Storie

✍️ quid pro quo

La signorina Scognamiglio aveva una fissazione, anzi un’ossessione: che il suo cognome fosse confuso, e recepito con la elle al posto della gi finale. Perciò, tutte le volte che era necessario declinarlo scandiva, con voce lenta e stentorea, il suo patronimico acciocché l’interlocutore non potesse in alcun modo fraintenderlo con Scognamillo. Le immani difficoltà, quasi sempre ai limiti dell’invalicabilità, che aveva dovuto più volte affrontare per potervi porre rimedio, giustificavano ampiamente la sua mania, anche quando espressa al di fuori della miriade di incombenze burocratiche che costellano, malignamente, un’esistenza.

Nonostante fossero dirimpettaie di pianerottolo, e si conoscessero da svariati anni, lei e la signorina Spinazzola si detestavano,  a dispetto dei sorrisi e delle smancerie che si scambiavano allorché la sfortuna faceva in modo di farle incontrare. Entrambe alquanto avanti negli anni, entrambe raggrinzite e arzille, entrambe sole, avevano un sostrato familiare e culturale così diverso da farle collocare agli antipodi. Seppur fosse soprattutto la reciproca antipatia a pelle a impedirne qualsiasi contatto: scarpe, pettinatura, prossemica e profumi, per esempio, mediavano vicendevoli critiche e giudizi tranchant, e non sempre espressi solo alle spalle. 

La Spinazzola, negli anni ruggenti, aveva scorso la cavallina senza risparmiarsi. Tanto da farsi una cattiva nomea che la perseguitava anche negli ultimi immacolati scampoli della sua vita in cui il sesso, divenuto ormai solo carattere distintivo, alimentava esclusivamente ricordi fantastici. Talora anche vividi ed esaltanti ma, di fatto, meri cimeli incapaci di surrogare i fasti dell’era dei sensi.

La sua dirimpettaia, invece, aveva fatto unicamente casa e chiesa, tanto da conservare la sua verginità intatta sino alla veneranda età raggiunta. Non che non avesse avuto le sue occasioni, solo che in un modo o nell’altro, era sempre riuscita a fuggire al momento opportuno evitando il peccato, ovvero a respingere con la sue ferree intransigenza e selettività. Perciò, a differenza della Spinazzola, i suoi ricordi non sapevano di nulla. 

Entrambe non ricordavano quando il geometra Capuozzo si fosse insediato nell’appartamentino a lungo sfitto, posto proprio in mezzo ai loro. Entrambe ricordavano perfettamente, però, che a dispetto dell’età ben più giovane del nuovo giunto, e del suo aspetto scialbo e innocuo, ci fecero subito un pensierino. L’una per rinverdire un passato glorioso, l’altra per lasciarsi finalmente andare.

Il geometra, pur solo e malinconico, non diede mai spago alle loro maliziose attenzioni, e sebbene qualche volta il buio della notte lo sollecitasse  in pensieri depravati, non pensò mai di concretizzare quelle tentazioni oniriche. Piuttosto gli furono d’utilità, benché geriatriche, per sollevare la sua autostima di qualche centimetro dal sottosuolo, ivi sepolta dall’abituale indifferenza femminile. Questa sorta di feeling, comunque, non si protrasse a lungo, poiché ad un certo punto Capuozzo scomparve e non se ne seppe più nulla. 

Negli anni, forse per il disfacimento delle residue velleità o per solitudine, le signorine si avvicinarono molto, tanto da compiere quell’inseparabilità propria degli amanti. Infischiandosene di remore e malelingue. Fu allora, solo allora, che Capuozzo riapparve sulla scena. Prima nei sogni dell’una poi in quelli dell’altra e, spesso. in quelli di entrambe contemporaneamente. Lacero e sporco di terra, sedeva in mezzo a loro sorridente e, dopo aver  dispensato carezze, parole dolci e sussurri talvolta licenziosi, s’intristiva sino a singhiozzare, farfugliando sulla sua triste prematura scomparsa per mano assassina.

Le ruspe, dunque, seppur scettiche, si misero in azione nel vicino prato incolto, un tempo cimitero degli inglesi, e non senza stupore, proprio lì dove era stato indicato, estrassero i resti mummificati del mite geometra. 

 

Non c’era giorno, in quella scuola elementare, che quel copione non andasse in scena, anche più volte. Calci e pugni, a piacimento e senza alcun pretesto, si scaricavano sulle membra flaccide quanto pingui, dell’inquilino del primo banco. Che, goffo e timoroso, assorbiva senza lamenti o proteste, quasi come se ritenesse  di meritarseli. Così come, immobile e a occhi bassi, non opponeva alcuna resistenza, difesa ai fiotti di sputi sulla nuca e sulle gote, e ai rutti sparati direttamente nelle orecchie.  Quelle rare volte che lo lasciava in pace era solo perché, il compagno di classe, il più violento e indisciplinato della scuola, un vero delinquente in erba, era preso da altri pensieri o stanco per le scorribande vandaliche espresse nel rione il giorno (e la notte) prima. Punizioni e cambi di sezione non ebbero risultati né tangibili, né duraturi. Le attenzioni cessarono solo quando, come prevedibile, stufo di regole e concetti per lui astrusi e privi di scopo, il bullo non abbandonò la scuola per non farvi mai più ritorno. L’eco delle sue gesta, però, penetrò sempre nell’edificio, ad aggiornare sulla sua rapida scalata nelle gerarchie della camorra del rione. 

Nei suoi 25 anni di carcere, l’ergastolo gli fu risparmiato poiché incensurato, Aniello Amitrano non smise mai un minuto di lambiccarsi il cervello. Aveva commesso molti crimini, ma mai un delitto. Perciò non riusciva proprio a immaginare chi avesse potuto fargli l’infamia di denunciarlo alla polizia come esecutore materiale dell’assassinio di quell’omino che, ogni tanto, incontrava per le scale del palazzo. Il cui nome, Capuozzo, e le fattezze gli ricordavano quell’imbecille grassone del suo compagno di banco alle elementari. 

 

Standard
Storie

✍️ il cecchino

 

Dopo una notte insonne prende finalmente posizione sul balcone, stendendosi completamente e imbracciando il fucile di precisione. Registra accuratamente il mirino e sistema un paio di cuscini sotto la pancia e il torace. Poi inizia a fumare, una sigaretta dopo l’altra, in attesa dell’attimo fuggente.

Alle dieci in punto, ne è sicuro, lei farà il suo ingresso in piazza e aspetterà il compare sotto la prima statua equestre. Lui, come sempre, arriverà in ritardo, ma comunque in tempo per la messa delle dieci e mezza, alla quale assisteranno mano nella mano. Come due ragazzini.

Non gli è stato difficile scoprire la tresca. Una settimana di appostamenti, uno zoom potente e tanto sangue freddo. Per constatare e digerire la verità, per non irrompere nell’albergo a ore, in quella squallida camera impregnata di sesso, e farli a pezzi. Finendo così dritto in galera.

Ha preparato tutto nei minimi particolari. Documenti  falsi e  connotati contraffatti hanno creato un uomo nuovo. Pronto a iniziare lontano, oltreoceano, una nuova vita. 

Ed eccola, finalmente. Arriva ancheggiando con studiata postura, consapevole del suo fascino, della sua giunonica bellezza. E, come previsto, si sistema ai piedi della statua, girandosi di tanto in tanto per scorgere tra la folla il suo bell’Antonio. Potrebbe già farla secca, la tentazione è forte. Ma l’opera deve essere completa: 2 colpi e la faccenda chiusa radicalmente e definitivamente. 

Gocce di sudore imperlano la sua fronte che scotta. Di febbre e passione. Sì, non può nasconderlo a se stesso: la ama, l’ha sempre amata e l’amerà sempre. Ne è attratto, la desidera, gli scorre nelle vene sin dal primo incontro. Cosa, cos’è successo! Perché s’è messa con  quell’individuo grigio e smunto. Anonimo. Non certo bravo a letto, di sicuro.  E allora? Perché? Non si dà pace su quel balcone dove il sole stenta ad arrivare, intrappolato com’è dalla nebbia all’orizzonte. 

Il macilento appare dal nulla, tra la gente. Sempre più numerosa e infarcita di turisti. Avanza sorridendo e agitando la mano. Sembra felice, è felice. Gli occhi di lei brillano come diamanti: è felice. Com’è che non s’è accorto che i diamanti erano diventati zirconio e che poi anche questo era scomparso? Come aveva potuto non accorgersi del buio e del freddo? Perché s’era distratto così tanto? Perché non era stato presente? Perché non aveva cercato di infrangere quei silenzi disperati ? Perché non aveva lasciato ogni cosa per poterla riportare a sé ? Perché non aveva dato peso a tutti quei piccoli ma enormi segni inequivocabilmente prodromici? Perché  era scappato? E dove e per cosa? E se invece si sbaglia? Si colpevolizza e si tortura per giustificare un tradimento che invece comunque sarebbe occorso, anche se l’avesse piantonata ricoprendola d’oro? Le colpe sono sue, deve essere così. Lei chissà come, quando e perché si è stufata e ha cercato altrove nuove emozioni e sensazioni. E se fosse malata, una ninfomane? Prima dello sdutto, in effetti, ce ne sono stati altri tre, almeno accertati, che hanno potuto godere di quel ben di Dio.

I due parlottano scambiandosi effusioni spinte. Lei è troppo truccata, e ha messo sù troppi chili. E il vestito è troppo stretto, corto e trasparente, inadeguato. Sembra stia lì li per  lacerarsi, sotto la spinta prepotente di quel seno immenso che impegna audacemente il décolleté, e di quelle natiche marmoree che si agitano frementi e provocanti sotto un sottile velo di organza, che le ricopre solo in parte. E che di certo spingono quella mano anonima a palpeggiarle con insistenza, senza che lei fiati, anzi. Sembra che ne provi piacere, che ne sia lusingata, se non eccitata. Tant’è che alla mano segue il resto del corpo di un uomo corpulento e rubizzo, attempato ma determinato e per nulla intimorito dalla presenza dello sdutto. Visto che, invece, ed è evidente, partecipa volentieri al gioco, con lei in mezzo ad equilibrare con maestria quel sandwich piccante.

Il fucile, un vecchio ma solido carcano, esplode con voluttà i proiettili. Uno dopo l’altro, in rapida successione. E il sandwich si sbriciola nella folla indifferente. 

 

 

 

Standard
Storie

✍ il rospo

IMG_0190

Mai come in quel frangente Joshua si rese conto di quanta importanza avessero i soldi. Non che li avesse mai disprezzati o che si fosse sentito a disagio per essere ricco, e per come lo era diventato. Solo allora, però, ne comprese compiutamente il loro valore, la loro potenza. Senza di essi lo zyklon-b gli avrebbe fatto ammirare, e con largo anticipo, l’ubertosità dei verdi pascoli del cielo.

Sara, Giosuè e Gioele nacquero in sequenza, mentre i cupi colori del passato tentavano di stemperarsi nella tavolozza del tempo.  Anche se schizzi di nero, di notte soprattutto, riuscivano sempre a imbrattare la tela dei suoi nuovi sogni.

La vetrina sul ponte, incessantemente intasato di gente, era stata sempre la più bella fra tutte. Attrazione irresistibile per tasche rigonfie, ricolma com’era di monili superbamente tagliati e lavorati.

Così, in pochi anni, monete e banconote da ogni parte del mondo, quasi sempre prodotto di ignobili nequizie, riempirono le casseforti tramutandole in scrigni e forzieri, sotto l’attenta e amorevole custodia di Joshua. Nel frattempo i pargoli diventavano adulti, allargavano la famiglia e prendevano, i maschi, sempre più le redini del rinomato e prestigioso negozio sul vecchio ponte. Sara fu l’unica che, in punto di morte, Rachele volle vicino a sé fino alla fine. Divorata dal cancro lasciò i figli nel momento in cui stavano per abbandonare l’adolescenza. E non poté, quindi, interferire con le decisioni autoritarie e indiscutibili del marito, col quale ebbe sempre un rapporto freddo e teso, che relegarono la primogenita al ruolo di semplice cassiera. Pur ignari del testamento del vecchio, si erano fatti un’idea di come sarebbe stata la ripartizione dell’eredità. Gli screzi intestini, perciò, si moltiplicarono e acuirono quanto più la dipartita del capostipite si avvicinava.

 

I due avanzi di galera procedevano con lentezza voluta, sospesi nel tepore di un dolce settembre. Dopo mesi di estenuanti quanto infruttuosi appostamenti si erano concessi un giorno di riposo. Senza che il capo, l’ignoto individuo che li aveva assoldati, ne sapesse nulla. Un bel gelato era quel che ci voleva per allietare le loro gole maltrattate dagli hot dog e dalle sigarette. E il vapore del freddo che si sprigionava nell’aria calda gli indicava che la meta era vicina. Istintivamente il passo aumentò, a raggiungere più in fretta la destinazione ambita.

Lo stupore azzerò all’istante la voglia motrice. L’oggetto delle loro fatiche era li, a portata di mano e senza alcuna blindatura. Il biondo pargolo, l’erede del gioielliere sedeva tranquillo e solitario all’ingresso della gelateria. Sorbendosi con voluttá un cono gigantesco mentre la tata, sulla strada, era intenta in una appassionata conversazione telefonica.

Non fu difficile per i malviventi , lesti e scafati, impadronirsi della merce e sparire tra la folla indifferente. Anche quando la tata cominciò ad urlare come un’ossessa.

La richiesta di riscatto arrivò il giorno dopo. Enorme, inusitata. Nella disperazione di Gioele e la costernazione di Joshua. Deciso, nonostante tutto, a non cedere ai briganti. Innescando furiose liti e discussioni diuturne. Alla fine, estenuato, dovette cedere indotto anche dallo sconto che era riuscito a strappare.

Il capo, la cui maschera ne nascondeva le fattezze, fu irremovibile. Sorprendendo gli animi non certo delicati degli esecutori, e vincendone le perplesse resistenze. Così loro malgrado eseguirono gli ordini. Dopo aver intascato il lauto compenso ed essersi disfatti del piccolo corpo gettandolo nel fiume, si eclissarono rapidamente oltre frontiera.

Joshua, ormai troppo tardi, percepì che i suoi sospetti non erano infondati. Nella lucidità dell’aura che precede immediatamente l’agonia e la morte. Dove tutto è chiaro, definito e senza più ombre.

Rivide gli occhi arrossati dal lungo pianto e il viso supplice di Rachele, mentre riprendevano forze sulla riva svizzera del lago di costanza. E le sue labbra che, animate da un leggero fremito agli angoli, contratte e serrate come se non avessero voluto farlo, sputavano fuori una terribile verità. Parole che lo avevano tormentato per oltre sessant’anni. E che avevano impedito al perdono di potersi compiere definitivamente. Supportate in continuazione dal dubbio che, dette in un momento di scoramento, non avessero affatto espulso il rospo. Che questo, invece, continuasse ad albergarle dentro, più vivo e vegeto che mai. Già riusciva a intravedere i verdi pascoli del cielo quando fu pienamente certo che non si era sbagliato e che quella bestia era riuscita a creare rancore e odio, tanto da concepire un crimine, stavolta. Armata del suo primo frutto, Sara.  

La lettera giunse puntuale, come sempre da sempre. La figlia lo informava che, sbrigate le formalità testamentarie, presto lo avrebbe raggiunto e non si sarebbero mai più separati. Il vecchio ex caporale della wehrmacht sorrise soddisfatto, respirando a pieni polmoni l’aria frizzante e salmastra dell’atlantico. 

✡ orapcfoaèpc

Standard
Storie

✍ Turista per caso

images

Mario Verdoliva aveva 31 anni quando fu condannato all’ergastolo. Il giudice fu inflessibile negandogli qualsiasi attenuante.

Dalla cella relativamente confortevole , condivisa con un giovane tossicodipendente, della casa crcondariale di Secondigliano, fu immediatamente spedito a Badu’e Carros in Sardegna.  E si ritrovò in 48 ore  in una cella sporca e in compagnia di 5 brutti ceffi , ergastolani come lui ma veri criminali.

Anna Rocchi in Verdoliva , assisitita  dall’avvocato Nicola Pezone , si stava battendo per l’appello ma, soprattutto, che le indagini fossero riaperte per dimostrare l’innocenza di suo marito.

Nel marzo di quell’anno Mario ebbe la sfortuna di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.  Un’ anziana signora camminava claudicando vistosamente, appoggiandosi ad un vecchio bastone di ciliegio. Era a pochi metri davanti a lui. Il capo chino,  i capelli candidi come la neve,  l’andatura stanca. Con la mano sinistra reggeva una busta della spesa che, ad occhio, sembrava pesantuccia. Mario , mosso da compassione, affrettò il passo e dopo aver affiancato la vecchia, le prese con decisione la grossa e gravida busta di plastica esternando le sue intenzioni e chi fosse. Una mazzata terrificante si abbattè immediatamente sul suo cranio e da allora i ricordi svanirono. Si risvegliò con un forte mal di testa, tra le mani una pistola ancora calda e a pochi metri da lui il cadavere di una giovane e avvenente donna. Fu immediatamente arrestato e a nulla valse il suo racconto e la mancanza di un movente. Ma la pistola era nelle sue mani, le impronte erano sue , la donna era inequivocabilmente morta e, in borsa, aveva 100 g di cocaina finissima. Gianna Amideo  aveva ventinove anni ed un passato non proprio limpido. Qualche anno sul marciapiede, noie con la droga e qualche furtarello. Ma da alcuni anni sembrava rigare dritto e lavorava come commessa all’Auchan.. Il PM nella sua intensa arringa convinse giudici e giurati che tra i due c’era una tresca e che lo spaccio e il traffico di stupefacenti era alla base dell’omicidio. A nulla servì la difesa  che negò  decisamente ogni rapporto con quella donna, mai vista prima, e con la droga.

Già due anni erano trascorsi da quando era arrivato in Sardegna, Era avvilito e depresso. Aveva subìto violenze di ogni genere e  solo dopo un’aggressione che gli era costata una lacerazione al capo da venti punti di sutura ed una coltellata,  il direttore si decise a cambiargli cella. Passava le giornate leggendo qualunque cosa e sfruttando al massimo le ore d’aria. Per fortuna la nuova sistemazione non consentiva più alcun contatto con quelle bestie con cui aveva dovuto convivere nei primi tempi della prigionia. Le visite della moglie si erano rarefatte e da oltre tre mesi non ne aveva più notizie.  E non ne avrebbe più avuto. Anna si stava consolando  con l’avvocato che, da qualche tempo, si era trasferito armi e bagagli nella casa e nel letto del fu Mario Verdoliva.  Ormai sepolto in terra sarda.

Il tradimento in coloro in cui riponeva amore e fiducia, prostrò l’ancor giovane ragioniere e lo sprofondò in una depressione totale. Fu necessario ricorrere allo psichiatra e a terapie farmacologiche di un certo peso per poterlo tenere a galla.  A 40 anni , dopo aver patito momenti profondamente bui e scoramento totale, tanto da essere sorvegliato a vista nella paura che potesse suicidarsi, una mattina Mario aprì gli occhi e si accorse che qualcosa era cambiato. Si sentiva un altro. Pieno di forza, energie ma, soprattutto, carico di odio e di vendetta.

Anna , ottenuto il divorzio, in breve convolò a nozze con il fidato Nicola. Avevano lasciato la vecchia casa per traslocare in una villetta elegantissima e rifinitissima nella zona residenziale della città , ormai dimentichi del passato. Nicola  era diventato un avvocato di grido , famoso e ricco. Coadiuvato dall’esperta e cinica consorte. Non si separavano mai.

Una notte un grosso incendio avviluppò il carcere in pochi attimi.  Un cortocircuito nel locale caldaie sprigionò le fiamme che poi divamparono tumultuose e potenti ovunque.

Per non trasformarlo in un forno crematorio le celle furono immediatamente aperte e i detenuti trasportati nella vicina campagna. Era l’occasione che Mario aspettava da sempre.

L’ispettore Renato Chiellini stava riflettendo sulla documentazione sparpagliata sulla sua scrivania. La retata nel night “ RedHot” aveva sortito ben più di quanto si aspettava. A parte la caterva di mignotte, di papponi e spacciatori , noti e sconosciuti, nelle maglie erano rimasti invischiati due pregiudicati con precedenti di rapine, truffa e omicidio. Due figuri dalla fedina più nera della pece. Due veri pericolosi criminali, ricercati da tempo.  E , cosa non meno sorprendente, le rivelazioni che avevano fatto nel tentativo di patteggiare la pena. Undici anni prima avevano rapinato una banca nella quale era rimasto ucciso una guardia giurata. Il bottino , in biglietti di grosso taglio, era stato abbastanza soddisfacente. Oltre 180 mila euro. Lasciata la banca, invece di scappare su un’ auto o a piedi, si erano infilati nel bagno di un bar e si erano camuffati. In quel grosso locale, sempre affollato a ogni ora del giorno e della notte, nessuno aveva fatto caso a quei due, così come nessuno aveva notato una vecchietta malferma allontanarsi senza consumare seguita a breve da un signore grassoccio dalla folta barba nera. Quando il grassoccio vide quell’uomo afferrare la borsa col malloppo , quasi strappandola dalle mani della vecchietta, reagì d’istinto. E lo colpì col calcio della pistola. Tutto sarebbe filato liscio se una donna, testimone del fatto, non si fosse intromessa urlando come una gallina sgozzata. Non poteva fare altro che tacitarla e presto, prima che richiamasse l’attenzione e la polizia. Così le sparò senza pensarci sopra due volte. E per fare le cose per bene, ficcò la rivoltella nelle mani dello sconosciuto e filarono via senza più voltarsi. E quel furbone avrebbe avuto il fatto suo.

Le cicale frinivano a più non posso e il caldo era opprimente. Tutte le finestre della villetta erano aperte.  L’uomo e la donna erano seduti a tavola e chiacchieravano allegramente rinfrescandosi con tè ghiacciato. Un leggero scricchiolìo attrasse la loro attenzione e si voltarono, insieme, verso la finestra spalancata. Sgranarono gli occhi. Sembrava volessero uscire dalle orbite. Rimasero immobili, atterriti e in silenzio. Il ragioniere, con una grossa automatica fra le mani, era lì davanti immobile. Con uno sguardo che non prometteva nulla di positivo.  Le cicale continuarono a frinire imperturbabili anche quando due detonazioni si intrufolarono nella loro cantilena.

Il direttore del carcere aveva riunito lo stato maggiore del suo staff. Spento con molta fatica l’incendio, tutti i prigionieri erano stati fatti rientrare occupando un’ala che, miracolosamente, era sfuggita alle fiamme. Ma dieci galeotti mancavano all’appello. E bisognava riacciuffarli al più presto, altrimenti sarebbe stato esautorato e con lui i presenti. Cominciò così  una battuta senza sosta e senza tregua.  Che diede i suoi frutti, anche se ci vollero tre giorni e tre notti buone di caccia.  I dieci fuggiaschi furono ritrovati , alla spicciolata,  nei boschi, alcuni in pieno sonno, altri esausti da sete e caldo. Il direttore, felice di aver salvato la poltrona, diede loro il beneficio del dubbio.  Le fiamme, il fumo acre e intenso, la paura avevano indotto quegli uomini ad allontanarsi senza avere nozione di dove andassero ma , soprattutto, senza avere l’intenzione di scappare. Non furono puniti né andarono in isolamento. Né dell’incendio fu data notizia grazie alle compiacenze della stampa e dei vigili del fuoco.

Chiellini , dopo aver rovistato negli archivi, dando retta ad un ricordo, ad un tarlo, trovò il fascicolo che gli interessava. Il caso Verdoliva. Con il faldone sorretto da entrambe le mani si diresse, quasi di corsa, verso l’ufficio del PM.

Quindici giorni dopo, Mario era un uomo libero.

Sulla scrivania dell’ispettore un altro fascicolo faceva bella mostra di sé con la copertina verdastra . Quella dei casi irrisolti. La scientifica e l’autopsia dei cadaveri, non avevano prodotto indizi o impronte o altro che potesse far risalire all’assassino di quei due.  Probabilmente il noto penalista pagava a caro prezzo qualche sua cattiva prestazione o il suo rigore morale.  Chiellini , con la pipa spenta fra i denti, sdraiato sulla sua sedia aveva lo sguardo perso nel vuoto. In un piccolo anfratto del suo cervello il nome, il volto di Verdoliva facevano a tratti capolino.  Si alzò e si mise alla finestra da dove non poteva che guardare l’edificio attaccato al suo, con quelle crepe sull’intonaco e quei panni stesi al secondo piano che conosceva a   menadito.  Stette lì impalato per quasi un’ora. Poi di scatto afferrò il fascicolo e senza fretta lo portò in archivio.  Nello scaffale c’era giusto posto per un altro faldone.  Lo depositò, facendo attenzione a non smuovere i quintali di polvere sedimentata e si allontanò a capo chino.  I casi irrisolti lo turbavano, gli toglievano il sonno, gli creavano angoscia. Nello scendere le scale accese la pipa, aspirando voluttuosamente l’aroma della miscela inglese di cui era ghiotto.  Verdoliva aveva ucciso quei due, il suo istinto lo urlava a squarciagola. Ma  nello stesso tempo si rendeva conto dell’assurdità del suo pensiero,  poiché il ragioniere era stato scarcerato ben oltre il giorno dell’omicidio. Quella notte  non dormì quasi. I volti dell’avvocato, della moglie e di Verdoliva si susseguivano senza sosta , incubi che lo tormentarono per ore.  Al mattino era uno straccio ma, determinato ad andare fino in fondo.

Mario aveva deciso che , dopo tante pene, era giunto il momento di godersi la vita. Aveva un piccolo gruzzolo, segreto,  lasciato in consegna alla vecchia madre, che avrebbe utilizzato per attuare i suoi progetti.  Solo e libero da impegni, avrebbe cercato fortuna e una nuova vita in Argentina.

L’ispettore Chiellini, dopo aver avuto un lungo ed esaustivo colloquio col direttore di Badu’e Carros, si precipitò alla più vicina stazione di Polizia e chiese ed ottenne un elicottero che lo riportasse alla base nel più breve tempo possibile. All’atterraggio le auto bianche e blu erano pronte a motore acceso e, caricato l’ispettore, a sirene spiegate si diressero verso l’abitazione del ragioniere. La porta fu sfondata ma, come l’istinto gli aveva suggerito durante il viaggio, l’uccellino aveva già preso il volo.  In quel preciso istante in Plaza de Mayo un uomo di circa quarantadue anni, coi capelli leggermente brizzolati , un paio di ray-ban  scuri e una macchina fotografica a tracolla,  procedeva trasognato come qualsiasi altro turista. Respirava a pieni polmoni e non era mai stato così felice.

✡ ogni riferimento a cose, fatti, persone o animali è del tutto casuale
Standard
Storie

✍ Mezzosoprano acuto

UnknownLei: …innanzi tutto l’assegno deve essere di almeno 2000 €, sennò altro che consensuale ….a parte spese mediche, di istruzione e di svago, viaggi…insomma il mio tenore di vita e quello dei ragazzi, che ficcatelo bene in testa, restano con me in casa,  non deve assolutamente cambiare…perciò mò che andiamo dall’avvocato vediamo di non perderci in chiacchiere e polemiche inutili…e non alzare la voce !

Lui: … ma se non arrivo a 1600 € di stipendio !!  ..tu sei fuori di testa. Il tenore di vita ?? E che abbiamo mai fatto di speciale? Cosa potevamo fare con uno stipendio da fame e quei quattro soldi del tuo part-time, anzi quart-time, visto che che non hai mai voluto fare un cazzo….E il tenore mio? La buon’anima di Pavarotti !….Ragiona, io vado a finire sotto i ponti !!!

Lei: dove andrai e che farai sono fatti tuoi….e come, al solito, fai finta di non capire….non si può lavorare e badare a 2 figli , accudirli e seguirli a scuola e in tutte le loro attività……tu, invece, sei stato il vero fannullone….cameriere a vita, rifiutando le occasioni che mio padre generosamente ti aveva proprosto…perchè doveva stare a casa, giocare coi figli, “godersi” il tempo….idiota! Invece di portare benessere a casa….a proposito, di quei quattro soldi in banca, conservati grazie ai miei sacrifici, che se fosse stato per il tuo scialacquare non avremmo nemmeno un centesimo da parte, non azzardarti a prelevarne più di un terzo…il resto mi spetta di diritto

Lui: …scialacquare ?? mi sono dovuto spaccare il culo in straordinari per pagare il mutuo faraonico per la cazzo di reggia che hai voluto…non bastava una casa normale, no….6 stanze, tripli accessori, cantinola, posto auto doppio …e zona residenziale….che cosa avrei dovuto fare ancora, non mangiare e non bere per….accumulare, accumulare….ma vai, và, che nella tomba non ti porterai nulla….della vita non hai capito un cippa di cazzo!

Lei: …..e io, figlia di notaio, dovevo andare a finire in periferia, secondo te…e accontentarmi di una casa ordinaria…sai la gente come si sarebbe ingrassata…già aveva la bocca piena per aver sposato un servo……e avevano ragione, mai l’avessi fatto…ma dove ti ho incontrato? come ho fatto a mettermi con te? …mea culpa !!

§§§§§§

Il leguleio di lei: collega, dobbiamo essere concreti e più lealisti del re…..convinci il tuo cliente a fare uno sforzo,   e a chiudere un occhio… tanto i giudici sono sempre orientati ad aiutare le donne…a parte che questo lo conosco  pure (….) …..quindi, e lo dico anche nel tuo interesse, è inutile che ci impegoliamo in una causa che ci sfiancherebbe e vanificherebbe la parcella

Il leguleio di lui: ….uhm, non hai torto…vedo di lavorarmelo, però tu falla cedere su qualcosina….

La cancelliera (senza mai alzare lo sguardo verso i due): l’istanza di separazione è stata omologata…..tutto  a posto, fra un paio di mesi venite a ritirarne copia

Lui: …ma non dovevamo vedere il giudice ?

La cancelliera:…ha visto le carte !!

Il giusdicente (uscendo dalla sua stanza): …tutto fatto, le formalità sono state esperite…ho cercato di farvi perdere meno tempo possibile

Lui:…ma io volevo parlarle

Il giusdicente:….e di che, le carte erano cristalline….tante belle cose

Lei(in fondo all’aula, con le braccia conserte, gli occhi lampeggianti e la bocca deformata dall’acredine quasi soddisfatta): …avvocato, ci prendiamo un caffè ?

§§§§§§

Il custode: signurì e ‘ccose stann’accussì…..la ritirata è alle nove, sinnò rischiat’e truvà o lietto occupato a chi ha fatt’ primm’e vuie…..e lenzola si cagnano na vota o’mese e se truvate quacche pimmece non ve lamentate…è normale. E pure se verite quacche scarrafone int’o cess o sott’o lietto.  A matina primma de ddieci aita stà fora, perché avimme pulezza e passà a creolina. Se ve cunviene fanno 150 euri o’mese… ah, doccia nun ce ne stà…vi doveto arrangiaro col lavandino…e o’cess sta n’copp’e scale….cercate e cacà ampress, a gente è assai e nun pò perder tiempo

Lui: e per i pasti ?

Il custode: non è articolo nostro, avit’aì ncoppa a masseria, llà sta a caritàs….e ve rann’a magnà o miezuiorno e a sera…sempe in orario, però …nun v’ò scurdate…sennò fernesce tutt’cos e rimanite riuno….mò che me ce facite pensà stann’pure e’ ccap’e pezza e calcutta….stann nu poco cchiù luntano, ma  cucinano bbuono e abbondante.

Lei (al telefono): te lo dico e te lo ripeto, uffàààà….i bambini puoi vederli solo due sabati e due domeniche, una settimana sì e una no.  In palestra, la sera, li vai a prendere tu, i giorni dispari. E a a scuola li accompagni i giorni pari. Adesso è tutto chiaro?….Ah, prima che mi scordo mi servono 1000 euro per il dentista, acconto per la macchinetta alla piccola…E non mancare di essere puntuale con i pagamenti mensili, sennò ti denuncio….ti mando in galera

Lui: ho capito, avevo già capito….avrei voluto vederli qualche giorno in più, questo ti avevo chiesto. Per il dentista vedrò che posso fare, ma mi devi dare tempo …..mi hanno promesso diverse ore di straordinario e, con qualche mancia in più, dovrei racimolare quella cifra. Mi puoi passare i bambini, vorrei salutarli ?

Lei: noooo-oo, stanno facendo i compiti. Clac (riattacca)

La piccola: mamma era papà? Peccato volevo mandargli un bacio

Il piccolo: mamma papà dov’è andato?

✡ ogni riferimento a persone, fatto, cose o animali è puramente casuale
Standard