✍️ quando gira il vento

 

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Spronati senza posa i cavalli schiumavano, con gli occhi talmente fuori dalle orbite che sembrava dovessero esplodere da un momento all’altro. Questione di minuti e sarebbero crollati, abbandonando il loro fustigatore al proprio destino. Perciò, suo malgrado, dovette rallentare sino a fermarsi in una radura, nella speranza potessero recuperare in fretta le energie. Ovvero continuare a piedi se fossero invece stramazzati. Nell’attesa non potè far altro che stendersi all’ombra di una quercia senza perdere di vista la strada, sforzandosi di tenere le palpebre sollevate. Da quando era scappato, tre giorni, non aveva chiuso occhio né mangiato nulla. Ma la testa era ancora al suo posto. 

L’afa di quell’estate era stata pregna di segnali inequivocabili. Ma in tanti, se non tutti, li avevano sottovalutati, irridendoli persino.  Lasciando così che i fermenti producessero sempre più tumulti e sommosse. Così, prima dell’inevitabile, nottetempo, si era dato alla fuga benché sapesse che, presto o tardi, li avrebbe avuti alle calcagna. Palafrenieri e servi, nei cui sguardi già da giorni  aveva intravisto il bagliore dell’orgoglio ritrovato, della vendetta, lo avrebbero inseguito anche all’inferno pur di vederne la testa ruzzolare dal patibolo. 

Il confine, la salvezza, non erano lontani. Ancora alcune miglia e l’incubo sarebbe finito. Il destino gabbato. Nonostante il terrore, si arrese, stranamente,  al fascino dei colori e ai profumi del bosco, della terra, a prestare ascolto al festoso cinguettio degli uccelli e al frinire ininterrotto delle cicale. Seguendo con grande interesse  il lento procedere di un bruco, l’operosità di un grosso bombo, il volo di una farfalla variopinta  e la cocciutaggine di un picchio. Il cui frenetico tambureggiare lo fece sorridere. Anche il futuro, a pensarci bene, era alquanto terrifico: se lo avessero respinto o, peggio, consegnato ai suoi inseguitori, avrebbe perso la testa immantinente. Se invece gli avessero dato asilo non avrebbe saputo sbarcare il lunario, non avendo mai fatto nulla e non avendo nemmeno un soldo: sarebbe diventato un’accattone! Decise d’impulso, perciò,  di mescolare ancora le carte. Di ingannare di nuovo il destino. 

Alle Halles quella mattina c’era più confusione del solito, una confusione gioiosa quanto contagiosa. Il popolo s’era ripreso il suo destino e le esecuzioni che si susseguivano senza sosta, le teste coronate e imparruccate che rotolavano una dietro l’altra, aumentavano l’euforia e la nuova consapevolezza. Tutti uguali, liberi e fratelli, dopo secoli di ingiustizie e vessazioni.

Una pattuglia di giacobini gironzolava pigramente fra i banchi più per perder tempo che fare controlli, scrutare, stanare. A capo v’era un’uomo silenzioso, dal portamento austero, regale, a dispetto dei suoi indumenti stazzonati e lisi.  Il cui sguardo, intenso, immerso fra i banchi del mercato, non lasciava trapelare l’amarezza e la nostalgia di cui era pervaso. In pochi attimi risentì l’afrore delle alcove infuocate, riassaporò l’estasi del potere, fu preso dal fascino degli intrighi, si crogiolò nei piaceri del lusso e delle frivolezze, dell’ozio e dei vizi. Perdendosi nei sontuosi meandri di Versailles e Fontainebleau, riuscì a percepire persino il muliebre fruscio delle sete e dei broccati, e gli scricchiolii delle criadi e dei panier, sollecitati dal turbinio delle danze.

Malgrado ciò, e nonostante il disprezzo per quei pezzenti, non cedette. Addentando una mela gentilmente offerta dal cittadino marchand de légumes, si compiacque per aver saputo mantenere la testa a posto. Priorità assoluta in quella tempesta. Poi di certo le cose si sarebbero aggiustate, il vento sarebbe cambiato sospinto, come sempre, dall’immutabilità delle umane debolezze. E di nuovo ciascuno avrebbe avuto il suo.

 

 

 

✍️ chi vivrà vedrà

Con quegli occhietti piccoli e impudenti fissa insistentemente la sua dirimpettaia, nel mentre a bella posta disdegna la fumante specialità della casa. Lei, lusingata, sostiene maliziosa lo sguardo senza invece trascurarla affatto. Infilando, però, ogni volta, il cucchiaio tra le labbra carnose e roride con studiata e sensuale gestualità. Il gioco è in piena evoluzione.

Il vecchio, seduto in fondo alla sala, non alza lo sguardo dal piatto. Come se avesse vergogna di stare solo, e di essere vecchio. Sembra assorto nei suoi pensieri, sicuramente vecchi, e infarciti di rimpianti, anch’essi.

L’osteria, una di quelle in cui si mangia bene e si spende poco, è zeppa e l’atmosfera è pregna di aromi pungenti  e parole. Evanescenti o pietre o menzogne che siano. Tranne il vecchio, lì in fondo, parlano tutti, tra un boccone a l’altro. E le loro voci, che tentano di sopraffarsi a vicenda, si fondono ben presto a comporre quel mormorio di fondo necessario per la buona riuscita dell’eterogeneo convivio.  L’oste, con l’occhio vigile e avido del padrone, gongola per l’incasso senza mai perdere di vista i servi, impegnati nel viavai tra i tavoli.

Eleganza ricercata, capelli impomatati ed eloquio esondante quanto approssimativo, denunciano l’affabulatore nel pieno del suo esercizio. Già proteso al successo, alla notte ardente che lo attende a coronamento di un lavoro dimostratosi un po’ più arduo del previsto. E non sbaglia, a dispetto dell’aria imberbe. Quegli occhietti piccoli e impudenti, penetranti e tenaci, alla fine hanno fatto breccia nelle remore, nelle resistenze della matura quanto fragile donna alle prese con l’angoscia del declino. Perciò ben disposta (o esposta) al cedimento. Il suo sorriso stampato, le risate che scoppiano fragorose di tanto in tanto e quel continuo lisciarsi i capelli, manifestamente attestano la sua capitolazione (o realizzazione).

D’improvviso una folata di vento gelido e umido irrompe a guastare quell’atmosfera impregnata di chiacchiere e odori. Sulla soglia appare un’imponente figura femminile, imbacuccata e accigliata che, inquadrato il bersaglio, avanza decisa. Il rumore dei suoi tacchi rimbomba sull’impiantito di legno e sovrasta il brusio, talchè desta attenzione tra gli avventori. E nell’oste, già a presagire guai e piatti rotti.

Due bambini scorrazzanti ne intralciano il passo di carica, giusto il tempo acciocché tutti riescano a focalizzare il tavolo dell’affabulatore e della sua stagionata ma, tutto sommato, ancora piacente compagna. Meta ormai certa del donnone.

Quivi, dunque, ella arresta la sua marcia trionfale. E si piazza, a braccia conserte, a  sovrastare con la stazza possente e  lo sguardo torvo e assassino i due, in palese stato catatonico. Il silenzio, in cui affonda la sala, pare aver scosso il vecchio che, ora, appare attento ed orientato, ed inquadra con volto sornione e occhi scintillanti la scena madre. Per poi dirigervisi determinato, con inaspettata agilità.

Il brusio riprende pian piano vigore al rapido mutare degli eventi. Sul palcoscenico, infatti, Il donnone si assesta a gambe divaricate e pugni chiusi , pronta ad affrontare l’imprevisto. L’affabulatore, nel mentre, attonito e pallido come un cencio, si guarda intorno con fare circospetto alla ricerca di una via di fuga. Abbandonando al suo destino la compagna che, testa fra le mani, singhiozza sommessamente.

La grandine che, d’incanto, martella furiosamente il lucernario congela solo per qualche istante lo spettacolo, poi si scatena la tempesta

✍ Sospinti dal vento

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Mai vico Figurari è stato così pulito, lindo. Il vento, impetuoso e gelido, da giorni scorrazza a suo piacimento nel vecchio e angusto budello un tempo opificio di oggetti sacri.

Precedute dalla pioggia, dall’acqua che ha iniziato l’opera, le folate incessanti e impetuose hanno portato a termine una bonifica eccezionale. Anche se temporanea. Cessato il vento, infatti, il lerciume si riapproprierà repentinamente, e con solerzia, del suo territorio. Nessun netturbino ha mai osato varcarne i confini, ossequioso della sua importanza vitale, della sua forza propulsiva e vivificante. Consapevolezza, geneticamente trasmessa di generazione in generazione, che ha sollecitato l’etnia autoctona a produrne in quantità sempre maggiori, per non restarne mai senza, per usufruire sempre, e a pieno, di quella linfa, salubre quanto e più di un prato fiorito, di un giardino ubertoso, dell’aria fine di montagna.

Le avverse condizioni climatiche sono state capaci di far calare anche il silenzio. Sempre transitoriamente, s’intende. Il vortice che avvolge il vicolo, infatti, è talmente forte che ne sconsiglia il transito, e gli ululati e le grida angosciate delle fessure e delle intercapedini violate, dei risucchi, intimoriscono anche i più audaci. Rintanati nei loro bassi, con i nasi schiacciati sui vetri e l’umore nero, gli indigeni soffrono indicibilmente. Concepiti per stare per strada e nel fracasso e nel caos, reggono malvolentieri questa, pur transitoria, inibizione alla loro innata inclinazione. Fremono e scalpitano nelle loro tane, pronti a sgusciar fuori e riportare il vicolo alla sua dimensione. Con il fracasso, il vociare, le urla dei televisori, le litanie degli ambulanti, il clangore dei clacson, i rombi dei motori, le scorribande degli scugnizzi, i litigi pubblici.

Nel suo bugigattolo, col capo chino e gli occhialini sulla punta del naso, il ciabattino pesta con accanimento un chiodino in una suola, mentre coi denti ne tiene altri pronti all’uso. L’ambiente esiguo e la chiusura delle due piccole imposte hanno reso il piccolo basso una sorta di camera a gas, zeppo com’è di esalazioni di collante. L’uomo, però, vi è abituato. Fa questo mestiere da quando aveva i calzoni corti. Ed è molto suscettibile, permaloso. Soprattutto con chi è sgarbato, pretenzioso. Con chi non è mai contento del lavoro fatto e, soprattutto, con chi lo considera un solachianiello. Cioè con chi  sminuisce, in modo superficiale o, peggio, denigratorio, la sua maestria. Gennaro Rippa è uno scarparo finito, un artigiano in grado sì di riparare le scarpe ma, soprattutto, di poterle fare, d inventare forme nuove o particolari, di creare. Insomma un’artista. E non certo un modesto sagomatore di suole qual’è il solachianiello, al massimo capace di riappiccicare un tacco .

Quattro bassi più avanti, in prossimità di via del Grande Archivio, la consorte del calzolaio si dimena instancabile sotto le lenzuola con il ragioniere del secondo piano del palazzo al civico 8. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Ed il ragioniere non è il solo ad essersi immerso sotto le coltri dell’accogliente letto a due piazze che troneggia al centro del soppalco, al riparo da occhi indiscreti. È una donnina piccola, piacente. Dallo sguardo malizioso ed indolente assai. Il basso d’o scarparo, infatti, è noto in tutto il vicolo per essere il più trascurato, il più sporco, al pari della sua dimora. Carmelina Capece se ne frega. Della casa, della pulizia, del marito che non ha mai amato e di quel che dice la gente. Sa solo che prima o poi, trovato l’uomo giusto, ricco e invaghito, scapperà da quella fogna. Vuole emergere, scrollarsi dalla povertà, dai bassi e dalla puzza di colla. Sono anni che soffre in silenzio e trotta nel suo letto alla ricerca del futuro. Trascurando casa , figli e marito. Certe volte in preda alla disperazione si chiude nel bagno e piange giornate intere. Consapevole, forse, che il suo sogno non si realizzerà mai. E che la sua fama, in espansione nel rione e in quelli limitrofi, non la porterà da nessuna parte. Nessuno mai la porterà da nessuna parte.

Gennaro ha finito. L’orologio segna le otto e il buio ha scacciato la luce e ammansito il vento. Indossa il vecchio e liso giaccone, chiude bottega e, lentamente, torna a casa. Sperando, almeno per quella sera, in un pasto caldo.

Non crede ai suoi occhi quando varca la soglia del suo basso. La moglie, sorridente, lo aspetta seduta a tavola. Il pavimento, le finestre, tutto è stato lavato e lucidato. C’è persino un buon odore, di pulizia. Una insalatiera fuma e lascia pensare che nasconda qualcosa di succulento. L’uomo rimane sulla soglia a lungo, incerto e perplesso. Carmela, elegante e truccata con sobrietà, è più deliziosa del solito. Sembra un’altra. Il suo sguardo è strano, intenso e malizioso. Dal vicolo risuonano i primi rumori tornati in libertà. Gennaro si siede e, senza dire una parola, comincia a mangiare. La pasta e fagioli è squisita. Non ne mangiava così da secoli.

E’ imbarazzato, non sa da dove cominciare. Vorrebbe parlare, dire qualcosa. Chiedere. Ma il silenzio di Carmelina lo inibisce. Il suo sguardo fermo, fisso lo intimorisce. Sbocconcella un pò di pane. Il vino è già versato nel bicchiere. Un rosso di Gragnano, leggero e frizzante. La donna, con un gesto, lo invita a bere. Nel mentre si alza in piedi e, in un secondo, si disfa del vestito rimanendo nuda. I suoi occhi scintillano di lussuria. I suoi capezzoli sono ritti come punte di lancia. Il cespuglio pubico è rigogliosissimo e nero come il carbone. Gennaro tracanna in fretta il vino e si alza in preda all’eccitazione. Sono molti mesi che non tocca la moglie, che non hanno rapporti.

Un gallo, chissà dove, canta a squarciagola. Il calzolaio si ridesta, solo, nel grande letto a due piazze abituato a ben altro. Il vento soffia di nuovo violento riempendo il basso di cigolii e spifferi.

Il martello pesta senza posa. I chiodi passano in fretta dalla bocca nelle suola. La scarpa, di buona fattura, sarà presto in condizioni di riprendere il suo cammino. Carmelina è sparita da un anno. Non s’è mai saputo nulla di lei, svanita nel nulla. I ragazzi, per fortuna, sono cresciuti anche senza di lei. Gennaro si ferma un momento e ripensa a quella notte. A quel meraviglioso regalo d’addio. I suoi occhi diventano lucidi e un groppo gli attanaglia la gola. Poi ritorna in se e si immerge nel lavoro. Sono quasi le otto, manca qualche minuto. Un forte vento s’è alzato dal pomeriggio. Ed è anche freddo nonostante sia primavera inoltrata. La porta si spalanca all’improvviso, sospinta dal vento. L’uomo continua il suo lavoro, vuole chiudere con quel tacco a spillo. La luce ondeggia alla mercé dalle folate. Un colpo di tosse lo riporta alla realtà. Il martello e i chiodi cadono sulle mattonelle sbrecciate e ingrommate di colla. Carmelina è lì davanti, più graziosa che mai. E piange, d’un pianto irrefrenabile. Gennaro rimane impalato qualche minuto. Poi prende il suo vecchio e liso giaccone, lo indossa e si avvia in strada. Il vento soffia e sbuffa. Dopo essersi alzato il bavero fa cenno alla moglie di chiudere bottega. Poi, mano nella mano, ritornano a casa sospinti dal vento.

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale

✍ Sospinti dal vento

Mai vico Figurari è stato così pulito, lindo. Il vento, impetuoso e gelido, da giorni scorrazza a suo piacimento nel vecchio e angusto budello un tempo opificio di oggetti sacri.

Precedute dalla pioggia, dall’acqua che ha iniziato l’opera, le folate possenti e continue hanno portato a termine una bonifica eccezionale. Anche se temporanea. Cessato il vento, infatti, il lerciume si riapproprierà repentinamente, e con solerzia, del suo territorio. Nessun netturbino ha mai osato varcarne i confini, ossequioso della sua importanza vitale, della sua forza propulsiva e vivificante. Consapevolezza, geneticamente trasmessa di generazione in generazione, che ha animato l’etnia autoctona a produrne in quantità sempre maggiori, per non restarne mai senza, per poter usufruire sempre, e a pieno, di quella linfa, salubre quanto e più di un prato fiorito., di un giardino ubertoso.

Le avverse condizioni climatiche sono state capaci di far calare anche il silenzio. Sempre transitoriamente, s’intende. Il vortice che avvolge il vicolo, infatti, è talmente forte che ne sconsiglia il transito, e gli ululati e le grida angosciate delle fessure e delle intercapedini violate, dei risucchi intimoriscono anche i più audaci. Rintanati nei loro bassi, coi nasi schiacciati sui vetri e l’umore nero, gli indigeni soffrono indicibilmente. Concepiti per stare per strada e nel fracasso e nel caos, reggono malvolentieri questa, pur transitoria, inibizione alla loro innata inclinazione. Fremono e scalpitano nelle loro tane pronti a sgusciar fuori e riportare il vicolo alla sua dimensione. Coi rumori, le grida, il volume sparato dei televisori, le litanie degli ambulanti, il clangore dei clacson, le scorribande degli scugnizzi, i litigi pubblici.

Nel suo bugigattolo, col capo chino e gli occhialini sulla punta del naso, il ciabattino pesta con accanimento un chiodino in una suola, mentre coi denti ne tiene altri pronti all’uso. L’ambiente esiguo e la chiusura delle due piccole imposte hanno reso il piccolo basso una sorta di camera a gas, zeppo com’è di esalazioni di collante. L’uomo, però, vi è abituato. Fa questo mestiere da quando aveva i calzoni corti. Ed è molto suscettibile, permaloso. Soprattutto con chi è sgarbato, pretenzioso. Con chi non è mai contento del lavoro fatto e, soprattutto, con chi l’appella “solachianiello”. Cioè con chi ne sminuisce, in modo superficiale o, peggio, provocatorio, la specializzazione. Gennaro Rippa è uno “scarparo” finito, un artigiano in grado sì di riparare le scarpe ma, soprattutto, di poterle fare, di creare, e non certo un modesto e limitato aggiustatore di scarpe qual’è il “solachianiello”.

Quattro bassi più avanti, in prossimità di via del Grande Archivio, la consorte del calzolaio si dimena instancabile sotto le lenzuola con il ragioniere del secondo piano del palazzo al civico 8. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Ed il ragioniere non è il solo ad essersi immerso sotto le coltri dell’accogliente letto a due piazze che troneggia al centro del soppalco, al riparo da occhi indiscreti. È una donnina piccola, piacente. Dallo sguardo malizioso ed indolente assai. Il basso “d’o scarparo”, infatti, è noto in tutto il vicolo per essere il più trascurato, il più sporco. Carmelina Capece se ne frega. Della casa, della pulizia, del marito che non ha mai amato e di quel che dice la gente. Sa solo che prima o poi, trovato l’uomo giusto, ricco e invaghito, scapperà da quella fogna. Vuole emergere, scrollarsi dalla povertà, dai bassi e dalla puzza di colla. Sono anni che soffre in silenzio e trotta nel suo letto alla ricerca del futuro. Trascurando casa , figli e marito. Certe volte in preda alla disperazione si chiude nel bagno e piange giornate intere. Consapevole, forse, che il suo sogno non si realizzerà mai. E che la sua fama, in espansione nel rione e in quelli limitrofi, non la porterà da nessuna parte. Nessuno la porterà da nessuna parte.

Gennaro ha finito. L’orologio segna le otto e il buio ha scacciato la luce e ammansito il vento. Indossa il vecchio e liso giaccone, chiude bottega e, lentamente, torna a casa. Sperando, almeno per quella sera, in un pasto caldo.

Non crede ai suoi occhi quando varca la soglia del suo basso. La moglie, sorridente, lo aspetta seduta a tavola. Il pavimento, le finestre, tutto è stato lavato e lucidato. C’è persino un buon odore, di pulizia. Una insalatiera fuma e lascia pensare che nasconda qualcosa di succulento. L’uomo rimane sulla soglia a lungo, incerto e perplesso. Carmela, elegante e truccata con sobrietà, è più deliziosa del solito. Sembra un’altra. Il suo sguardo è strano, intenso e malizioso. Dal vicolo risuonano i primi rumori tornati in libertà. Gennaro si siede e, senza dire una parola, comincia a mangiare. La pasta e fagioli è squisita. Non ne mangiava così da secoli.

E’ imbarazzato, non sa da dove cominciare. Vorrebbe parlare, dire qualcosa. Chiedere. Ma il silenzio di Carmelina lo inibisce. Il suo sguardo fermo, fisso lo intimorisce. Sbocconcella un pò di pane. Il vino è già versato nel bicchiere. Un rosso di Gragnano, leggero e frizzante. La donna, con un gesto, lo invita a bere. Nel mentre si alza in piedi e, in un secondo, si disfa del vestito rimanendo nuda. I suoi occhi scintillano di lussuria. I suoi capezzoli sono ritti come punte di lancia. Il cespuglio pubico è rigogliosissimo e nero come il carbone. Gennaro tracanna in fretta il vino e si alza in preda all’eccitazione. Sono molti mesi che non tocca la moglie, che non hanno rapporti.

Un gallo, chissà dove, canta a squarciagola. Il calzolaio si ridesta, solo, nel grande letto a due piazze abituato a ben altro. Il vento soffia di nuovo impetuoso riempendo il basso di cigolii e spifferi.

Il martello pesta senza posa. I chiodi passano in fretta dalla bocca nelle suola. La scarpa, di buona fattura italiana, sarà presto in condizioni di riprendere il suo cammino. Carmelina è sparita da un anno. Non s’è mai saputo nulla di lei, svanita nel nulla. I ragazzi, per fortuna, crescono anche senza di lei. Gennaro si ferma un momento e ripensa a quella notte. Meraviglioso regalo d’addio. I suoi occhi diventano lucidi e un groppo gli attanaglia la gola. Poi ritorna in se e si immerge nel lavoro. Sono quasi le otto, manca qualche minuto. Un forte vento s’è alzato dal pomeriggio. Ed è anche freddo nonostante sia primavera inoltrata. La porta si spalanca all’improvviso come sospinta da un refolo impertinente. L’uomo continua il suo lavoro, vuole chiudere con quel tacco a spillo. La luce ondeggia sospinta dalle folate. Un colpo di tosse lo riporta alla realtà. Il martello e i chiodi cadono sulle mattonelle sbrecciate e ingrommate di colla. Carmelina è lì davanti, più graziosa che mai. E piange, d’un pianto irrefrenabile. Gennaro rimane impalato qualche minuto. Poi prende il suo vecchio e liso giaccone, lo indossa e si avvia in strada. Il vento soffia e sbuffa. Dopo essersi alzato il bavero fa cenno alla moglie di chiudere bottega. Poi, mano nella mano, ritornano a casa sospinti dal vento.

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale

✍ Dieci settimane

L’abate sonnecchia mentre il Boeing vola a diecimila metri. Il convegno panamericano ne ha sanciti definitivamente ruolo e poteri. Roma deve solo ratificare, una mera formalità. Il collegio cardinalizio è tutto dalla sua parte. E lui è in loro pugno. Come dev’essere. Quel che conta è raggiungere e mantenere il potere, il prestigio, il denaro. E sesso ad libitum. La fede, il misticismo, il sacrificio, la moralità, la povertà, l’astinenza le lasciava tranquillamente ai pretucoli idealisti e sinistrorsi delle periferie degradate e a quelli affaccendati nel misericordioso aiuto dei derelitti del terzo mondo.

Le idee sono ben chiare sin dal noviziato. Tre mesi di noia, di abbrutimento in uno sperduto monastero sull’appennino gli chiariscono subito la mente. Poi, con tatto, diplomazia, servilismo e oculate scelte di campo, il gran salto nel Vaticano. A salire tutte le scale possibili ma senza arrivare in cima. Troppe responsabilità, troppe limitazioni, troppa poca libertà.

L’hostess lo risveglia dal torpore annunciandogli l’imminente arrivo. L’abate annuisce non senza aver lanciato gli occhi nel dècolleté, generoso, dell’avvenente assistente di volo. Ha fretta altrimenti avrebbe tentato sicuramente un approccio. Poi sbircia dall’oblò. Roma appare in tutto il suo splendore.

Nel più remoto eremo dell’ordine, su un alto colle basilisco, il monastero è travolto da una tempesta d’acqua e vento. Il cielo è più nero del carbone e la pioggia scende giù a valanga, sferzata da folate violentissime. Il cuore di suor Ermelinda è più cupo del cielo. Da ore è inginocchiata a pregare il Santissimo. E le lacrime non cessano di bagnarle il volto. Non mangia da giorni ed evita accuratamente le consorelle. Chiusa nella sua cella, nella clausura del convento. La madre superiora è preoccupata. Sfoglia distrattamente le carte sulla sua scrivania. Si alza e rimane in piedi, davanti all’antico bovindo, ipnotizzata dalla pioggia incessante. Suor Ermelinda si comporta in modo strano, sospetto. Ormai da quattro mesi non mette piede fuori dalla sua stanza, mangia pochissimo e non nel refettorio. Ed evita accuratamente qualsiasi contatto umano, persino con lei. Improvvisamente spalanca gli occhi e porta la mano sulla bocca aperta. Tutto è cominciato dopo dieci settimane dal soggiorno dell’abate.

Sotto la doccia l’abate si ritempra dal lungo viaggio e dalla tensione degli incontri, delle trattative. È sereno, euforico. La nomina a Patriarca è cosa fatta. Ancora pochi mesi e tante pietruzze nelle scarpe saranno tolte definitivamente, spazzate via. Sorseggia un poderoso margarita indeciso su cosa fare. Trastullarsi con qualche DVD porno o convocare l’affezionata e devota portinaia alla quale impartire la solita periodica penitenza. Il trillo del telefono, imperioso, interrompe i suoi pensieri e un lampo di malinconia lo attraversa squassandolo. Alza la cornetta con molto timore. L’abbassa pochi secondi dopo in preda ad angoscia, paura se non terrore. Deve sistemare ogni cosa.

La superiora irrompe nella cella in piena notte. Afferra la giovane suora e le fa sputare il rospo. La giovane piange, è pentita, vuole confessare al priore, abbandonare il convento, spogliarsi e tornare al secolo. La superiora tenta la strada della persuasione, con dolcezza. E le racconta di come spirito e materia siano inscindibili. E che lei stessa, fino a pochi anni prima, quando il corpo era sodo e appetitoso e voglioso, aveva ceduto e più volte al richiamo della carne. Nella gioia del Signore. Suor Ermelinda ascolta, in lacrime, ma non recede di un passo. La badessa è costretta , allora, alle maniere forti. Quella notte stessa il frutto che cresce nel ventre di quella novizia deve essere estirpato e occultato per sempre.

L’abate è sconvolto. La sua auto sfreccia nella notte a folle velocità. Deve rimettere, e presto, le carte a posto. Se la notizia trapela dal patriarcato si troverà a fare il missionario nel fango e nella miseria di qualche buco del culo africano.

Quattro braccia arcigne e forti tengono ben serrate quelle della monachella peccatrice. Altre quattro le sue gambe divaricate. China sul suo pube la superiora armeggia con vecchi ferri da inquisizione. Nell’isolata, fredda e tetra foresteria le urla della meschina non raggiungono nessun orecchio, né dentro né fuori. Alle quattro e dieci del mattino tutto è finito. Ermelinda giace immobile, catatonica sul tavolaccio della foresteria, guardata a vista. Il suo feto in fondo al pozzo, in buona compagnia. Con altri suoi consimili.

Sono le quattro e tre quarti quando l’auto dell’abate frena rumorosamente sulla ghiaia dell’abbazia. La madre superiora è emozionata. La sua passione per quell’uomo è rimasta inalterata nel tempo. Una vampa arrossa il volto della donna quando l’uomo appare sulla soglia del suo ufficio. Chiusa la porta, la donna si getta tra le sue braccia e lo rassicura. L’abate accarezza d’istinto il capo pezzato di quella che fu una calda amante. Non è tranquillo per niente. Il frutto è stato cancellato. Ma la pianta è viva e vegeta e deve essere istruita o estirpata. Quella notte stessa. La badessa e l’abate raggiungono la malcapitata nella sua cella. I suoi occhi sono lucidi, la sua mente delira sommersa dai rimorsi . Guarda quei due, ascolta le loro voci suadenti, avverte il pericolo, mortale, ma non riesce a parlare. Il suo silenzio firma la sua condanna.

Senza forze, sanguinante e pronta alla punizione per il suo peccato, la novizia si lascia facilmente condurre al patibolo. Dai due carnefici. La vecchia e grossa botte nello scantinato delle provviste non contiene vino. Solo davanti alla morte Ermelinda ritrova la voce e implora pietà. Promette silenzio, omertà. La badessa tentenna e tenta l’ultima mediazione, senza alcun esito. In pochi istanti il corpo e l’anima di suor Ermelinda si sciolgono come neve al sole. Non è però finita. Tocca alle testimoni, alle complici. La botte le inghiottisce con voracità.

Il sole sorge annunciato dal canto del gallo. L’abbazia riprende ad animarsi, ignara dei misfatti che l’hanno devastata nella notte. Caffè bollente e croissant rallegrano gli stomaci dei due assassini. L’abate sa che la badessa non lo tradirà mai, marcia com’è di passione e lussuria. Ma non può rischiare di lasciarla al suo destino. Una mina vagante capace di esplodere in qualsiasi momento. Né vuole spargere altro sangue. La porterà con sé. Ne farà la sua assistente, segretaria, amante, puttana , perpetua, sorella, serva.

✭ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale