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Napoli, Cimitero delle Fontanelle, luglio 2017: Donna Concetta

 

 

Il cimitero delle Fontanelle accoglie circa 40.000 resti di persone, vittime della peste del 1656 e del colera del 1836. Tra questi, pare, anche quelli di Giacomo Leopardi (morto agli inizi del 1837). Tuttavia al riguardo le tesi sono contrastanti e dibattute e ancora oggi non è certo che le spoglie conservate al Parco Virgiliano, sempre a Napoli, appartengano appunto al poeta.

Quasi ogni teschio (detto anche “capuzzella”) conservato religiosamente in questa  immensa caverna tufacea incuneata nel quartiere Sanità, è oggetto di rispetto e devozione. Sino alla adozione, acciocché l’estinto (o l’estinta) possa vegliare e proteggere, così, la vita e i sogni di chi ne ha cura. Soprattutto nei momenti critici o per eventi negativi quali, ad esempio, una malattia o un dissesto finanziario.

Le numerosissime testimonianze di gratitudine manifestamente attestano la prodigiosa magnanimità di Donna Concetta, nota anche come la “capa che suda” (poiché il cranio appare lucido per l’umidità). Alla quale è stata destinata anche una collocazione privilegiata, al riparo in quella teca aperta nota come scarabattola.

 

 

 

 

 

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Fotografia & Arti visive

∞ Donna Concetta

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Napoli, aprile 2015

Fotografia & Arti visive

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Storie

✍ Chi desidera un caffè?

imagesQuando il cielo è terso le cime imbiancate dei molossi alpini appaiono in tutta la loro maestosa e suggestiva imponenza. Colossali bastioni che si oppongono all’impeto dei venti gelidi dell’atlantico e  alle scorrerie delle perturbazioni che altrimenti travolgerebbero la valle ai loro piedi e i valligiani. 

Al 32 di via Trieste un pallido, inutile raggio di sole si specchia nella finestra all’ultimo piano. Appena sotto le tegole, ricoperte da uno spesso strato di ghiaccio. Ed appiglio, qua e là, di puntute stalattiti. Una vaporosa scia di odore di fritto si fa strada, lemme, verso l’alto infiltrandosi agevolmente nelle crepe degli infissi, prima  di smarrirsi nell’aria gelida. Attorcigliati sotto quattro pesanti coperte lise, le narici dei dormienti captano l’olezzo, risvegliando i sensi e i rancori mai sopiti. La donna, i cui tratti tradiscono le sue origini meridionali, impreca nell’idioma locale, senza inflessioni. Ormai ha cancellato ogni segno del passato, o perlomeno crede di averlo fatto. Sin da subito, appena arrivata lì dopo un viaggio di oltre 2000 chilometri. Una metamorfosi rapida, quanto ben riuscita. Tanto da ingannare persino il compagno, un esemplare di pura razza vittimula. Fiero sostenitore dell’inferiorità delle etnie delle plaghe a valle dell’Arno, peraltro fisiognomicamente e disfemicamente espressa in modo intollerabile appena varcato il Volturno. 

Attraverso uno spiraglio, alla finestra del piano di sotto, l’aggrinzita tessitrice zumaglina in pensione, attende impaziente la deflagrazione. La lite che, a giorni alterni, anima e rallegra la sua vita arida e solitaria. Mai una vacanza, mai un giorno di assenza, mai un colpo di testa, una passione. Solo telai, navette e orditi. Sorride, beffarda, con le braccia conserte ed il naso rosso tra le ante socchiuse, sperando che il terrone, il pizzaiolo a piano strada, finalmente le buschi ed alzi i tacchi per ritornarsene al suo paesello sperduto. O quanto meno capisca che deve stare con due piedi in una scarpa, una volta e per tutte. 

L’uomo del primo piano è dietro i vetri. Sbarbato e pronto per andare al lavoro. Osserva il via vai nella strada indifferente al disturbo olfattivo. Irrisorio e comprensibile effetto collaterale di onesta fatica, richiesta e apprezzata seppur malvista non certo per il prodotto ma per il  produttore. Cocciuto emigrante quasi impermeabile ai dileggi, alle offese e al disprezzo degli sguardi. Infiacchiti, per sua fortuna negli ultimi tempi, dalla loro spalmatura su esseri considerati ancor meno delle bestie ma necessari per la soma che debbono portare e sopportare. Nuove orde indesiderate di ingranaggi indispensabili. I teschi degli autoctoni, montanari viziati e disgraziati da ripetuti incroci consanguinei, sono da sempre talmente piccoli da essere inadatti ad accogliere e ospitare nuovi mondi.  Al riparo delle grotte senza storia dei loro ignavi quanto massicci guardaspalle, continuano imperterriti ad aerare  le loro chiostre dentarie, cantilenando contumelie becere e sussiegose. 

È ora di andare. Di affrontare un altro esame. La solita radiografia preventiva, a fuoco fisso, per poter essere ammessi all’unico livello superiore consentito agli estranei. Quello dove è dato di condividere in silenzio, di tanto in tanto, un caffè pagato dal paziente. 

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale

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Storie

✍ Dormiveglia

Sfoglio il vecchio tomo di anatomia. Riemergono appunti, foglietti sparsi ingialliti, tabelle, classificazioni, sottolineature a matita 2B e quelle col rosso e il blu, note a margine e a piè di pagina. L’odore di nuovo della carta ancora si percepisce, come se tutta questa caterva di anni, di emozioni, di fallimenti non fosse mai passata. Sull’immagine del teschio mi soffermo e riesco a ritornare nel ragazzo di tanti anni fa. Col teschio, vero, in mano, a studiare e sognare.

Chiudo il tomo e rimango a pensare. E la malinconia irrompe potente. Logica conseguenza di desiderio di desideri non sempre o non realizzabili, o stupidi, pretenziosi. Sembra un incubo.

La ballerina sorride. Camminiamo stretti sotto braccio. È bellissima, con labbra rosso fuoco e i capelli ricci e folti al vento. I suoi occhi sono perle nere che fissano i miei ed esprimono amore. Sembra un sogno.

Ma il vento la risucchia in un vortice impetuoso. E rimango solo, in strada, senza sapere dove andare. Dall’angolo della piazza spunta lei, la piccoletta. L’andatura è sostenuta e percepisco furia nel suo volto contratto. Non resto certo fermo, inerme in attesa. Alzo i tacchi e vado via più in fretta che posso. In un attimo il sogno è diventato incubo.

L’uomo scende dallo scooter e senza esitare mi dice che non è assicurato. Non mi meraviglio più di tanto, dalle mie parti è la norma. Spero solo che non mi accoltelli. Dopo un veloce esame dei danni si offre di riparare a sue spese il fanale fracassato, non esitando a lasciarmi gli estremi del suo documento, numero di telefono e di targa. Sembra un sogno.

Sto affacciato al balcone e penso ad Arturo Bandini. La sua passione, i suoi sogni, i suoi tormenti cattolici, la sua difficoltà con le donne. “Esseri strani che se ti amano farebbero qualsiasi cosa per te. E più le tratti mali, più ti si avvinghiano addosso”. Torturo più volte la mia pelle strizzandola fra due dita. Non è un sogno.

✮ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale

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