Storie

✍️ vie d’uscita

 

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Rannicchiato nel suo letto, piange. Non tanto per le offese e le umiliazioni, ormai. Piange perchè convinto, consapevole di meritarle. Vorrebbe sparire sottoterra o dissolversi nell’aria, e maledice i suoi genitori. Per averlo messo al mondo nonostante fossero consci che, con matematica certezza, sarebbe stato identico a uno dei due o, peggio, il risultato di una mostruosa commistione. Il che si era puntualmente avverato.
Grasso e balbuziente e con la pelle butterata come il padre, e basso, con gli occhi a palla e i capelli stopposi di incerto colore, come la madre. Un vero obbrobrio. Anche se (mera consolazione) meno orripilante della sorella: obesa, coi denti sporgenti e affollati, cogli occhi storti, praticamente nana e pelosa all’inverosimile. Non a caso ritirata dalla scuola per evitarle continue molestie di ogni sorta e pericolose aggressioni, tra cui anche un tentativo di stupro. Insomma sua sorella stava peggio di lui, ormai reclusa a divorare popcorn davanti al televisore. E basta. Proscritti tutti gli altri dispositivi: pericolosissimi vettori di fango e merda.

È deciso a non andare a scuola. Almeno per quella mattina. Non se la sente proprio di affrontare gli scherni e gli schiaffi, i calci nel culo e le uova spiaccicate sul cranio. Quegli occhi malvagi penetranti. E le urla d’ingiurie, quelle maledette urla che lo investono, lo travolgono col loro carico di livore e disprezzo. Sono tutti d’accordo, coalizzati contro di lui. Persino i professori, con le loro risatine sotto i baffi e gli sguardi rivolti altrove, trasognati. A fingere di non accorgersi di nulla. Insomma non se la sente proprio di scendere nell’arena per essere sbranato dalle fiere.

Disteso e con le braccia dietro la testa, almanacca come risolvere il problema. E, dopo ore, non intravede nessuna via d’uscita. Anzi solo una,  forse.

Da quando è diventato lo schiavo del capo branco, cui obbedisce in tutto e per tutto, le attenzioni della classe, della scuola si sono concentrate altrove. Su altri disgraziati.

 

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✍️un irrilevante episodio di vita quotidiana

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Dopo eoni di   vana e cocciuta resistenza,  autunno  e primavera hanno abbandonato per sempre l’agone. Inverno e estate, sorretti e foraggiati dalle nequizie degli uomini, spadroneggiano nel tempo, a loro piacimento e discrezione, a loro uso e consumo, senza freni di sorta, e non senza qualche dispetto reciproco.

Quella mattina di metà settembre cadono stille fitte di acqua piovana che, travolte da un vento alquanto impetuoso quanto gelido, si sfrangiano e mutano continuamente direzione. Gli ombrelli, devastati dalle raffiche, non sono che fronzoli capaci solo di nuocere, sventrati e imbizzarriti nel magma umano in perenne fermento.

L’auto si ferma all’istante e il conducente, un uomo corpulento dal viso deformato e incendiato dalla rabbia, si catapulta sulla donna che, sospinta dal vento, non è riuscita a evitare che il puntale del suo ombrello sfiorasse la carrozza del mezzo in transito. La malcapitata, già a terra in una pozza d’acqua, è investita da ingiurie da trivio e colpita più volte dagli scarponi inzaccherati del forsennato fino a quando, la bestia, si rende conto che la vernice è rimasta indenne. La donna, una quarantenne di bell’aspetto fasciata da un tubino di lino, non avrebbe avuto scampo se quel riscontro fosse stato negativo. Nessuno infatti si sarebbe frapposto a proteggerla, come nessuno del resto lo ha fatto prima.

L’uomo, dopo averle lanciato un’ultima occhiataccia, risale in macchina e si allontana all’istante. Nessuno interviene nemmeno allora, tutti fanno finta di guardare altrove e tirano dritto. Alla malcapitata non resta che sperare in una rapida ripresa del suo corpo illividito, così da poter rimettersi in piedi e riprendere il suo cammino. Con le lacrime che, copiose, si perdono nella pioggia.

I freni sono traditi dall’asfalto viscido e l’auto plana su quella davanti, vi si appoggia in pratica. Ne scendono due facce inciprignite, di un corpo alto e di uno basso, sbuffanti malanimo, pronti, predisposti a offendere, come se il pretesto desiderato si fosse finalmente concretizzato a stappare la violenza compressa. L’uomo corpulento è letteralmente sradicato dal volante su cui si era abbarbicato e, trascinato a terra, è massacrato da una gragnuola di calci e pugni e abbandonato solo quando ridotto a un ammasso di carne sanguinolenta. Nessuno vede e sente nulla. I due, soddisfatti e rimborsati dal massacro, riprendono la loro bella macchinetta e si dileguano nel traffico indifferente.

Sul lungomare la circolazione è paralizzata dalla pioggia, ormai diluvio. Il lungo e il corto fanno karaoke con la radio sparata alle stelle. I vocalizzi riunificati, del cantante e dei due ceffi, sono talmente assordanti da riuscire a coprire quello dei motori in folle e dei clacson intemperanti. Due fila di auto più avanti qualcuno ne ha abbastanza e decide di porre fine allo scempio. Già inviperito dal caos fumante dei cofani arroventati e dalla pioggia battente.

Tutto si svolge in pochi secondi. Tre signori in giacca e cravatta si fiondano tra le auto ferme e, in meno che non si dica, raggiungono l’epicentro canoro, fendendolo ripetutamente coi serramanici. Poi ritornano, ridendo, al loro posto. Nell’indifferenza generale, bagnata e indomita.

Una moglie premurosa e affettuosa accoglie, tra gli aromi di una cena succulenta, l’uomo corpulento al suo rientro dal lavoro. Causa maltempo gli uffici sono andati quasi deserti e il dirigente ha avuto tutto il tempo per potersi rimettere in sesto e cercare di scordare le botte e l’umiliazione. Alla donna su cui si è accanito per nulla, invece, non concede nemmeno un pensiero. Gli accoltellati, dopo un passaggio obbligato al pronto soccorso, si rifugiano nelle loro casette dopo aver concordato una menzogna per spiegare i danni. L’infermiere, lo spilungone, è consolato dalla madre per gli incerti e i pericoli del suo usurante lavoro. Al piccolo impiegato delle poste, invece, una tentata rapina ha lasciato qualche strascico, per fortuna, non grave.

Gli allergici a Euterpe, seppur nella sua versione aggiornata, cenano serenamente circondati e corroborati dagli affetti, dopo un’alacre giornata di lavoro nel negozio di biancheria di famiglia. Non ritornano e mai ritorneranno su quanto accaduto, un irrilevante episodio di vita quotidiana.

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✍cavalli di battaglia

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Il crepuscolo apparve repentino, prima del previsto. Per giunta intinto in un freddo becco, già saturo di minuzzoli svolazzanti di neve. L’alibi perfetto per chiudere anzitempo una giornata di lavoro iniziata già senza voglia, come stava capitando sempre più spesso.

Perciò, con un leggero schiocco della frusta e uno strappo alle redini, impartì l’ordine ai cavalli di arrestarsi e tornare indietro, pur dilaniato dal senso di colpa per aver rinunciato a una corsa o due. Sapeva bene che qualche straniero lo avrebbe certamente raccattato, nonostante buio e gelo. Gente coriacea, anche se avanti con gli anni, costantemente armata di fervore e macchinetta fotografica, a catturare istanti sfocati d’atmosfere insolite, rese magiche dall’entusiasmo.

Chiuse il pesante portone della stalla, lasciando i cavalli sazi e impastoiati. E si allontanò rapidamente con il naso impregnato del loro tanfo, dei loro corposi escrementi, incapace ormai di sentire altro. Per strada non c’era anima viva e i suoi stivali rimbombavano in modo sinistro sul selciato, un nastro nero e viscido, chiazzato di giallo dalla tremula luce dei lampioni. La prima cosa che fece, entrando in casa, fu quella di lanciare la tuba sul pavimento, quanto più lontano possibile. Come a volersi liberare dalla malinconia, dal disagio che lo attanagliava ormai da troppo tempo. Stizzito dalla sua protratta codardia. 

La redingote e il papillon la seguirono ben presto, trovando riparo sul letto sfatto. Il cocchiere, invece, sprofondò sulla poltrona, e stette lì immobile per ore a guardare il vuoto, a inseguire pensieri e fantasmi. Chissà quando e se avrebbe potuto liberarsi dal morso. Quando avrebbe trovato il coraggio per sottrarsi alla prepotenza. Si sentiva stanco e svuotato, avvilito dalla sua incapacità a spezzare quel legame infame, quella sporca condizione in cui si era scioccamente incastrato. A vincere il terrore delle ritorsioni di quell’individuo, assolutamente in grado di fare ciò che, da un certo punto in poi, minacciava in caso di abbandono, di separazione. Minacce che, naturalmente, si erano vieppiù intensificate al percepire la sua insoddisfazione, il suo malcelato desiderio di evasione.

Il campanello squillò imperioso, atteso. Puntuale come un orologio svizzero. Lui entrò con un balzo e, senza preamboli, gli fu addosso. Se le altre volte erano state sgradevoli, quella fu di disgusto assoluto. Mentre, prono, accoglieva inerte l’assalto famelico e violento del meteco, ripensò alla prima volta, a quei begli occhi grigi, alla passione che l’aveva da subito agguantato. Ai pochi giorni felici che seguirono, quando sembrava che il mondo fosse ai loro piedi. E alla moltitudine di quelli infelici, a mano a mano che quell’essere immondo e violento affiorava alla verità.

Fu proprio quando quei gelidi occhi grigi lo fissarono con torva protervia, prima di eclissarsi nella notte, che sentì dentro di sé un fermento inaspettato quanto impetuoso. Si rivestì in fretta e furia, raccolse le sue poche cose e i risparmi nascosti in una nicchia sotto il parquet, e si precipitò alla vecchia scuderia.

La notte era stellata, e la neve si era raccolta in uno spesso strato che aveva incappucciato i tetti e imbiancato alberi e strade. Chissà dove un epigono di Liberace spandeva nell’aria le dolci note di un suo celebre cavallo di battaglia.

I ronzini, spronati dal postiglione, stavano dando fondo a tutte le loro energie ammollate dal lardo accumulato dal passo in città. Il vapore delle loro narici disegnava grossi quanto effimeri ghirigori. Superato il confine riuscirono persino a trovare il galoppo e lo mantennero anche a lungo, attraverso la campagna straniera ancor più innevata di quella patria. Inebriati dalla riscossa, dall’aver ritrovato lo smalto che pensavano aver perso, o mai posseduto, toccarono, con tre tempi perfetti, i settanta chilometri orari, finalmente fieri di se stessi. 

Con la scialitica a fuoco sul suo cranio, il pelasgio dagli occhi grigi e spietati, aspettava mogio che il chirurgo terminasse il suo paziente lavoro sartoriale. Gli squarci e i lividi, i morsi e i calci inferti dal postiglione erano giunti inaspettati quanto determinati. E, seppur animato dalla vendetta, avvertiva chiaramente la vergogna del timore. 

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✍il tempo sta per cambiare

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Una coltre grigia e pesante gravava da giorni sulla città. L’aria stagna perciò restituiva un’afa asfissiante, da calura estiva, pur essendo novembre inoltrato. I vecchi dicevano che quella cappa era un brutto segno, un presagio di terremoti. Il Sedile di Porto, già strangolato dallo smog del traffico incessante, era saturo di olezzi e miasmi che alitavano dalla spazzatura ammonticchiata ovunque, e che venivano risucchiati sù, per il Pendino S.Barbara, sin quasi a raggiungere i decumani. Dai bassi che costeggiavano la salita, fatta di gradini di piperno dissestati e viscidi d’umidità e liquami, le anime in pena tentavano di trovare un qualche impossibile refrigerio brulicando sulle soglie spalancate e sui minuscoli atri di cemento agitando giornali piegati. I panni stesi che, di solito, garrivano alla brezza esalando zefiri di bucato, pendevano mogi e grevi, ammorbati.

La palla rimbalzò giù per i gradini, inafferrabile. Raggiunto il Sedile di Porto si sarebbe certamente rintanata sotto qualche auto parcheggiata e, come sempre, non sarebbe stato facile recuperarla. Il cielo era diventato nero segno che, a momenti, si sarebbe sgravato con grande soddisfazione. Perciò affrettai il passo, saltando a due gli scalini, prima che l’ineluttabile ruscello d’acqua piovana travolgesse tutto e, nel suo delta a valle, trascinasse la palla chissà dove. Nel buio dei bassi spalancati si intravedevano occhi baluginanti, immobili e voci che trasmettevano notizie, in chiaro. Nel pendino non c’erano segreti, tutti sapevano tutto, e di tutti. Anche se in certi frangenti nessuno sapeva niente, e niente aveva visto o sentito. 

Da qualche giorno mi sentivo strana. Non che stessi male ma avvertivo, e non senza qualche preoccupazione, delle fitte che andavano e venivano al basso ventre, la pancia gonfia e indolenzita e un fastidioso prurito alla natura. Che, come non bastasse, si era ingrossata e ricoperta di una peluria ispida e fitta, e sembrava non trattenesse più. La sentivo umida e appiccicaticcia. Le mammelle, poi, erano diventate dure come pietre, e il solo sfiorare della maglietta mi provocava fastidio e piacere insieme. Che stesse in arrivo il marchese? Mia sorella, e le amiche, me ne avevano parlato e mi avevano avvertito che la prima volta non era per niente piacevole. Oddio nemmeno le volte dopo, ma ci si faceva l’abitudine, s’imparava a conviverci. Ogni mese bisognava essere pronte ad affrontare qualche giorno di disagio, mal di pancia, nervi tesi e le mutandine sporche e ingolfate dagli assorbenti. E perciò in quei giorni slip scuri e, d’estate, niente bagno o quei tubetti da ficcare dentro. Chissà se ne sarei stata capace. Pensare di infilarmi dentro quegli arnesi mi faceva un certo effetto. Così come sentivo che al disagio mensile non mi sarei assuefatta tanto agevolmente, anzi ne avrei fatto volentieri a meno. Chissà se c’era un modo, qualcosa per abolire per sempre questo impiccio. Questa sorta di penitenza.

Don Peppe, produttore delle franfellicche più richieste del rione, e dell’intera città, visto che  i suoi colleghi si erano estinti, comparve gigantesco sulla soglia del suo tugurio. La lingua umettava di continuo, avanti e indietro, il labbro superiore, sporgendo appena, come quella dei serpenti. La mani in tasca si agitavano come a cercar qualcosa, mentre i suoi occhi bovini, giallastri mi fissavano come se volessero spogliarmi.

Accelerai e mi spostai, frapponendo quanto più spazio fra me e lui, trattenendo il respiro per non essere costretta a sentire l’odore sgradevole del miele infarcito di sudore rancido e urina. Sentii, e come, però, il suo sguardo penetrante fin quando raggiunsi la strada. Poi, girato l’angolo, inalai con voluttà l’aria salmastra e, senza più occhi dentro i vestiti, recuperai la palla finita sotto un furgone bianco.

La pioggia cominciò a cadere piano. Una sorta di nebbiolina impalpabile. Guardai su per la scalinata fidando che l’uscio del franfelliccaro fosse chiuso o che ci fosse qualche amica a darmi coraggio per affrontare il ritorno. Aspettai fino a diventare fradicia d’acqua, mentre lampi e tuoni squarciavano il cielo, l’afa e le mie speranze. Già immaginavo la scena. Quel maiale mi avrebbe sollevata di peso e scaraventata sul suo lurido giaciglio. Poi mi sarebbe saltato addosso e, in men che non si dica, avrebbe fatto i porci comodi suoi. Un brivido mi scosse tutta e non era certo per l’acqua fredda in cui ormai ero immersa. Scacciai con forza le turpi immagini che la mente mi proponeva in rapida sequenza e mi sforzai di trovare un sistema per rientrare a casa.

Il rombo esagerato di una marmitta sfondata precedette di un attimo il violento spintone che mi fece ruzzolare sul marciapiede, dietro il furgone. Caddi sulle ginocchia prima di battere la testa sul muraglione di tufo. I due mi furono addosso in un attimo. E mentre uno mi bloccava da dietro, l’altro si preparava febbrilmente all’azione.. Non avevo scampo, con quel diluvio, nascosta dietro quel vecchio camioncino, nessuno si sarebbe accorto di nulla. E il rumore della marmitta avrebbe anche soppresso le mie grida.

Le mutandine mi furono strappate al primo tentativo, esili e minuscole qual’erano. Chiusi gli occhi e gridai con tutto il fiato che avevo in gola, scalciando più per scena che per reale convinzione di difesa. Chissà perché in quel momento ebbi più paura di quel che avrebbe detto la gente che non dell’orribile violenza che stavo per subire. Il verdetto del pendino sarebbe stato unanime e senza appello. Me l’ero cercata. 

Il passamontagna fradicio d’acqua dovette infastidirlo, così lo tolse con movimento brusco, nel mentre con l’altra mano si abbassava i jeans unti e strappati. E apparvero, in contemporanea, una faccia devastata dai bitorzoli dell’acne e un pezzo di carne che si erigeva da un nugolo di peli ricci e neri, giù fra le gambe. Entrambi non mi erano nuovi. La prima l’avevo intravista più volte che ingurgitava i taralli sugna e pepe di donn’Amalia, e sempre con l’allegra compagnia del franfelliccaro, il quale poi, gli offriva il dessert. Il secondo volto, invece, mi era noto attraverso i dettagliati resoconti di mia sorella, e delle sue amiche, così ricchi di particolari e curiosità anatomiche che era proprio impossibile non riconoscerlo. 

Rabbia e paura rimontarono improvvise e disperate, dopo essere state distratte e assopite dalle mie divagazioni. Ne vennero fuori un urlo animalesco e un calcio da centravanti di razza che fendette solo la pioggia, per poi abbattersi innocuo sul marciapiede. Fu in quel preciso istante che la sagoma del franfelliccaro, grondante d’acqua, si stagliò immensa sotto il cielo plumbeo. Aveva gli occhi fuori dalle orbite, iniettati di sangue, grugniva con le mascelle serrate sbuffando vapore dalle narici frementi e dilatate. Era proprio assatanato. 

Salimmo le scale lentamente, nonostante la pioggia battente. Gli ero aggrappata al collo, spossata e in lacrime. Mi sentivo così leggera e al sicuro tra quelle braccia forti, su quel corpo massiccio che non me ne sarei mai staccata. Anche se puzzava un po’. Mi depose a letto con la stessa delicatezza con cui mi aveva raccolta dalla strada, dietro quell’orribile furgone bianco e arrugginito. La stessa, se non più lieve, con la quale aveva ricomposto i miei capelli, sfiorando appena il mio viso, e la salopette sbrindellata. Aspettò che m’addormentassi, mi dissero, prima che andasse via a notte fonda.

 

✡ orapcfoaèpc
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✍ oltre il ponte

imagesIl frustino fendette con imperio l’aria, bassa e pesante d’umidità. E il suo schiocco fece lo stesso con i timpani del cavallo. La bestia si arrestò battendo più volte uno zoccolo sull’acciottolato, sbuffando nuvole di vapore dalle grosse nari frementi. Il tremulo fiammeggiare del sole all’orizzonte stava per dare inizio a un nuovo giorno, mentre il fiume, verde cupo, frusciava impavido e impetuoso verso il mare, verso la fine.

Il centurione osservava il borgo e la valle ai suoi piedi, ancora addormentati. Roma ormai era lontana e non vi sarebbe più tornato. E quel paese sconosciuto sarebbe stato la sua dimora, fino alla fine dei suoi giorni. Un groppo in gola l’attanagliò e a stento trattenne le lacrime. Alle sue spalle il manipolo era pervaso dall’identica tristezza. Guerrieri di mille battaglie, corpi tempestati di cicatrici di ogni sorta che, attraversato quel ponte, sarebbero diventati bifolchi. Mani che avevano impugnato il gladio e la lancia, sarebbero a breve incallite impugnando la vanga. E non avrebbero ammazzato altri che il tempo.

L’imperatore era stato generoso. Ma non era quello il premio che avrebbero desiderato per il loro congedo giunto inaspettato, anzitempo. Sapevano di essere ancora pregni di entusiasmo e forza, ancora desiderosi d’azione e sangue. A capo chino e in silenzio avevano preso tra le mani la pergamena che ricompensava fedeltà e coraggio con un pezzo di terra in una colonia e, dopo aver teso per l’ultima volta il braccio per salutare il messo di Cesare, non trovarono di meglio che saltare in groppa ai loro compagni e raggiungere in fretta la destinazione assegnata. Nessuno aveva addii da lasciare.

Il gallo strillava come impazzito, forse preoccupato dagli odori sconosciuti impregnati nella bruma. Ma non furono le sua urla a svegliare la donna. Stremata dai pensieri, dall’angoscia, non aveva che delirato per qualche ora in un torpore sciropposo, che aveva invischiato per bene realtà e immaginazione, facce e suoni, odori e parole. Deformandoli in una visione orrida quanto vivida.
Lasciato il pagliericcio madido, col chitone stazzonato che sapeva di sudore, prese la gerla in cui aveva riposto le sue poche cose, e si allontanò non senza aver rivolto un ultimo doloroso sguardo alla casa di adobe in cui era nata e alle bestie che aveva accudito con amore, e che l’avevano aiutata a vivere.

Nella grotta di tufo sulla collina appena fuori le mura, gli sfollati si accalcavano in preda all’ira e alla disperazione. Grida, urla e pianti rimbombavano in un frastuono che impediva alla ragione di potersi sprigionare. Il marito della donna, stanco e avvilito, giaceva appoggiato su un macigno e accolse la moglie con un lieve aggrottamento della fronte. Lei gli si sedette accanto e restarono muti e fermi per ore. Tranne qualche occhiata al bimbo dormiente, non fecero nulla sino al calar della tenebra.

Deposte armi e corazza alla guarnigione di stanza, il centurione si avviò al passo per prender possesso di quel che gli spettava. Quella spoglia casa di adobe e quell’aia disseminata di sterco con galline e capre in libera uscita sortirono l’effetto di una stilettata nello stomaco. Il groppo, che non era mai scomparso, gli serrò la gola da fargli mancare il fiato, e le lacrime sgorgarono impetuose, irrefrenabili. Per la prima volta nella sua coriacea vita. Si gettò sul giaciglio dal pesante odore femminile e lasciò che il sonno prendesse il sopravvento, sperando potesse trasformare quella dimensione in un brutto sogno. Nei giorni a seguire esplorò meticolosamente ogni cosa, penetrò nell’intimo di ogni cosa, sino a sentire il respiro di chi vi aveva vissuto, i suoi pensieri, persino le voci. Quella che per lui era una bicocca deprimente e fetida, per qualcuno era stata una reggia. E più volte ebbe la tentazione di andarsene, e restituire quel che non sentiva suo. E che non avrebbe mai amato. 

La pioggia, battente di sbieco, aveva trasformato in acquitrini e fango strade e aie, e il vento aveva collaborato con veemenza nello squassare i tuguri di adobe. Il fiume in piena, sempre più cupo e impetuoso, presto avrebbe esondato sommergendo la valle, trascinando con sé gli avanzi. Il romano restò tranquillo seduto sul pagliericcio, grondante d’acqua. Fissando immobile la pioggia, inebriato dal suo scrosciare. Aspirava con voluttà l’odore dell’erba bagnata e, per la prima volta da quando era arrivato, da un anno, sentì di nuovo il sangue circolare, il cuore battere e gli occhi ridere. Si alzò di scatto, volò tra le pozzanghere e, balzato in groppa al cavallo impastoiato, si lanciò al galoppo verso il ponte, per raggiungere le linee nemiche attestate a ovest.

Una pacca sul collo ordinò all’animale di arrestarsi. Il cavallo, un roano rossiccio logoro e avanti con gli anni, rispose senza proteste, bloccandosi all’istante, immobile come una statua. Il sole rosso e ardente era già sopra l’orizzonte, mentre il fiume, verde cupo, continuava imperterrito a suicidarsi. I nitriti dei cavalli impazienti e il vociare della truppa spinsero il comandante a rompere gli indugi e attraversare il ponte alla presa del borgo. La legione romana, vinta e umiliata, muta, attendeva  al di là il suo destino.

Il ragazzino rideva divertendosi ad inseguire un’oca starnazzante che scappava col suo goffo incedere, mentre il gallo, forse in vena di schiarirsi la gola o di partecipare, cantava beato. L’uomo trascinava con sudore il vomere e la donna seminava i solchi. Sembravano felici. Anzi lo erano, il gallo manifestamente lo attestava. Sul terrapieno che dominava la fattoria diversi occhi osservavano la scena, occhi stranieri e lascivi pronti allo scempio, al sopruso. Non meno dei loro predecessori.

Il frustino fendette rabbiosamente l’aria profumata di primavera. Il vecchio roano assorbì il suo schiocco battendo piano, e una sola volta, il solito zoccolo sul terreno, e senza sbruffare. Finalmente orgoglioso del cavaliere cui aveva sempre obbedito più per timore che per rispetto. La ciurmaglia desistette, non senza mugugni, dai suoi infami intenti, e indietreggiò fino a ridiscendere la valle, con urla animalesche, per affogare nel vino della taverna la violenza repressa e sfiancarsi nelle abusate carni delle meretrici.

Milioni di stelle e una bella luna piena avevano dipinto d’argento il fiume stranamente fermo, come se volesse opporsi all’ineluttabile, finalmente consapevole di dover vivere. 

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