✍ Una casa senza tetto e senza pavimento

L’ingresso era aperto. Per forza. Del vetusto e massiccio portone in legno non v’era più traccia. Dopo pochi metri, superato un ammasso di marmo, vestigia dell’antica e storica fontana, si apriva uno spiazzo immenso, non asfaltato, circoscritto da 4 edifici diroccati, sinistri. Così quella moltitudine di persone, di ricoverati stava seduta sul terreno battuto, impolverata e afflitta. I guardiani, coi loro feroci cani, giravano intorno al gruppo e frustavano chiunque fosse sorpreso anche a bisbigliare. Un fuoco ardeva al centro dell’assembramento. Due grossi megafoni gracchiavano continuamente rumori incomprensibili.

Procedevo con molta circospezione e curiosità. E non riuscivo a credere che la Clinica si fosse ridotta in quel modo. Un vero lager. Una sorta di campo di concentramento. Stavo per andar via quando, tra quelle facce ignote, sofferenti, terrorizzate intravidi Assuntina. La sua piccola testolina apparve distinta al chiarore delle fiamme. Anche lei mi vide, i suoi occhi sorrisero ma non si mosse, non poteva.

Uscito dalla Clinica mi avviai per la vicina salita e mi colpì l’insegna di un rivenditore di motociclette. Stalin, c’era scritto. Con enormi lettere rosse su fondo bianco e disposta in semiarco. Tutte le moto in esposizione, sul telaio, avevano impresso il volto sorridente, come nella classica iconografia, del mitico bolscevico, quasi a rimarcare la loro superiorità rispetto alla concorrenza. Una dittatura delle due ruote, vendute in esclusiva in quel negozio.

La casa era senza tetto e senza pavimento. Solo pareti e mobili. Sparsi ovunque. Quel caos mi spinse istintivamente a cercare di mettere un poco di ordine, ma la fatica si rivelò improba per un uomo solo. Così, dopo essermi riposato qualche minuto su una lisa poltrona di velluto beige, mi allontanai quanto più velocemente possibile.

La scogliera era battuta da onde altissime. E camminarvici sopra , a piedi scalzi, era da pazzi. Ma, e ciò mi stupiva non poco, riuscivo a procedere anche speditamente. Il dolore ai piedi era impercettibile. Riuscivo già a vedere distintamente il piccolo e lungo faro di posizione e mia madre che si sorreggeva, squassata dal vento e dai marosi, alla corrosa e arrugginita balaustra. Con i suoi candidi capelli al vento, scompigliati selvaggiamente dalle forze della natura, era ritta, immobile a fissare l’orizzonte. Si girò improvvisamente avendo, evidentemente, avvertito la mia presenza. E agitò un braccio. Ma non per salutarmi. Il suo gesto voleva invece bloccarmi. L’avambraccio e la mano andavano avanti e indietro, per intimarmi di tornare indietro o, quanto meno, di non avanzare oltre. Non le avevo mai visto un sorriso così pieno e sereno. Quel gesto, accompagnato dalla beatitudine del suo volto, mi incitavano a proseguire, senza paura, in altra direzione.

Sotto un sole cocente, sudato e stanco, dopo tante ore di cammino, intravidi il bar. E, sedute a due tavolini diversi, le bambine. Finalmente ero arrivato. Forse.

★ ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale

✍ La casa sulla spiaggia

Il pesce, un poecilia latipinna, divorava altri pesci, più piccoli. Ma non dalla bocca, attraverso l’ano. Che si dilatava a dismisura per introiettarne anche tre contemporaneamente. Come una pompa idrovora.

Alberto osservava la scena divertito anche se aveva l’aria di chi ha fretta. Guardava l’orologio continuamente e la porta d’ingresso era spalancata.

La mulattiera era scoscesa e rasentava il mare. Appena increspato da una serie di piccole, insignificanti onde sorrette da una leggera e fresca brezza che penetrava agevolmente dalle finestre aperte, in casa.

Eleonora mostrava, con un sorriso malizioso e ammiccante, i suoi grandi seni nudi a uno sconosciuto, le cui mani, lunghissime, erano protese ad afferrarle.

In cucina il rumore delle stoviglie copriva le urla che, dalla mulattiera, tentavano di incanalarsi nella brezza. Giovanni , sudato e stanco, sporco di polvere stava immobile su quel sentiero e con le mani attorno alla bocca, gridava qualcosa.

La pioggia arrivò inaspettata. Scacciando improvvisamente e inaspettatamente il sole.

Eleonora non si mosse. Il vento, ormai freddo, non la scompose più di tanto. Uno sguardo fugace alla finestra, alla mulattiera e poi di nuovo in offerta all’uomo che la palpeggiava con forza i seni. La maglietta era arrotolata sui fianchi. Sulla gonna blu plissettata che arrivava sino alle ginocchia. Sembrava nuova di zecca. E anche le scarpe, con quei tacchi altissimi. E sorrideva beffarda e sorniona, compiaciuta.

Alberto scendeva le scale, a quattro a quattro per andare chissà dove e chissà da chi. La porta della cucina si aprì, lasciando passare un intenso odore di fritto, e il volto di Annamaria fece capolino per avvertire che il pranzo era pronto.

Sotto l’ombrellone, sulla spiaggia, nonostante la pioggia, Sebastiano continuava imperterrito a leggere il giornale. Era immerso nella lettura e si era estraniato da tutto e tutti. Le bambine si erano messe al riparo in una grotta e giocavano con le palette e i secchielli. Giovanni non urlava più. E, dopo essere rimasto impalato per diversi minuti, si mosse verso la casa. Ma fatti pochi passi, ritornò indietro. Inerpicandosi con ritrovata lena. A nulla valsero i richiami di Annamaria protesa dalla finestra.

Il poecilia era ingordo. Continuava a far man bassa di tutti i suoi compagni di prigionia. Il suo volto, però, non sembrava cattivo. Sembrava tutto così naturale, ovvio.

Gli occhialoni neri di Barbara apparvero dalla porta lasciata spalancata da Alberto in fuga. Diede un’occhiata veloce a tutto, con la sua solita aria trasognata. Soffermandosi appena, senza scomporsi, sulle mammelle di Eleonora che, nel frattempo, si erano fatte più grosse, turgide, enormi. Poi, come era arrivata, sparì.

Il sole, dopo essersi fatto largo fra le nuvole, si riappropriò dei suoi spazi. Le bimbe uscirono immediatamente dalla grotta e si rituffarono nel mare, ridendo e gridando di gioia. Sebastiano smise di leggere e con una mano tesa sugli occhi, rivolse lo sguardo alla mulattiera. Giovanni era ormai lontano, un punto nero nel verde della boscaglia. Avrebbe voluto gridare, alzarsi e raggiungerlo. Ma non si mosse. Lo avrebbe fatto dopo.

Per la strada, rinfrescata e ripulita dall’acqua, Alberto fischiettava, sereno. Un ritornello noto, famoso. All’incrocio una mano si poggiò sul suo braccio e lo costrinse a fermarsi. E a tornare indietro. La donna , senza proferir parola, lo condusse in un dedalo di viuzze e vicoletti e si confusero nella folla.

Bruno e Sandra, mano nella mano, entrarono in casa. Non videro nessuno e, dopo un rapidissimo giro, imboccarono l’uscio e ritornarono nel nulla da dove erano venuti. Il telefono cominciò a squillare. Nessuno avrebbe alzato la cornetta. Renata dall’altro capo, sapeva che non avrebbe avuto risposta. Ma insistette per alcuni minuti, più per tacitare i sensi di colpa che per convinzione.

Nell’acquario regnava la pace. Il pesce, ormai sazio e solo, giaceva immobile sul pietrisco lercio dei suoi escrementi. Eleonora e l’uomo erano svaniti, tra moine e carezze, profumi e balocchi. La sedia a sdraio sotto l’ombrellone era vuota. In mare non c’era più nessuno. Solo la risacca interrompeva un silenzio surreale.

In cucina la radio sprigionava una antica e triste melodia mentre Annamaria , con aria rassegnata, seduta di sghembo, lentamente portava alla bocca un cucchiaio di minestra ormai fredda. Il suo sguardo era perso nel vuoto. Sembrava non pensasse a nulla. In realtà non sapeva da dove iniziare.

✬ ogni riferimento a persone o fatti è assolutamente casuale