti coloro che possono dichiarare quanto gli pare) è protetto anche in questo, e pagherà meno tasse. Insomma il solito vecchio discorso dei fessi e dei furbi. Mea Culpa !

E’ morto Tiberio Murgia. Il mitico “Ferribotte” dei “Soliti Ignoti”  e maschera di un cinema italiano che non c’è più. Per mantenersi in sintonia col personaggio, siciliano arretrato e geloso, diceva: ” Fimmina piccante pigghiala pe amante, fimmina cucinera pigghiala pe mugghiera”.

“I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d’una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare. Proletari di tutti i Paesi unitevi ” (1848, dal “Manifesto del Partito Comunista, Marx & Engels).

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