Storie

✍️ appaloosa

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La prima volta che l’incontrai fu dopo il primo o secondo vagito, o terzo non ricordo bene. Il mio è un ricordo ricostruito, elaborato e sostenuto dai successivi incontri, quando ormai era maturata a dovere la mia memoria, la capacità del mio cervello di poter resuscitare a suo piacimento le tracce del passato. Emerse all’improvviso tra i fumi di vapore e sudore che ammorbavano il teepee e, dopo essersi avvicinata quasi sino a toccarmi, si allontanò immediatamente sorridendo appena e salutandomi con la mano. 

Il secondo incontro, registrato da una memoria ormai efficace,  avvenne quando caddi da un albero, frugando tra i rami nella vana speranza di catturare uno scoiattolo. Mi apparve ancor prima che qualcuno potesse accorrere e, con parole semplici, mi raccontò di quel che mi sarei dovuto aspettare. Era sorridente e, pur smunta e esangue, dai tratti spigolosi e irregolari, mi fu simpatica. All’arrivo di mia madre si dileguò salutandomi con la solita mano oscillante.

Mia madre era una Yaqui, e io un mezzosangue. Frutto di una scorribanda di soldati a cavallo. Perciò inviso a entrambe le parti, sporco indiano per le giacche blu e viso pallido per la tribù che, a stento, mi tollerava. Vivemmo emarginati nell’accampamento fino a quando non fu raso al suolo in una delle tante incursioni con cui si divertiva l’esercito. Anche in quell’occasione la vidi, quantunque fu un incontro fugace rimarcato dal suo volto inespressivo in uno con la mano svolazzante.

Scampato allo sterminio grazie alla mia pelle pressoché bianca, dovetti in fretta adattarmi in una realtà a me sconosciuta quanto ostile. Imparai, in fretta, ciò che di bello c’era e quello di brutto che, ai mie occhi, sembrava preponderante e smisurato, ingiusto. Cercai anche di avvicinarmi al Dio dei vincitori ma, più passava il tempo, e più mi appariva come una entità fasulla, una sorta di diversivo o appiglio per illusi e disperati. E, di certo, pur volendone ammettere l’esistenza, una entità alquanto bislacca se non francamente crudele, visti i crimini e i soprusi cui dava il beneplacito. Ciononostante ebbi una crisi mistica, di breve durata per fortuna, in cui cercai di credere con tutte le mie forze, dibattendomi ferocemente con la mia ombra dissidente e recalcitrante, infaticabile. 

Altri incontri avvennero quando mi sposai, con una altra mezzosangue conosciuta in un bordello, quando mi amputai una mano mentre posavo una rotaia che avrebbe condotto il progresso e quando mi ammalai di tifo. E una altra volta ancora, che pensavo davvero fosse quella giusta, quando Frank Griffin, un rinomato e ricercato bandito, mi sparò reo di averlo fissato troppo a lungo. Finita la convalescenza decisi che ne avevo abbastanza. Mi ritirai così nella riserva, tra la mia vera gente, per riprendere quella vita che avevo smarrito e vilipeso tra le strade fangose di Tombstone. 

Era una bellissima notte stellata quando con la sua mano stretta nella mia ci avviammo, a cavallo, verso l’immensità del deserto di Sonora.

 

 

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Napoli, Cimitero delle Fontanelle, luglio 2017: Donna Concetta

 

 

Il cimitero delle Fontanelle accoglie circa 40.000 resti di persone, vittime della peste del 1656 e del colera del 1836. Tra questi, pare, anche quelli di Giacomo Leopardi (morto agli inizi del 1837). Tuttavia al riguardo le tesi sono contrastanti e dibattute e ancora oggi non è certo che le spoglie conservate al Parco Virgiliano, sempre a Napoli, appartengano appunto al poeta.

Quasi ogni teschio (detto anche “capuzzella”) conservato religiosamente in questa  immensa caverna tufacea incuneata nel quartiere Sanità, è oggetto di rispetto e devozione. Sino alla adozione, acciocché l’estinto (o l’estinta) possa vegliare e proteggere, così, la vita e i sogni di chi ne ha cura. Soprattutto nei momenti critici o per eventi negativi quali, ad esempio, una malattia o un dissesto finanziario.

Le numerosissime testimonianze di gratitudine manifestamente attestano la prodigiosa magnanimità di Donna Concetta, nota anche come la “capa che suda” (poiché il cranio appare lucido per l’umidità). Alla quale è stata destinata anche una collocazione privilegiata, al riparo in quella teca aperta nota come scarabattola.

 

 

 

 

 

Fotografia & Arti visive

∞ Donna Concetta

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✍️ armi in pugno

Quel tizio all’ultimo tavolino, verso la strada, lo vedi? Non smette di fissarti, hai fatto colpo amica mia! Così, a distanza, sembra un pò attempato e non molto gagliardo, insomma uno qualunque, niente di particolare. Che ne pensi? Si lo so sono incorreggibile, è più forte di me. Quando vedo un paio di pantaloni non posso fare a meno di soppesare e valutare, l’insieme e i vantaggi da un eventuale abboccamento. Cara mia, non so perché ti ostini a perseguire strade ormai logore, inutili e faticose. Metti a frutto, invece, il gran dono che ci ha fatto il padreterno: basta semplicemente volerlo, e dagli uomini puoi ottenere ciò che vuoi. E farne ciò che vuoi. No, te lo leggo nel pensiero, non sono puttana, sono semplicemente realista e cerco di fare il mio bene, di volermi bene. Sul serio, senza dipendenze o vincoli, e senza sprechi di risorse. Tanto l’amore, cui tu tendi sempre e comunque, è una truffa, come tante altre cose su questa terra, e che ti piaccia o no più prima che poi finisce, e ti trovi con un mucchio di incombenze, responsabilità e catene. Insomma ti trovi fottuta, in tutti i sensi, e per cosa? Alla fine della fiera ti ritrovi vecchia, sfiancata, infelice e con un pugno di mosche. Vuoi un altro caffè?

Ecco, ecco pare che si decida. Sta parlottando con l’amico, che non è malvagio anche se c’è qualcosa in lui che non mi piace affatto. Speriamo si decida presto, con questo caldo mi sa che tra poco dovremo sloggiare, e trovare frescura da qualche parte. Che dici se facessimo un blitz al mare? Hai il ciclo? Porca….vabbè… e se andassimo a casa mia? È refrigerata a puntino, e potremo stravaccarci a parlare e guardare la TV.. a meno di piacevoli imprevisti!

Che stavo dicendo, ah!…guarda me, da quando ho deciso di prendere le redini della mia vita, senza farmi incastrare dall’amore, ho vissuto alla grande. Ho scelto con cura tutti gli uomini che ho deciso di avere, e di trarre il massimo vantaggio da ciascuno di loro senza mai cedere ai sentimenti. E non me ne pento. Ho usato come si deve le armi che il padreterno ci ha donato, e ho dominato e domato. Senza mai sprecarle, o sprecare un colpo. Le illuse come te invece, quelle che come te cedono alle lusinghe infide della passione e sparano solo a salve, poi si ritrovano a sfornare figli e pulire calzini per tutta la vita.

Ecco s’è alzato… sta venendo qui, e continua a fissarti. Si, non c’è dubbio gli piaci. Certo lui non è proprio il massimo e poi è anche anzianotto…però nel complesso non è da buttare. Sorella…mi raccomando, sii compunta ma non ostile, non essere rude…fallo abboccare all’amo, non ci vuole molto. Sai come sono gli uomini.

Ma che fai, dove vai!! Aspetta…torna indietro…e vabbè, vuoi dire che mi sacrificherò io.

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altro giro

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il tempo, velocissimo come mai in questo scorcio di secolo, ha trapassato il 2016 in un batter di ciglia, portandosi dietro tutto quel che è successo. per riporlo nel grande archivio del passato. dove ognuno può attingere come gli pare e dove può trovare risposte. 

chissà, forse anche quella sul senso della vita. io non l’ho mai trovata anche se la mia ricerca non è stata affatto costante. immagino che la salute, il saper apprezzare ciò che si ha  e la dignità possano bastare a giustificare il nostro percorso. in altre parole la vita in sé è il senso, senza andare a ravanare nel groviglio delle masturbazioni mentali. se penso, però, ai popoli oppressi e agli ultimi di ogni latitudine, ai derelitti la mia ipotesi vacilla alquanto seppur validata indirettamente. in altre parole ciò che noi, purtroppo, diamo scioccamente per scontato, è per questi disgraziati un miraggio. così noi cediamo a insulse congetture, concioni senza fine e psicosi inutili quanto egoiste, mentre c’è chi marcisce nella fame e nelle malattie .

tuttavia la riflessione si amplia nella misura in cui il senso della vita va a confrontarsi con queste realtà. richiedendo necessariamente un altro fattore, altrettanto importante, affinché questo senso possa essere giustamente uguale per  tutti. il fattore è la solidarietà. in altre parole la perdita di questo importante elemento (soppiantato dal “pensa a te” più becero) ci priva anche della dignità e, quindi, inficia il nostro senso mentre al contempo continua a far abortire delittuosamente quello di tanta gente innocente.

in alto i calici, dunque, per brindare in un anno che non sia il pedissequo erede dei predecessori. un anno che abbia il coraggio di affrontare le coscienze e scuoterle, acciocché possano riappropriarsi del senso della vita.

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✍️non uno di meno

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Chissà perché quel giorno decide di usare le scale, e non l’ascensore. Mai, come in quel preciso istante, le sue porte spalancate e la cabina vuota e linda ne invitano l’uso.

Eppure, dopo un rapido sguardo, e senza pensarci due volte, decide di cimentarsi nell’impresa di raggiungere a piedi il suo ufficio, al 9° piano. Cosa mai fatta in 15 anni di onorato servizio.

Ed è così, mentre fissa i gradini con la testa bassa a scorrazzare altrove, che va a sbattere sull’avvenente creatura di cui è segretamente innamorato da centinaia di chilometri di saliscendi ferrato.

Lo scontro è frontale e duro, tra il 3° e il 4° piano. Dove la donna quotidianamente scende a rapporto. Lei con la testa per aria, nel tentativo di scansare le esalazioni del suo sentimento guasto, scaduto.

Ruzzolano avvinghiati, per istinto. Coi nasi attaccati, coi fiati mischiati, con gli occhi abbagliati. Quegli   attimi sono sufficienti, bastevoli   per   intravedere la      dolcezza che affiora nell’animo di quel goffo individuo. Una epifania a lei del tutto sconosciuta. Dopo le scuse di rito, e con passo incerto, ognuno riprende il suo cammino. Lei, però, nascosta dietro una porta, l’osserva  finché non vede la sua sagoma sparire nella rampa.

Inebriato del suo profumo vola alto fra le nuvole l’intera giornata, la più lunga della sua insignificante esistenza. È stanco, ha le tasche piene di quel mortifero tran tran, vorrebbe scappare, evadere per poter finalmente fare incetta di emozioni e sentimenti. Vivere, manipolando  a suo uso e consumo tutti i milioni di secondi avuti in dotazione, non uno di meno, per stravolgere il tempo. Senza più lasciargli campo libero.

Un singulto di disperazione, improvviso quanto acuto, lo scaccia dalla nuvola su cui stava così bene, per riconsegnarlo alle scartoffie e all’orologio.

L’edificio, un onusto parallelepipedo alla periferia ovest della città, è deserto quando l’ascensore tocca il piano terra e lo scaraventa, ancora in trance, sulla strada di casa. Lo stesso pavé dove ha già depositato lei,  decisa ad affrontare quella percezione, quella attraente promessa.

Ma, nel preciso istante in cui sta per farsi avanti, si blocca. Domani, ci penserà domani.  E con la testa fra le spalle ritorna sui suoi passi, sospinta dal suo tempo. 

 

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