Storie

✍ (r) perla

luna

Le scale del palazzo sono immerse nel buio. I bulbi delle lampade, fracassati dalle attenzioni dei lazzari, sporgono minacciosi come artigli pronti a ghermire, benchè svuotati della loro luminescenza. Anche i vetri dei tondi lucernari, a metà di ogni rampa, riportano i segni indelebili dell’interesse di quei gentiluomini. Perciò quando la luna c’è, e quantunque avvezza alle stranezze terrene, perplessa ed incredula assiste alla sconvolgente diffrazione dei suoi raggi in miriadi di lamelle diseguali. Tratti gessosi tracciati sul nero della tenebra bastevoli per guidare il viaggio di chi sale o scende

L’edificio è vecchio, fatiscente e maleodorante. Gli intonaci sono scrostati, sporchi e istoriati da graffiti osceni. La balaustra, ormai priva di corrimano e ingrommata di ruggine, barcolla vistosamente ogni qual volta qualche temerario vi si appoggia. E i lazzari, sempre esuberanti e pronti a sperimentare nuove forme ludiche, si divertono assai scuotendola a calci.

Nella guardiola la portinaia dorme russando come con cosacco. E sogna, aiutata dal prosecco, le confessioni e i piccoli segreti dei condomini. I loro sviluppi e le conseguenze, i colpi di scena e le astuzie per carpire ed attizzare. L’indomani, con la tavolozza dei suoi preconcetti, dipingerà tele suggestive quanto aggressive, dai forti contrasti policromatici . Consapevole che il suo carisma affabulatorio, la sua dirompenza creativa ed espansiva, non potranno che continuare a soggiogare la vasta platea del vicinato.

L’uomo sale lentamente, col capo chino e intabarrato nel suo pesante cappotto grigio a spina di pesce. Tra le labbra la brace di una sigaretta sembra una lucciola solitaria e depressa. Non pensa a nulla. La sua mente è offuscata dal vino che ha tracannato senza posa durante la cena. Ed il suo stomaco, sovraccaricato e teso dagli eccessi, brucia e produce gas a profusione.

Rutti sonori quanto disgustosi rompono il silenzio della notte e rimbombano nella tromba delle scale. Finalmente è arrivato, stanco come non mai. Nonostante sia abituato sin da bambino a inerpicarsi fin lassù, su quei grezzi gradini di basalto. Uno scarafaggio sbuca dal nulla e, con balzo fulmineo, evita la morte infilandosi in una crepa. Un grugnito esterna il disappunto per aver fallito di un soffio il bersaglio, all’unisono col tonfo della scarpa abbattutasi come un maglio sul ballatoio.

La mano tremante, e l’oscurità, impediscono alla chiave di infilarsi nella sua fessura. Lui tenta più volte, biascicando bestemmie con la voce impastata dall’alcool. La vescica stracolma, urlando il suo bisogno impellente, innervosisce oltremodo l’uomo che non riesce così in alcun modo ad entrare in casa.

Il fendente, preciso e deciso, gli recide la gola. Il sangue zampilla furioso lasciando rapidamente il suo alveo. In pochi secondi 107 chilogrammi stramazzano, ormai privi di vita, in una pozzanghera di urine rosso ciliegia.

Quant’è bella Perla. Coi suoi occhi chiari e trasparenti come il più bello dei mari. Con le sua labbra carnose e vellutate. Col suo nasino all’insù. Con la sua infinita dolcezza. Col suo amore travolgente.

La grossa automobile procede spedita sulla tangenziale. La radio urla melense melodie dialettali che solleticano le velleità canore dell’uomo al volante. Il suo volto esprime contentezza mentre la bocca sputa echi cacofonici che sostengono i gorgheggi melanconici del cantante di turno. Sul sedile accanto l’inseparabile borsello, pieno zeppo di carte e d’imbrogli.

La meta è vicina. La giornata è soleggiata e il traffico inesistente. Se non ci saranno intoppi sarà a destinazione prima del previsto e, magari, potrà fare una visitina veloce a quella biondina che non gli dice mai di no.

Il motore improvvisamente inizia a borbottare. Gli occhi si fanno cupi, preoccupati. E’ un rumore che non fa presagire nulla di buono. E, infatti, la macchina perde velocità, sussultando e fumando. Per fortuna la piazzola è vicina. Imprecando e battendo i pugni sul volante, l’uomo accosta ed entra nell’area di emergenza. E’ molto contrariato, soprattutto perchè salta il programma con la bionda. Apre la portiera, non senza essersi data un’aggiustatina alla cravatta e, una volta in piedi, si stiracchia. Il SUV, nero dai finestrini neri, arriva come un missile. Piomba sull’uomo che nemmeno si rende conto di quanto accade, e lo scaraventa sul guardrail. Poi, ritorna indietro, e si lancia sul corpo già sfigurato, schiacciandolo come un pidocchio.

La notte è terrificante. Perla è splendida, e mi sta appiccicata sussurrando parole che cullano il mio cuore. Sento il suo profumo e le sue carezze. Il suo calore. Poi, ineluttabilmente, la mano, protesa al contatto, non trova che il cuscino vuoto. Lenzuola fredde. Nulla. In un attimo tutto si dissolve e mi ritrovo a piangere seduto in mezzo al letto.

Nell’ascensore, che sale lemme al 25 piano del Centro Direzionale, pel di carota fischietta silenziosamente. I suoi pochi capelli sono rossicci e stopposi. E sul volto, butterato dall’acne , una lanugine di pari qualità si concentra in ciuffetti sul mento e sulle gote. I suoi occhi sono slavati e sporgenti, quasi volessero scoppiare. E la cicatrice del labbro leporino completa l’opera, restituendo una maschera ributtante dal sorriso sardonico perenne. Un rumore smorzato attrae, giusto una frazione di secondo, l’attenzione del suo orecchio sinistro prima che sia perforato da un proiettile calibro 9. La pallottola attraversa la base del cranio e, per puro caso, fuoriesce dall’altro orecchio, ficcandosi nella plancia dei pulsanti.

Lo spiazzo è deserto. Come quella sera. Un velo sottile di nubi basta e avanza ad offuscare la luna. Che appare distratta, infingarda. L’urlo delle cicale e dei grilli è assordante, allarmante. Perla è seduta sulle mie ginocchia e mi bacia. E io non riesco ancora a crederci. Mi sembra di sognare. Un angelo come quello che ama me, proprio me.

D’improvviso la portiera si apre e tre ombre me la strappano via e la trascinano sull’asfalto. Poi il buio, più pesto. Mi risveglio dopo non so quanto tempo. La fronte mi sanguina. Tutto il volto, la camicia sono intrise di sangue. Barcollando e con un mal di testa feroce perlustro quel maledetto spiazzo, urlando il suo nome. Finché non la trovo. La mia Perla giace senza vita su un lercio prato. Nuda, oltraggiata e martoriata. Crollo accanto a lei gridando come un forsennato. Poi di nuovo buio pesto.

Non so quanto tempo sono stato in coma, stremato dallo shock e dalla disperazione. Non ricordo quanti giorni ho vagato senza meta e senza vita. So solo che dopo lunghe notti insonni e tormentate ho promesso a Perla che l’avrei presto raggiunta. Appena finito di sbrigare un’incombenza.

versione aggiornata dell'omonimo racconto pubblicato il 17.03.2012 
✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale
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Storie

✍ Perla

Le scale del vecchio palazzo sono immerse nel buio. Tutte le lampadine sono spente. Solo davanti ai lucernai, grossi buchi tondi a metà di ogni rampa, filtra una lama bluastra di luce lunare. L’edificio è vecchio, fatiscente. Gli intonaci sono scrostati, anneriti e scarabocchiati. La balaustra, arrugginita, ha perso da tempo la sua stabilità. E chi vi si appoggia la fa ondeggiare, non senza intimorirsi.

L’uomo sale lentamente, col capo chino e intabarrato nel suo pesante cappotto grigio a spina di pesce. Non pensa a nulla. La sua mente è offuscata dal vino che ha tracannato senza posa durante la cena. Ed il suo stomaco, sofferente per il sovraccarico ingerito, brucia e produce gas a profusione.

Rutti sonori quanto disgustosi echeggiano nella tromba delle scale insinuandosi sino all’androne, così desolatamente vuoto, spoglio, da fungere da cassa di risonanza. Finalmente è arrivato. Stanco come non mai, nostante sia abituato sin da bambino a inerpicarsi su quei grezzi gradini di basalto, fin lassù.

La mano tremante non riesce a far trovare alla chiave il suo naturale rifugio. Tenta più volte biascicando qualche bestemmia con la voce impastata dall’alcool. La vescica, stracolma, urla il suo bisogno impellente, innervosendo l’uomo che non riesce in alcun modo ad entrare in casa.

Il fendente, preciso e deciso, gli recide la gola. Il sangue zampilla furioso lasciando rapidamente il suo alveo. In pochi secondi 106 chilogrammi stramazzano, ormai privi di vita, in una pozzanghera di urine rosso ciliegia.

Quant’è bella Perla. Coi suoi occhioni nocciola, vispi e intelligenti. Con le sua labbra carnose e morbide. Col suo nasino all’insù. Con la sua infinita tenerezza. Con il suo amore incondizionato. Davanti alla finestra, guardando nel vuoto, ne distinguo dettagliatamente i tratti. E mi sorride, sempre. E mi tende le braccia. Mi manda baci.

La grossa automobile procede spedita sulla tangenziale in direzione nord. La radio trasmette melensa musica melodica dialettale. E l’uomo al volante, con un blazer dai bottoni metallici e cravatta, canta con voce stonata. Sembra contento. Nonostante i divieti sfreccia costantemente oltre i 100 km orari e non stacca mai l’orecchio dal suo fidato cellulare, attivo senza posa sin dalla partenza.

Sul sedile accanto la sua inseparabile borsa di pelle griffata, piena zeppa di documenti, di affari, di imbrogli.

La meta è vicina. La giornata è soleggiata e il traffico inesistente. Se non ci saranno intoppi sarà a destinazione prima del previsto e, magari, potrà fare una visitina veloce a quella brunetta che non gli dice mai di no.

Il motore improvvisamente inizia a borbottare. Gli occhi si fanno cupi, preoccupati. E’ un rumore che non fa presagire nulla di buono. E, infatti, la macchina perde velocità, sussultando e fumando. Per fortuna la piazzola è vicina. Imprecando e battendo i pugni sul volante, l’uomo accosta ed entra nell’area di emergenza. E’ molto contrariato, soprattutto perchè salta il programma con la brunetta. Apre la portiera, non senza essersi data un’aggiustatina alla cravatta e, una volta in piedi, si stiracchia. Il SUV, nero dai finestrini neri, arriva come un missile. Piomba sull’uomo, che nemmeno si rende conto di quanto accade, e lo scaraventa sul guardrail. Poi, ritorna indietro, e si lancia sul corpo già sfigurato, schiacciandolo come un pidocchio.

La notte è tremenda. Perla appare in tutto il suo splendore e mi sta accanto, sussurrandomi il suo amore. Ne avverto il profumo, percepisco la sua presenza. Ma poi, ineluttabilmente, la mano, protesa, alla sua ricerca, non trova che il cuscino vuoto. Tutto sparisce e mi ritrovo a piangere seduto in mezzo al letto.

Nell’ascensore, che sale lemme al 25 piano del Centro Direzionale, pel di carota fischietta silenziosamente. I suoi pochi capelli, sono rossicci e stopposi. E sul volto, butterato dal vaiolo, una lanugine di pari qualità si spalma da un orecchio all’altro. I suoi occhi sono celesti, slavati e sporgenti. E la cicatrice del labbro leporino completa l’opera, restituendo una maschera ributtante dal sorriso sardonico perenne. Un rumore smorzato attrae, giusto una frazione di secondo, l’attenzione del suo orecchio sinistro prima che sia perforato da un proiettile calibro 9. La pallottola attraversa la base del cranio e, per puro caso, fuoriesce dall’altro orecchio, ficcandosi nella plancia dei pulsanti.

Lo spiazzo è deserto, come sempre. Come quella sera. La luna è alta, tonda e splende come non mai. Perla è seduta sulle mie ginocchia e mi bacia. Non riesco a crederci. Mi sembra un sogno.
Una donna come quella che ama me, proprio me.

D’improvviso la portiera si apre e tre ombre me la strappano via e la trascinano sul selciato. Poi il buio, più pesto. Mi risveglio dopo non so quanto tempo. La fronte mi sanguina. Tutto il volto, la camicia sono intrise di sangue. Barcollando e con un mal di testa feroce perlustro quel maledetto spiazzo, urlando il suo nome. Finchè non la trovo. La mia piccola Perla  giace senza vita su un lercio prato. Nuda, sfregiata e vilipesa. Crollo accanto a lei gridando come un forsennato. Poi di nuovo buio pesto. Mi risveglio in un letto d’ospedale. I miei occhi continuano a piangere. Mi sembra un sogno, un brutto sogno.

Non so quanto tempo sono stato in coma, stremato dallo shock e dalla disperazione. Non ricordo quanti giorni ho vagato senza meta e senz’anima. Non ricordo quando il corpo ha ripreso meccanicamente le sue abitudini. So solo che dopo lunghe notti insonni e tormentate ho promesso a Perla che l’avrei raggiunta. Ma prima avrei dovuto sbrigare un’incombenza.

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale

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Narrativa, Saggistica & Poesia, Storie

✍ Dallo svincolo di Capodimonte in poi

Il marmo di rivestimento mostrava, senza vergogna, le sue crepe. Accumulate in anni di onorato servizio. L’unica stranezza era che, il balcone, era in pendenza. Bisognava mantenersi dagli stipiti di legno del finestrone per non scivolare verso la balaustra. Che non sembrava sicura come un tempo.

Così attaccati parlavamo. Meglio sarebbe dire che io mi sforzavo di ascoltare ciò che Maria andava dicendo. Prima in modo concitato, con aria severa, di rimprovero, col volto distorto da livore, poi in modo sereno e infine con fare quasi affettuoso, con un sorriso che non vedevo da secoli. Mi meravigliai, e non poco. Tuttavia non riuscivo proprio a comprendere ciò che diceva. Vedevo le labbra articolare le parole, ma alle mie orecchie non arrivava alcun suono, alcuna comunicazione.

Dal vicoletto immissario della strada sottostante il balcone, preceduti dal battere di una grancassa e dagli strilli di vecchie trombe, comparve un manipolo di “fujenti”, devoti della Madonna dell’Arco. Si fermarono proprio sotto di noi e ci guardavano. E noi guardavamo queste facce, serie, rivolte verso le nostre facce, non certo ilari o gioconde. Non so quanto rimasero ma, sicuramente un bel pezzo, e noi, imbarazzati, restammo muti per tutto il tempo. Un rumore di tuono , squassante, interruppe la scena e, d’incanto, scomparvero “fujenti” e Maria. E apparve, impetuosa, una forte e scrosciante pioggia. Liliana, più grossa che mai, entrò in cucina e , ridendo, mi invitava a rientrare. Non le prestai ascolto.

La Renault 4 rossa era in panne. Sotto il pesante cofano sollevato cercavo, senza nessuna convinzione, qualcosa che potesse farmi risalire alle cause del guasto. Avevo le mani sporche di grasso e il sudore mi colava sulla fronte. C’era un’afa micidiale nonostante la pioggerella che, fitta fitta, cadeva da ore. La voce di mia madre s’intromise nel mio avvilimento. La guardai da sotto gli occhiali. Sorrideva e, in mano, aveva un cacciavite. Senza indugiare oltre lo ficcò nel vano motore e armeggiò qualche secondo. Poi gettò l’utensile sul selciato e si avviò per non so dove. Prima di voltare l’angolo e sparire mi fece il gesto, con una mano, di girare la chiave. La qual cosa feci immantinente e con grande fiducia. La R4 ruggì rabbiosamente.

Le bambine saltellavano gioiose sulle basole di pietra lavica rese scivolose dalla pioggia. Il cinema “Europa” dava “Licenza di uccidere” ma le porte erano ancora chiuse, sebbene fossero passate le cinque. Le osservavo con molta attenzione col mio vecchio binocolo Pentax, per timore che potessero essere importunate, o peggio. Sentii a un tratto la voce di mio padre. Girai il binocolo e lo inquadrai. Stava alla finestra dello studio e, col suo sorriso a 32 denti finti, mi invitava , con gesti eloquenti, a non perdere altro tempo e scendere. C’era molta gente in attesa. Abbassai il binocolo e piansi. Come non mi era mai successo prima.

Silvano giocava con le bambine. Ero contento. Erano contenti. Una fiumana di persone entrava nel cinema, tutti a capo chino, senza guardarsi l’un con l’altro. La maschera, con aria severa e voce stentorea, li esortava, ad affrettarsi. Imboccai il portoncino dello studio non senza aver dato un’occhiata alle bimbe che, con Silvano, ora erano al sicuro. E lui aveva un’aria così distesa, trasognata. Magro come un’acciuga.

La R4 arrancava sulla rampa della tangenziale. C’era traffico. Ma non avevo fretta. Mi sentivo sereno, incapace di stressarmi. Dallo specchietto retrovisore, ogni tanto, davo uno sguardo alle bambine che dormivano. S’erano scalmanate e, ora, sporche e sudate avevano preso sonno. Dallo svincolo di Capodimonte in poi, le bambine non erano più sole. Dormivano sempre ma, tra le braccia dei nonni.

✭ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale

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