✍ Dormiveglia

Sfoglio il vecchio tomo di anatomia. Riemergono appunti, foglietti sparsi ingialliti, tabelle, classificazioni, sottolineature a matita 2B e quelle col rosso e il blu, note a margine e a piè di pagina. L’odore di nuovo della carta ancora si percepisce, come se tutta questa caterva di anni, di emozioni, di fallimenti non fosse mai passata. Sull’immagine del teschio mi soffermo e riesco a ritornare nel ragazzo di tanti anni fa. Col teschio, vero, in mano, a studiare e sognare.

Chiudo il tomo e rimango a pensare. E la malinconia irrompe potente. Logica conseguenza di desiderio di desideri non sempre o non realizzabili, o stupidi, pretenziosi. Sembra un incubo.

La ballerina sorride. Camminiamo stretti sotto braccio. È bellissima, con labbra rosso fuoco e i capelli ricci e folti al vento. I suoi occhi sono perle nere che fissano i miei ed esprimono amore. Sembra un sogno.

Ma il vento la risucchia in un vortice impetuoso. E rimango solo, in strada, senza sapere dove andare. Dall’angolo della piazza spunta lei, la piccoletta. L’andatura è sostenuta e percepisco furia nel suo volto contratto. Non resto certo fermo, inerme in attesa. Alzo i tacchi e vado via più in fretta che posso. In un attimo il sogno è diventato incubo.

L’uomo scende dallo scooter e senza esitare mi dice che non è assicurato. Non mi meraviglio più di tanto, dalle mie parti è la norma. Spero solo che non mi accoltelli. Dopo un veloce esame dei danni si offre di riparare a sue spese il fanale fracassato, non esitando a lasciarmi gli estremi del suo documento, numero di telefono e di targa. Sembra un sogno.

Sto affacciato al balcone e penso ad Arturo Bandini. La sua passione, i suoi sogni, i suoi tormenti cattolici, la sua difficoltà con le donne. “Esseri strani che se ti amano farebbero qualsiasi cosa per te. E più le tratti mali, più ti si avvinghiano addosso”. Torturo più volte la mia pelle strizzandola fra due dita. Non è un sogno.

✮ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale

✍ Posso dormire

È una giornata bellissima. Il sole splende, ha campo libero. I piccoli cirri sparsi qua e la non gli arrecano alcun fastidio.

Seduto sulla spiaggia, ascolto il silenzio nel vento e scruto, ipnotizzato, il mare, l’orizzonte. Sono assolutamente solo. Ormai vivo talmente isolato che gli altri, forzosi contatti per obbligo, mi sembrano una specie a parte. E, non lo nego, mi arrecano fastidio. Estranei in tutti i sensi. Di sangue, di pensiero, di costume. Per loro sarò sicuramente un alieno fuori di testa. Da evitare. Da compatire. Non me ne può fregare di meno.

Lo stridere di un gheppio e il gorgheggio di un usignolo non disturbano il dolce suono del silenzio.

Mia madre cuce, ingobbita, sul promontorio. La seggiola su cui è seduta ha il sedile di paglia sfilacciato. E qualche filo penzola al vento. Gli occhiali, come sempre, sono scesi sulla punta del naso e canticchia un vecchio motivetto. Il suo volto è sereno, concentrato sul lavoro. Non ha mai saputo fare altro, lavorare.  Lavoro e sacrificio. Senza posa e senza lamenti. Una vita spesa per la famiglia, i figli. Rinunce senza rinfacci e senza rimpianti. Senza esitazioni o dubbi. Senza se o ma.

A ovest, sull’altro promontorio, mio padre, a torso nudo e con la sigaretta incollata tra le labbra, la osserva, la fissa. Riesco a intravedere un sorriso sul suo volto.  Nessuno di loro sembra essersi accorto della mia presenza. Né faccio qualcosa per attirare la loro attenzione. Non voglio interferire. Tutto deve rimanere com’è.

Sento un impercettibile fruscio alle mie spalle.  Penso non sia nulla d’importante. Sabbia smossa dalla brezza o qualche granchietto che sgambetta felice. E faccio male. Mi ritrovo attaccato e invischiato da una frotta di serpenti velenosi. Crotali, coralli, mamba, cobra, bungari e mocassini, viscidi, freddi e spietati infieriscono indisturbati. Sento i loro aguzzi  denti penetrare più volte le mie carni e i fiotti di veleno che si mescolano col mio sangue. Mia madre scatta come un centometrista. La seggiola finisce in mare, così come il suo cucito. Non l’avevo mai vista correre così. Mio padre è già da presso. Non so come ci sia riuscito. Comunque s’impegna in un combattimento con quei luridi assassini. Tenta il tutto per tutto.

Pigio il campanello. In casa non c’è nessuno. Infilo le chiavi nella toppa e ritrovo, contento, le mie cose, il mio spirito.  Sono molto stanco. Mi accascio sulla lisa poltrona di velluto. Il gatto si accuccia sul mio grembo e ronfa. Lo accarezzo. E ciò mi distende, mi rilassa. Vorrei addormentarmi. Sento un rumore di chiavi. Sono tornate, sane e salve. Ora posso dormire.

Gliel’hanno fatta. Ancora una volta non si sono tirati indietro. Rischiando per salvarmi la pelle. Gli ofidi sono scappati. Qualcuno c’è rimasto secco. Sono tramortito, intravedo i loro volti,  sento i loro fiati. Mi sono vicini. Non ho forze, mi sento male. Mi sento morire. La barca è pronta a salpare. L’uomo ai remi ha preso dei soldi. Mio padre s’è raccomandato e ha insistito per pagarlo. Non riesco a stare in piedi. Le braccia forti e decise  dei vecchi mi sorreggono e mi sospingono, fino a scaraventarmi nell’imbarcazione. Il viaggio deve continuare. L’uomo rema senza fiatare. Il rumore dell’acqua smossa è piacevole. Il calore mi ritempra. Mi sollevo sulle braccia. Spero di vederli ancora. Sono fortunato. Sono ancora lì, sulla spiaggia, mi salutano sbracciandosi. Rassicurato e sfinito mi rannicchio sul fondo della vecchia barca. Ora posso dormire.

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✍ Senza traccia

La spiaggia è molto bella. Bianca, sottile, deserta. E la baia altrettanto. Mare azzurro-verde, placido e leggera brezza che accarezza il promontorio.

 

Cammino a piedi nudi lasciandomi trasportare dalle folate salate e dal fruscio del mare. Il sole ormai all’orizzonte emana una calda e soffusa luce rossa. Che s’infila nel mare dipingendo infiniti nastri ondulati arancione.

 

Intorno a me noto molte orme, di varia dimensione. E in ogni orma c’è un nome. Alcuni li conosco. Tutta la spiaggia è un’enorme testimonianza di un passaggio. Raggiungo il promontorio e mi piazzo sul punto più alto. La brezza si sta intensificando. Da soffio gradevole a raffica fredda e pungente. La sabbia si solleva in miriadi di covoni dorati. Non può opporsi. Quei nomi non esistono più. Non è durato molto il loro ricordo.

 

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✍ L’ultima porta

Bussano alla porta. Sonoramente, costantemente, insistentemente. So chi è. Succede tutti i giorni, più volte al giorno. Sono i creditori che vengono a riscuotere. Gli sbagli che debbono essere pagati. Mi alzo, ormai con calma, prendo il sacchetto dei soldi e apro. Sono in fila. L’uno dietro l’altro, senza ordine cronologico. Non fiatano. Tranne uno, a metà coda, che sbraita e si agita, gli altri sono tranquilli. Con la mano tesa pronta a ricevere il loro giusto guiderdone. Non ci guardiamo nemmeno in faccia. Non è necessario. Loro non ne hanno.

 

Mike Bongiorno è dietro il suo palchetto. Mi guarda, si toglie gli occhiali e sollecita la mia scelta. Non è allegro come al solito, è serioso e controlla continuamente l’orologio. Io sono alquanto incerto, come sempre. Davanti a me ci sono molte porte. Forse venti o trenta. Ne debbo aprire una. Un sudore gelido mi pervade, da capo a piedi. Vorrei sapere, avere certezze. Mi guardo intorno, disperato, alla ricerca di qualche indizio, di qualche aiuto. Le sedie sono vuote. Pubblico non ce n’è. E Mike mi guarda con occhi di ghiaccio, gelidamente asettici. Il ticchettio del grande orologio mi crea angoscia. Ho poco tempo.

 

Un fracasso alle mie spalle mi fa trasalire. E mi giro. La corrente ha aperto delle porte che ora sbattono in continuazione. E il vento penetra furiosamente. Solleva polvere e cicche, si inerpica in mulinelli suggestivi quanto inquietanti, ulula e poi mi raggiunge. Colpendomi alla nuca e sul volto. Fa male. Avanzo di qualche passo per scansarlo. Ma lui non molla, non può. E mi insegue, mi perseguita, mi sospinge.

 

Mike Bongiorno mi avverte che mancano pochi secondi. Comincio a correre, avanti e indietro, davanti a quelle porte chiuse. Il panico mi assale. Aguzzo i sensi e ascolto con attenzione il cuore. Che batte all’impazzata. Poi, improvvisamente freddo e determinato, mi dirigo senza esitazioni verso l’ultima porta. La apro e la richiudo alle mie spalle. Affannato ed esausto mi appoggio un attimo allo stipite. E riesco a sentire Mike che urla “Allegria, Allegria”.

 

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✍ Squarci nel cielo

Un vento impetuoso spazzava via ogni cosa, senza alcuna pietà e rispetto. Cartacce, foglie, barattoli e cappelli sospinti in ogni dove, animavano una danza surreale.

 

Alberto avanzava a stento rasente gli edifici, poggiandosi a essi, e imbrattato di calcinacci che vecchi cornicioni sbriciolavano sferzati dalle folate.

 

L’immenso prato verdeggiava al sole. E le montagne sullo sfondo, ricoperte di neve, completavano un paesaggio bellissimo, da cartolina. Lì in mezzo, proprio nel bel mezzo, una donna ballava. Mi appoggiai alla staccionata per osservarla meglio. Non riuscivo a distinguerne il volto ma la sua figura mi era familiare. Il silenzio assoluto rendeva quella danza alquanto surreale.

 

Nella piazzetta c’era un piccolo capannello. Di cui sentivo il vociare. Lasciai la staccionata e mi avvicinai al gruppo intento nella conversazione. Sorrisi, contento, perché erano tutte persone a me care, e alle quali ero caro. Ma non era così, sbagliavo. La ragazza bruna, piccola e dagli occhi neri, che avevo visto nascere, si staccò dal gruppo e, fatti pochi passi, con l’indice puntato mi ammonì a non avvicinarmi oltre. La mia presenza non era per niente gradita, a tutti, e più di tutti a lei. Che sottolineò il suo disprezzo esplodendo offese ed ingiurie. Poi, dopo avermi sputato addosso rientrò nel capannello intento a cianciare. Ritornai sui miei passi piuttosto avvilito. Mi sembrava tutto così irreale. Impossibile. Raggiunsi nuovamente la recinzione, lo steccato. Il prato frusciava silenzioso, due gheppi innamorati volavano alti e della donna non v’era più traccia.

 

Il vento s’era calmato. Alberto ora procedeva spedito, senza esitazioni. Sembrava contento, se non allegro. Al semaforo si fermò in attesa del verde e ne approfittò per pulirsi la giacca.

 

Il sole stava tramontando e l’aria era diventata frizzante. Decisi che era ora di tornare indietro. Diedi uno sguardo alla piazzetta. Il capannello era svanito. Sostituito da solo due donne. Che mi guardavano torve. Entrambe erano piccole, ma una era quasi nana. La meno bassa aveva le mani appoggiate ai fianchi e rideva. Ma di un riso sprezzante, non certo di allegria. I suoi lunghi capelli erano raccolti in una crocchia appariscente e il vestito era talmente fasciato da mostrare anche gli inestetismi del grasso in eccesso. La nana era la bruna che mi aveva fatto dono della sua ptialina. I suoi capelli erano molti corti, neri come la pece, e portava dei jeans attillati dai quali straripava un deretano enorme che si appoggiava ai talloni. Per dimostrare la loro alleanza, la loro complicità sororale, si presero per mano, girarono le spalle e si allontanarono ridendo con grande enfasi.

Rimasi un attimo impalato, giusto il tempo di riconoscere Rosa che faceva capolino da un vicoletto. Mi osservava con occhi curiosi. Forse per capire se l’oltraggio aveva colpito nel segno. Poi sparì nel buio della vinella.

 

Sulle strisce pedonali i due s’incrociarono. Una Abbey Road riveduta e corretta. Alberto evitò con sprezzo lo sguardo dell’uomo che, invece, sembrava contento di vederlo e ansioso di parlargli. Così mentre il primo tirò dritto, senza indugi e senza voltarsi, il secondo rimase sulle strisce rischiando di essere investito. Mogio ritornò sul suo percorso con la croce, che s’era scelta, sulle spalle.

Arrivai a notte fonda. Stanchissimo. Quando riaprii gli occhi, dopo un sonno profondissimo e ristoratore, trovai il cielo aperto dal vento che mi attendeva con amore.

 

 

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